Silvano Martini scriveva che "la letteratura, in particolare la poesia, allarga lo spazio della vita". Con la proposta di altri autori finalisti al “Montano 2012”, nell’emozione dell’inedito come nel numero scorso, questo nuovo “Carte nel vento” prova ad allargare gli abituali confini dei generi, spaziando tra poesia e prosa poetica, tra saggio e prosa. Tutti gli interventi sono commentati dai redattori di “Anterem”, esattamente come accaduto dal vivo in occasione del Convegno Anterem di novembre 2012.
Ricordando che l’edizione 2013 del Premio Lorenzo Montano è in corso fino al 15 aprile 2013, auguriamo a tutti gli appassionati buona lettura.
In copertina, Kiki Franceschi, Le scrittrici
Scarica il bando del Premio che scade il 15 aprile 2013
Tutto è terra
1
Tutto è terra, semina profonda,
acqua – umore che feconda.
Tutto è aria, tempo che confonde,
fuoco – la morte lo diffonde.
Tutto è terra, brulichio battente,
acqua – sogno del demente.
Tutto è aria, luce che converte,
fuoco – la vita lo diverte.
2
Tutto è terra, anima perdente,
acqua – enigma renitente.
Tutto è aria, mistico quarzo,
fuoco – febbrile a marzo.
Tutto è terra, sforzo salutare,
acqua – arcigno navigare.
Tutto è aria, stormo variegato,
fuoco – un unico peccato.
3
Tutto è terra, effimero vincente,
acqua – nascosto continente.
Tutto è aria, testamento segreto,
fuoco – a ciò egli pone il veto.
Tutto è terra, l'ora che fa male,
acqua – tana primordiale.
Tutto è aria, fiore che rinviene,
fuoco – amore lo sostiene.
4
Tutto è terra, urna giudiziosa,
acqua – sfera misteriosa.
Tutto è aria, flora di carburi,
fuoco – egli fa che duri.
Tutto è terra, festa di cicale,
acqua – diametri di sale.
Tutto è aria, dio innamorato,
fuoco – ossido sanato.
“Tutto è terra”, di Emidio Montini, è raffinata poesia cui la rima baciata conferisce un ritmo
dinamico e, nello stesso tempo, riflessivo.
Dinamico, come dimostrano, ad esempio, i versi
“Tutto è terra, anima perdente
acqua – enigma renitente”,
riflessivo, come nella pronuncia
“Tutto è terra, urna giudiziosa
acqua – sfera misteriosa”.
La distinzione, come si può facilmente vedere, ha valore del tutto indicativo, poiché i due aspetti sono contemporaneamente presenti.
Un’elegante compattezza è la cifra stilistica di una versificazione che accetta l’uso della consonanza ritmica, essendo ben consapevole di come nessuna forma debba essere rifiutata a priori.
Ho letto con piacere e interesse una battente sequenza poetica che mi ha indotto sia a correre da una parola all’altra, sia a soffermarmi su pregnanti, brevi, articolazioni verbali capaci di promuovere
feconde meditazioni.
I tempi, ovviamente, variano: l’itinerario di superficie si svolge secondo ritmi veloci, quello più profondo per via di cadenze che tendono ad attenuarsi al fine di consentire riflessioni ampie e
coinvolgenti.
La lettura, tuttavia, resta unica pur nei suoi diversi aspetti, poiché Emidio è tenace creatore di una lingua che si lascia percorrere secondo diverse direzioni, ma che si guarda bene dal pericolo di una
frantumazione disgregatrice.
L’esito è efficace e poeticamente convincente.
Emidio Montini nasce nel 1954 in una valle del Bresciano fra le più laboriose e chiuse a tutto ciò che non ricada sotto la voce “tempi e metodi”. Forse, a condurlo ignaro verso quella vanità chiamata poesia, può essere stato quell'elemento, primitivo e sacrale, ereditato da parte materna. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche dal 1978 ad ora: Poesie (La Voce del Popolo, Brescia 1987); A Colloquio con l'Angelo (Edizione del Leone, Venezia 1990); Mutamenti e Identità (Edizioni del Leone, Venezia 1992); Cassandra la Bella e altre cose (Edizioni Tracce, Pescara 2002); il romanzo breve Il Panico e la Grazia (L'Arcolaio Editrice, Forlì 2008); Uodishallo - Diario Africano (L'Arcolaio Editrice, Forlì 2009); La Moneta a noi Donata (L'Arcolaio Editrice, Forlì 2010); Parola di Scriba ( L'Arcolaio Editrice, Forlì 2011). Numerose le recensioni su quotidiani e le segnalazioni in vari premi letterari, fra cui un secondo posto al Premio Montano.
Dall'ombra all'ombra
Dài loro annunzio duplice:
di te e di te,
dei due piatti della bilancia,
del buio, che chiede di entrare,
del buio, che consente di entrare
Celan
Preludio
Scintilla nel nero
il canto dell’ombra
perduto mondo, perduta lingua
del vuoto
e l’ignoto
il suono è
quel che non dice
e sa
dell’incessante
ac-cadere
Dire la Vita
prima di ogni pronunzia
per chiamarla per nome
nel silenzio di tutti i nomi
dal silenzio di ogni inizio
À rebours
*
‹Di buio in buio›
per segni ed enigmi
sui bordi dell’essere
così si ri-torna, non si avanza
è deserto la rosa
rizoma della parola
prima
ec-centrica radice
che si (in)-frange
ad un passo dal giorno
**
Impercepiti sensi
fuga di accenti
destini a scomparsa
Diviso il cielo
esatta la luce
fresca
e nerissima
nel folto del bosco
Deporre il velo,
assottigliare l’orma
dell’identico
nel multiversum
dell’‹uguale a zero›
Dal calice del nulla
fiorisce l’assente, l‘ardente
‹sete di pienezza›
***
‹Di perdita in perdita›
l’evento del suono-senso
e sconfinamento
a un altro dire
‹Vera narratio›
dell’Uno pre-logico
arché-daimon
nell’‹ingens sylva› dell’inexplicable
in-conosciuto sapere
del nuovo pensiero
nascente
Respiro al respiro
dimora esodo dimora
principio fine
Da parola a parola
da silenzio a silenzio
due-in-uno
nel sottosuolo della lingua
voce e arco
alle cose penultime
L’Antipensiero
*
L’‹altro-dal-pensiero›
dice l’estraneo
‹mappa albale›
spazio dell’attesa
t r a
sabbia e oblio
caduta e luce
dal Nulla al Nulla
**
Altrimenti che della parola
dentro le ciglia
del vocabolo
fiato di luna
sulle sillabe sdrucciole
S-radica e scuote
l’acqua sulla roccia
nel solco che unisce
e divide
il ventre rovesciato
della terra
Dal buio pro-voca
l’Altrove
nell’intermittenza
del sangue
e il bianco
che non sa finire
***
In squarci e aperti
da fuga a fuga
margine atriale
tra sentire e pensare
Oro e oblio
seta e miele
lingua e verità
(s)fondo liminare
ri-frazione pendolare
nell’intervallo di ogni assenza
nello stupore acceso
di un bisbiglio
spartito è parola
sepolta
nella nebbia
da cui germogliano i nomi
come luce rapida,
abbacinante
e guizzo di fiamma
Passaggi e versanti
(ac)cenni e varianti
fra l’ostacolo
e la trasparenza
nella somiglianza remota
di un barbaglio
Risuona nell’ombra
l’in-concepibile, l’impensato
che si dà a pensare
“nel silenzio di tutti i nomi
dal silenzio di ogni inizio”
e
“Da parola a parola
da silenzio a silenzio”
mi paiono due coppie di versi che bene rappresentano l’atteggiamento poetico di Tiziana Gabrielli.
Il silenzio cui la poetessa si riferisce, lungi dall’essere inespressivo, è culla del linguaggio.
Dal silenzio sgorga la parola che, dunque, vive anche dell’assenza di se stessa.
Non c’è contrapposizione, antagonismo: il silenzio non è avversario della parola, è sua parte.
Se il linguaggio non contenesse silenzio risulterebbe immodificabile, sempre uguale: non a caso, gli idiomi che, per così dire, non conservano memoria del silenzio sono bolsi, noiosi, banali.
Il silenzio avvia la parola (spiccare il volo è già volare).
Così, gli ampi spazi bianchi di questo componimento costituiscono energia disponibile e gli stessi caratteri grafici, oltre a vivere la loro originale ed elegante esistenza, mostrano il carattere silenzioso della propria nascita.
Non v’è alcun senso del nulla in un silenzio ricco di potenzialità.
Il tutto per via di un tocco preciso, mai incerto, tale da conferire alla versificazione la musicalità peculiare di un ritmo incalzante eppure melodioso.
Tiziana Gabrielli (1969), laureatasi (cum laude) nel 1996 in Filosofia presso l’Università degli studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, si perfeziona presso la Scuola Normale Superiore di Pisa sotto la guida di Remo Bodei, professore presso l’UCLA (University of California, Los Angeles) - che le conferirà nel 1999 il “Premio di filosofia - Viaggio a Siracusa” (sezione Tesi di laurea) - e di Claudio Cesa, professore emerito di Storia della filosofia moderna. Nel 1997 l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli le conferisce una borsa annuale di ricerca sotto la direzione scientifica di Xavier Tilliette, professore emerito presso l’Institut Catholique e il Centro Sèvres di Parigi e la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Perfezionatasi in Bioetica presso l’Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Roma tra il 2003 e il 2004, consegue nel 2004 il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, collaborando contestualmente con la “Bayerische Akademie der Wissenschaften” di Monaco di Baviera e la “Schelling-Forschungsstelle” di Berlino e Brema.
Filosofia e poesia dialogano costantemente nella ricerca estetica di Tiziana Gabrielli, che si nutre delle più fertili contaminazioni con le arti visive, la musica e il teatro.
Attualmente i suoi studi sono orientati, per un verso, alle nuove emergenze dell’etica applicata e, per altro verso, alle più feconde declinazioni dell’estetica come polifonia
di forme, linguaggi e codici semantici ed ermeneutici da cui far germogliare l’impensato.
Le sue liriche sono presenti in numerose antologie e riviste ed alcune di esse sono state tradotte in spagnolo e in greco moderno.
Tra i principali riconoscimenti si segnalano: Menzione speciale per l’Italia al Premio mondiale Nosside Internazionale (2007); Premio Letterario “Sergio De Risio” (sezione poesia inedita) sul tema “Il pensiero poetante” (2008); Premio nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero” (sezione Aforismi); Premio Letterario Internazionale Maestrale - San Marco – Marengo d’oro (sezione poesia in lingua) (2008); Concorso internazionale “Lettera D’Amore” (2010); “Trofeo della Cultura. Histonium alla Carriera 2010” conferitole dalla Giuria del Premio nazionale di Poesia e narrativa “Histonium” 2010; Premio “Parole 2.0 – Poesia in movimento” 2011. Finalista al Premio di Poesia Lorenzo Montano – sezione poesia inedita (2009 e 2010); finalista (sezione Poesia) al Premio Fabrizio de André “Parlare Musica” (2010).
La riflessione sulla creatività in poesia può portare verso direzioni impreviste. Laddove si ipotizza una volontà si incontra un enigma: la scrittura “dice” e insieme interroga. Laddove si prevede una collaudata struttura sintattica si presenta un effervescente processo alchemico: il mondo rinasce da un gesto. Il principio della casualità, sempre fecondo nell’arte, fa poi germinare altre significanze latenti.
La scrittura (ma anche la fotografia, la pittura, il cinema) è traccia di un’assenza, una “strisciata in cui si è trasfuso il mondo” , un nastro di segni che si svolge e riavvolge “senza nessun messaggio definitivo”. E per Caddeo forse abita qui l’essenza della “grande” poesia.
CREAZIONE E POESIA: ABISSO ASSENZA NASTRO DI MOEBIUS
Il viaggio di Dante avviene nell’oltretomba, in luoghi sotterranei prima, poi aerei. Laura non è nemmeno un nome, è l’aura, l’ora, lauro, l’auro: il senhal petrarchesco, come e più dei senhal provenzali o stilnovistici, è sempre qualcosa d’altro. Identifica per depistare, più che distogliere per indicare. Risolve nell’altrove l’analogo. Rivelando l’altro, dimostra e nasconde ciò che di simile si cela nel diverso, ciò che di dissimile cova nell’identico. L’ossimoro petrarchesco, unendo gli opposti li smista. Ne allenta la pressione, neutralizzandoli in altro luogo. La letteratura italiana, fin dalle origini, abita altrove.
La grande creazione non appartiene a questo mondo. Canta la mancanza, l’erosione, marca una latenza. Non ha nessun messaggio definitivo, non ha nessun compito circoscritto. Non serve a niente e non è a servizio di nessuno, se non per derisione, coperta o scoperta, ironica o manifesta. La prerogativa sua è di capovolgere. È il nastro di Moebius della lingua: se saliamo da un lato, alla fine della poesia, ci troveremo dal lato opposto.
È un mondo parallelo, uno dei tanti in cui viviamo. Le rette parallele, almeno nella geometria euclidea, non si incontrano mai, ma si affacciano in continuazione una sull’altra. Si ignorano e si spiano. Si fanno anche sberleffi, si lanciano impunemente improperi. Si fanno la guerra senza farsi del male: intanto non si incontreranno. Si copiano all’incontrario come quando la tua immagine allo specchio ti guarda: la sinistra è a destra, la destra a sinistra. La realtà è capovolta, come la scrittura mancina di Leonardo, le lettere sono capottate da uno scontro frontale realtà/intelletto. Del resto anche all’Inferno si procede dal lato mancino.
C’è anche un’elica nascosta del DNA nostro che si ritorce all’elica del linguaggio. Un poesia che si azzuffa con la realtà (Jacopone, Angiolieri, Villon, Pulci, Folengo, Rabelais, Shakespeare, Rimbaud… Mandelstam, Celan): due parallele non-euclidee che s’intrecciano, si sfiorano, si dividono e si stringono per dividersi di nuovo.
«In quel muro in quel foglio/ nell’area bianca che la tua mano cerca/ il mignolo bagnato nell’inchiostro/ sopra strisciato con fiducia/ azzurro corso d’acqua rapinoso/ vena arteria in cui scorre/ a occhi chiusi il mondo». 1 (Cattafi). Basta il dito più piccolo, il mignolo, a creare il mondo, un nuovo mondo, se la punta del dito, bagnata d’inchiostro, lascia una traccia di sé, un segno, su di un foglio bianco o su un muro qualsiasi. Quella traccia ha un duplice valore. È altro senso, un significato pittografico: è un fiume, con il suo corso d’acqua rapinoso. È una strisciata in cui è si è trasfuso il mondo. È il gesto fondamentale, liberatorio, distruttivo/creativo, che fonda sia la pittura sia la scrittura (il linguaggio dei gesti, tra l’altro, antecede il linguaggio verbale). Il mondo non è più, grazie a questo gesto, il contenitore, ma è divenuto il contenuto che, a sua volta, ci contiene. Il mondo è rinato in quel gesto, noi siamo in quel gesto e fuori di esso. Noi siamo dentro e fuori, contenitore e contenuto, vi apparteniamo e non apparteniamo. È lui che si è compenetrato e appartiene a noi. Il nastro di Moebius del testo di Cattafi ha trasformato la parte (noi) nel tutto e il tutto (il mondo) nella parte.
Questa poesia di Cattafi ci racconta la storia dell’uomo. L’uomo è nato quando ha trasformato il mondo con le mani e con la mente. Le dita divengono mani dell’immaginazione. Le une plasmano l’altra. E la mente conduce le dita della mano secondo un progetto di modellabilità del mondo. È l’impronta bianca su terra rossa delle mani dell’uomo paleolitico di 15000 anni fa. Sono le mani, sia destre, sia mancine, sia piccole sia adulte, che hanno scritto, in 3 D e a colori, renne, bisonti, cavalli, (forse rappresentazioni del cielo, icone e prime mappe zodiacali del cosmo), sulle pareti delle grotte di Lascaux o di Altamira. È la prima tag (firma/parola chiave) della storia. Da allora tutto si è ripetuto. L’eguale è ritornato diverso, nel suo eterno, sconquassante ritorno. Da allora è cominciata la multiforme decadenza della storia dell’arte, come ha notato Picasso.
La poesia non è in un luogo, non è nemmeno a sé stante: la poesia è attraverso la strada, per un deserto, a una finestra, in un quadro, su di una pellicola cinematografica, in una fotografia. Non- luogo di ogni luogo, luogo di ogni non-luogo, è il luogo di un luogo.
Le Muse classiche sono nove, quelle moderne molte di più.
Una tavola, un pavimento, un muro, un arenile, un soffitto, la parete di una grotta, una tela, un cielo stellato, una marina, una lastra d’acciaio, una palizzata, una tavoletta di cera, un i-pad… l’iscrizione, l’epigrafe, l’epitaffio, l’haiku, l’aforisma, il graffito, il graffio, lo strappo, la tag, l’action painting, il dripping, una preghiera, una cantilena, un grido, tourbillon d’hilarité et d’horreur (Mallarmé), un’arsione, un taglio, il gesto fondamentale, avviene lì, sopra una superficie. Ma la poesia è soprattutto situata nella pagina bianca. Ercolani ne intercetta le ribollenti latenze. «Il foglio bianco nasconde parole non nate. La scrittura ne rivela alcune.» (Ercolani) 2. «Lo sguardo allora/ germinerà dalla pagina/ e s’aprirà una vertigine/ in questo quadernetto giallo». (Magrelli) 3. La scrittura incide lo sguardo nella pagina che scrive. La possibilità di vedere innesca un risucchio, gorgo del caos e di una ri-nata vita della parola da pronunciare.
E alla superficie sale la profondità, dispiega quel che non si vede, ciò che si trova piegato dentro. In fondo. Scavato nell’abisso. «Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavata è nella mia vita/ come un abisso» (Ungaretti) 4.
«Un coup de dés jamais n’abolira le hazard» (Mallarmé) 5. La pagina bianca è abisso di un naufragio che risucchia e si riporta a galla. Il ritmo che scende e sfiora la spuma dei gorghi che sale, è una piuma, l’alito di una sirena, il caso di un colpo di dadi, la cifra di un azzardo. Il verso è il luogo di un’elargizione necessaria contro e verso l’assenza.
flash crash
... in giardinetto titoli
“E dove dunque vogliamo arrivare?[...] Dove ci trascina questa possente avidità, che è più forte di qualsiasi altro desiderio? Perché proprio in quella direzione, laggiù dove sono fino ad oggi tramontati tutti i soli dell'umanità? Un giorno si dirà forse di noi che, volgendo la prua ad occidente [...], fu il nostro destino naufragare nell'infinito. Oppure, fratelli miei? Oppure?”
(F.Nietzsche, Aurora)
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ibridi
sofisticazioni
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soli
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controparte
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priv-azione
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degenza
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indigenza
perdurare
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obbligazione di scopo
STEP DOWN ... STEP UP ...
... STEP DOWN ... FLOP ...
.... DOWN
urge ... necessario
rifugio nel bene
... quale bene ...
non più garantito
il proprio fondo
comune non tiene
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ogni bene ...
dis-investita risorsa
risibile opzione
rincorsa
cedevole
non più durevole
future
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default
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effetti da scompenso
transazione
sfumata
negata ripresa
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trattativa
privata
... di-versificazione
calo del tasso
d'interesse
identità
in diminuzione
... in considerevole
perdita
anche il clone ...
mediazione
inesitata
da mansione
interdizione
colloqui
in rarefazione
dematerializzazione
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globale ... radicale
compromissione
accumulo
da eccedenza
prodotto
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rimozione
oltre ogni limite
... di sottomissione
recessione
borderline
sul baratro
... insostenibilità
...
da discredito
morsa
... credit crunch
miseria e perduta nobiltà
primordiale tensione
menar le mani
nutrirsi
liberare le viscere
riparare dormire
accoppiarsi
coprirsi
accontentarsi di briciole
accoppare lenirsi
contare le ferite
risanare
ricucire
ripulirsi
estinguersi ...
... precipitare
in esaurirsi
manomorta
cappio al collo
... irreversibilità
un-clearing house
intimo scompiglio
ramo morte ... rigor
mortis ... ramo vita
... contro danni
diretta prestazione
... in-differita
causa propria
conto terzi
sovrastrutturale
r-assicurazione
... personale
surrogata
collettiva ...
aggravata
unità di rischio
vaniloquio
la speranza
di una vita
acquiescenza
postuma
immanente
per quietanza
in-fida
brusca
più che certa
fuoriuscita
... causa malus ...
... terminal bonus ...
margine di rendita
esiziale
... indennizzo
residuo capitale
disdetta
riscatto
ricatto
... carovita
...
recesso
esigibile
in sinistra
... dipartita
fumo nei segnali
in evidenza di nesso
spie spente
accese
su spine ... in rete
... senza rete
nessuna via di fuga
tra penuria, congerie
di prese ... simulatori
... interruttori ...
... moltiplicarsi
di rese ...finte riprese
... via etere ...
... via cavo ...
uno solo lo sfiato
da cunicolo stipato
di straforo
... fuliggine
... prurigine ...
... vitiligine ...
... scaturigine
per - tra - foro
otturato
...
s-caduto il soggetto
ancor peggio che
alterato
... spira
sputo
schiuma
schianto
sibilo
... pulviscolo
neanche predicato
del proprio predicato
... violato ...
... scaricato ...
... evaporato ...
... deriva
del proprio derivato
demo ... crasi
... in crisi
refoli
scuri
gelidi
scorie
subodori
... subalterni rumori
da filtri ostruiti
di graticola
avanzare
di pessimi sentori
convulso scomporsi
di perifrasi
... senza sole
... senza cuore
involuto
sfibrarsi
di parole
sporchi giochi
al ribasso
vocaboli avulsi
... a incastro
in guasto, incalzare
di pseudo-incuniboli
intrusi
in occlusi
sensori
estremo degrado
procedure di scioglimento
orrori ...
... fratture
fetori
dis-valori
al fondo del fondo
... labi-ali
... labili voli
... fitte condense
voc-ali ... cadute
da spuri vapori
...
... farsi ... disfarsi
in en-diadi ...
... disseminarsi
in plurimi orgasmi
contro
insane vertigini
... fibrillare ...
... sedare ...
... raggelarsi ...
(s)darsi
in spasmi
e prolassi
... arresti ...
... inerzie ...
... discese ...
... dissesti ...
... rimbalzi ...
... collassi
da lasso
rigore
...
da usura
... paura
granuli e fibre
senza sutura
senza ...
... struttura
in filigrana
raggiro
ristagno
sventura
... perduta misura
fissione
fusione
per fredda calura
in-dotto
rifiuto
ridotta
visura
precaria
distorta
dispersa
natura
abiura
eretta
franata
postura
... mancato riscontro
chiusura
...
verso singolo
e/o consorzio
di varia umanità
pronunciata nullità
società ... modello
parentale, mono
pluri personale,
anonima ... S.r.l.
... S.p.A.
... impresa d'aria
in volatile
liquidità
indice dei titoli
digital logos
disconnessione
uncovered
rischio di controparte
regressive impact
meno pronti contro termine
no stop loss
effetti da scompenso
contrazioni in benchmark
perdita di riequilibrio
flight to quality
obbligazione di scopo
miseria e perduta nobiltà
primordiale tensione
un-clearing house
intimo scompiglio
fumo nei segnali
in evidenza di nesso
demo...crasi
... in crisi
estremo degrado
procedure di scioglimento
... impresa d'aria
Con “flash crash”, Francesca Monnetti presenta un rarefatto poemetto in cui pronunce minime si susseguono secondo originali cadenze che paiono sopprimere la naturale densità del linguaggio.
Dico “paiono”, perché, a ben vedere, tale densità continua a sussistere in affascinanti dimensioni idiomatiche che esulano dai normali canoni.
Non si tratta di mero intento evocativo, bensì di vera e propria volontà di porre in essere uno specifico universo verbale costituito da parole e frasi emergenti in maniera davvero inedita.
Siamo al cospetto del riuscito tentativo di offrire al lettore uno spazio sprovvisto di prefissate frontiere, una galassia nel cui àmbito i collegamenti tra i brillanti astri non sono imposti.
Possiamo dunque creare nuove fisionomie, partecipando a una spiccata originalità linguistica che non ci impedisce di proporre, in piena autonomia, insolite costellazioni.
Lungo questo percorso, molteplici orizzonti si aprono davanti a uno sguardo ora più indipendente, più consapevole dei propri desideri e delle proprie attitudini, uno sguardo ormai anche in grado – suggerisce la poetessa – di scorgere una presenza che è anche enigmatica assenza:
“esile interfaccia
discontinua traccia
… irreperibilità”.
Un’irreperibilità che è mancanza di qualcosa che pure c’è e parla per via degli affascinati versi di questa poesia.
Francesca Monnetti è nata a Firenze il 4 ottobre 1967. Sempre a Firenze ha compiuto studi universitari in ambito filosofico-morale. Attualmente vive nella provincia del capoluogo toscano e lavora nella scuola pubblica come insegnante di scuola primaria.
La sua unica raccolta edita di poesie è giunta finalista all'edizione 2008 del Premio di Poesia Lorenzo Montano (sezione raccolta inedita). Si tratta della prima pubblicazione in volume dell'autrice; ha per titolo in-solite movenze (Cierre Grafica, Verona, giugno 2009) e fa parte della collana “Opera Prima”, curata da Flavio Ermini.
Il blog di poesia contemporanea blanc de ta nuque, ideato e curato dal poeta e critico Stefano Guglielmin, ha ospitato un intervento di Giorgio Bonacini (“Il suono del senso”) sulla raccolta, assieme ad alcune poesie dell'autrice.
Una sua silloge di poesie inedite (siccità,equinoziale e in-fluenze), presenti nella seconda raccolta inedita dal titolo pen-insul-aria, ha vinto la IV edizione del Premio Letterario Sergio De Risio (2010), dedicato al pensiero poetante, la cui giuria era composta da Renato Minore, Cesare Milanese, Flavio Ermini, Giancarlo Quiriconi, Jaqueline Risset, Filippo Maria Ferro, Giuseppe Langella, Marco Tornar, Raffaele Saraceni. La prima stesura della raccolta pen-insul-aria è stata segnalata durante la XXV edizione del Premio Lorenzo Montano. La medesima (in seconda stesura) è giunta finalista alla I edizione del Concorso di Poesia e Narrativa “L'Erudita” (Giulio Perrone Editore - Roma). La poesia singola Siccità ha vinto la sezione omonima del predetto premio, la cui giuria era composta da Cristiano Armati, Paolo Febbraro, Matteo Lèfevre, Giorgio Manacorda, Walter Mauro, Giorgio Nisini e Cinzia Tani; appare anche nel volume antologico dedicato al premio, pubblicato da Giulio Perrone Editore (marzo 2012).
Una poesia singola, dal titolo Fotocopiando enon inclusa nella raccolta edita, è comparsa nell'antologia Poeti Italiani nel Mondo, Book Editore, Bologna 2006.
Nell'anno 2004 un altro testo poetico (insensata - controtempo) è giunto in finale al Premio Firenze - sezione poesia inedita. Con un'altra composizione inedita (con-versi-amo) l'autrice ha ottenuto una segnalazione di merito al Premio Internazionale di Poesia “S. Domenichino- città di Massa”, 2006; tale testo è stato pubblicato sul sito del suddetto premio.
Su invito della redazione della rivista “Anterem” l'autrice è intervenuta a vari eventi, con letture pubbliche di composizioni edite ed inedite.
Una silloge di poesie inedite (Aria di resa e di ripresa), presenti nella seconda raccolta inedita, ha ricevuto una segnalazione da parte della giuria del Premio Letterario Castelfiorentino, edizione 2011, ed è stata inserita nel volume antologico del premio.
Nell'anno 2012 un'altra poesia inedita (flash crash ...in giardinetto titoli, contenuta in una terza raccolta, non ancora edita) è giunta in finale al Premio di Poesia Lorenzo Montano. Sempre nel 2012 una nuova silloge inedita è stata segnalata al Concorso Letterario Arno fiume di pensiero, la cui giuria era presieduta dal Professor Marco Marchi, docente di Lettere presso l'Università degli Studi di Firenze; tale silloge è stata pubblicata sul sito del suddetto premio.
La “foto incollata al muro” della prosa di Duminuco potrebbe essere una di quelle cartoline ritoccate, con i rosa molto rosa, gli azzurri virati al verde e il bianco e nero dell’originale che affiora dal fondo. E tutto intorno appunti, immagini, tracce. Questo è un testo-collage dove sembra di vedere – più che i caratteri tipografici – la sottostante chirografia dell’autore, le sue sottolineature, le sue cancellature… tutti i segni visivi ed affettivi di una personale geografia che, come “stormi di rapaci” rievocano, richiamano, presagiscono “l’imminente sopraggiungere della sera”.
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Giovanni Duminuco | 35.57 KB |
Il verso “conoscenza dell’irrazionale, proprio” chiude il battente ritmo del componimento di Andrea Lorenzoni con una sospensione (all’avverbio “proprio” non segue alcun punto) che, a mio avviso, partecipa dei caratteri dell’apertura.
Ciò che è meramente sospeso rimane interrotto, incerto, chiuso in sé, mentre ciò che è aperto si offre al mondo o, anche, semplicemente a un evento contingente.
Appunto questo mi pare il caso in esame, poiché il dettato di Lorenzoni, così ricco di fitte pronunce, pare essere interessato alle singole circostanze.
L’atteggiamento poetico è chiaramente rivolto a considerare l’umana condizione, la problematica assiduità dell’esserci, secondo lineamenti espressivi che colgono negli aspetti specifici gli elementi indispensabili per orientarsi.
Un po’ come gli antichi naviganti prendevano quali punti di riferimento le stelle per seguire la rotta lungo una massa d’acqua di cui l’occhio non scorgeva perimetri o confini, Andrea si rivolge ai concetti singoli, alle particolari immagini, per costruire le coordinate di un linguaggio complesso e semplice nello stesso tempo, tendenzialmente infinito.
Ecco, dunque, il gesto aperto di cui parlavo all’inizio: le pronunce sono prive di punto fermo perché la capacità dell’uomo-poeta di porre in essere invenzioni linguistiche non è sottoposta, a priori, ad alcun limite.
Insomma, siamo al cospetto di un vero e proprio frammento di un tracciato in possibile ulteriore espansione.
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Andrea Lorenzoni - Un passepartout | 21.57 KB |
Andrea Lorenzoni - Note biografiche | 61.27 KB |
La lingua si forma nella gabbia del corpo. Un principio squisitamente fisiologico che di norma sembra sfuggire ai più. Ma quando e dove, precisamente, ha origine questa vocazione? Quando si nasce o non piuttosto quando si inizia a usare la lingua della madre e della propria comunità, quando ci si sporge sul mondo intenzionalmente con i propri pensieri?
Per Silvia Favaretto la lingua, come un embrione, si forma dentro. Come un embrione, a maturazione, si distacca . L’eco del distacco si prolunga nel tempo generando nuovi richiami.
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Silvia Favaretto | 235.43 KB |
Ondoso fluttuare di risacca
esala di marine il profumo salmastro
e aleggia nel vento l’anelito del
tempo, ore comprese nel sole, nel fuoco
stellare e nel dissipar della luce
del buio notturno vertiginoso varco
verso l’altrove, universo dilatato
nell’erranza della coscienza. Siamo
fotoni, buchi neri, acqua che scorre, ortica
pungente, mirto inebriante, alterazione,
mutazione perenne, scivolando di continuo
nel qui ed ora sofferto e gioioso, lucido e
folle, amaro e sereno, vivido ed esangue
come un volo di farfalla dentro il
ventre della terra che genera e produce
e annichilisce nel buio scabroso
e nell’oro che riluce.
“tempo, ore comprese nel sole, nel fuoco
stellare e nel dissipar della luce”
è suggestiva pronuncia di un articolato componimento nel quale Stefania Negro contempla l’umana esistenza nel complesso divenire di un universo che, nonostante i grandi passi avanti compiuti dalla scienza, non ha certo perduto il carattere d’immenso, quanto intimo, enigma.
“Siamo
fotoni, buchi neri, acqua che scorre, ortica
pungente”
in “mutazione perenne”, in continuo, sempre rinnovato, movimento.
Questo tema, caro ai poeti, si arricchisce di tratti che a residui di gusto surrealista uniscono un’intensa carica evocativa perfettamente in grado, per via di precise ed efficaci immagini, di mostrare una condizione fonte di poetica meraviglia.
Mi riferisco, in particolare, a quel “volo di farfalla dentro il / ventre della terra”: qui un leggiadro e delicato dinamismo sembra svolgersi all’interno di un greve ammasso materico, ponendo in essere un contrasto in grado di suggerire come gli opposti possano convivere.
Non si tratta di mero talento provocatorio, bensì dell’evidente intento di raggiungere un significato ulteriore per via di lineamenti linguistici inusitati eppure poeticamente validi.
Non manca quella cadenza descrittiva, quell’indugiare su un cenno per poi passare senza soluzione di continuità a un altro, quel ritmo che sulla brevissima tregua e sulla subitanea ripresa fonda la sua peculiare musicalità, non manca, insomma, quella tendenza alla descrizione sinfonica che già in altre occasioni ho con piacere riscontrato nei versi di Stefania.
Stefania Negro è nata a Lecce dove vive e lavora.
Autrice di saggistica filosofica e letteraria, di poesia, narrativa e testi per sceneggiature.
Ha pubblicato la raccolta poetica dal titolo “Fili di luce compresi negli archi del divenire” presso Cierre Grafica nella collana Opera prima nel 2007
Nel gennaio 2009 ha pubblicato con Anterem il saggio “Erranze nel divenire” .
Edita sempre da Anterem è la seconda raccolta poetica dal titolo “La geometria della luce” , maggio 2009.
La terza raccolta poetica è “Risonanze” edita da Manni nel novembre 2010.
Collabora con riviste letterarie ( testi di poesia, narrativa e critica letteraria ).
Organizza inoltre eventi culturali ed è ideatrice con Simone Franco ( attore e regista) del progetto Multidisciplinary art.
Tre per cento
Conosciamo solo il tre per cento della materia
il resto si restringe e si espande in millesimi di pensiero.
Qual è la differenza fra la lanugine svolazzante
dietro la porta della cucina e la polvere
dell’universo? materia dispersa – roccia gas fuoco e terra
la maglietta bucata sotto l’ascella o lo scudo d’Achille
istoriato e battuto a caldo visto in trasparenza
dallo sguardo di un cieco...
c’è neve bianca e lucida di ghiaccio
distesa come un telone a coprire imperfezioni
a rimodellare nel segreto della copertura
un paesaggio sconfitto dall’uso.
Prendiamoci questo –
mi viene da pensare,
il bianco del ghiaccio senza disegno
l’energia della terra che spunta dalle sue radici
prendiamoci la riserva di generosità
tenuta sottochiave come un bene di famiglia
e le possibilità, le tante possibilità – dalla lingua all’amore:
le parole chiuse della passione
quelle della poesia
il rispetto o la fiducia sigillate nella bocca
la conferma di una vocazione
prendiamoci il concreto del tatto
l’assonnata bellezza del mattino
l’odore del mare
e quello di un corpo sotto le lenzuola
prendiamoci la benevolenza dei cani
i colori di Rothko e i tagli di Fontana
il crepitio del gelo che sfibra foglie e rami
la forza, la grazia
il rumore animale dell’elicottero che sorvola il quartiere
“Tre per cento”, di Daniela Attanasio, è un’intensa poesia in cui una misurata discorsività iniziale conduce a esiti di grande apertura.
“Prendiamoci questo” è verso davvero importante.
Certo, possiamo riflettere a lungo sui tanti aspetti non sempre positivi del nostro stare al mondo, possiamo avvertire il senso del limite insuperabile della fine, possiamo sentirci esposti e indifesi, ma tutto questo (e molto altro) significa che, innanzi tutto, ci siamo.
Si tratta, nel caso di Daniela, di una consapevole capacità di accettare: la vita è, in ogni modo, occasione, opportunità.
Ci sono
“il bianco del ghiaccio senza disegno”,
“le parole chiuse della passione”,
“l’assonnata bellezza del mattino”,
“i colori di Rothko e di Fontana”,
ossia ci sono gli uomini, come genere, come sviluppo millenario, come storia, come linguaggio, come arte, ma, soprattutto, insiste la poetessa, ci sono proprio questi uomini, qui e ora.
Del resto, apprezzare l’attimo e la singola immagine non significa sottovalutare il valore del passato, significa, al contrario, arricchirlo, riuscire a pensarlo come “energia” “che spunta” o come “conferma di una vocazione”.
Il passato vive soltanto nell’oggi e il futuro – questo mi sembra il messaggio – potrà essere senza dubbio più soddisfacente se al vivido, partecipe, sguardo non sarà estranea la “lingua dell’amore”.
Un amore che è anche empatia della lingua, come dimostrano le ben orchestrate cadenze di “Tre per cento”.
Daniela Attanasio, romana, ha pubblicato quattro libri di poesia: La cura delle cose (Empiria 1993), Sotto il sole (Empiria 1999, Premio Dario Bellezza, Premio Unione Scrittori), Del mio e dell’altrui amore (Empiria 2005, Premio Camaiore), Il ritorno all’isola (Nino Aragno 2010, Premio Sandro Penna). Sue poesie sono presenti nell’Almanacco dello Specchio Mondadori 2009. E’ presente in diverse antologie nazionali e internazionali e ha collaborato come critica con quotidiani e riviste letterarie.
Una messa in scena, quella di Kiki Franceschi per Mary, dove il “mare selvaggio” di un’epoca “grande e complessa e terribile” si fonde con i “luoghi inesplorati” del romanzesco e con le vicende altrettanto terribili degli stessi protagonisti-scrittori. Ma, alla fine, protagonista ossessiva è la pagina ancora da scrivere e già macchiata dai pensieri. Non importa se il quadro riguarda la letteratura “alta” o il privato di una “figurina snella vestita di scuro”, fermare i sogni causa quasi sempre (anche ai metteurs en scène) “ la stessa squisita pena”.
L’ombra di Frankenstein
Un monologo per voce femminile
Agosto 1823
Mary Godwin Shelley
una figurina snella, vestita di scuro scrive
seduta presso una scrivania,( una finestra aperta) proiezioni di paesaggi, mani, nuvole, onde. Silenzio. Appena un po’ di luce ne delinea il profilo
ad alta voce
Quando mi sveglio dalla monotonia delle mie visioni e dei miei pensieri provo a fermarli con la stessa squisita pena che si prova nel fermare il fluire del sangue. In quei momenti sono come dissolta in un’incredibile tenerezza e provo amore verso tutti coloro, anche estranei che risvegliano e evocano in me tanto sentimento, tanta armonia; sento di amare tutto, alberi cielo,oceano. Discendo nelle caverne più profonde della mente e sfido con occhi d’aquila il sole.
Scrivo perché è naturale come il respiro. Scrivo perché vorrei strappare il velo di questo strano mondo.
Scrivo storie, frammenti di un’epoca grande e complessa e terribile, riduco a immagine, a visione, quei frammenti. Ho cominciato da bambina. Mi piaceva sognare e i miei sogni non li raccontavo a nessuno.
Volevo sentirmi in compagnia solo di me stessa. Complice di me stessa. Scrivevo solo quando le visioni figlie dei sogni prendevano corpo e colore, odore e sostanza. Nei giorni in cui progettavo il Frankenstein ero terrorizzata, da me, dalla mia fantasia, dalla capacità che avevo di rievocare e dare vita ai personaggi di una storia tremenda…. eppure la scrivevo, come se fossi posseduta, come se non potessi sottrarmi all’angoscia maligna che srotolava i suoi fili e scrivendo tentassi di raggomitolarli per tenerla a bada.
Sono passati solo sei anni…Quel tempo oramai è così annebbiato, confuso, slabbrato. Debbo tenerlo a bada per non morire anch’io. Mi sento come una formica sola davanti al formicaio distrutto. Che senso ha?
Solo ieri ho rivissuto quei giorni eroici,frenetici e sublimi. E’ stato un caso. Un lampo e sono ritornata indietro all’interno dei ricordi.
Si passeggiava io e il babbo presso il Covent Garden e ho visto il manifesto:c’era il mio nome… riduzione teatrale del Frankenstein di Mary…l’hanno portato in scena…Grande successo pare… ho provato uno strano sentimento tra fastidio e stupore… Mi sentivo a disagio, fuori posto, non ero io, era un’altra Mary, non ero io. Godwin ne era felice,m’ha detto quanto orgoglioso di me, io ero incredula, estraniata, come divisa, slegata da me.
Lontana.
Ora c’è meno luce, oscurità del pomeriggio attenuata dalla luce di candele. Mary è seduta, scrive su di un quaderno nero
Villa Diodati ….era il maggio del 1816.. Era freddissimo, umido, la pioggia incessante ci costringeva a casa per giorni e giorni, tutti insieme intorno al caminetto acceso a chiacchierare, a raccontarci delle meraviglie della scienza, della misteriosa forza che c’è nell’elettricità, di Volta che a Londra si era incaponito a fare esperimenti su rane morte e sembra riuscisse a farle muovere con scosse elettriche. Tutto questo era meraviglioso, sorprendente. Per non annoiarci troppo, si leggevano a voce alta, a turno, alcuni volumi di storie di fantasmi che ci erano capitati tra le mani, Claire, Byron, Percy, Polly Dolly, e io.
Interrompe lo scrivere, parla tra sé sommessa
Polly Dolly…povero Polidori, gli avevamo affibbiato questo feroce sopranome per i suoi modi affettati…ha fatto una tremenda fine, ammazzarsi così giovane. Il laudano è facile da trovarsi, è una tentazione per le anime deboli.. Anche Fanny, povera straziata sorella mia… anche lei l’ha fatta finita così
Si sente un pianto brevissimo e sommesso. Si alza, va alla finestra.
e parla piano tra sé con tenerezza. Riprende a scrivere
Si leggeva dell’amante infedele che, mentre pensava di stringere la sposa che amava, si era trovato tra le braccia il pallido spettro di colei che aveva abbandonato, e quella storia dell’ uomo che dava il bacio della morte a tutti i discendenti della sua stirpe… Stavo così male…come se sentissi, percepissi la morte, il suo dolce nauseante odore…
Era stato Lord Byron a proporci di scrivere una storia di fantasmi e tutti e quattro, Byron, Polidori, Shelley e io avevamo cominciato, forse anche Claire scrisse qualcosa ma non lo concluse. Per me non fu davvero un divertimento. Mi sentivo come presa da un vortice, inghiottita, risucchiata. Andavo sempre più giù all’interno di una profondissima angoscia, e dentro quel pozzo nero ero stranamente immobile, come se mi osservassi, o meglio, osservassi qualcosa che lavorava nella mia mente e che non capivo
alza la testa dallo scritto, appare assorta,
ero rapita dal mare selvaggio e dai luoghi inesplorati che stavo per esplorare.
Si alza, voce più decisa
Le mie percezioni erano il mondo.
Cambia la luce, ora è quella forte del mezzogiorno. Dalla finestra spalancata si vede un paesaggio aspro di montagna
luglio 1816…
Shelley e Byron avevano rinunciato a scrivere.. troppo banale dicevano. Polidori e io eravamo affascinati da quanto la nostra fantasia inventava. Mostri e vampiri, diversi da quelli delle favole ci stavano accanto, ci divoravano, ci rendevano inerti come bambole di pezza.
Montavert, 21 luglio 1816..
Io e Shelley avevamo iniziato la scalata verso Montavert. Niente di più desolato di questa montagna, gli alberi travolti dalle valanghe erano tutti piegati in mezzo a distese di pietra. Scrivevo mentalmente il mio racconto. Senza carta né penna, scolpivo parole nella mia testa, pesanti come quelle pietre.
In quella immensità che confinava col cielo ero poca cosa. Percy mi teneva per mano ma io salivo a fatica e mi sentivo sola. Salivo a fatica e pensavo alle novità scientifiche a Galvani e Volta che usavano l’elettricità per animare rane morte…. chissà cosa si poteva fare per sconfiggere la morte, la decomposizione… Fu durante quelle chiacchierate che la mia immaginazione iniziò a donarmi visioni forti che ne generavano altre in rapida successione, con una vivacità molto al di là degli usuali limiti delle fantasticherie. Mi sentivo come ammanettata, vinta, incapace di oppormi a quel tumultuoso, torbido, maligno affiorare dal vuoto nero delle memorie.
Era spaventoso.
E’ spaventoso. Perché affiorano nella mia mente queste tremende visioni? Perché prendono il sopravvento e non riesco a tenerle a freno ?
Sto male, ho paura, la morte mi afferra per i capelli, aiutatemi. La mia bimba è morta nella culla.. L’avevo allattata, stava bene. Sono andata a prenderla e era morta. La mia bimba senza un nome ancora, così piccina e indifesa. Anche io sono sola a fronteggiare la morte. Vorrei urlare “ aiutatemi”, ma la voce non viene fuori, rimane a farsi nodo nel fondo della gola e io urlo con la testa, con il cervello e mi dibatto e sudo. Ho tanto freddo. Aiutatemi.
Nessuno mi aiuta. Neppure Hogg. Neppure Shelley che mi guarda sgomento e non ce la fa a dirmi niente. E Claire è troppo presa da se stessa. E Godwin mi ignora. Sono al bando. Sono una creatura mostruosa anch’io. Ho preso tra le braccia la bimba ed era morta. Morta. Sola, nella culla, senza di me, senza che la consolassi, la accarezzassi. Dovevo essere attenta, non lasciarla neppure per un attimo, forse non sarebbe morta.
Non aveva ancora un nome, piccola tenera cosina indifesa.
Era mia, l’amavo tanto e non c’è più. Un attimo e niente. Tutto finito.
Non ha neppure pianto, non ho il ricordo del suo pianto. Dei suoi occhietti blu. Riesco soltanto a sentire ancora caldo sui miei seni, il tenero e risoluto tocco delle sue piccole mani che cercavano il latte.
MARY legge dal suo diario con una voce freddissima
15 luglio 1822
il mare restituisce il corpo di Shelley sulla spiaggia di Viareggio. Il poeta ha in tasca un volume di Sofocle; nell’altra un volume di poesie dell’amico Keats, con una pagina ripiegata, come se l’avesse frettolosamente riposto. Non si è appurato ancora se Ariel, la sua barca abbia fatto naufragio per la tempesta o per l’incursione di pirati risicatori che infestano le acque nei dintorni. Di sicuro la barca potrebbe aver cozzato sugli scogli della Meloria dato il tempo proibitivo. Un ponente di forte intensità o una delle tante trombe marine che si formano al largo in direzione nord ovest potrebbe aver causato il fatale incidente. Questo scrivono le cronache
San Terenzo, 23 luglio 1822
Sono le sei del mattino, l’aria è fresca dopo la pioggia incessante della notte passata. Sul mare c’è una leggera nebbia ma il sole si è alzato e la spazza via. Sento d’improvviso, realmente, con forza che Shelley è morto davvero. E so che questo dolore mi sarà accanto per tutto il resto della mia vita, mi morderà le calcagna come una iena per impedirmi di vivere.
Shelley è davvero morto. Non c’è più. Tutto finito. Vuoto. Assurdo. Morto, disperso. Le sue ceneri disperse. Il suo cuore in una scatola. Un regalo che ho fatto agli amici cari. Io non lo voglio. Il suo cuore era troppo grande e libero per stare dentro una scatola.
Sono sola ! Le stelle possono vedere le mie lacrime; il vento beve i miei sospiri; ma i miei
pensieri sono come un tesoro sigillato, che non posso confidare a nessuno…ho solo queste pagine bianche che macchierò di neri pensieri..
Kiki Franceschi nasce a Livorno e vive da più di trenta anni a Firenze. Discende da una famiglia di schiumatori di mari, bucanieri di origine corso- marsigliese, i “ Franceschi” appunto, che le hanno trasmesso sicuramente il gusto per l’avventura, l’amore per il mare, gli spazi aperti. Si è laureata in Lingue a Pisa, ha dipinto come una forsennata, ha scritto e tradotto, tenuto conferenze. Nel 1979 si avvicina al gruppo Lettrista , nel 1981 entra nel movimento INI, cominciando una sperimentazione poetica e visiva che ancora persegue. Dal 1970 ad oggi conta oltre quaranta personali in gallerie italiane e collettive in musei italiani e esteri: Centro per l’arte contemporanea, Gallarate, (Varese); Forte Belvedere, Firenze; Centre Pompidou, Parigi; Grand Palais, Parigi; Museo Reina Sophia, Madrid; Fundacion J: Mirò, Barcellona; Centro Cultural La Recoleta, Buenos Aires; Museo di Kemi, Finlandia; Museo Vittoria Colonna, Pescara; Museo Marc Petit, Ajaccio; Museo della Carale, Ivrea, Maison d’Italie, Parigi. Ha scritto saggi poetici per i tipi di Polistampa e Gazebo, editori in Firenze.