Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
a cura della redazione di "Anterem"
Ci sono, al cuore di Anterem, alcune domande che urgono. Una di queste coinvolge la discrepanza tra realtà e reale, tra l’apparenza delle cose e la profondità che vi si nasconde. Una profondità misteriosa e indefinita. Verso cui tende la parola poetica, cercando di avvicinarsi ad essa, dandole forma mentre la nomina. E, senza pur giungere a compimento, percorrendone l’aperto. Ponendosi come lingua altra. Lingua dell’origine e dell’essenza. Lingua della soglia e dello sconfinamento. Lingua senza confini e senza tempo.
Allora ci piace pensare questo: se la realtà declina le tappe del premio e il tempo del fare umano, il reale conserva la scrittura che non ha scadenza, il tempo senza tempo della poesia.
Così, anche noi, con Carte nel vento, proviamo ad assecondare questo tentativo di portarci oltre la realtà che esaurisce ogni cosa con la fretta del fare e del consumare. Di dare valore, piuttosto, all’altrove poetico, al suo senso che permane oltre il quotidiano.
E, tornando al 2020, per dare l’avvio alla presentazione delle opere della XXXIV edizione del Premio Montano, non ci pare di tornare indietro, ma di guardare avanti. Di far risuonare di nuovo versi e raccolte, prose e libri di poesia. Avendone custodito l’essenza preziosa, mentre tutto intorno a noi ruota vorticosamente e di quel tempo pandemico, che ci ha impedito forum ed incontri, si tende a non avere più memoria.
Siamo grati alle autrici e agli autori che ci hanno atteso.
In questo numero molto sonoro, innervato dall’arte musicale di Francesco Bellomi, incontriamo un saggio sull’ascolto di Loredano Matteo Lorenzetti, un saggio di Diego Terzano sul sonetto finalista nel 2020 di Mario Novarini (e un suo inedito), le presentazioni dei vincitori 2020, grazie anche ai contributi della “giuria critica”, le note di Laura Caccia per i segnalati speciali per l’edito dello stesso anno. Il tutto confezionato con i preziosi collages di Francesca Marica.
E attendiamo le nuove opere, a cui saremo lieti di dedicarci con la consueta passione, all’attuale edizione (2023) del premio che avrà scadenza il 30 aprile prossimo.
La redazione
scarica il bando del 37° Montano
In copertina: Francesca Marica, C’est la fête!
“Sta come un pesce
che ignora l’oceano
l’uomo nel tempo”
Kobayashi Issa
“La vita reale è
soltanto il riverbero
dei sogni dei poeti”
Stendhal
1.
L’ingegnoso orecchio d’un telescopio ha udito il primo segno sonoro con cui l’universo ha manifestato il suo realizzato, ambizioso, desiderio d’immensità.
Simile al soffio musicale d’un flauto, l’inizio del cosmo ha pronunciato il balbettio del tempo. Giunto fino a noi, oggi, sottoforma di radiazione di fondo, dovuta allo scoppio primordiale, incandescente, di energia ovunque sparsa.
Così ci è dato sapere che la sonorità degli eventi ci appartiene. E’ la storia, il tessuto, di cui è fatta la realtà. Quella che ci ha nominati, parlando la lingua materica del remoto e del presente, che noi diciamo nei segni verbali dell’esistente e della nostra esistenza.
La stessa con cui l’eveniente è sul punto d’incontrarci, affinché la calda voce della vita continui a vivere della sua impalpabile essenza, con cui ci sfiora emozionandoci, accalorandoci, parlando della sua presenza e dell’oltre a sé che annuncia. Nella fredda caducità con cui l’istante scompare, muore a se stesso, perché possa apparire il dopo di sé.
L’apertura al venturo è condizione e cifra mutante dell’accadere degli eventi. E del poter nominare quel che, essendo stato, è sperimentabile, pensabile, dicibilmente conoscibile.
Allo stesso modo in cui il pensiero poetico nell’accennare a qualcosa la oltrepassa, per poterla mantenere al di fuori del suo destino d’impermanenza.
La poesia è il luogo del segno scritturale-sonoro che sfida la precaria fragilità, la labile transitorietà, la temporanea instabile fugacità del tempo. L’impersistenza d’ogni cosa, evento, circostanza, nel suo momentaneo presentarsi alla coscienza. Che l’attrito del tempo logora, consuma, polverizza. Perché fattuale, mutante, percettivamente sfuggente.
Essa nel di-segnare l’orizzonte dell’in-visibile del reale, nel superare l’apparente in-esistenza di ciò che il senso comune non afferrando esclude, ri-vela un in-conosciuto, che si sottrae all’aggressione con cui il tempo occulta, deturpa, modifica la realtà, nel noto suo apparire. L’abituale osservare, distraente e annullante la visione della profondità del reale, con cui, comunemente, guardiamo e verbalizziamo l’esperienza.
Sicché la poesia può mantenere quella ‘radiazione di fondo’ che pervade la voce del senso intimo, straorinario, originario e originale delle cose. Che essa sola, frastornante, possiede e nomina. E che le permette d’attraversare lo spazio temporale dei secoli e dei millenni. Mantenendo, intatta, l’integrità del suo fragore stordente. Che il radar dell’animo umano, captandola dagli abissi del tempo, rende stuporoso l’udito.
2.
Anche il rumore della parola poetica, provocato dall’urto con quella discorsiva, genera onde sonore creanti una diversa, alternativa, dimensione e significato della realtà.
Scontro risonante che l’udito sorprende e meraviglia. E che fa muovere lo sguardo dell’anima da ogni parte, per cogliere le cangianti, mobili forme di senso prodotte, vaganti nella vastità dello spazio da quell’impatto originatosi.
Il poetare consente di scrutare l’immensità del repertorio dei significati disponibili nell’universo del pensabile e del dicibile dell’esperienza, dell’esistenza. E non solo quelli della realtà, ma pure quelli che la trascendono e quelli che l’immaginano al di là di ciò che lo sterro reale/irreale sa pronunciare.
Tuttavia, secondo Thomas Stearns Eliot il genere umano non può sopportare troppa realtà.
Il verso poetico resiste a tale insopportazione. Perché ogni poesia, a proprio modo, ne contiene l’esatta quantità che l’occhio può incorporare, la mente sostenere, l’emozione amplificare, l’anima tremare.
Non può esserci alcun sovrappiù di nessun genere in un testo poetico. Se non la garbata misura che rende essenziale i suoni del suo dire.
Anche a motivo di questa sostanziale indispensabilità di parole il verbo poetico non dà corso a eccedenze d’alcun tipo.
E’ dalla penuria di suoni verbali che riescono a pronunciare l’impronunciabile che il poeta tenta di far deflagrare il cosmo sonoro del verso.
Ed è la parola che va in cerca del poeta. Di colui che le impedisce di soffocare nelle pagine compresse, ingiallite, usurate, dei vocabolari del quotidiano discorrere, lasciandola respirare nell’aperto dei significati dell’inchiostro poetico. Colui che le dà labbra per sillabare altra voce, tono, intensità, ritmo, senso, da quello che il chiacchierare ordinariamente le affida.
Tuttavia, il poeta sa che è la creatura della propria penna e che grafa, con atto panico, un ‘infinito scritturale sonoro’, che neppure a lui è dato sapere, del tutto, la vastità a cui accenna. Lasciando che alfabetici inchiostrati segni poetici vaghino per il mondo a incontrare un orecchio che, ascoltandoli, possa nutrire la mente, ampliare l’immaginale, penetrare il nero che li traccia e palpitare il cifrato suo messaggio.
Il risveglio dell’amante (cui religas comam?)
Non sarà rivelato il suo segreto,
se all’alba appare come fresca rorida
bianca rosa carnosa o come morbida
pèsca intatta per arcano decreto
di qualche poco invidïosa complice
divinità; ma so che in un piovoso
pomeriggio di noia con grazioso
gesto raccolse i capelli in un triplice
nodo, una piccola treccia sinuosa
sulla curva del collo. Era rivolto
il mio sguardo al profilo del suo viso:
ore vuote hanno senso d’improvviso
in luogo del grigiore ora dissolto
brilla una felicità dolorosa.
Perturbamento – e forma – del perturbamento
Lettura del Risveglio dell’amante (cui religas comam?) di Mario Novarini. Con un inedito
In questa nota mi avvalgo di alcuni spunti derivati dal colloquio intrattenuto con Mario Novarini dopo la conclusione della trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano. In quell’occasione, si è molto parlato del processo di redazione del testo che è qui preso in esame. Non intendo produrre la trascrizione di un’intervista, quanto uno spazio critico e una testimonianza del farsi della poesia: ovvero, una nota redatta a specchio del parere di chi è stato a capo della scrittura. Ringrazio l’autore – anche per l’inedito che conclude il tutto.
È molto interessante che in una recentissima lettura della poesia di Novarini (con particolare riferimento a Gli occhi della materia, 20081) ne sia stato indicato il quid nell’intrinseca condizione mediana; o meglio, in una medietà, per così dire, posizionale: contemplante sia la consustanzialità assoluta, sia, in via simmetrica, la riduzione materiale di ciò che può essere sussunto, teoreticamente, alla nozione di essere. Da una parte, dunque, con occhio alle estrinsecazioni formali, un «frammentismo» creativo, percettivo e ragionativo; dall’altra, un movimento contrario teso non alla «dissoluzione bensì [a] evitarla». È precisamente a fronte di questo paradigma che Novarini può essere inteso come un peculiare «medium che riconcili entrambe le posizioni»2.
Ora, credo sia importante comprendere quanto tale medietà speculativa possa essersi applicata non solo alla dimensione meramente concettuale del testo del Risveglio dell’amante (intesa tale dimensione come sintesi tematico-formale delle intenzioni autoriali e delle menti in cui queste trovano applicazione alla lettura), ma anche alla sua estensione, potrei dire, processuale, che acquista rilievo in considerazione del modo in cui il testo si presenta: ovvero, come un sonetto3. Entro tale forma si articola uno svolgimento tematico all’apparenza minimo ma problematico, se concepito e indagato con il proposito di rintracciare le tensioni che non solo manifesta, ma implica.
Ma innanzitutto: anche se ci si trova di fronte a ciò che per ora, nella produzione di Novarini, costituisce un unicum (non risultano pubblicati altri sonetti), può essere utile individuare alcune costanti condivise con l’esperienza precedente. Mi sembra si possa parlare in questo senso di un gusto per l’aggettivazione – per l’aggettivazione doppia o plurima – coestensivo a una propensione conoscitiva (volta cioè alla determinazione dell’oggetto) che si è manifestata, finora, con tutta regolarità: un’attitudine che ha contestualmente spinto l’esito estetico a legarsi via via a una certa grammatica della materia, per la quale la distanza tra soggetto e oggetto poetico(-filosofico) è andata riducendosi.
Questi elementi, tesi lungo una dialettica tra unità e molteplicità (semplificando: un solo sostantivo determinato da più attributi; l’affilata sincronia tra soggetto e oggetto contro la dispersione di questi) hanno effettivamente dato forma e struttura alla pratica poetica novariniana.
Rilevo anche che, non raramente, i momenti di intimità lirica come questo (tra gli altri, si può pensare specialmente a Forse un giorno,in Radiazione del rosso, 20174) comportano la comparsa della prima persona – anche se l’altra persona (qui: la novella Pirra) resta sullo sfondo quasi inavvicinabile: quasi terza persona. Tornerò su questi motivi.
Per allineare due degli ambiti affrontati corsivamente – cioè da una parte la continuità e dall’altra, in subordine, la questione della forma, di cui si parlerà qui in senso proprio – è utile ricordare quanto Enrica Salvaneschi ha scritto di un componimento ancora incluso in Radiazione del rosso. Mi riferisco a La balaustra sullo spazio, «nella cui, pur liberissima, forma chiusa ogni lettore può constatare un esempio (o meglio, exemplum) della “danza in catente” di nietzscheana memoria»5. Riporto la prima e l’ultima strofa della poesia, per chiarire di che si parla:
Ormai spenta la fiamma dell’arroventata sfera,
al di sopra dei tetti, in una limpida sera
nel cuore dell’estate campeggia un quarto di luna;
s’infittisce il silenzio e l’aria diventa bruna.
[…]
e un’alta balaustra nella notte verticale
punteggiata di stelle nitidamente è protesa,
come su una voragine, sull’infinita distesa
dello sterminato luminoso blu siderale.
(La balaustra sullo spazio, vv. 1-4; 29-32)
Quello che l’autore ha definito, oralmente, «uno schema tendenziale ma non perfettamente rigoroso» consiste nell’adozione di versi lunghi per cui la cesura cade sempre dopo il settenario – o talvolta, altrove, l’ottonario; indipendentemente dalla composizione interna del verso, in ogni quartina la rima finale (per cui lo schema è di volta in volta variabile) è sempre perfetta. L’ultimo verso della poesia, come si vede, scompagina deliberatamente il quadro di iterazione accentuale e la relativa cesura, pur rispettando la misura fondamentale di quindici sillabe e – appunto – la rima.
Queste ultime considerazioni immettono direttamente alla discussione del sonetto. Ha un valore patente il fatto che l’autore, interrogato sulle ragioni dell’adozione di questa forma chiusa tout court, abbia citato a titolo di esempio – in primis – la rima sdrucciola complice : triplice; rima che, per quanto storicamente ammessa, rimane imperfetta.
Novarini spiega che la poesia fa sintesi e organizza due versioni anteriori («quasi due testi distinti») confluite in uno sia per affinità tematica, sia per l’evidenza di alcune rime spontanee (come quella citata) che al di fuori della forma non risultavano in posizione enfatica.
Se – sostiene l’autore – le rime possono individuarsi spontaneamente, per via inconscia, la coazione del materiale libero ha indotto rime e aperture tematiche che, senza i limiti tradizionali, non sarebbero sussistite. Due strategie a capo della chiusura, quindi: (1) la valorizzazione della rima già spontaneamente acquisita; (2) il lasciarsi guidare dalla forma a posizioni non propriamente previste precedentemente.
In questo senso, «la poesia si autogenera»6. Se è consentita l’analogia, sembra quasi che Novarini abbia posto un’ideale cristallizzazione a reagire chimicamente con una materia mobile: se non fosse, però, che alcuni residui di quella mobilità sono effettivamente presenti, o anzi potrebbero essere stati indotti proprio dal tentativo di arginare la materia in un equilibrio formale. Mi riferisco al fatto che il sonetto presenta dei concreti spazi di eversione, tali da non rispettare un’attesa fondata sulla necessità di forma del tutto avvertibile nel testo – e appena confermata dalle parole del poeta (è dunque una ‘frustrata’ attesa jakobsoniana). Così, sono imperfette le rime rorida : morbida; complice : triplice (vv. 2, 3; 5, 8). Non sono propriamente canonici, da un punto di vista accentuale, il quarto e l’ultimo endecasillabo. E l’ultima quartina non è organizzata dalla punteggiatura, se non per il punto finale.
Si parlava all’inizio di un certo posizionamento mediano a fronte di opposte tensioni speculative – sub specie ontologica. Ecco, questi fenomeni microformali (e questa è la ragione per cui se ne parla) dimostrano quanto la dinamica della scrittura si organizzi correlativamente alla ricerca – di volta in volta – di una posizione in grado di dialettizzare tensioni opposte: qui, quelle all’adesione e all’eversione alla tradizione. Anche in questo caso – nel caso di un sonetto – si può dunque parlare di una se non liberissima, almeno libera forma chiusa: per cui il trattamento delle rime risulta paradossalmente più libero che nella Balaustra sullo spazio.
L’esigenza strutturale della reductio ad unum (o ad medium) trova un sigillo non solo dal punto di vista più propriamente processuale – per cui, a capo del duplice obiettivo di valorizzare le rime preesistenti e di trovarne nuove, resta in questo caso la necessità di fare sintesi di due corpi testuali anteriori e orbitanti intorno a un centro da individuare (tra eversione e adesione). Va anche considerata, infatti, l’evocata dimensione tematica, che non può essere scissa dal trattamento sintattico del componimento: questo comporta una protensione ridotta a inerzia solo dalla fortissima cesura al sesto verso (semanticamente più rilevante di quella al decimo) in cui lo scarto di pensiero è marcato dall’avversativa e divide l’ambito del presente usuale dal movimento verso il passato. A questo punto, le epifanie memoriali conducono all’elaborazione rievocante di una teoria minima di gesti d’amore (e dell’oggetto d’amore): ma tali gesti assumono consistenza in virtù della dialettica implicita – e chiarita dal titolo – tra la memoria del quotidiano e la memoria colta. Senza l’avantesto latino (Hor. carm. 5, 1), e cioè l’associazione tra la donna e la Pirra oraziana, probabilmente, il testo non sarebbe stato possibile in questi termini: sia perché la memoria classica plasma il presente, cioè ne condiziona l’interpretazione; sia perché l’approfondimento o lo sdoppiamento dell’istanza passata (appunto: quotidiana e letteraria) sembra non consentire una piena adesione al presente. L’ultima strofa, dopo l’ulteriore scarto sintattico e nel segno dell’ossimoro finale, configura infatti un hic et nunc in cui l’orizzonte di «senso» (v. 12) si presenta alla memoria come dimidiato, cioè latore di una sofferenza sinteticamente e sinesteticamente integrata alla «felicità» (v. 14).
Il sonetto gioca, riassumendo, su movimenti binari e antitetici: il passato consustanziale al presente; i movimenti opposti agli arresti sintattici; l’adesione e l’evasione; il perturbamento e la forma, integrati a loro volta in una forma del perturbamento – o di una Unheimlichkeit (se si pensa a una famosa traduzione). Si verifica, in corso, il cristallizzarsi della mobilità incistata nell’unità.
***
Richiamando l’analogia minerale (di cui sopra), è possibile concepire il Risveglio dell’amante come uno scheletro chimico perfetto, disordinato da dentro. Ora, durante il dialogo presupposto a questa nota, Novarini ha ritenuto curioso che tale affinità – da me individuata, in primis, proprio in quella sede ermeneutica – rimandasse non tanto all’assetto formale, quanto al centro tematico di una poesia inedita, letta al Forum Anterem il 16 marzo 2019 (a conclusione, presso la Biblioteca Civica di Verona, della trentaduesima edizione del “Montano”). Viene pubblicata adesso per la prima volta. L’analogia minerale, qui, si sviluppa con la vita in atto, che seguirebbe una via innata – fisiologica, potenziale – se non contemplasse vari fattori di perturbazione. Come per il quarzo, la forma intrinseca non è comunque tradibile:
Quarzo
Il fitto reticolo cristallino
che in uno spazio vuoto
allo zero assoluto
per nodi e filari senza difetto
realizzerebbe l’abito ialino
della molecolare
sequenza regolare
inscritta nel suo limpido progetto
inconoscibile
perfetto…
ma sono tutt’altro che rari,
anzi la norma,
termodinamici
meccanici accidenti,
e allora si adegua, si deforma
e conforma
in più o meno
irregolari imprevedibili
strutture improbabili,
che pure non rinnegano
l’esagonale prismatica
glaciale trasparenza,
come molto assomiglia,
nel segno dell’imperfezione,
la duttile provvisoria
pluricellulare concrezione
del nostro vivente peregrinare
nel tempo e nello spazio
al suo inflessibile reticolare
minerale destino…
1 Ro Ferrarese, Book Editore.
2 Le precedenti citazioni sono tratte da Simone Turco, Materia senziente e sentimento del tutto. La poesia di Mario Novarini, in «Gradiva», 59, 2021, pp. 150-155: 150.
3 Novarini, dunque, tocca o guarda a una tradizione postrema per cui rimando a Natascia Tonelli, Aspetti del sonetto contemporaneo, Pisa, ETS, 2000.
4 Ro Ferrarese, Book Editore.
5 Enrica Salvaneschi, nota a Mario Novarini, Radiazione del rosso, Ro Ferrarese, Book Editore, 2017.
6 Sono ancora parole di Novarini.
Un testo che ha l’aspetto esteriore del sonetto, quello di Mario Novarini, che non si traduce però in un ozioso esercizio di stile, come è possibile notare dalla scelta opportuna di preferire le assonanze alle rime in più di un’occasione, o un’accentuazione non canonica in diversi endecasillabi, che consentono un andamento meno cantilenato.
L’utilizzo dell’inarcatura, infine, realizza una dinamica dei versi caratterizzata da un andamento ondulatorio e non monocorde.
Le immagini, richiamando diversi topoi di tradizione classica, con una preferenza verso l’iperaggettivazione (“fresca rorida / bianca rosa carnosa”, ad esempio, oppone ben quattro aggettivi ad un sostantivo), sembrano ricordare l’opera di certi versi di Squarotti, dove un ritratto idealizzante femminile, partendo da dettagli minimi e preziosi, diventa possibilità di accesso alla grazia (“ore vuote hanno senso d’improvviso / in luogo del grigiore ora dissolto”), restituendo all’io del testo, che ne è testimone, lo splendore di una “felicità dolorosa”.
L’arte compositiva di Francesco Bellomi approfondisce sempre più le opere. Sempre più rappresenta un’altra prospettiva del testo…
La luce dell’origine precede l’epifania dell’intero. L’intero è la neve, “un impasto d’ordine e materia” sui sette profili alpini di Narbona. La neve, nell’opera di Federici, si fa partitura di una sinfonia naturale mitica e fiabesca, contraddistinta da un respiro panico, orfico. Logico e stoico. “Il vero è l’intero”, scrive Hegel, e la neve assurge, in questo testo, ad archetipo di una verità che diviene trapassando in cui natura e spirito seguono un codice geometrico ed etico d’ispirazione spinoziana.
Il bosco è il centro di un mistero segreto e vibrante che sospende le voci, i suoni, ed interroga persino il cuore degli animali, rinserrati nelle tane ed assetati, mentre la “neve cade a caso / sul paesaggio già innevato” e copre “torsoli di mela”, “bacche e tronchi rosicchiati, / biancastre piaghe di licheni / sui rami snervati, nòccioli/ e gemme succhiati dai caprioli”.
Nei suoi giri in aria, la neve riequilibra i pesi nella “metrica del contatto” con i corpi, e “sull’ardesia fa / fiorire il ghiaccio” nel bianco che è il nome del “bosco intero e per metà”. Neve che “è luce e per metà silenzio”. Tiziana Gabrielli
È come poggiare lo sguardo su di una stampa di Utagawa Hiroshige, l’intima lettura a cui induce Federico Federici, con la sua poesia. L’intero della neve.
Un unico impasto d’ordine e materia pesa sull’indivisibile. Passo dopo passo, nell’osservazione di ciò che accade ad un bosco spinto dal centro di un seme, il creato anticipa l’intenzione del creatore. Si ode un premere della luce, della venazione che incurva l’universo e che dispone gli esili nervi della galaverna.
Tutto è movimento nell’inerzia del fine dello spazio: corpuscoli, scaglie, spore, polveri. Cervi e lupi che si rincorrono annusando. Cuori rintanati nell’attesa. E se il disegno è l’ordine dell’universo, la neve dispone una sua geometria reinventando, strato su strato, il paesaggio. Stabilendo la metrica del contatto che esalta i contorni, divide le forme, impone il bianco allo sguardo di ogni bestia. L’archetipico sguardo capace di separare la luce dal silenzio. L’intero, dalla neve. Sofia Demetrula Rosati
dal centro di un seme
l'intero bosco spinge
luce, nella luce che permane
preme, nel peso dell'origine
un impasto d'ordine e materia
sulle siepi gli aghi della galaverna
nervi esili di mondo, filamenti
inerti per il fine dello spazio
e corpuscoli sterrati intorno
e, indurite sotto coltri di poltiglia,
scaglie, scorie, spore, polveri
di tralci d'edera riscossi
lascia la saliva il cervo sulla resina,
l'odore impregna la corteccia
asciutta; calpestato il fosso, scalcia
la pietra che ogni notte il lupo annusa,
batte lo zoccolo sul tronco
bagna la zampa sottile
nell'acqua non ancora dura
poi tra le balze scatta per sparire
rinserrati lentamente nelle tane,
assetati, amalgamati ai fili d'erba,
animali occhieggiano fermando il cuore
da che frasche sgorghi il sole
da che fresche fonti l'acqua
poi la neve cade a caso
sul paesaggio già innevato
altri torsoli di mela copre,
bacche e tronchi rosicchiati,
biancastre piaghe di licheni
sui rami snervati, nòccioli
e gemme succhiati dai caprioli
spazzata ai piedi degli abeti
sigilla i buchi delle tane
lo stampo ghiacciato delle impronte
che non portano lontano
a vederla diradarsi lentamente
rigirando in aria, poi sedimentare,
a fatica rifinirsi in un disegno
e nell'unirsi ai corpi
equilibrarne i pesi
nella metrica del contatto
ricopre il prato che divide
stelo e stelo, e croco e cardo
ripiega sull'argilla e sull'ardesia fa
fiorire il ghiaccio
neve, negli occhi di ogni bestia,
è il bianco in cui sta
il bosco intero e per metà
è luce e per metà silenzio
Le note biografiche dell’autrice dicono che Angela Passarello è artista visiva e poeta e che molto ha prodotto scrivendo, dipingendo, lavorando la creta, testimoniando con il suo lavoro un impegno di viva partecipazione agli accadimenti “del mondo”, siano essi eventi quotidiani, memorie, figure naturali o brevi illuminazioni fantastiche.
E certo occorre dare uno sguardo ai suoi lavori per dire qualcosa che inquadri la brevissima prosa vincitrice del “Montano 2020”, Oiseau di Hanoi.
Non sappiamo se questa “descrizione” ripercorra un’esperienza diretta relativa alla tradizione orientale des oiseaux chanteurs, ma sappiamo che il ricco mondo immaginativo di Passarello presta costante attenzione alle tracce di tutti gli “esseri viventi”. Vediamo infatti che nel testo tutto si anima, da foglia a farfalla, da frammento geometrico a cosa con le ali, da forma bidimensionale a entità viva, messaggera di un risveglio.
Le cose hanno un nome. I nomi hanno una luce. La luce ha un respiro che dà vita ai “corpi”, in uno scambio costante tra i generi.
Con grande cautela l’autrice percorre le sagome visive che si presentano allo sguardo, esita a nominarle in modo definitivo. Conosce la sorpresa e la volatilità dell’apparenza. Infatti, cosa possiamo trattenere noi dell’accadere? Talvolta solo sembianze di piccolo oiseau.
Angela Passarello è nata ad Agrigento. Vive e lavora a Milano.
E' stata cofondatrice della rivista “Il Monte Analogo”.
Ha collaborato con la rivista “La Mosca” di Milano.
Ha pubblicato la raccolta di racconti Asina Pazza ed Greco @ Greco.1997
La raccolta di poesie La Carne dell'Angelo ed.Joker
Le prose poetiche Ananta delle voci bianche ed. I Quaderni di Correnti.2008
Piano Argento ed. del verri 2014, Bestie sulla scena ed. del verri 2018.
Suoi testi sono presenti in diverse antologie.
La strana figura se ne stava immobile, come di cosa inanimata, somigliante a una foglia autunnale spezzata . Avrebbe potuto essere, o, forse, lo era, farfalla diurna, in preghiera, davanti all'ingresso di Bach Ma, l'antico tempio buddista. Pareva da sempre cosa, incollata nell'aria, vicina ai numerosi sandali, lasciati davanti all'ingresso dai visitatori. Non dava cenni di respiro, di cosa viva. Nessun rumore o sussurro avrebbe potuto destarla dalla sua fissità. Presenza priva di peso, quasi inesistente. Forma bidimensionale, diventata qualcosa nello sguardo di chi l'aveva intravista ,e, poi, scansata. Appariva fragile nella sua immobilità. Effimera, innominabile, messaggera di un risveglio, o, forse, parte sottile di materia non rivelata. Vivente lo era, di vedente non possedeva sguardo; senziente si sospettava lo fosse, lo si intuiva dal suo impercettibile movimento. Sarebbe ritornata nella luce profonda del buio, e, nell'attesa, l'immobilità le avrebbe conferito una possibilità d'esistenza. Era soltanto cosa senza sguardo, visibile a chi aveva avuto sentore della morte, delle trasmigrazioni, delle comparse apparenti. Nel mutamento era diventata atto di un' inclinazione terrestre che, comprendendola nella gravità, la rendeva partecipe di un'illusione assiale. Cosa l'aveva condotta al tempio? Forse era un segno dell'eternità, racchiuso in un frammento geometrico, caduto per volere dei fluttuanti cosmici. Diventata cosa di passaggio, nell'incontro dei corpi vaganti nell' immemoria. Improvvisamente si è aperta.
Entità magnificata dal luogo. Vola lungo la proiezione di luce. Scompare. Era stata cosa con le ali. Nella visione guardata. Non vista. Effimera dello spazio. Invisibile a se stessa. Esistita nell'attimo. Luce senza nome. Impossibilitata ad essere ancora cosa . Presenza dell'invalicabile. Davanti all'altare, appare per scomparire. Riappare in sembianze di piccolo volatile. Saltella seguendo i segni, percorre le icone, gli altari, le candele tra i budda. Un' illusione la invola. Oiseau. Petit oiseau saltellante nel tempio di Bach Ma.
Riappare. Vola. Scompare. Bird. Oiseau di Hanoi.
www.anteremedizioni.it/nuovi_libri_figure_semplici_di_anna_chiara_peduzzi
www.anteremedizioni.it/anna_chiara_peduzzi
Il canto del disamore
Cosa rende il sentire, che attraversa L’indifferenza naturale di Italo Testa, così simile e nello stesso tempo così diverso dai lavori poetici e filosofici che sul tema dell’incuranza della natura hanno attraversato i secoli, da oriente a occidente? E quale indifferenza mettono a nudo i versi? I punti di vista che la declinano appaiono complessi, molteplici. A partire da un sentire soggettivo, che del tutto percepisce l’impermanere, tra precarietà, abbandoni e distacchi. E nel delineare, al suo opposto, una visione oggettiva della natura, colta nel ritmo ignoto del suo accadere, nella «vita che anonima fermenta». Per lasciare soprattutto emergere, dal loro incrocio, un pensiero che con il reale intreccia una relazione dinamica. Nei confronti di una natura da cui si è catturati e a cui ci si abbandona e che, nello stesso tempo, si concorre a determinare, quando «lo sguardo è lenta costruzione» e «la mente rumina le cose / le afferma nella sottrazione». Lo stesso sguardo che, insieme alla luce, concorre alla visione dei colori delle cose. La stessa luce chiara o rarefatta, cupa o sospesa che colma i versi, che perturba col suo nitore, che quando «ti ferisce è anche gioia».
Una luce che divarica i contrari. Quei contrari, insiti nell’in-differenza, che i versi lasciano fluire tra costruzione e abbandono, pienezza e sottrazione, storicità e anonimia, amore e disamore, presenza e assenza. Un’assenza, di cui tutto «immobilmente splende», a chiusura della raccolta, dopo che la mente ha completato la sua opera di sottrazione. Non prima però di aver attraversato le sue antinomie e, tra queste, due elementi naturali che si fanno emblemi. La barena, terreno lagunare sovrastato periodicamente dalle maree, che richiama le immagini del sommerso: l’occulto, l’assenza di forza vitale, la putredine, la decomposizione. E l’alianto, l’albero del cielo dalla crescita invasiva nelle aree incolte, che, al contrario, muove le visioni dell’emerso: il radicamento, la forza vitale, l’agguato, la ridondanza. In una natura oscillante nei suoi riflessi e rispecchiamenti, in cui la visione e il paesaggio, il sentire e il visibile mutano reciprocamente e gli opposti perdono i loro confini. Nella sospensione indefinita, spossata e sensuale, a cui ci si affida.
Da qui ci parla Italo Testa: «da questa indifferenza / che nel torpore consuma le cose». La parola, che si abbandona ad essa, trasforma la natura, ne fa continua metamorfosi. Come lo sguardo costruisce, mentre lo avvicina, l’oggetto della sua visione, la parola dà forma, andandovi incontro, al corpo del suo dire. Con una lingua di luce e insieme di marea. Entrambe altalenanti tra attrazione e noncuranza, perturbanza e distacco. Un’oscillazione che l’endecasillabo e il distico evidenziano. Nell’altalenìo del costruire e del sottrarre, dell’emerso e del sommerso, della meraviglia e del dolore. Dove lo sguardo disegna il suo oggetto, ma ne viene a sua volta definito. E la natura trova un ruolo attivo, non solo nell’artigliare le sue prede, ma anche nel farsi argine al disamore. E nel sollecitare, rispetto ad esso, la visione e la parola. Restituendo uno sguardo e una voce all’incuranza sottesa a tutta la raccolta: l’indifferenza umana. Colta anche nell’affiorare dei paesaggi urbani, dove il «carico d’angoscia risale il cavalcavia tra i tir incolonnati» e «l’anima è un biancore imbevuto di neon e aree industriali». Paesaggi dell’umano che si riflettono nelle acque di barena o vengono avviluppati dall’alianto. Metafore, entrambi, anche delle decomposizioni e del degrado contemporaneo. E possibilità, insieme, di rispecchiamento per la poesia. Ed è così che «la vita che punge», può riconoscere alla fine l’autore, «gli occhi mi ha aperto al canto / di tutto quello che non ho amato». Ed è così che il disamore si lascia invadere dalla luce. E dall’indifferenza fa germogliare la parola.
Da: BARENA
lo sguardo è lenta costruzione
brivida e traluce dai rami,
la lamina tenera del cuore
riveste il pensiero e l’azione.
il giorno è muta esposizione
alle intemperie e alla luce,
la mente rumina le cose
le afferma nella sottrazione.
codice stradale
ma il salice piegato a difesa dei container non ha istruito il giorno il suo carico d’angoscia risale il cavalcavia tra i tir incolonnati non conosce quest’attesa a corsie alternate se l’anima è un biancore imbevuto di neon e aree industriali rattrappite nella nebbia qui è sempre linea continua qui solo gli aironi possono testimoniare ogni sorpasso qui ruotare il becco a presidio della strada qui squalificare gli astanti il guardrail sfondato.
Pastura
folaghe e acqua, medaglie nel cielo,
lo stagno si oscura se chiudo gli occhi:
imbiancate dalla lana dei pioppi
le auto ondeggiano nella luce chiara:
la vita che ignota fermenta dai fossi
in un’onda di calore svapora:
gettato come pastura ai pesci
il sonno ci avvolge e impasta la bocca:
muti boccheggiamo alla rinfusa
come anguille nel fitto di una chiusa.
la lenza
guarda la vita che anonima fermenta
il ritmo uguale dei giorni senza meta:
da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:
le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il verde incomba?
lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza.
Da: LUCE D’AILANTO
# 1
ailanti, alle vostre falci piego il capo,
a voi, ovunque arborescenti, ailanti
nel brillio del mattino mi consegno:
vi lascio correre sui bordi incolti
dietro le massicciate, addosso ai muri:
e nel trapestio dei pensieri, infestanti
mi confondete ai fiori, miei ailanti
# 2
ovunque insinuanti lame,
falci verdi degli ailanti
improvvise tra i carrubi
ondeggianti nell’aria
risalendo le terrazze
vegetali epidemie
flessuosi, infidi ailanti,
dinanzi a voi ritrovati
alle svolte del sentiero
come germi soffocanti
riemersi dal pensiero
# 5
ailanti, ora che senza voi le gemme
incrudeliscono e agguanta gli occhi
la vostra assenza nel verde esploso
sui bordi scoscesi delle strade
dov’è la ridondanza delle lame,
lo sciame che rigurgita dai fossi,
ancora spogli quando avanza il niente
nell’aria più lucida, e più demente.
Da: LA PREDA
guarda su di un’acqua ferma lo svolio
di uno stormo di rondini
il guizzo delle piume in controluce
guarda e con la mente nuda
senza più un pensiero pensa
a questo candore lucente
in cui mi incido
a questo splendore
a cui m’affido
ma mutando d’un colpo la rotta
lo stormo assorbito nell’ombra
ormai si confonde
con la superficie opaca
sul manto ferroso del lago
la luce d’un colpo dilegua
a questo splendore muto
che m’allontana
a questo terrore
che mi richiama
***
nient’altro che la luce sul muro bianco
in alto, e un’aria come di resa e congedo:
niente a che vedere con la furia del buio
e l’incongruità di una sedia sospesa
sopra un palo infiammato al tramonto:
e tu sei lì, a poco a poco ti cancelli
dal registro delle cose animate
a favore delle nuvole turchesi
di un faro insocievole nella luce verde,
a favore di niente che t’appartenga
che testimoni che siamo stati attesi:
così aspetti, e come stanno le cose
è questione che solo il vento dirime
quando cade e lascia udire sull’acqua
il colpo d’ala d’un gabbiano in picchiata,
il guizzo di terrore di una preda
uncinata dall’artiglio della vita.
Da: L’IMPERMANENTE
chi ha scoperto il disamore
e ha guardato nella pioggia
un acero, il globo acceso
nell’arancio autunnale,
chi sa di non aver amato
fuori espone il suo dolore
sui tuberi nel vaso
tra i bossi sul balcone,
ora che il verde lo ha invaso
all’inguine sente una fitta,
la lingua come una foglia
gocciola nella sua bocca.
***
ma la luce non avrei visto
se non avessi bruciato le carte
un giorno, uscendo per strada
ho sentito di essere nudo.
ma la folgore non mi ha colpito
ho continuato a camminare in silenzio
sulla piazza, già sterminata
al primo sguardo sarei caduto.
e la vita che punge nel vento
scorticandomi vi ha vendicato
quando gli occhi mi ha aperto al canto
di tutto quello che non ho amato.
***
l’impermanente, il filo che si perde,
l’ansia, la bava che cola alla bocca,
l’inapparente, l’acqua sulle foglie,
la trafittura che più non ci tocca;
era questo, e non è più nominabile,
iridescente, il manto d’apparenza:
la ghirlanda stesa, sul cuore immobile,
immobilmente splende dell’assenza.
Italo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia. Tra i suoi libri di poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), i camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto (in Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010) canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (LietoColle, 2004). Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident DJ su «Le parole e le cose» e collabora con altri litblog. Pubblica la rivista/poster «2x2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.
Varcare la porta
Con l’opera antologica Quinta dimensione Corrado Calabrò presenta poesie scelte del periodo 1958-2018. Aggregate per nuclei tematici, tra due cornici di riflessione: all’inizio la nota che accompagna il poema ‘Roaming’, alla fine il saggio ‘C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi?’. Permettendo così una visione completa della poetica dell’autore e del suo pensiero sulla stessa. Una poetica che appare da sempre tesa a varcare soglie. Attraverso i passaggi che i titoli delle sezioni, alcuni già titoli di opere precedenti, e le poesie di una vita evidenziano. Nella realtà più composita come nel sentire interiore. Nella memoria personale come nella tensione civile. Nei mascheramenti di un autoritratto come nel sogno. Negli spazi siderali come nel tempo sincronico. Facendo varcare così, alla poesia, porte che aprono mondi diversi.
La quinta dimensione declinata dall’autore suggerisce infatti diverse direzioni di senso. Dilatandosi tra l’invisibilità dello spaziotempo pentadimensionale, come le teorie astrofisiche delineano nell’incrocio dei campi gravitazionale ed elettromagnetico, e il sommerso della psiche, nell’ardere magmatico del desiderio. Una dimensione che appare di natura poetica e che consente l’accesso ad universi ulteriori, nel pensiero e nel sentire. Come evidenzia la poesia che dà titolo alla raccolta, a partire dal cosmo, dall’altrove e dal fuoco interiore per concludersi nell’inconscio, dopo aver espresso la necessità, per l’amore, di inoltrarsi «a ritroso, contro senso, / nel vuoto di memoria del futuro. // Bisogna oltrepassare, come Alice, / la lastra riflettente di cristallo / e senza aprirla varcare la porta / per cui s’accede alla quinta dimensione».
Nei suoi versi Corrado Calabrò tiene poeticamente uniti la scienza e la parola, la realtà e il desiderio. Il mare si dilata ovunque, ma più del mare il sentire interiore del mare. Così l’amore, più di quello visibile e concreto quanto di esso si infuoca nell’inconscio. Così la verità, che si occulta in una dimensione nascosta «come un sasso nell’acqua». Occorre allora varcare la porta. Accettare il rischio che il desiderio, l’amore e la ricerca del vero comportano. Tra la sfida e il mistero. Pur nell’inconcludenza della ricerca, nell’impossibilità di comprendere il cosmo, come di padroneggiare il tempo. Le citazioni, tra le tante presenti, scelte per ‘Roaming’, in esergo di Senofonte e T.S.Eliot e in chiusura di S.Weinberg, ne confermano le difficoltà e l’ampiezza. Varcare la porta, ci mostra questa poetica, spalanca mondi. Aperture critiche, per il pensiero. E la bellezza, per la parola.
Da: Autoritratto? Certo, ma è il mio?
LO STESSO RISCHIO
Razionalmente, certo, il mare è un rischio;
ma io non l’ho mai sentito come tale.
il mare va preso come viene
così, con la sua stessa inconcludenza:
portando verso il petto, a ogni bracciata,
un’onda lieve che non si trattiene.
Non c’è altro senso nel tendere al largo,
dove l’acqua è mielata dal tramonto,
se non di tenere la cadenza
fino a quando stramazzano le braccia
e spegnere nel mare il desiderio
di raggiungere a nuoto la soglia
che segna il limitare a un nuovo giorno.
Se allora ci si gira sopra il dorso,
come pescispada dissanguati,
agli occhi gonfi d’acqua e indeboliti
spalanca il cielo la sua occhiaia vuota:
ma il corpo sta sospeso in un’amaca
che lo sorregge come si è riamati
nell’età antecedente la ragione.
Passata quell’età, l’amore è un rischio,
infido quanto più ne ragioniamo.
Al mare si va incontro come viene,
in un’illimitata inconcludenza,
sentendosi lambire a ogni bracciata
da una carezza che non si trattiene.
È una scommessa tutta da giocare
fino alla sua estrema inconseguenza.
La cosa più penosa è far le mosse
sulla battigia, invece di nuotare.
(1981)
Da: Presente anteriore
QUINTA DIMENSIONE
Stelle grosse come tordi,
appollaiate sui Peloritani,
da prendere nel cavo della mano
dentro la notte, nera e trasparente
quasi quanto le notti del Sahara.
Credevo, inseguendoti, d’amarti
e ero solo un turista dell’amore.
Per tutto questo tempo t’ho cercata
- chi sa perché -
come un bambino, altrove.
Rode come la brace
la calce viva che mi porto dentro
e che, per sopravvivere, divora
le cellule nervose in cui è incarnato
il segno a fuoco della tua presenza.
S’è fatto indistinguibile il divario
tra di essa e l’immagine riflessa,
che s’allunga all’indietro nello specchio
via via che si consuma la candela.
Unica chance, se ti voglio seguire,
è inoltrarmi a ritroso, contro senso,
nel vuoto di memoria del futuro.
Bisogna oltrepassare, come Alice,
la lastra riflettente di cristallo
e senza aprirla varcare la porta
per cui s’accede alla quinta dimensione.
Forse da dentro mi aspetti a quel varco:
recessivi
sugli estremi planari dell’inconscio,
come la sorte s’aprono i tuoi occhi.
(1984)
IL SASSO NELL’ACQUA
Eh, la verità… Tu credi?
Secondo me
la verità gioca con un gatto
come una pallina
in sospensione in una boccia d’acqua.
Ci vuoi provare? Vedi questo ciottolo?
Lancialo così, a paragone.
Ecco, la verità
è come un sasso nell’acqua.
Ne puoi scorgere i cerchi in superficie
ma se lo segui con lo sguardo al fondo
non si distingue in mezzo agli altri ciottoli.
(1992)
Da: Ancora telestupefatti
FUORI ORARIO
Sono chiusi il portone sulla piazza
e quello secondario lato mare
nella cattedrale del silenzio.
Non suonano da tempo le campane
l’Ave Maria
nel villaggio globale.
Torpido e dolce il sole si dilunga
sul mare e fa le fusa
nella grande vetrata laterale.
(2009)
Corrado Calabrò è nato a Reggio Calabria, sulla riva del mare.
Il primo volume di poesie, scritto tra i diciotto e i vent’anni, venne pubblicato nel 1960 dall’editore Guanda di Parma col titolo Prima attesa.
Sono venuti poi altri ventitré volumi, tra cui: Agavi in fiore (1976), ed. SEN; Vuoto d’aria (1979 e 1980), ed. Guanda; Presente anteriore (1981) ed. V.Scheiwiller; Mittente sconosciuta (1984) ed. F.M.Ricci; Rosso d'Alicudi, pubblicato nel 1992 da Mondadori, raccolta completa (all’epoca); Lo stesso rischio (2000), ed. Crocetti; Le ancore infeconde (2001), ed. Pagine.
Nel 2002 ancora Mondadori ha pubblicato una vasta raccolta dell’ultraquarantennale produzione in un Oscar dal titolo Una vita per il suo verso. Del 2004 è la raccolta Poesie d’amore, edita da Newton&Compton. Nel 2009 sono uscire due importanti raccolte: La stella promessa, nella collezione “Lo Specchio” di Mondatori; T'amo di due amori, raccolta tematica delle poesie d’amore, Ed. Vallardi.
Recenti edizioni italiane sono: Dimmelo per SMS (2011), Ed.Vallardi; Rispondimi per SMS (2013), ed. Vallardi; Mi manca il mare (2013), Genesi Editrice; Stanotte metti gli occhiali da luna(2015), Genesi Editrice; Mare di luna (2016), Il Convivio Editore.
L’ultima pubblicazione in Italia è Quinta Dimensione, Oscar Mondadori 2018, che è la sua più completa opera poetica.
Sono più di trenta le edizioni straniere delle sue opere in venti lingue, oltre le traduzioni di poesie singole. Delle sue poesie sono in circolazione vari CD con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra. Numerose sono le trasposizioni teatrali e musicali dei suoi versi, di cui una in musica sinfonica, con recital in una trentina di città, anche all’estero.
Ha pubblicato anche alcuni saggi critici, tra cui: Per la sopravvivenza della poesia uccidiamo i poeti, “Poesia” Crocetti, n.143, ottobre 2000; Il poeta alla griglia, “L’illuminista”, dicembre 2003; Rappresentazione e realtà, Nuovi Argomenti, aprile/giugno 2011. Ed è autore di un romanzo, Ricorda di dimenticarla (Newton & Compton, 1999), finalista al premio Strega del 1999, tradotto in rumeno e in spagnolo.
Numerosi i premi letterari e i riconoscimenti ricevuti per la sua attività letteraria, tra cui le lauree honoris causa da parte dell'università Mechnikov di Odessa, nel 1997, dell'università Vest Din di Timişoara nel 2000 e del l'università statale di Mariupol nel 2015. Nel 2016 l'università Lusófona di Lisbona gli ha attribuito il Riconoscimento Damião de Góis. Nel luglio 2018 l’Unione Astronomica Internazionale, su proposta dell’Accademia delle Scienze di Kiev, ha dato all’ultimo asteroide scoperto il nome Corrado Calabrò per avere rigenerato la poesia aprendola, come in sogno, alla scienza.
In cosa credere
C’è qualcosa che resiste nelle interrogazioni di Anna Maria Carpi nell’opera E non si sa a chi chiedere. Così come nelle invocazioni che alzano l’intensità di una scrittura meditativa, pervasa dal senso di impermanenza di tutte le cose e dall’inconsistenza dei riscontri umani. Attraversata dal disagio di fronte alle alienazioni del contemporaneo e alla generale mancanza di umanità. Fino alla difficoltà del chiedere ascolto: «Ma oggi chi sopporta questa piena / da uno solo, da un singolo? / Dov’è più il diritto di dire ascoltami?». Insieme all’amaro riscontro, sia individuale che sociale, per quanto riguarda l’assenza di interlocutori: «Dicono che si scrive per guarire. / Da che dolore? Non c’è più dolore, / solo incertezze / e non si sa a chi chiedere».
Allora a chi si rivolge, nonostante tutto, la poesia? E «perché ci esalta / perché ci dà speranza / questo modo d’esprimerci traslato»? Nell’assenza di fiducia e nella mancanza di ascolto, gli interlocutori privilegiati restano i poeti amati. E, nonostante le disillusioni, rimane ad interloquire proprio la parola poetica con il suo sguardo rivolto agli altri. In questi versi umanissimi, dalla riflessione profonda sul senso della vita, anche quando prevale lo sconforto resiste un’autentica vicinanza. Nell’attenzione ai vinti, ai rifugiati, ai dispersi, condividendone lo stato di erranza e il dolente percepirsi: «we lost in All, noi perduti nel tutto».
E resiste «l’ossessione di scrivere. / Poesia? No, in cima c’è il romanzo: / quella prosa slabbrata ci descrive», scrive l’autrice, riponendo fiducia sulla possibilità della parola di delineare il sentire degli umani. Attraverso una prosa che, lacerata, riesca a tracciarne gli slabbramenti, rispecchiandoli nel proprio sguardo. Mentre la poesia pare necessitare di un confronto diretto con l’alterità, l’Altro-l’altro-gli altri. Con interlocutori imprescindibili, fossero anche lontani, assenti, non contemporanei. Se non ha interlocutori, la poesia come fa, come può? Da qui l’interrogazione: «poesia, sorella pazza / della prosa, / ancora, ancora, che ci stai a fare?». Tutt’altro che un abbandono del campo poetico, però, quello di Anna Maria Carpi. Che, nonostante i dubbi e i disincanti, riesce a trattenere l’incanto della parola. E, insieme, l’umanità del suo sentire. E una scrittura etica che non conosce resa.
Da: GIÀ RISIBILI I NOMI
1
PRIMAVERA NON SAI chi l’ha chiamata
sulla via fuori
dell’ufficio postale. Tra i semafori
esplodono i ciliegi giapponesi
come sessi di bimbe, rosa vivo.
Dai rari lembi d’erba cittadina
guardano in su delle faccine intente
di margherite e bocche di leone
e spilli azzurri – nontiscordardime,
e sulla piazza Sud
davanti alla stazione
è il trionfo dei grappoli maturi
erti potenti degli ippocastani,
una festa regale, pochi i rossi,
i bianchi abbondano, è il bianco delle nozze,
vergini restano solamente i glicini
all’imbocco del parco, nella via parallela,
e tre strade più in là:
esita il lilla pallido, ha paura
di affacciarsi
nell’assoluto di quel verde verde.
Non ti fermi a guardare?
Sì ma per qualche istante,
è così bello
che diventa un tormento.
La natura!
Lo so che io non c’entro.
Io non sono natura.
Da: L’ISOLA
11
IL MARE
qui sotto casa: ascolta,
ha come mani e dita,
sembra scartino e incartino – che cosa?
un messaggio, un regalo?
Di tanto in tanto un tonfo ed un singulto
e sullo scoglio l’onda
schiuma e si spande, poi ritorna indietro.
Che ci voleva dire?
Che è per lei la sponda?
Il senso è al largo, e intanto cala il buio,
e verso terra in fretta con un ultimo
volo prima di notte
anche i gabbiani cercano un rifugio.
Da: I RIFUGIATI
16
SULLA CITTÀ le stelle non ci sono,
qualche puntino in alto, sopra i tetti,
se stacchi gli occhi è subito scomparso,
ma oggi c’è vento, un annuncio di marzo,
e questa sera splendono dovunque,
guarda lassù, c’è Giove, per esempio.
È lo ‘stellato’ che non sa di noi.
“Bello” diciamo, e questa
è la più strana
delle parole umane che ci sia,
nessun altro vivente sa del bello.
Ma non è bello: è vero,
vero e deserto,
we lost in All, noi perduti nel tutto.
E i dispersi
sulle spiagge del mondo
quando viene la notte si domandano:
non era meglio
quando vi scorgevamo la dimora di Dio?
Da: NULLA È COME CREDEVO
44
POESIA: tu lo sai perché si scrive?
È la mano che interrompe la riga,
per impulso ancestrale e va daccapo?
Anche la mano avverte
che il tempo stringe e che non è più il caso
di farla lunga?
Dicono che si scrive per guarire.
Da che dolore? Non c’è più dolore,
solo incertezze
e non si sa a chi chiedere.
47
SUONA SEMPRE PIÙ STRANA la parola
letteratura, in inglese tre sillabe,
gli urli delle platee vanno alla musica
ma non muoiono i nomi –
i casti nomi saggio poesia romanzo
e mai fra noi fu tale
l’ossessione di scrivere.
Poesia? No, in cima c’è il romanzo:
quella prosa slabbrata ci descrive.
Anna Maria Carpi, di famiglia tosco-emiliano-irlandese, vive a Milano. Ha insegnato letteratura tedesca all'Università di Macerata Marche e a Ca'Foscari a Venezia.
E' autrice di saggi, racconti e romanzi (fra cui Vita di Kleist, Mondadori 2005, Rowohlt 2011, e Uomini ultimo atto, 2016) e traduttrice della lirica tedesca (tra cui Nietzsche, Rilke, Benn, Bernhard, Gruenbein), premio Ministero dei beni culturali (2011) e Città di S.Elpidio (2015), premio Carducci (2015).
Nella poesia esordisce con A morte Talleyrand (1993, premio Pisa 1993), cui seguono Compagni corpi(2004, 22005), E tu fra i due chi sei (2007), L'asso nella neve (2011, 2 edizioni), Quando avrò tempo (2013) e L'animato porto (2016). Da Hanser (Monaco 2015) è uscita l'antologia con testo a fronte Entweder bist du unsterblich e da Marcosymarcos, Milano 2016, il complessivo E io che ancora parlo.Sue poesie sono apparse su "Oktjabr' (Mosca,1998), "Akzente"(Monaco 2001 e 2011), e di recente su "Ulisse", "Nuovi argomenti", "Le parole e le cose".
Nel respiro del dire
In edizione bilingue, la selezione del trentennale percorso poetico di Marco Fazzini, Poesie scelte - Selected Poems 1990-2020, è un’opera ricca di rimandi e di dediche a poeti di lingue diverse. Richiami che, insieme alla traduzione, danno ai testi una connotazione di ampio respiro. Un respiro che già appartiene ai versi, dilatati tra il percepibile e il meditativo, il visibile e l’oltre. Nel movimento che, tra inspirazione ed espirazione, attira il campo vicino e, per contrasto, amplia il campo cosmico. Insieme ad un costante e progressivo allontanarsi da sé. Tanto da condurre alla domanda: «Ma chi è che parla adesso?»
Il connubio immagine-oltre, visibile-invisibile è già individuabile nei titoli interni alla prima sezione: sabbia, barche, ombre, muse. E nel contatto, lungo i versi, tra le percezioni sensoriali e lo sguardo riflessivo del pensiero. Ampliandosi nella seconda sezione, che cavalca la tempesta, dove prevalgono le tensioni emotive, la tristezza, il rimpianto, il disincanto: ed è così che le stelle «illuminano / per pochi istanti / l’oscurità del mondo / Suona sempre la notte / come un guscio vuoto». Per dilatarsi infine nella terza sezione, che musica il canto dell’isola, quando la riflessione si espande fino al respiro del cosmo e al rifranto e contrapposto pensiero del nulla. Tra «sistole e diastole / d’una sfera perfetta / che inala ed esala / l’eterno girovagare / di mille galassie» e il molo «dove si confondono / partenze e ritorni, / e dove tutto torna / in discussione, e nulla esiste».
Appare respirare e risuonare di canto, visivo e sonoro, tutta la parola di Marco Fazzini: «Così volevo la poesia: / materia bianca, accarezzata. / Piuma, petalo o carta / al limitare di un’alba». Nello stesso tempo, però, consentendo che la tensione lirica lasci spazio alla sua sospensione. Quando il pensiero crea quel senso di immersione, quasi una lieve apnea, per trattenere la leggerezza verbale nella profondità meditativa e spalancarne poi il respiro alla luce. Sottraendosi in modo fermo all’abbandono puramente lirico, facendolo sgorgare infine inaspettato. E riuscendo così a portare la poesia, senza soluzione di continuità, dall’affondo del pensiero razionale al suo riemergere, fino a guardare il cielo: «Il corpo d’un poema / bilancia a malapena / il carico di vita / all’altro piatto. // Solo l’inganno / dei pesi / pareggia il conto / con le stelle».
Da: 1. 24 POESIE / 24 POEMS
I
SABBIA
Deserto del Namib
Non rimane che l’attesa
a ora tarda di barcane
a mezzaluna sopra i rostri
d’un deserto inaspettato.
Di null’altro che il ricordo
è la vita un acumine di polveri.
III
OMBRE
È sullo specchio
(per Seamus Heaney)
È sullo specchio speleologico
d’un pozzo che m’affaccio, cercando
un segno del passato
che nel presente porti
luce e strada a futuri eventi.
Dal tuffo dentro il tempo strombato
in questa storia d’acque emerge
dunque il reperto favoloso,
onda, amore e sonda d’oltre i sogni,
un’era ormai a riposo.
Da qui lontano un bosco,
un volto, una cornice
amplificano l’oscuro enigma
sepolto dentro la pupilla della sera.
IV
MUSE
Così volevo
Così volevo la poesia:
materia bianca, accarezzata.
Piuma, petalo o carta
al limitare di un’alba.
In silenzio l’occhio nudo
qui vi splende, si pettina di luce,
perché il desiderio
s’infatui d’orizzonti.
Bilancia
Il corpo d’un poema bilancia a malapena il carico di vita all’altro piatto. Solo l’inganno dei pesi pareggia il conto con le stelle. Da: 2. A CAVALLO DELLA TEMPESTA / RIDING THE STORM Suona la notte Suona la notte come un guscio vuoto, come l’immensa conchiglia del mare che a noi di fronte ruggisce forte contro quella spiaggia abbandonata. I cani sono tutti calmi ormai, dormono forse nei cortili scuri. È la notte di San Lorenzo, e di certo le stelle non li svegliano. Come anime in rapido passaggio illuminano per pochi istanti l’oscurità del mondo. Suona sempre la notte Da: 3. CANTO DELL’ISOLA / ISLAND CANTO 6 Tutto questo, forse, non ha una vera consistenza, l’oscuro, come i fumi della mia esistenza – questo m’affanno a drenare, questi grumi di vita dissipati lungo i lustri vivi come lampi d’un faro dentro una memoria dormiente, una memoria da cui non mi separo, in nulla, io scrivente, altro da quella non essendo, da quella e dai suoi mostri. Marco Fazzini è nato nel 1962 ad Ascoli Piceno. Ha pubblicato diversi libri e articoli sulle letterature postcoloniali di lingua inglese, e ha tradotto alcuni tra i maggiori poeti contemporanei di lingua inglese, tra cui: Douglas Livingstone, Norman MacCaig, Philip Larkin, Hugh MacDiarmid, Douglas Dunn, Geoffrey Hill, Charles Tomlinson, Edwin Morgan. La sua storia della letteratura scozzese, Alba Literaria, è uscita nel 2005. Nel 2012 ha pubblicato un lavoro sulla canzone e la poesia per la libertà: Canto un mondo libero. Le sue maggiori interviste con poeti contemporanei di lingua inglese sono riunite nei volumi: Conversations with Scottish Poets (2015) e The Saying of It (2017). Le sue maggiori sillogi di poesia sono: Nel vortice (1999); XX poesie (2007); Driftings and Wrecks (2010); 24 Selected Poems (2014); Riding the Storm: Ten New Poems (2016); Canto dell’isola (2020). Insegna Inglese e letterature postcoloniali presso l’Università di Ca’ Foscari (Venezia), ed è l’ideatore e il direttore artistico del festival di poesia “Poetry Vicenza”. Risiede a Vicenza.
Andare per voce, parola, poesia
Una trilogia, Andare per salti, dell’esistere. In cui Annamaria Ferramosca dispiega, nelle tre sezioni, un muoversi per salti, tumulti, spazi inaccessibili. Quasi in analogia ai moti della fisicità, del sentire e del pensare. Dallo spazio quotidiano allo spazio cosmico, dal visibile al metafisico. Tre modi per percorrere consapevolmente la vita. Per salti: nei balzi repentini tra i contrasti del quotidiano, «dalla giunglamercato» alle pagine «insperate di bellezza». Per tumulti: nel moto emotivo rapinoso, preso dal vortice di una «danzaturbine», come «osmosi in terra / inarrestabile destinoamore». Per spazi inaccessibili: nello slancio del pensiero in tensione verso l’oltre, tra «un foglio bianco di vertigine» e una «inattesa voragine luce divorata».
Una trilogia, anche, della visione. Di sé, della natura, del cosmo. Muovendo lo sguardo verso l’inatteso. Per schiudersi a dimensioni inconsuete, aprirsi a singolari rinascite. Quando l’agire contemporaneo porta in tutt’altre direzioni, come quello dell’attuale «homo insipiens / con l’ultimo ideogramma coltello-sulla-gola». E quando tutti noi «semiviviamo sotto cieli sbarrati». Così la visione personale si intreccia a quella sociale, la dimensione quotidiana a quella cosmica. E il pensiero, teso a risorgere, danza tra mito e scienza. Allora il movimento propulsivo e danzante richiede che non si interrompa il flusso con segni di interpunzione. E che la necessità di rinascere si esprima nella creazione di inedite forme del linguaggio. Nel fare fiorire nuovi sintagmi, per abbraccio di termini. E nel rovesciare i modi scontati della comunicazione ordinaria. Da «bla bla bla» in «alba alba alba».
Una trilogia perciò, anche e soprattutto, del dire. Creando subbuglio, «la poesia / può rinascere». In questo mostrando Annamaria Ferramosca una grande fiducia nelle parole poetiche che «non vanno per salti loro ma / per larghissimi voli». Si potrebbe allora azzardare che a muoversi per salti sia la voce umana, per «come s’affanna soccorre risponde chiama». A sussultare per tumulti, invece, l’insieme di «parole paradossali», inquiete e danzanti. E a prendere il volo per spazi inaccessibili, infine, la poesia, che osa andare verso l’oltre sconfinato così come nel misterioso «chiamarsi tra loro - pianissimo - delle cose».
https://www.youtube.com/watch?v=pmH8ZzY_7aQ La voce di Annamaria
Da: I SEZIONE – per salti
ora che mostro viso e braccia aperte
s’accendono i corpi le voci
più libero il pianto più intense le carezze
apro armadi nel petto e
vado per salti
dimentico zaino zavorra
virgole punti de-finizioni
tanto so che l’altrove
mi tiene d’occhio e
dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta
cosa devo farci io con questo spudorato pianeta
cosa devo farci con il terribile che infuria
con le solite frasi il solito sgomento
con quella spes ultima illusione
cosa devo farci pure con la poesia
tanto so che la nave
sta trascinando al largo
nel muto acquario dove ci ritroviamo
come all’origine nudi
finalmente originali miseramente
splendidi nel nulla
Da: II SEZIONE – per tumulti
sembra che cadano dall’alto le parole
della poesia - mi dici -
come da un tremito di stelle
sembra un bruciare di schegge fossili
lampi d’altra memoria che migra
hanno esili braccia come leve di luce
a sollevare la grave pietra umana
non vanno per salti loro ma
per larghissimi voli
sulla nostra laguna sconsolata
a intercettare il centro innocente
la forma fetale del cuore
è vero è un pulviscolo di parole
che invade l’universo lo informa lo plasma
se ti metti in ascolto puoi avvertire
le onde d’urto come nel bosco
il colpo secco dalla corteccia
il tuffo della rana di Basho
un chiamarsi tra loro - pianissimo - delle cose
e quella nostra stramba contentezza
nell’ascoltare
bla bla blaè urgente
capovolgere i suoni
alba alba alba capite?
se si sovvertono se le stanze
si mettono in subbuglio
dietro la porta può affacciarsi
la sempre sfuggente la poesia
può rinascere
incurante del rumore intorno del brusio
crescere con la sua fame adolescenziale
di cose vere sia pure materia rarefatta
di parole vive dai corpi
lungo tutti i meridiani pure
da territori dubbi come atlantide
o aldebaran o l’isola di ogigia
insomma – accidenti- da spazi
inaccessibili
provare solo deliri di sfioramento
farsene una ragione
Da: III SEZIONE – per spazi inaccessibili
nella luce che declina
fatemi luce non vedo più il percorso
brancolo sul mio profilo non mi riconosco
non ti riconosco
respiro cenere piove dal cielo
dove l’umano è in fumo
piove dal suo fumo
cenere di boschi e d’anime
piove tenace l’errore
arrivi a me dal mare
senza giustizia né perdono
confinato nel campo dove
tuo figlio non riesce a giocare
ha negli occhi domande raggrumate
padre perché questa rete
padre voglio tornare non m’importa morire
per fame o guerra o per indifferenza
homo insipiens
con l’ultimo ideogramma coltello-sulla-gola
t’immoli perfino
per un cielo del nulla
dilegua con te il nostro cammino millenario
si spalanca l’abisso
nella luce che declina
Annamaria Ferramosca, salentina di origine, vive a Roma, dove, in contemporanea con la scrittura poetica, ha lavorato come biologa nella ricerca e nell’insegnamento. Ha contemporaneamente ricoperto per alcuni anni l’incarico di Cultrice di Letteratura Italiana presso l’Università Roma3. Fa parte della redazione del portale poesia2punto0.com, dove dal 2010 cura la rubrica Poesia Condivisa, di cui è ideatrice.
É voce inclusa nell’Archivio delle Voci dei Poeti, Multimedia, Firenze.
É Voice Ambassador per Italia e Puglia della PoetrySound Library, mappa virtuale mondiale delle voci poetiche.
Ha curato la versione poetica italiana di testi del poeta romeno Gheorghe Vidican nel libro 3D – Gheorghe Vidican - Poesie 2003-2013, CFR, 2015, ricevendo il Diploma di Eccellenza dal Ministero della Cultura di Romania.
Ha pubblicato in poesia:
Andare per salti, Edizioni Arcipelago Itaca, Osimo-Ancona 2017, Premio Arcipelago Itaca 2016, introduzione di Caterina Davinio (nella rosa del Premio Elio Pagliarani, finalista ai Premi: Guido Gozzano, Premio Internazionale Europa in Versi, Premio Civetta di Minerva)
Trittici-Il segno e la parola, Edizioni DotcomPress, Milano 2016
Ciclica, La Vita Felice, Milano 2014, collana Le voci Italiane, introduzione di Manuel Cohen (finalista al Premio Alessandro Tassoni, e al Premio InediTo Colline di Torino)
Other Signs, Other Circles –Selected Poems 1990-2009, Chelsea Editions, New York 2009, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, introduzione e traduzione di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, (Premio Città di Cattolica; secondo al Premio Città di Sassari)
Curve di livello, Marsilio, Venezia 2006, collana Elleffe, a cura di Cesare Ruffato ( Premio Astrolabio, Castrovillari-Pollino, nella rosa del Camaiore, finalista ai Premi: Lerici Pea, Pascoli e Lorenzo Montano)
Paso Doble, Empiria, Spinea-Venezia 2006, raccolta di dual poems in italiano/inglese, coautrice Anamaría Crowe Serrano, traduzione di Riccardo Duranti
La Poesia Anima Mundi, con la silloge Canti della prossimità, serie Quaderni Poiein, monografia a cura di Gianmario Lucini, puntoacapo, Novi Ligure 2011
Porte/Doors, bilingue, Edizioni del Leone 2002, prefazione di Paolo Ruffilli, traduzione di A. C. Serrano e Riccardo Duranti (Premio Internazionale Fiurlini-Den Haag )
Il versante vero, Fermenti, Roma1999, introduzione di Plinio Perilli (Premio Opera Prima Aldo Contini Bonacossi).
Ha al suo attivo collaborazioni e contributi creativi e critici su riviste italiane (Poesia, La Clessidra, Argo, Punto, La Mosca di Milano, Le voci della Luna) e straniere (Gradiva, Italian Poetry Revue, Fire, Salzburg Revue, Poezia-Romania, Poiein-Grecia) e su siti e lit-blog (La dimora el tempo sospeso, Atelier, ArcipelagoItaca, L’EstroVerso, Blancdetanuque, Perigeion, Carteggi Letterari, Il Versante Ripido, portale di poesia poesia2punto0.com (con il Quaderno di Poesia n.67 ), Poetry-wave-Senecio, LaRecherche, Carte allineate, Fili d’aquilone, Carte sensibili, CarteAllineate, Viadellebelledonne, La Poesia e lo Spirito).
È presente nel portale di poesia Italian Poetry.org
Suoi testi sono inclusi nei volumi collettanei: Quando Il Poeta è Donna, Blu di Prussia Ed.ce,.2002; Pugliamondo, 2010 e La Versione di Giuseppe, entrambi per Ed.ni Accademia Terra d’Otranto-Neobar, 2011; POETI E POETICHE(1), con note critiche di Gianmario Lucini, Edizioni CFR, 2012; Cuore di preda, CFR, 2012; Cronache da Rapa Nui, CFR, 2013; Perché i poeti, L’Erudita, 2003; Un sandalo per Rut, Ed.ni Accademia Terra d’Otranto, 2014; Keffieh, CFR, 2014; Fil Rouge, CFR, 2015; Pane e Poesia, La Vita Felice, 2015; IL CORPO, L’EROS, Ladolfi Editore, 2018; Lido, Poezie italiana contemporana, Ed.Eikon, Bucarest, 2018.
È presente nelle antologie: L’altro Novecento; Appunti critici; Poeti italiani verso il nuovo millennio; Inverse; Tradizione e ricerca nella Poesia Contemporanea; Blanc de ta nuque – Uno sguardo dalla rete sulla Poesia Italiana Contemporanea I^ vol.(2006-2011) e II vol.(2011-2016); Evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1999-2012); IL FIORE DELLA POESIA ITALIANA, TOMO II- I CONTEMPORANEI,II ED.NE AGGIORNATA, puntoacapo, 2016; Annotando, a cura di Marco Ercolani, Biblioteca di Rebstein, 2017.
Per la poesia inedita ha ricevuto il Premio Guido Gozzano e il Renato Giorgi e nel 2017 il Premio Internazionale Naji Naamann Literary Prize, divenendo membro onorario della Maison Naamann pour la Culture in Libano. Suoi testi sono stati tradotti oltre che in inglese, in romeno, greco, francese, tedesco, spagnolo, arabo.
Hanno scritto sulla sua poesia: Sebastiano Aglieco, Franca Alaimo, Marzia Alunni, Giovanna Amato, Donatella Bisutti, Luca Benassi, Augusto Benemeglio, Roberto Bertoni, Cristina Bove, M. Grazia Calandrone, Grazia Calanna, Luigi Cannillo, Marcello Carlino, M. Teresa Ciammaruconi, Floriana Coppola, Manuel Cohen, Anamaria Crowe Serrano, Anna Maria Curci, Caterina Davinio, Mariella De Santis, Antonio Devicienti, M.Grazia Di Biagio, Donato Di Poce, Donato Di Stasi, Antonella Doria, Marco Ercolani, Narda Fattori, Ivan Fedeli, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Francesco Filia, Silvana Folliero, Marco Furia, Giorgio Galli, Elio Grasso, Sandro Gros-Pietro, Stefano Guglielmin, Letizia Lanza, Maria Grazia Lenisa, Maria Lenti, Elisabetta Liguori, Giorgio Linguaglossa, Gianmario Lucini, Eugenio Lucrezi, Eliza Macadan, Dante Maffia, Loredana Magazzeni, Luigi Manzi, Sandro Montalto, Ivano Mugnaini, Gabriella Musetti,, Rita Pacilio, Alessandra Paganardi, Helene Paraskevà, Gregory Pell, Plinio Perilli, Gilda Policastro, Daniela Raimondi, Alfredo Rienzi, Merys Rizzo, Anna Maria Robustelli, Paolo Ruffilli, Marisa Papa Ruggiero, Rosa Salvia, Daniele Santoro, Fabio Simonelli,, Donato Valli, Juliet Wilson.
Ulteriori notizie, testi e materiale critico sono nel sito personale www.annamariaferramosca.it
Una nuova nascita
In Eccomi - Il sacrificio di Isacco la poesia si fa audace. Nell’affrontare il testo biblico, Oronzo Liuzzi si misura con il sacro. Attraverso la rivisitazione della prova di Abramo, riscritta dal punto di vista di Isacco. Mettendone in evidenza il percorso dalle tenebre alla rinascita, dalla morte alla vita, dal dolore alla meraviglia. In un confronto tra le oscurità di Abramo, «l’uomo dalle molte tenebre e poca luce», «che smuove il fango dai fondali per trovare la fede» e la limpidezza di Isacco, la cui anima «fragile a volte giocosa sorrideva / indossava la luce del mondo» e, in questo modo, «in cerca dell’eternità originava il futuro». Quasi in Isacco si ritrovassero tutti i figli della terra a subire la perdita di idealità dei padri e a tentare responsabilmente di conquistare il proprio avvenire.
I passaggi, già profondamente analizzati a livello filosofico da S.Kierkegaard in Timore e tremore, sono molteplici: l’estraneità, il mistero, il sacrificio, la morte, la verità, la necessità, la libertà, la rinascita. Isacco non si sottrae alle prove che impongono. In un cammino, concreto e interiore, in cui sono rovesciati i rapporti tra la vita e la morte, il bene e il male. Tutta la raccolta è pervasa, attraverso la voce di Isacco, dalla sete di verità: «era il vivere che si muoveva incontro al mondo in cerca della verità / rincorreva l’indescrivibile il volto dell’ignoto la tensione». E per farlo, attraversa, con il suo protagonista, tutti i territori dell’estraneità e del mistero. Degli incubi e dei sogni. Della sofferenza e della speranza. Quasi a rendere possibile che la vita, pur nelle costrizioni imposte dal tempo e dal destino, possa commuoversi per la condizione umana e sostenere il valico della «soglia tenebrosa della morte per un mondo nuovo / come un amico fedele per mano ci conduce nella rinascita».
Anche la parola, pare dirci Oronzo Liuzzi, deve necessariamente passare da questa prova, da questo sacrificio, da questo stretto contatto con il mistero. Trascendere la convenzione del bene e del male, del «sapere non sapere». Varcare l’ignoto, il dubbio, la fragilità umana. Con un percorso simile a quello di Isacco: abbracciare il visibile e l’invisibile, andare oltre i limiti della conoscenza, percorrere territori estranei, rigenerarsi di bellezza, accogliere la meraviglia, affrontare il terrore e la sofferenza, farsi attraversare dalle tenebre e dalla luce. Verso una possibile rinascita. Con la tensione dell’attesa e, insieme, con una forte e «insaziabile sete di verità».
Da: Il risveglio
alzati figlio mio
era la voce ingarbugliata e suadente di mio padre Abramo
il timorato di Dio il vagabondo l’uomo dalle molte tenebre e poca luce
l’uomo che ha creduto in Dio e si è fidato del suo Dio l’uomo
che ha stretto con Dio l’alleanza della circoncisione
l’uomo che smuove il fango dai fondali per trovare la fede
la perla delle promesse spirituali
contemplava il mio il corpo nella veglia del sonno mio padre
il mio corpo mite sensibile innocente vivo
che ama gli animali e la luce della vita
festoso quel corpo contempla i villaggi dignitosi dei pastori
sogna con gli occhi di un bambino la meraviglia
accoglie con cuore aperto il cielo la luna la terra i segni del Signore
alzati figlio mio
***
l’aria fredda la faccia in silenzio lento il battito del cuore il dormire un sonno pesante riempito da sogni sanguinari dagli odori familiari dopo una notte selciata dall’incertezza sofferta e occultata da un evento segreto sogni ingombranti attraversavo una piccola porta entravo e uscivo dalla porta dei vivi dalla porta dei morti il nulla il vuoto l’amore trionfava il vivere la paura forze del bene e del male condizionavano la mia libertà di vivere percepivo nel sonno la mitezza della meraviglia
Da: Il viaggio
la nostra vita dominata dal tempo avvolta dalle forze cieche del destino
ascolta le ferite della umana condizione
ci domina
ci custodisce
svela all’uomo i segreti e gli incastri dell’amore
il creato
inesorabilmente cadiamo nel vuoto con il cuore arrugginito
inesorabilmente ricominciamo la salita con grazia
si lascia commuovere la vita
partecipa alle sofferenze
condivide abbandoni perduti dolori abbracci sorrisi gioie
le lacrime
valica la soglia tenebrosa della morte per un mondo nuovo
come un amico fedele per mano ci conduce nella rinascita
***
illuminato dai raggi del sole il padre mio era intento a spaccare legna per
l’olocausto
osservavo con meraviglia quell’anziano uomo dallo sguardo turbato
una voce interiore forse lo tormentava
non lo capivo
ombre dolore fragilità angoscia dimoravano in colui che mi aveva dato la vita
emergevano movimenti nervosi stanchi confusi imprigionati
il suo corpo teneva insieme tante forze che lo dividevano
timore
tremore
partoriva la sua anima
Da: Il sacrificio
la meta ci aspettava paziente
portavamo nel grembo dell’anima la forza dell’amore
solo il peso della legna dell’olocausto affaticava il mio corpo inerte
questa è la terra dell’alleanza pensavo
il nostro desiderio di infinito
tutto era inondato di fede
una forza superiore ci abbracciava
eravamo entrati nello spazio e nel tempo del sogno
nel mistero del vivere la vita
strisce di cielo azzurro incantavano i miei occhi
marciavo a fianco del padre mio ormai stanco
sangue innamorato mi scorreva silenzioso nelle vene
nutriva la purezza dell’amore per farmi rinascere nuovo
***
di sapere non sapere
il pensiero agonizzava il sono io il non sono io
il tormento
la paura
il fitto respiro che mi mordeva
l’aria velenosa che bolliva nello stomaco
ero un deposito di dolori
quelle terribili parole affogavano nella mia testa
vieni figlio mio
Isacco
sei tu l’agnello da immolare
conficcavo le unghie nella carne
ero ancora vivo
***
un ardente fuoco d’amore vibrava nel profondo del cuore
trafitto di luce divina
commosso
mi lasciavo filtrare da quel potere fuoco d’amore
mi ricuciva la pena il dolore la sofferenza l’umana fragilità
l’indomabile tormento del mio corpo pietrificato
sedotto dall’altissima gloria e dall’onore di ogni benedizione di Dio
abbracciavo in pace l’intenso amore per la vita
sottratto all’arida cenere della morte
trasformato e rigenerato
mi restituivo al tempo dell’attesa con dolcezza
con delicatezza al mondo intero
con una insaziabile sete di verità
Oronzo Liuzzi (1949), laureato in Filosofia Estetica, vive e lavora a Corato (Ba). Artista poliedrico, utilizza tecniche espressive diverse. Ha pubblicato una ventina di libri tra poesia e narrativa.
Tra gli ultimi volumi editi ricordiamo Plexi(Campanotto 1997), Via dei barbari (L’Arca Felice 2009), In odissea visione (Puntoacapo 2012).
L’ortica barocca
In un flusso magmatico che pare esondare dalla pagina, proprio di un’oralità senza fine, Carmine Lubrano dissemina le sue nuove Letanie salentine e un Poema Manifesto. Un flusso che accoglie tutto e che va contro tutto, assetato di vita e di esperienze e insieme antagonista e trasgressivo. Nella forma della litania, non nel significato religioso di invocazione liturgica, piuttosto in quello linguistico della parlata per antifrasi e contro-espressioni, dal tono percussivo e irriverente. In una partitura labirintica e pulsante, erotica e alchemica, sonora e vitale. Con passaggi continui dalla caoticità della materia e dall’eccitazione dei sensi alla riflessione sulla lingua e sulla poesia.
Dalla musica di strada, nel ritmo frenetico della pizzica o della taranta, al canto denso e rude «dove ogni parola prima dell’amore / è nuvole è ustioni». Dalla lingua popolare alle citazioni colte dei poeti dell’avanguardia e della poetessa salentina Claudia Ruggeri. Dalla percussività ossessiva del mondo, «Averno pro fondo» colmo di contraddizioni e di disperazioni, alla «melodia che s’esilia e si noda». Da «una rima accidiosa che osa tra sangue ed / orine il rosso heros politico subsulto il jazz lapillum di / un volcano mai spento» alla ricerca di «acqua dolce / per arginare la sete la posia sorgiva / la poesia sotterranea che percorre sentieri profondi».
Nell’amalgama di parlata popolare salentina e ricerca linguistica, di dialetto e neologismi, con frequenti allitterazioni, il verso ha il tocco che infiamma e la musicalità che trascina. E se l’autore ritiene che, considerato il contesto culturale odierno, sia il momento di dire «basta con la poesia», nel contempo evidenzia come, per contro e per necessità, sia anche l’ora di una «nuova poesia antagonista», una «novissima sillaba clandestina». Attuando la sperimentazione di un nuovo modo di dire, insieme barocco e innovativo, melodico e urticante. Poiché così si presenta l’autore: «il puteolano Carmine Lubrano: ricerca sempre quella rima antica / punge a suo modo più dell’ortica».
Da: nuove Letanie salentine
sarà a pagina cinque che riprenderò
il viaggio talentino da oriente a occidente
verso l’inferno e dopo il frontespizio
il giuoco dell’oca con rebus annesso
laborinthus interruptus tra litania trimalchionis
e novissima sillaba clandestina
[…]
e sono qui a Roca
i giovani ancora mi chiedono
e mi chiedo
tra lente lente deliranti et urgenti
nude ‘nchiavate letanie
mi chiedo dov’è l’acqua dolce
per arginare la sete la posia sorgiva
la poesia sotterranea che percorre sentieri profondi
canali navigabili per parole che hanno voglia di andare
lontano saltare i fossi esplorare anfratti e caverne nascoste
sarà questo segnino insieme di inchiostri
e cadaveri squisitamente composto
con l’ultimo verso a ritroso
dalla novantaquattro alla settantasette
in un coito con tamburello e chitarra battente
e per allegri lestofanti per amici e parenti
per oracoli ciechi per bizzoche e cornuti
per razziati e fottuti
il seme ed il canto nel tempo andato
tra pietre incustodite dove ogni parola prima dell’amore
è nuvole è ustioni
sarà un diario di bordo scritto sui bordi di carte lacerate
un flusso sapiente i linfa tra orto e genitali
distratto da un giuoco impervio indecente
che inseguo spassiunatamente
e col desiderio di una sola parola sola
nella ragnatela indolente fatta di stagioni
e lunghi capelli lacrime antiche dimentiche
sarà l’incanto caduto nel fango a divenire ingrediente
per un sonetto impassibilmente imposibile
per raccogliere tutto il sangue del mondo
e tra squilli di rosso fuggente
struggente bestemmia jattura con l’inganno
per la nuda e cruda crocifissione di tutti i santi molesti
che oscenamente avevano già dato la voce a briciole esplose
nel sudiciume
ora questa malcelata canzone
attratta dal calvario s’impiglia nell’esodo d’urne
nel coro dell’alterco dei vicoli al porto
strascina malumore di sera e matina
arina la giografia delle ombre l’immerso
odoroso ridisceso alla piazza
dopo la tempesta tradotta sol fetore di pisciazza
col catrame tra fette d’anguria e le ricette tutte
sedotte e abbandonate e fino a pagina quarantasette
poi ci saranno venture cesure e cesoie per finire in bellezza
le congerie della scrittura e per sporcare carezze
con mucose melodie tirate fuori dal pozzo
[…]
Da: per un Poema Manifesto
***
vedrai vedrai la melodia che s’esilia e si noda
s’allenta s’ammorza alla randagia dimora
vedrai il rantolo all’emporio eloquente
la vendemmia che non arrugginisce la carezza
vedrai la maraviglia depilata sul bordo della pietra
e sarà mai sazia opulenta parolA fabula dal ritmo ossessivo
a dirti la fine nell’esilio dal canto
vedrai il pallore imbalsamato da efelidi
e l’euforia di una ruga nei salotti dei cavadenti
vedrai l’eczema vedrai la lusinga e lo scempio del morbo
vedrai l’affanno l’indolenza il pa bagnato e la zavorra
e vedrai la demenza il demerito la de mo cra zia
***
[…]
e che dunque in questo senso almeno
la smorfia dell’arte ed il ritorno del pazzerello in piazza
tra pozzi di zolfo e latrine tra pupazzi e poetastri
puzzolenti di lirico piscio e che dunque
in questo senso almeno bel venga la macchia sul foglio
che uccide a ritroso l’imbroglio
l’inchiostro nei guizzi che insegue il verso
che danza avanza cerca lo spazio vuoto
il peccato bianco sulla pagina stanca
non si sazia nel segno non si perde nella carezza
con l’accento che graffia di lusso
vocale ch’allecca la nota stonata
col salto nel fosso nel rebus obeso d’oblio
ora ovulo ombroso d’una scorza cachera
e col fiato vileno fetori d’altre stagioni
fioritura d’una ferita col prurito d’ortica
tra orrido e schifo s’imbriglia nel collo
s’agghiaccia al taglio lento tremante
si posa sossopra al carnoso silenzio
dove riposa e che muta nel morbo trusco
nel fango guasto del giorno festo
in questa puzza grotta col pane tosto
nel sanguinato brodo e tra fetude lenzola
ora che la lingua deve inventarsi roghi di ostie in eccesso
[…]
Carmine Lubrano, nato a Pozzuoli in via Dante Alighieri vive e lavora al Parco Virgilio a Cuma tra l'Antro della Sibilla e l'Averno.
Poeta, operatore culturale, ha fondato l'Archivio della poiesis contemporanea "Poetry Market", ha fondato e dirige il Lab-Oratorio Poietico per le Arti, la rivista e le edizioni "TERRA del FUOCO", ha tenuto e tiene workshop e laboratori di decodificazione dei linguaggi contemporanei in numerose scuole,centri culturali,musei; è curatore di mostre, direttore artistico di eventi, manifestazioni e festival, in particolare nei Siti archeologici; ha pubblicato diversi libri di poesia con prestigiose sigle editoriali(Tam Tam,Altri Termini,Scheiwiller,Rai Trade...); dedicata al suo lavoro la Tesi di Laurea dal titolo: "poeti antagonisti e funzione-dialetto nel conflitto culturale del '900 a Napoli”, alla Sapienza di Roma; altre tesi attraversano il suo lavoro nell'ambito della poesia antagonista e della "Terza Ondata" delle Avanguardie, presso: Federico II di Napoli, la Sapienza di Roma, Accademia delle Arti di Napoli, DAMS di Bologna, Istituto Superiore del Design di Milano…; ha curato antologie didattiche,tra le altre: "POeSIA (giocare con le parole,poesia visiva,scrittura visuale…),"PHOTOgrafia (fotografia creativa e off camera), "il di-SEGNO Poietico" (contaminazioni e mode…), "la Città dell'Immagine" (parola e segno); ha partecipato come artista con reading e concerti di POESIA e MUSICA a Festival e manifestazioni da "Poliphonix" al Centro Pompidou e alla Maicon des Ecrivains di Parigi, a Poiesis Sinphone di Milano, dal Salone del libro di Francoforte alla "Scuola di Lettura in Biblioteca2000-Ministero per i Beni Culturali", al Festival dei Popoli Mediterranei, al Festival Ferre'; è presente nell'Archivio della Canzone Napoletana della RAI di Napoli e nell'Archivio "la memoire et la mer" di Parigi, per aver "tradotto" ed interpretato in Lingua Napoletana alcuni testi di Leo Ferre'; ha curato l'antologia "POETI contro BERLUSCONI",1994.
Nel gennaio 2019 : premio Trivio 2018 (alla carriera per la poesia)
Tra le sue opere ultime:
- "Scovera Jorda Pilosa",Scheiwiller,Milano,1997
- "Sulphitarie"(con Edoardo Sanguineti),Napoli,1999
- "PoemAverno"(libro+CD con le musiche di Rino Zurzolo),Napoli,2000
- "Lengua Amor Osa",D'Ambrosio ed. Milano,2003(premio di poesia Feronia 2004)
- "Stroppole d'Ammore" ( libro + CD ),RAI Trade-Suoni del Sud,2006
- "Serenata Napulitana al cabaret Voltaire", ed. la Ricotta,Canneto Pavese(PV)
-“Era de maggio - in viaggio tra ‘68 e dintorni” , JazzPoetry, 2008-2018
-“Letania salentina e altre Letanie”, Lab-Oratorio Poietico, Napoli,2018
-“riscritture antagoniste”, Eureka edizioni, 2018
-“nuove Letanie salentine e un PoemaManifesto “, Napoli, 2019
Finito di stampare nell’aprile 2020: “Le ragioni dell’avanguardia: la poesia di Carmine Lubrano” (scritti di: Allegrezza, Cudazzo, Bettini, Muzzioli, Aprile, Moscarelli, Pieri, Gennari, Sanguineti… con ipertesti di Carmine Lubrano da “vado via dalla poesia” )
Maggio 2020: in uscita “sono le undici e quaranta di questo santo venerdì santo - poesia in quarantena”.
L’arcobaleno del dolore
Arduo aggiungere parole ai versi dell’opera Le voci dei bambini, nella quale Margherita Rimi affida alla poesia lo strazio dei minori, fatti oggetto di violenze, abusi e sfruttamenti. L’autrice dà voce direttamente a loro, lascia che prendano la parola i «sassi nella testa», la «pietra qui nella gola», i «fantasmi negli occhi», le «paure nelle orecchie». Non trovando il dolore, quando viene raccontato dai bambini in prima persona, passaggi che possano affievolire la paura, il disagio, la rabbia, la solitudine. Nello stesso tempo, però, riuscendo a recuperare un po’ di quiete attraverso il mondo magico dell’infanzia, con la compagnia di una bambola o di una conchiglia. Diventando invece, quando viene espresso dalla voce narrante in terza persona, durissima cronaca dell’inaudito. Pur sempre, anche in questo caso, lasciando intravedere una speranza, una possibilità di parola, un barlume nel buio.
C’è infatti, in tutta questa sofferenza, una luce che tenta di farsi strada nella tempesta del vivere. Ed è il chiarore di un arcobaleno che si affaccia più volte nei testi. Ci sono i colori con cui è articolata la raccolta: il bianco dell’abuso, il nero della guerra, il blu del lavoro minorile, il rosso del matrimonio dei minori, il verde della violenza domestica. Che, insieme, trattengono e cullano gesti e stati d’animo drammatici: la paura e il senso di colpa, le grida di aiuto e il pianto, l’inutile ribellione e la disistima. E c’è, all’improvviso, «un arcobaleno // vicinovicino, troppo vicino // non si può andare // non sappiamo // dove atterra». Così come, nel grigio che domina, c’è «un bambino che ha visto l’arcobaleno di tanti colori».
La speranza è affidata però soprattutto alla parola. Al dire poetico, etico e civile di Margherita Rimi, che riesce ad esprimere l’indicibile della realtà più cruda. Togliendo maschere e coperture, anche linguistiche. Facendosi voce di chi subisce e che finalmente riesce a trovare la forza di dire, quando a lungo tutte le parole sono state trattenute, come nel disegno della bambola «dentro la sua pancia». Ed è la parola sola che può salvare. Una parola che dia un nome alla sofferenza. Che aiuti i bambini a dire. Come scrive l’autrice, a cui lasciamo voce: «se trovi la paura non trovi la parola // Una paura per dirla tutta deve avere un nome // Proviamo a chi gli mette il nome // Se c’è un nome / io posso già chiamare // Se c’è un nome // Insieme // Possiamo. Raccontare».
Da: BIANCO
La bambina non si spogliava più
vestiva le bambole
prima di addormentarsi
***
Ho preso i fantasmi negli occhi
le paure nelle orecchie
le mosche che ronzano nei miei capelli
I grandi è da troppo lontano che parlano
che non rispondono
Siamo arrivati qui:
se trovi la paura non trovi la parola
Una paura per dirla tutta deve avere un nome
Proviamo a chi gli mette il nome
Se c’è un nome
io posso già chiamare
Se c’è un nome
Insieme
Possiamo. Raccontare
Da: NERO
Non ci fanno uscire di casa. Le strade sono piene di bombe
Non possiamo giocare.
Se non scappo da qui posso morire. Ma dove vado
Trovateci. Venite a salvarci
Li ho sentiti piangere per tutta la notte
Sotto le macerie la mattina erano tutti morti
Come finisce la storia. Così: fine della storia
Da: BLU
Io sono Yasir il più grande dei miei fratelli
Ho 12 anni
Con questa macchina cucio i vestiti
Qui c’è tanto rumore che non si può parlare
non sento più nulla. Lavoro e basta
Quando finisce la guerra
voglio studiare
voglio fare il dottore
Da: ROSSO
Mi hanno venduta
Mio padre aveva bisogno di soldi
Sono venuti due uomini a prendermi
hanno chiesto il mio nome
Io non mi voglio sposare
voglio diventare una maestra
insegnare ai bambini
Da: VERDE
Ci sono tanti vermi
che mangiano i colori
Ci sono tante onde
altealte
così alte che rompono il cielo
E se il cielo si rompe
non c’è più il sole
e la notte
…
Come finisce?
Finisce che non lo so più come si spiega
Margherita Rimi è nata a Prizzi (Pa) nel dicembre del 1957. Laureata in Medicina presso l'Università di Palermo, svolge l'attività di neuropsichiatra infantile. Ha pubblicato una prima raccolta di versi dal titolo Traccia d'interiorità, Cultura Duemila, Ragusa 1990. Alcune sue poesie sono state inserite in AA.VV., Petali di sole, Mazzotta, Castelvetrano 1999 mentre la silloge Righe mancanti è inserita in AA.VV., Il volto dell'altro. Itinerari tra alterità e scrittura, Kepos, Castelvetrano-Palermo, 2001.
La nuova serie "C'è questa donna che parla, parla tanto" nasce come evoluzione dei lavori risalenti al 2020 “D'ailleurs c'est la fête” e pone al centro della narrazione l’elemento femminile.
Vengono qui ospitati sei piccoli collage realizzati su carta bristol dove il bianco della pagina, il nero dell’acrilico e il rosso dello smalto creano una struttura che si fa elemento portante per volti e parole sempre al limite della reticenza.
Pur presentandosi le due serie in rapporto tra loro, al minimalismo e all’essenzialità dei lavori del 2020 - dove non c’era spazio per l’elemento figurativo e pochissimo spazio era riservato alla parola -; si contrappone la complessità dei nuovi che hanno deciso di aprirsi alla caoticità del mondo guardando le cose per come sono o per come accadono con il coraggio che è proprio della realtà delle cose. Alcuni dei versi usati in funzione didascalica (Ciò che non vedo/ vedo meglio; Lasciatemi l’estasi – vita – da vulcano; Portatemi via tutto) sono della poetessa Emily Dickinson nella traduzione italiana di Silvia Bre.
Francesca Marica, poeta e artista visiva, è nata a Torino e vive a Milano.
Tra gli ultimi suoi lavori in versi: Concordanze e approssimazioni (2019), Ti scrivo da dove sono (2022). È presente nell’antologia Babel, Stati di alterazione a cura di Enzo Campi (2022) e nell’opera collettiva Passaggi, a cura di David Watkins e Luca Chiurchiù (in corso di pubblicazione).