Marco Furia: Recensioni

Marco Furia è redattore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.
Perspicace variazione


Con “i’s variation”, l’ acuta pupilla di Shin Tanabe suggerisce raffigurazioni non classificabili secondo normali coordinate.
Non vi è nulla di fittizio, ma molto di naturale, di antropologico, in questa successione che invita a riflettere sulla grammatica del vedere: a quali oggetti si riferiscono le immagini proposte? Qual è il loro significato?
Una risposta univoca non appare possibile, in quanto è lo stesso schema logico “immagine” ad essere mostrato: innumerevoli sono le facoltà di significanza, molteplici essendo i linguaggi nel cui àmbito esse possono possedere non aprioristiche valenze.
Certo, il sospetto che quanto presentato costituisca esito d’ indagini fotografiche compiute a bordo di astronavi extraterrestri può fare capolino, ma questo accade poiché visioni non ordinarie sembrano proponibili soltanto da “esterni”, i confini dei nostri schemi inducendoci, fraintesi, in errore.
Non tanto di ulteriori modelli qui si tratta, quanto dell’ esibizione, in forma artistica, di una possibilità, del fatto che, cioè, non sussiste nulla di dato una volta per sempre, ma che tutto, anche il linguaggio, partecipa dell’ umana storia naturale: nel caso di Shin Tanabe, insomma, non si è in presenza di un alieno dall’ incomprensibile idioma, bensì di un uomo, un artista, deciso a presentare, in maniera perspicua, grammaticali dimensioni.
Nulla viene tolto, qualcosa (molto) viene aggiunto da uno sguardo estremamente consapevole, capace di cogliere mondi non come sono “in parte”, ma “come potrebbero essere”, promuovendo feconde riflessioni: le coordinate, davvero, dicono non poco sui loro fruitori.
Efficacissima scansione.
Marco Furia
(Shin Tanabe, “i’s variation”, www.geocities.jp/shishidelta/ )
Naturali allarmi


Atmosfere oniriche, propense a non artificiosa teatralità, contraddistinguono le “Cinque sequenze in un quadro” di “Tu sei soltanto in allarme”, nel corso delle quali Ida Travi mostra un personaggio femminile ritratto nei suoi intensi, contraddittori, rapporti con la figura paterna (che richiama, nel corso di un fallito tentativo di dialogo, quella materna), con la maternità (è presente un bimbo in culla), con un “giovane uomo” desideroso di rassicurare (“Non succede niente…Non aver paura…Non devi aver paura…Bene. Tu non hai paura. Sei solo in allarme”). Una “ragazza” osserva un “piccolo quadro” riproducente se stessa, in quel medesimo luogo, nell’ atto di essere ritratta dall’ artista, mentre “qualcuno”, come nel racconto, “sta spiando”, secondo i canoni di una specie di gioco di specchi che, proprio nella sua illusorietà, mette in rilievo, per contrasto, vivide dimensioni affettive.
Toni inquietanti, a tratti visionari, privi di contenuto ideologico e con sapienza accostati, tendono a non mitiche rappresentazioni del dolore quale uno dei naturali modi di essere: anziché opporgli rigide barriere, l’ autrice, consapevole, propone atteggiamenti capaci di non trascurare intime significanze, tali cioè da condurre a prendere atto, fino in fondo, di una condizione suscettibile, in un più ampio contesto, di miglioramento.
Partire dalla perspicua constatazione che non si può “soltanto” essere in allarme, bensì esserlo e basta, risulta, insomma, rifiutata ogni soluzione aprioristica, condizione cui non poter rinunciare.
Importante è il percorso tramite il quale si raggiunge una meta, la conquista di quest’ ultima consistendo, a ben vedere, in attimi privi di storia e, in ogni caso, mai definitivi: rilevanti risultano molteplici aspetti, ineffabili nel loro impulso vitale, eppure tali da interagire in maniera non infruttuosa.
Conscia delle notevoli difficoltà insite nell’ impresa espressiva prescelta, Ida Travi si serve di una scrittura elaborata ad hoc, fusa nel suo stesso oggetto, ritenuta l’unica adatta alla bisogna: prendere in prestito modelli avrebbe costituito tradimento, colpevole rinuncia a un (efficace) uso di peculiari toni per il cui mezzo affascinanti tratti visionari sono in grado di richiamare, immediati, nodi cruciali proposti con inquieto, pregevole garbo.
Fu, davvero, necessaria grazia.
Marco Furia
(Ida Travi, “Tu sei soltanto in allarme”, in “Anterem” n° 73, pagg. 24 e sgg.)
Nessun nome


Forti richiami alle origini biologiche contraddistinguono il breve componimento di Osip Mandel’stam ( il cui primo verso recita: “Né mia, né tua- è loro”) pubblicato sul n° 72 di “Anterem”, a pagina 43: quanto concerne l’ àmbito linguistico, “la forza delle desinenze”, viene riferito a “labbra” considerate, con sintesi poetica, di valenza, appunto, biologica, quali cartilaginei corpi di lumache.
Si prosegue, più avanti, con una dichiarazione risoluta: “Non hanno nome”, ossia non ci sono nomi nei “cuori vivi”.
Oltre i parametri in quotidiano uso, ma anche fuso con essi, sta un nucleo vitale, fondamento, ma non oggetto, dell’ idioma: l’ uomo, insomma, porta tutta intera la responsabilità dei suoi modelli di comunicazione e occorre divenga cosciente della natura, perciò dei limiti, dei canoni adoperati.
Sviluppare una visione del mondo significa, per necessità, escludere altri punti di vista, significa, cioè, operare scelte insensibili nei confronti di diverse, molteplici, modalità del conoscere.
Nulla concedendo all’ enfasi, Mandel’stam affronta la suddetta (cruciale) questione e indica, sicuro, una via: quella percorsa dall’ espressione poetica, capace, poiché tale, di mostrare come esistano magmatici crogioli in cui si trova, in forma per nulla idiomatica, vivificatrice, il germe di tutto quanto concerne l’ umano.
Con intonazioni emananti forte carica di energia, trattenute sapientemente entro gli aperti confini d’ intense scelte poetiche giunte a straordinari esiti di essenzialità, vengono offerti i risultati, notevoli, di una ricerca il cui oggetto consiste nell’ indagine medesima colta nelle sue più intime motivazioni: la necessità- desiderio- virtù della conoscenza. Aspetti danteschi, davvero.
Marco Furia
(Osip Mandel’stam, “Né mia, né tua- è loro”, “Anterem” n° 72, pag.43)
Musicali scacchi


Suscita sorpresa, già ad una prima scorsa, “Simultaneous Parallel Circuits-Palindrome Poem Works” di Shigeru Matsui: procediamo con ordine.
Ad una elegante copertina che pare richiamare, con leggera differenza, una delle due componenti dell’ opera, seguono, dopo minuziose notizie concernenti i dati della pubblicazione, alcuni commenti stampati in caratteri giapponesi (la cui incomprensibilità, per chi, come il sottoscritto, nulla conosce della lingua nipponica, può risultare non immune da attrattiva), nonché quattro pagine di fitte tabelle, copie numeriche dei (seguenti) duecentodieci “Circuits”, costituiti, tutti, dall’ alternarsi, secondo precisi modelli, di minuscoli quadrati bianchi e neri.
Alla sensazione di essere in presenza di un singolare tipo di scacchiera proposta quale protagonista d’inconsueti giochi, si accompagna l’ impressione di scorrere, pagina dopo pagina, suggestive partiture riferite non tanto ad armonie intese in senso tradizionale, quanto ai peculiari toni tipici di ogni idioma.
Enigmatici tratti svolgono, via via, temi la cui coerenza pare assicurata dalle stesse modalità proposte: da quali territori giungono queste voci?
Di quali esistenze sono espressione? Viene, insomma, mostrato come le scelte linguistiche consistano nelle loro stesse regole e rimandino ad un quid vitale che può essere meglio suggerito, nella sua ineffabile dimensione originaria, da un linguaggio “diverso” da quello ordinario, qual è, appunto, quello poetico.
Non interessa più di tanto sapere, perciò, che Shigeru è “ a poet because …never stopped writing poems since January 7, 2001” (risulta sufficiente leggere le sue ultime prove), ma lo ringraziamo egualmente della notizia.
Marco Furia
(Shigeru Matsui, “Simultaneous Parallel Circuits-Palindrome Poem Works”, Aloalo International Co., Ltd., Tokyo, 2006)
Strane parole


Dolorose e disarmanti, le voci delle “Anime strane” proposte da Marco Ercolani e Lucetta Frisa, nel rispetto di nessi formali privati della loro comune valenza, mostrano, per così dire, in astratto, il funzionamento dei meccanismi linguistici, evocando l’indicibile.
Dell’ ineffabile, di quel vivido impulso capace di dare origine all’ espressione senza esserne mai oggetto, è possibile rendere testimonianza anche per mezzo di un delirio “ordinato” secondo strazianti illogicità che, nelle stesse parole dei malati di mente protagonisti, non perde i contatti con essenziali nuclei comunicativi: la significanza, non a priori abbandonata, anzi ricercata con determinazione, viene giocata su dimensioni altre.
Sequenze come “So perché ho male al cuore. Lui mi esce dal torace e comincia a cantare. Lo sento bene, anche adesso. E’ un uccello del paradiso. Ha le piume colorate. Canta la fine del mondo.”, nette e incisive, paiono riferirsi a enigmatiche necessità, tali da costringere a seguire proprio certi schemi, al fine di dare sbocco a istanze espressive vissute quali straordinarie.
Emergono consapevolezze, profonde e sorprendenti, di eccezionalità prive di percorribili itinerari d’ integrazione, che non rinunciano a pratiche linguistiche tipiche: le anime strane, insomma, parlano specifiche lingue.
Ed i poeti, abili costruttori di linguaggi dalla spiccata originalità, possono comprenderle almeno nell’ esigenza non di spiegare, bensì di esibire, umane condizioni: il “cuore”, allora, può anche essere considerato “un uccello del paradiso” che “Canta la fine del mondo”, la forza delle metafore risultando, talvolta, così potente da opporsi, con efficacia, al bolso fluire lungo circuiti banali, per concedere illuminanti attimi.
Se non si tratta, certo, di dover imparare “il linguaggio della verità”, poiché quest’ ultima non è oggetto esterno, più o meno raggiungibile, ma abita e vive nelle stesse forme idiomatiche in uso, resta pur vero che esistono molteplici linguaggi, espressione di esistenze degne, in quanto tali, di attenzione: un’ attenzione scrupolosa, lontana da qualunque ingiustificato atteggiamento di superiorità, capace di aiutare a meglio comprendere gli altri e se stessi, di cui non si può non essere grati agli autori.
Furono acute selezioni.
Marco Furia
(Marco Ercolani, Lucetta Frisa, “Anime strane”, Greco & Greco editori, Milano,2006)
La presente nota critica è stata pubblicata on line da “Tellus” ( www.tellusfolio.it )
Trasparenti tratti


Aperto, esposto, appare l’ “io” di “ i’s variation 2”, un “io” che, raggiunta consapevolezza della propria natura, trova nella “trasparency” la caratteristica peculiare di una dimensione nel cui vitale àmbito riduttivi schematismi appaiono “terrible injury”, lo stesso corpo (“body”) appartenendogli soltanto in senso figurato, non costituendo, cioè, il suo contenitore, ma una delle sue plurime esperienze.
Esperienze considerate, in genere, non più esito di rigidi rapporti tra interno ed esterno (fuorviante fraintendimento di modalità linguistiche dalla spiccata valenza simbolica), bensì ingredienti formativi dell’ identità.
Un uccello trasparente, una trasparente fontana, un luogo in cui il mondo, cangiante, si manifesta: affrancato da costrittivi modelli, coincidente con le stesse relazioni che lo riguardano, l’ “io” riconosce nei suoi modi d’ essere la propria “definizione”.
Con stile preciso, illuminato da sequenze complesse eppure semplici nella loro mai enfatica offerta espressiva, mostrando come tra consapevolezze poetiche e filosofiche possano svanire millenarie linee di confine, Shin Tanabe presenta una versificazione affascinante, ricca di notazioni, frutto di attente indagini sulla natura dell’ umana maniera di comunicare e, perciò, di esistere.
Fu perspicuità di poeta.
Marco Furia
(Shin Tanabe, “i’s variation 2”, www.geocities.jp/shishidelta/ )
Estetiche analisi


Cromatiche armonie pervadono “Le tombeau de Olga Brodsky”, di Shigeru Matsui, le cui sequenze verbali, grafiche e numeriche si susseguono in maniera simmetrica, scandita secondo ritmi dalla non sterile successione.
Un idioma composito, offerto nei suoi distinti aspetti, si svolge elegante, pagina dopo pagina, evidenziando peculiari qualità semantiche (anche) riferite, con estrema attenzione, al segno, al singolo tratto, nella consapevolezza di quanto qualunque ordine implichi, per poter sussistere, altro da sé.
Uno scrupoloso, risoluto stile, sobria spia di partecipe volontà d’ indagine nei confronti di mondi, quali quelli linguistici, privi di definizioni a priori, consistenti, pare suggerire l’ autore, in modelli esposti ad ogni possibile mutamento, ineludibile potenziale esito di provvisorietà connaturate a ogni cristallizzazione, ai cui irrigidenti effetti sfuggono ( sapienti complici leggiadre cadenze) gli schemi presentati.
Di armoniche forme, suggestive, di mutevoli impronte, labili eppure tenaci, di grammaticali immagini, insomma, si tratta, rivolte a mostrare un’ unità
espressiva scomposta in parti immerse, con l’ insieme, nell’ enigmatico fascino delle origini: origini presenti nell’ immediatezza del loro ineffabile manifestarsi, ma non aliene da una “storicità” subito acquisita.
Anche un’ acuta analisi può vantare valenza estetica.
Shigeru Matsui, “Le tombeau de Olga Brodsky”