I
Se m’attendi su un ponte,
vedrai, verrò per mare.
Imboccato il mio fiume
mi farò argentea d’alba orientale,
e d’acqua dolce pesce
che risale onnipotente
controcorrente,
guizzo gaio serpente – alla sua sorgente.
(da Le pietre nude, 2005)
* * *
(variante)
Se m’attendi su un ponte,
mi farò acqua pura:
e muterò la mia natura,
da corpo bianco-marmo
sgorgherei
da abissi,
da anfratti bui di labirinti
umani, affiorerei
azzurrerei.
In luce nuova
mi tufferei.
II
E’ lastricata e sdrucciola la mia
non retta via di fragili orizzonti
sui fianchi di rovine umide di terra,
e muri – e scarti ricoperti di muschi
verdescuri, lungo questo risucchio
dell’aria, – mantra d’assenza e d’oblio.
Io vengo all’accorrere del cielo disteso,
all’azzurro in grembo alle colline.
Così accade che (schivato appena
il ciglio) le cose qui risuonino
del loro sordo canto.
* * *
(variante)
E’ lastricata e sdrucciola la mia
non retta via d’orizzonti incerti
sui fianchi di rovine umide e terra,
e case – e scarti ricoperti di muschi
verdescuri, per questo risucchio
dell’aria, – mantra d’assenza e d’oblio.
Io vengo al giungere del cielo disteso,
dell’azzurro in grembo alle colline.
Così accade che (schivato appena
il ciglio) le cose qui risuonino
del loro sordo canto.
III
E’ pianto tutto il nostro azzurro.
Solo il bianco agli occhi rimane
come la neve, dove affonda –
il passo, che l’occhio attende lieve.
Non sappiamo più dire: l’occhio
che vede guardato – dal confine,
rinnega, richiama, abiura – ama
mentre scende nel marmo a spirale –
nel vuoto frammento di luce,
– fin troppo freddo.
* * *
(variante)
Abbiamo pianto tutto il nostro azzurro.
Solo il bianco agli occhi rimane
come la neve, dove affonda –
il passo, che l’occhio attende lieve.
Non sappiamo più dire l’occhio,
guardare profondo – dal confine,
che rinnega e richiama, abiura, ama
scendendo per il marmo a spirale –
nel vuoto frammento di luce,
oramai freddo.
IV
D’orbaco Dafne
Sai che qui non voglio diventare pietra –
sul talamo nuziale del regno del corpo,
di cui conosco appena l’ordine dei sensi.
So d’altre membra io: di boschi luminosi
e spinosi sottoboschi – di frecce e d’archi,
del sangue che lacera la belva e vive dentro
la terra, nel suo ventre – purissimo.
Già gli occhi ho di zolle colmi
e dell’urlo della fuga.
Ma se alle punte spuntassero radici, i fianchi
di cerchi si cingessero, in corteccia latterina
mutasse il tempo e lungo rami d’orbaco
il volto s’annodasse in nocchi e gemme,
e su foglie cembaline suonasse il vento,
come forte sarei e ricolma di bellezza
così erta e china al cielo.
Amore mi trattiene,
o forse un dio?
Si dissolva la mia sembianza, rigoglisca
e muoia il corpo mio, se l’anima scende
e adempie il gaudio dell’immensità
della sua natura
D’orbaco Dafne
(variante)
Sai che non voglio, padre, diventare pietra
sul talamo nuziale di codesto regno del corpo,
di cui conosco appena l’ordine dei sensi.
So d’altre membra io: di boschi luminosi
e sottoboschi tumultuosi – di frecce e d’archi
del sangue che lacera la belva e vive dentro
la terra, nel ventre suo – purissimo.
Già gli occhi ho di terra colmi
e dell’urlo della fuga.
Ma se alle punte spuntassero radici
e s’annodasse il volto in rami e gemme,
ed oltre suonassero le foglie cembaline,
di lamine sottili i fianchi si cingessero
e in corteccia latterina mutasse il tempo,
come forte sarei e ricolma di bellezza,
così erta e china al cielo.
Amore mi trattiene,
o forse un dio?
Si dissolva ora la mia sembianza,
rigoglisca e muoia il corpo mio
se l’anima scende e adempie
l’illegittimo desìo della natura.
Elena Corsino si occupa di traduzione letteraria e dell’insegnamento dell’italiano come lingua straniera. Ha tradotto opere di Carroll, Koval’ e Cvetaeva. Ha pubblicato Marina Cvetaeva: la prosa diaristica degli anni 1917-1919 (2001) e, in poesia, Le pietre nude (2005). Sue traduzioni in “Anterem” 69 e 72.
Alessandro De Francesco è nato a Pisa il 29 settembre 1981. Ha compiuto studi di filosofia, letteratura, musica e arti elettroniche a Pisa (dove si è laureato in Filosofia con una tesi su Mallarmé), Firenze, Siena, Parigi e Berlino. È attualmente dottorando in Letterature comparate al Centre d’Études Poétiques dell’École Normale Supérieure LSH di Lione. Ha pubblicato poesie e saggi critici su varie riviste, tra cui Caffè Michelangiolo, Atelier ed Écritures, ed è stato finalista al Premio di Poesia Lorenzo Montano 2006. Conduce inoltre un’intensa attività come performer, coniugando parola poetica, spazi installativi e suono digitale (o.m., Berlino 2005; :poesia:suono:spazio, Pisa 2005; sosta#1, Berlino 2006; sosta#3, Lipsia 2006; lo spostamento degli oggetti, Amsterdam 2007-08, in corso di realizzazione). Nel 2007 il suo primo volume di poesie sarà pubblicato presso Cierre Grafica (Verona).
Prima stesura:
si raffigura gli amici in lontananza sulla piattaforma
il vento prima del treno giallo
sui contorni di figure umane ai lati del campo visivo
così gli oggetti della casa quando tutti sono usciti
restano nella luce obliqua
e accade di avvistare un frigo o una poltrona
nella finestra del palazzo di fronte
di ricordare quel quadro
in un corridoio del Pompidou
e [immaginarlo] pensarlo sussistente nella notte senza occhi
tenta una ricomposizione delle voci
immaginandoseli mentre lo chiamano
ma non riesce a strapparli alla stasi
nel sonno nella stanza accecante
una donna che gli parla forse da dietro una parete
al dissiparsi della luce
i contorni di uno stereo sul pavimento trasparente
il giorno dopo, il giorno stesso sulla distesa di neve
relitti di pianoforti usati come porte
costeggia un accampamento nomade
la torre della televisione [lampeggia / segnala / in lontananza]invia segnali a distanza
accanto alla sinagoga dorata
salendo una testa di donna contro la finestra
sul pianerottolo deserto
si volta di scatto ma non può accettarne lo sguardo
è costretto al risveglio esce a Tiergarten
[mentre cammina guarda i rami
ed è la solita vertigine quando si mostra negli oggetti
ma da quell’esatto momento
torna a poco a poco a sembrarci inverosimile
[le parole ci sono distanti / le parole sono opache]
anche le cose
restando di nuovo
senza dire niente]
mentre cammina guarda i rami
ed è la solita vertigine quando si mostra negli oggetti
e un istante dopo ci appare di nuovo inversosimile
restiamo senza dire niente
continua questa inspiegabile assenza di dati su tutto
le cose tacciono a poco a poco
[siamo tutti diretti verso la pompa di metallo rosa
un varco tra gli arbusti innevati
per seguire il tubo fino all’acqua
gli oblò della costruzione annessa
apparendo sempre più a ridosso delle nuvole]
dietro gli arbusti innevati
gli si impone la pompa di metallo rosa
percorre il tubo fino all’acqua
il cubo della costruzione annessa
appare sempre più a ridosso delle nuvole
[2004-05]
Seconda stesura:
cosí gli oggetti della casa quando tutti sono usciti
restano nella luce obliqua
e accade di avvistare un frigo o una poltrona
nella finestra del palazzo di fronte
di ricordare quel quadro
in un corridoio del pompidou
e pensarlo sussistente nella notte senza occhi
salendo le scale
una testa femminile verso la finestra sul pianerottolo deserto
si volta di scatto non può accettarne il volto
è costretto al risveglio esce a tiergarten
mentre cammina guarda i rami
ed è la solita vertigine quando si mostra negli oggetti
ma subito ci appare [ancora] inverosimile
restiamo senza dire niente
continua questa inspiegabile assenza di dati su tutto
le cose tacciono poco a poco
[2006]
Versione definitiva:
cosí le cose della casa quando tutti sono usciti
restano nella luce obliqua
e accade di avvistare un frigo o una poltrona
nella finestra del palazzo di fronte
di ricordare quel quadro
in un corridoio del pompidou
e pensarlo sussistente nella notte senza occhi
salendo le scale
una testa femminile verso la finestra sul pianerottolo deserto
si volta di scatto non può accettarne il volto
è costretto al risveglio esce a tiergarten
mentre cammina guarda i rami
ed è la solita vertigine quando si mostra negli oggetti
ma subito ci appare inverosimile
restiamo senza dire niente
continua questa inspiegabile assenza di dati su tutto
le cose tacciono poco a poco
[2006]
la luce pomeridiana [inedito]
Prima stesura:
Strani ninnoli appesi ai muri dondolano senza vento
La luce pomeridiana filtra dalle tapparelle semichiuse
Appoggiata al bordo del letto
punta a terra le gambe [lucenti di lacca]laccate lucenti
gli occhi di resina
fissano nell'aria
porzioni di nulla
«daivieni…»
«no…non voglio - »
(nascosta dalla bocca rigida
la sua voce è il silicio appostato dietro l'interfaccia)
lui le va sopra lei
scuote la testa ritmicamente
ma non si può muovere,
[l'oscillante tra la carne e gli elettrodi / l'oscillante] dentro l’elettrico.
[1999]
Seconda stesura:
Strani ninnoli appesi ai muri dondolano senza vento
La luce pomeridiana filtra dalle tapparelle semichiuse
Appoggiata al bordo del letto
punta a terra le gambe lucenti di lacca
«daivieni…»
«no…non voglio - »
(nascosta dalla bocca rigida
la voce è il silicio appostato dietro l'interfaccia)
le va sopra
lei
scuote la testa ritmicamente
gli occhi di resina
fissano nell'aria
porzioni di nulla
[2004]
Terza stesura:
la luce pomeridiana filtra dalle tapparelle semichiuse
occhi di resina fissano nell'aria
porzioni di nulla
[2006]
Versione attuale:
la luce pomeridiana filtra dalle tapparelle semichiuse
occhi di resina fissano nell'aria
porzioni di vuoto
[2006]
talvolta i volti e in questi spazi minimi
[due testi generati da un unico testo di partenza]
Prima stesura (unico testo di partenza):
talvolta nei volti della gente
incrociata per la strada
la vita appare tratteggiata
in forma piú coerente perché c’è solo la sostanza
di una storia immaginata
diversa dalla nostra che è incollata invece a noi
e di continuo la si sente
cosí loro per noi non vengono feriti
da tutte queste intercapedini
da questi spazi minimi dove si trova il gesto
che fa crollare il vuoto quotidiano
che per un attimo dopo il caffè
fa dubitare di poter tornare indietro
nel luogo in cui qualcosa sembrava respirare
e sanguinare nell’erba
mentre loro in quel volto hanno l’undo
per rigenerare il presente come quando da bambini
distesi sul sedile posteriore
tenevamo gli occhi chiusi a lungo
ed alla riapertura la testa della mamma
i sedili di plastica sintetica le portiere
tutto ci sembrava azzurrato
è cosí che i volti virtuali della gente
fanno apparire gli altri immuni non tanto dal dolore
quanto da tutti gli intimi interstizi
che riportano la nostra vita ad una giornaliera appartenenza
[2006]
in questi spazi minimi (stesura unica e definitiva):
in questi spazi minimi dove si trova il gesto
che fa crollare il vuoto quotidiano
che per un attimo dopo il caffè
dà la certezza di non poter tornare
nel luogo in cui qualcosa respirava
e sanguinava nell’erba
[2006]
talvolta i volti (prima stesura):
talvolta sembra che i volti della gente
appartengano ad un’altra dimensione
ad una storia virtuale dove la funzione undo
rigenera il tempo presente
la loro vita esterna sembra quella
di un gruppo d’alberi
[esistente soltanto tra i vetri di una finestra] che esiste solo dentro una finestra
[2006]
talvolta i volti (seconda stesura):
talvolta i volti della gente
appartengono ad un’altra dimensione
[ad una storia virtuale dove la funzione undo]
una storia virtuale dove la funzione undo
rigenera il presente
la loro vita esterna sembra quella
di un gruppo d’alberi
che esiste solo dentro una finestra
[2006]
talvolta i volti (versione definitiva):
talvolta i volti della gente
appartengono ad un’altra dimensione
una storia virtuale dove la funzione undo
rigenera il presente
la loro vita esterna sembra quella
di un gruppo d’alberi
che esiste solo dentro una finestra
[2006]
Mara Cini è redattrice di Anterem
(biobibliografia).GIUSEPPE PELLEGRINO è nato nel 1960. Vive e lavora a Genova. Il suo interesse per la poesia l’ha portato ad esplorarne anche gli aspetti concreti e visuali, compreso il campo del libro d’artista. Fra le mostre più recenti: Fuori Luogo (Biblioteca Casanatense, Roma); The forest for the trees (Lonsdale Gellery, Toronto); Viaggio nella parola (Fondazione CARISPE, La Spezia); Taccuini (Biblioteca Berio di Genova e Biblioteca di Harelbeke, Belgio). Alcuni suoi disegni sono stati pubblicati nelle edizioni di Anterem, a partire dal 2000.
Sincero estimatore del canto dei merli, predilige ascoltarli la mattina presto, durante la ginnastica.
* preso a un battito
reso
un equilibrio
per continuare a perderlo
* su come somiglia al vero
rimanere sospeso
al filo del discorso su
come somiglia al vero
rimanere sospeso
sulle tracce della mano
sull’ombra delle dita
* come a ricercare una trama
sciogliendola nodo per nodo
* vivo per vivo
seme per seme
di ciò che si cancella arretrando
ossa e legno ne accolgono il ritmo
e dagli accenti
si ricava una scrittura
* a guscio aperto
a distanza di vertebre
a densità di ombelico
*per come fa da trappola
rende respiro e lo riprende
come fa da trappola
più a fondo
un gesto
simile al balzo
àncora
vivo per vivo
seme per seme
* erba mossa dalla brezza
aria docile a
tornare
risonanza
che racconta
dà luogo
misura
ossa e legno ne accolgono il ritmo
e dagli accenti si
* una linea che divide
un guscio
la densità di un ombelico
il morso
la distanza di vertebre
passare
la corda più vicina
cicatrice
il taglio più netto
il nodo
* riguarda una quiete più nascosta
fino a proseguire in un’incrinatura
si allarga dove si ascoltano bisbigli
mano a mano
corda più vicina alla cicatrice
taglio più vicino al nodo
* una quiete più nascosta
un equilibrio
la quiete come un punto
in fondo a seguire
in modo più simile all’arretrare
nei gorghi d’acqua
intorno a un fuoco più sottile
* arretrando
dove l’acqua scava
scava respiro dove trova
in uno spazio per accogliere
quanto può essere visto
se non già arreso tra le mani
il presagio di
uno spazio ancora
per differenza si respira
* quanto può essere visto
come arreso tra le mani
si aspetta la notte
per sentirlo crepitare
Ancora una volta la natura del testo è tessile: quando Filomela fu privata della sua “ lingua” è con un ricamo che annuncia alla sorella la terribile notizia.
(Gianni Emilio Simonetti )
(1) quanto può essere visto / arreso come sabbia tra le mani / si aspetta lanotte / per sentirlo crepitare
(2) preso a un battito / reso / un equilibrio / percontinuare a perderlo
(3) arretrando / dove l’acqua scava / scava respiro dove trova / in uno spazio peraccogliere / quanto può essere visto/ se non già arreso tra le mani / il presagio di / uno spazio ancora / per differenza sirespira
(4) su come somiglia al vero / rimanere sospeso / al filodel discorso su / come somiglia al vero /rimaneresospeso / sulle tracce della mano / sull’ombra delle dita
(5) una quiete più nascosta / un equilibrio / la quiete comeun punto / in fondo a seguire / in modo più simileall’arretrare / nei gorghi d’acqua / intorno a un fuoco più sottile
(6) come a ricercare una trama / sciogliendola nodo per nodo
(7) riguarda una quiete più nascosta /fino a proseguire in un’incrinatura / si allarga dove si ascoltano bisbigli / mano a mano / corda più vicinaalla cicatrice / taglio più vicino al nodo
(8) vivo per vivo / seme per seme / di ciò che si cancellaarretrando / ossa e legno ne accolgono il ritmo/ e dagli accenti / si ricava una scrittura
(9) una linea che divide / un guscio / la densità di un ombelico / il morso / ladistanza di vertebre / passare /la corda più vicina / cicatrice / il taglio più netto / il nodo
(10) a guscio aperto / a distanza di vertebre / a densità diombelico
(11) erba mossa dalla brezza / aria docile a / tornare / risonanza / cheracconta / dà luogo / misura / ossae legno ne accolgono il ritmo / e dagli accenti si / ricava una scrittura
(12) per come fa da trappola / rende respiro e lo riprende /come fa da trappola / più a fondo / un gestosimileal balzo / àncora / vivo per vivo / seme per seme
voci | |||||||||||||||||||||
A | 12 |
1 |
11 |
2 |
10 |
3 |
9 |
4 |
8 |
5 |
7 |
6 |
|||||||||
B | 6 |
12 |
7 |
1 |
5 |
11 |
8 |
2 |
4 |
10 |
9 |
3 |
|||||||||
C | 3 |
6 |
9 |
12 |
10 |
7 |
4 |
1 |
2 |
5 |
8 |
11 |
|||||||||
D | 11 |
3 |
8 |
6 |
5 |
9 |
2 |
12 |
1 |
10 |
4 |
7 |
|||||||||
E | 7 |
11 |
4 |
3 |
10 |
8 |
1 |
6 |
12 |
5 |
2 |
9 |
|||||||||
F | 9 |
7 |
2 |
11 |
5 |
4 |
12 |
3 |
6 |
10 |
1 |
8 |
|||||||||
G | 8 |
9 |
1 |
7 |
10 |
2 |
6 |
11 |
3 |
5 |
12 |
4 |
|||||||||
H | 4 |
8 |
12 |
9 |
5 |
1 |
3 |
7 |
11 |
10 |
6 |
2 |
|||||||||
I | 2 |
4 |
6 |
8 |
10 |
12 |
11 |
9 |
7 |
5 |
3 |
1 |
|||||||||
J | 1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
Stefano Guglielmin
In Come a beato confine (Book 2003, testo a p.45)
io Kosovo
chiara d’uovo
mina io di internet
di A&O di circolare
numero di libero
e password
io prefisso
io seme parola prato
arto malato
io che
io quando
io dunque
e stop
io seme parola prato
arto malato
io che
io quando
io dunque
e dunque tu
benedetto a sete e fame
a ruggine che in lievito muta
palpito e misura
In La distanza immedicata (Le Voci della Luna, 2006, testo a p.35)
in ogni verbo dove girano mano
e piede s'accampa una pietra
dura come la donna che si chiama
laura ma anche l'acqua l'olio o cavarsi
il seme ogni cosa in montagna
sfianca però poi rinasce stalla
lume latte da versare
prima che sia sole che sia malga
dove salgono i turisti e tu fra questi
per poca crosta patisci l'azzurro
rumore che fanno pelliccia
e scarpìne
ma resti qui sino alla fine salda
all’odore che viene senza pensiero
senza paura
in ogni verbo dove girano mano
e piede s’accampa una pietra
dura come la donna che si chiama
laura ma anche l’acqua l’olio o cavarsi
il seme ogni cosa in montagna
sfianca però poi rinasce stalla
lume latte da versare
colmo
proprio nel petto della vita
cieca a quella fretta che chiami giorno
e chiami notte e padre ed ogni altra
corsa fatta per noi
che caliamo a picco nella stessa storia
saldi al ramo che butta senza pensiero
senza paura
senti la fame d'uscire
la fame del corpo
chiuso per fuga o rivolta
la casa intorno la culla come rinascere
volendo alle parole
dopo
e molti amici sovente
il loro farsi tastoni
qui camminare tastoni qui chiedere
giù sapendo ogni niente
per cadere ogni giorno un poco fuori
dalla fabbrica e un poco in ferie
oppure qui
con poesia e poesia e poesia
rotolando che è come parlare a tutti
ma viene peggio
il peso infatti non spiega
e resta dentro
senti la fame d'uscire
la fame del corpo
chiuso per fuga o rivolta
la casa intorno la culla come rinascere
volendo alle parole
dopo
e molti amici sovente
il loro farsi tastoni
qui camminare tastoni qui chiedere
giù
per cadere ogni giorno un poco
rotolando che è come parlare con tutti
ma viene peggio
il peso infatti non spiega
e resta dentro
senti la fame d'uscire
la fame del corpo
chiuso per fuga o rivolta
la casa intorno la culla gli amici
sovente
il loro farsi tastoni
qui camminare tastoni qui chiedere
giù
per cadere ogni giorno un poco
rotolando che è come parlare con tutti
fino alla coda dei tempi
ma viene peggio
il peso infatti non spiega
resta dentro
senti la fame d'uscire
la fame del corpo
chiuso per fuga o rivolta
la casa intorno la culla
il loro farsi tastoni
qui camminare tastoni qui chiedere
giù
per cadere ogni giorno un poco
rotolando che è come parlare con tutti
fino alla coda dei tempi
ma viene peggio
il peso infatti non spiega
resta dentro
Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia, ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Bergamo 1985, premio “poesia giovane”), Logoshima (Firenze 1988), come a beato confine (Castelmaggiore 2003, premio Lorenzo Montano) e La distanza immedicata / the immedicate rift (Sasso Marconi 2006) ed il saggio Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Verona 2001). È presente nell’antologia Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (Faloppio 2006).
Rosa Pierno è redattrice di Anterem
(biobibliografia).La stoffa, carica di segni e di pigmenti, pervinca e arancio disseminati di frecce e cerchi, lascia scoperto il corpo in un’evidenza priva di enigmi. Una ridda di segni circolari ancora si muove sul pube, all’incrocio tra le gambe che a malapena serrano il vuoto che vi si insinua.
Tronco che si torce, accenno di danza o di fuga che resta indeterminato, ma ancora individuabili sono i segni che lo compongono: un triangolo fra le gambe, un cerchietto per l’ombelico e per il capezzolo, una linea per la verticale di riferimento rispetto a cui il busto s’inclina e le linee con andamento ovale che bloccano la figura in una forma chiusa: da piedistallo.
Si potrebbe immaginarla inginocchiata accanto al mio corpo o sulla rena. Quel che di lei resta: appena un’onda che si ripete nei seni e che più fuggevole sovrasta l’ombelico. Il busto sembra aperto anche inferiormente: le gambe, non bloccate da alcuna linea, appaiono svincolate, pronte a svanire. Lo sguardo è attratto dal centro, dove non c’è nessun segno.
Unico dato: la mancanza della testa e delle mani e dei piedi. Tutta la figura si svolge intorno al fulcro centrale che inchioda il corpo alla carta e da lì la linea si avventura ai bordi del foglio sfinendosi, prima ancora di toccarlo.
E’ la parodia di un tronco. E’ l’immagine deformata dal ricordo, dalle figure di te che si sovrappongono nell’unico tempo che mi resta: quello perenne della tua forma.
E’ come volutamente ti deformo, ti tiro, ti slabbro, ti riduco a lamina, a linea nera che s’avvolge nella mente.
Questo blocco intorno a cui si può solo girare, grava. Non è possibile sollevarti, solo guardarti. Pietra che dice com’eri. Il vento solleva la stoffa che taglia l’immagine in diagonale.
Il tuo corpo reclama la fine. Dice che sei una formella, da riempire con la sabbia o col gesso, che potresti essere di bronzo o di pietra nera, ma che sei pronta a defluire dal canale di scolo, dall’imbuto fra le pareti tornite, dalla via aperta fra le gambe.
La stoffa, carica di segni e di pigmenti, di frecce e cerchi pervinca e arancio, lascia scoperto il corpo in un’evidenza priva di enigmi. Una ridda di segni circolari ancora si muove sul pube, le gambe a malapena serrano il vuoto che vi si insinua.
Tronco che si torce, che sia accenno di danza o di fuga resta indeterminato, ma i segni che lo compongono sono precisi: un triangolo fra le gambe, cerchietti per l’ombelico e per il capezzolo, una linea per la verticale di riferimento rispetto a cui il busto s’inclina e linee con andamento ovale che bloccano la figura in una forma chiusa: da piedistallo.
Si potrebbe immaginarla inginocchiata accanto al mio corpo o sulla rena. Quel che di lei resta: appena un’onda che si ripete nei seni e che più fuggevole sovrasta l’ombelico. Il busto sembra aperto anche inferiormente: le gambe, non bloccate da alcuna linea, appaiono svincolate, pronte a svanire. Lo sguardo è attratto dal centro, dove non c’è alcun segno.
Unico dato: la mancanza della testa e delle mani e dei piedi. Tutta la figura si svolge intorno al fulcro centrale che inchioda il corpo alla carta e da lì la linea si avventura ai bordi del foglio sfinendosi, prima ancora di toccarlo.
E’ la parodia di un tronco. E’ l’immagine deformata dal ricordo. Figure di te si sovrappongono nell’unico tempo che mi resta: quello perenne della tua forma.
E’ come volutamente ti deformo, ti tiro, ti slabbro, ti riduco a lamina, a linea nera che m’avvolge la mente.
Non è possibile sollevarti, solo guardarti. Pietra che dice com’eri. Il vento solleva la stoffa che taglia l’immagine in diagonale.
Il tuo corpo reclama la fine. Dice che sei una formella, da riempire con la sabbia o col gesso, che potresti essere di bronzo o di pietra nera, ma che sei pronta a defluire dal canale di scolo, dall’imbuto fra le pareti tornite, dalla via aperta fra le gambe.