Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
a cura di Ranieri Teti
Chi opera rimane un navigatore senza compagni: conclude così Ermini il suo intervento, di fatto d’accordo con Char che dice “sotto l’armonica autorità d’un miracolo a tutti comune, il destino particolare s’adempie fino alla solitudine”. Nel momento in cui viene pubblicata, resa pubblica, la poesia non solo entra direttamente in una relazione, pone anche in relazione con il mondo esterno il suo autore. Ma la modalità di questi avvenimenti, in una sorta di traslato ossimoro, è la solitudine. Non potendo il poeta ignorare, conferma Bonacini, che alla fine si torna a noi: alla nostra collettività individuale.
In questa “relazione solitaria” siamo anche avvolti da un’inconfessabile destinazione nera: se la notte precede ciò che è, come osserva Marchetti, il poeta vede per primo che ci sono solo tenebre intorno alla poca luce che lo distingue, finché uno sguardo esterno non riesca a illuminarle per contrasto. La poesia, suggerisce Roberto Esposito, “è la fonte unica di quello sguardo”. Condanna e salva.
Con il sesto numero di “Carte nel Vento” si entra nelle profondità, nel fondo oscuro dell’invenzione letteraria e artistica, per passare, attraverso alcuni testi esemplari tratti dal vicino passato del Premio Lorenzo Montano, nella lingua che crea per pensare altrimenti. Artista o poeta è colui che tenta di dare una forma alle cose del pensiero, scrive Cini.
L’ itinerario che si snoda comprende altre fermate, altri approfondimenti: nel vivo dell’attualità poetica, nelle riflessioni sulla videoart e sulla poesia al tempo di internet, e nella memoria di chi ci ha lasciato, ma lasciando più di un’impronta.
Ranieri Teti
Dopo il Gruppo 63. Dopo i Novissimi. Dopo l’esperienza degli “anni del Mulino” e della rivista TAM TAM (fondata nel 1971 con Adriano Spatola e Corrado Costa a Mulino di Bazzano vicino a Parma). Dopo essere stata fotografa e romanziera. Dopo aver lavorato alla poesia concreta con filo e forbici “confezionando” poesia nella cucina di casa (“Humpty Dumpty”), ai non-sense geografici sfogliando un atlante (“Greenwich”), all’arte concettuale (“POEMA & OGGETTO”) e a innumerevoli invenzioni poetiche e grafiche post-dadaiste. Dopo le collaborazioni con artisti visivi, le mostre di scrittura “al femminile” (come si diceva una volta), dopo le pubblicazioni ufficiali (poche) e sotterranee (tantissime, credo ormai introvabili e preziose come certe tavole parolibere futuriste). Dopo le traduzioni (da Gertrude Stein a Beatrix Potter), i libri per bambini (i meravigliosi “Gatti Gaudenti & Gravi”, “Bestie Buone & Beffarde” e altri con illustrazioni di M. Leman), le conferenze, le letture, le performances in giro per il mondo e per la provincia italiana, dopo essere diventata punto di riferimento importante per la poesia sperimentale e la Nuova Scrittura.
Dopo.
C’è un dopo, attorno alla metà degli anni Ottanta del Novecento, in cui Giulia Niccolai decide di staccarsi dal suo ruolo e di “rinunciare progressivamente alla scrittura” : una decisione legata a personali percorsi di ricerca e di spiritualità che l’hanno “ricondotta a casa” come ama dire, ad un ritrovato equilibrio come monaca buddista.
Chi, come me, era abituato a seguire i suoi readings, la sua generosa presenza sulle piccole riviste internazionali, i suoi interventi sempre volti a sdrammatizzare le situazioni più tese e ad animare quelle più opache, ha subìto la sua indisponibilità alla letteratura con grande disappunto e con la testarda aspettativa di poterla riascoltare. Condividere la sua ironia, i suoi improvvisati giochi linguistici, l’abc della sua filosofia semplice ed extra-ordinaria è sempre stato spiazzante e stimolante come acquisire un nuovo sguardo sul mondo delle cose.
Di fatto a Giulia, l’esperta in poesia totale, non potevano comunque passare inosservati tutti quegli aspetti “lirici” che invadono il “prosaico” quotidiano. Così ha continuato ad affrontare, accanto al faticoso esercizio del vivere anche qualche “involontario” esercizio poetico: soprattutto frisbees (le poesie da lanciare) scaturiti da meditazioni, accadimenti, riflessioni, memorie ritrovate. Proprio nei frisbees ha ricollocato gran parte della sua arte riconoscendo a questo metodo di lavoro una funzione di “liberazione” prima ancora che un progetto letterario.
In libreria a fine 2001 finalmente compare un nuovo libro di G.N. “Esoterico Biliardo” (Archinto) che raccoglie tredici capitoli di sorprendenti coincidenze e di rimandi rivelatori tutti ricostruiti sul filo di intrecci linguistici e giochi verbali. Vicende dell’infanzia si collegano ad esperienze di traduzione, riflessioni critiche su testi letterari si risolvono con intuizioni brucianti in un’osmosi incessante tra casualità e causalità. Senza reticenze Giulia racconta le “polaroid interiori” dove sono fissate relazioni visive, alfabetiche e sensoriali particolarmente significative per il suo percorso spirituale ma certamente illuminanti per chiunque sia disposto a coglierne la “lezione” ( anche in certe opere di Paul Auster questo metodo sembra funzionare; in “Esperimento di verità” tutte le fatalità “significano niente” e pure attraverso le cuciture e le messe a fuoco che pone in essere l’autore diventano eventi densi di significato e di implicazioni “reali”).
Nel 2002 viene assegnato a G.N. il premio “Lorenzo Montano - Opere scelte” e si realizza così il volume antologico “La misura del respiro” (Anterem) dove troviamo, oltre ad una selezione di testi dalle principali opere, interventi critici di Aldo Tagliaferri e Franco Tagliafierro, un’interessante appendice con bibliografia e alcune poesie inedite costruite con la consueta lucidità tesa a far fronte al caos dell’esistenza con il paradosso e l’ironia.
In una conversazione con Anna Ruchat in Allora n.3/2003 (quaderni della Fondazione Franco Beltrametti), viene ripreso il concetto della interdipendenza tra i fenomeni e in qualche modo confermata anche l’accettazione di quella “naturale” componente lirica che si affaccia, talvolta, “tra le cose più remote, / tra gli anni più lontani e divisi” e che riesce a trasformare “ una realtà in un’altra realtà” . Un percorso di continuità che possiamo davvero riconoscere come salvifico se ha portato Giulia in primo luogo a trovare se stessa nel mondo ma anche a salvare quella preziosa opera di parole che può essere condivisa con il mondo dei suoi lettori.
Sempre disponibile a condividere Giulia, ma non a dissipare. Sempre presente Giulia, per un addio ai tanti amici che sono mancati, per rispondere a una lettera…presente in souplesse come le scarpe comode che indossa ma anche in souplesse d’esprit per la sua elasticità mentale e in souplesse de langue per l’uso duttile che fa delle parole. Presente nell’assenza più assoluta di presenzialismo.
G.N. è poeta “per esempio”. Con il suo esempio di stile suggerisce che la poesia c’è e che poeta è colui che tenta di dare una forma alle “cose del pensiero”. Le sue forme e i suoi filtri linguistici, sono quelli tipici delle neoavanguardie novecentesche: dall’objet trouvé al collage, dal flusso di coscienza alla poesia visiva, dal concettuale alla nuova scrittura. Non ci inganna la semplicità del frammento o del racconto.
Il suo ultimo libro “Le due sponde” (Archinto) lo immagino come un insieme di pagine dove si dipanano i fili colorati di esperienze percettive che disegnano la parola E N I G M A. Pagine lavorate con modalità analoghe/inverse a quelle della famosa tavola “cinque colori”, riprodotta anche in “POEMA & OGGETTO”, dove da rocchetti tessili-disegnati andavano dipanandosi, per subito s’aggrovigliare, i fili tessili-reali della parola P O E M A.
Della tavola “cinque colori” tirata in 60 copie posseggo la n. 35, ormai un po’ ingiallita. Di “POEMA & OGGETTO”, volume edito in 400 copie posseggo gli esemplari n.196 e n.379. A settembre saranno trent’anni. Comprai tutto (o mi fu regalato, non ricordo) al bookshop di “P 77 La poesia è un luogo”, Venezia, settembre millenovecentosettantasette. Ma questa è un’altra storia.
Mara Cini è redattrice di “Anterem”. Per la sua biobibliografia, vedi “Chi siamo” nel sito.
La notte non è l’inverso del giorno ma la sua necessità opaca, una destinazione nera, aureolata della sua presenza. L’alba, che nei suoi inviolati veli si sottrae alle tenebre e alla luce, porta in seno il crepuscolo e fa cenno, sfiorando le cose col suo bacio, a una fuggevole promessa di gestazione e insieme a un principio di sottrazione. Solo alla fine di questa aerea corsa, la fuggitiva «Aube» di Rimbaud ci apprende che l’amplesso con la ‘dea’ è un racconto generato da un sogno, precipitato, prima del risveglio, in fondo al bosco.
La notte precede ciò che è; il suo primo soffio mette al mondo l’essere balbuziente. I miti la dicono figlia di Caos e, conservando memoria del suo rapimento, madre del Cielo e della Terra, ma anche generatrice del sonno e della morte, dei sogni e delle angosce, della tenerezza e del crudele inganno. Le Furie e le Parche la seguono in corteo. Della notte dei tempi che ha fecondato, lei riveste il segreto, rivelando l’oscuro principio femminile che tutte le cosmogonie celebrarono: all’origine, alla fine, la gravida, la tenebrosa, primitiva e perpetua.
In un ‘crepuscolo’ di Alice Thompson Meynell (Song of the Night at Daybreak) la notte è una «malata di ricordi» in esilio, abbandonata da ogni stella. Altrove, in Cradle-song at Twiligt, era «Balia troppo giovane, l’esile Notte » e priva di desiderio materno. Per questa poetessa dell’età vittoriana, fortemente influenzata dalla lirica di Wordsworth, Shelley e Keats, nella notte si raccoglie l’indistinto linguistico: “mare del non detto, culla dell’ispirazione poetica, perfezione assoluta nella propria silenziosa embrionalità».
«Io sono l’amica delle verità./Io sono la Notte che scioglie la lingua dei morti/E la lingua dei mentitori», così nella Ville Parjure di Hélène Cixous parla la Notte, impalpabile e tuttavia incarnazione di un Teatro che vuole essere il fragile specchio critico del mondo contemporaneo: con lei tutta la polis sprofonda ma la sua luce nera non manca di mettere a nudo cospirazione e crimine.
Il suo regno, che inizia e regola la focalizzazione di ogni coma, di ogni agonia, è l’esordio che si occulta o la fine che tende all’enigma naturale dei numeri. Ma l’alfa e l’omega costituiscono i termini del ciclo del sapere totale, mentre la sostanza ctonia delle tenebre non conosce nulla, non si rivolge su se stessa in verbo riflesso. Vi provvedono soltanto i nostri racconti, i nostri culti che la inventano, la raffigurano, la fraseggiano, l’esorcizzano, l’implorano. Alla sensibilità visionaria e mistica nonché agli effetti della morfina, necessaria a calmare le sofferenze della tubercolosi, è legata l‘estrema invocazione a Nyx, di Catherine Pozzi. Nyx, ‘notte finale’, è attesa d’«angelica farfalla» del «multiforme sonno». Niente la placa, né oblio né sogno, e neppure il sonno che tuttavia le dà sollievo. A meno di essere la pace stessa, quella delle ceneri o dell’estasi.
Nelle figure nere dei vasi greci, come pure negli affreschi preistorici del Levante iberico o del Sahara, la macchia scura equivale alla massa. Nel cuore della caverna, il fuoco poetico apprende all’uomo la concentrazione, la vigilanza, l’agilità. «Ci si stupisce che sia stata scelta una cavità sotterranea», fa notare Jacques Lacan a proposito delle pitture rupestri scoperte nella grotta di Altamira. In Emergences-Résurgences di Henri Michaux, la buia parete cavernicola è l’analogo del magma da cui erompe un immaginario foriero di mostri e apparizioni: «Oscurità, centro da cui tutto può scaturire, in cui occorre cercare tutto». La notte preistorica inizia a pensare.
Fantasticheria platonica del settimo libro della Repubblica che afferra l’ombra come privazione della luce e la diminuzione dell’oggetto che la proietta. La sua natura incerta suscita sospetto, paura, schermo alla conoscenza diretta. Quando Plotino celebra nell’Enneadi lo splendore della luce, gli oppone la materia «tenebrosa» e invoca uno «sguardo interiore», il solo capace di apprendere la luce spirituale. Attraverso Agostino e Dionigi Areopagita, l’opposizione di luce e materia ha irradiato il Medioevo con lo stesso splendore dei fondi d’oro dei mosaici bizantini o dei primitivi italiani. Esaurita questa parabola, il senso sacro della luce sbiadisce e, senza per ora fare posto a un positivismo dello sguardo, diventa un senso umano. L’artista non assimila più la luce a Dio, anima del mondo, ma alla propria, proiettandovi il proprio essere individuale e facendone il linguaggio della propria doppia natura più essenziale.
Non c’è che da scendere, prendere con Montaigne le distanze dalle chiarità logiche e penetrare nel buio di se stessi. A poco a poco si compiono le notti consecutive della mistica, le tre notti di Giovanni della Croce: notte dei sensi, notte dell’intelligenza, notte dell’anima. Al termine della «notte del nulla» scaturisce una luce soprannaturale che, non più ricevuta dall’esterno, emana come da un focolare dentro di noi. La sua simbologia è abbozzata fin dalle origini dell’umanità: lo stregone della preistoria attirava il neofita fuori dalla luce solare, nelle tenebre crescenti delle viscere della roccia, in cui l’accoglievano gli arcani. Morto al mondo delle apparenze e a quello delle idee«chiare e distinte», l’uomo sembra superare se stesso, pervenendo al centro più segreto di sé e insieme al di là di sé, alla soglia del Nulla e al contempo dell’Essere.
Maurice de Guérin, contemporaneo di Hugo e Lamartine e molto prossimo alla sensibilità leopardiana, disteso sull’erba, chiude gli occhi, si ritrova solo con se stesso e in se stesso. «Sotto il velo che copre quasi tutti i fenomeni della vita fisica», la sua anima «trafigge spesse tenebre, oltre le quali vede a nudo certi misteri in cui godere visioni più dolci…». Nel Romanticismo la Notte contrasta, con la sua profonda oscurità e il suo mistero, il mondo diurno quotidiano e banale, esalta il sacro, crea un clima propizio a tutte le fantasie del sogno che Gérard de Nerval descrive come «un abito tessuto dalle fate e di un profumo delizioso». Le tenebre custodiscono un sole nero e le più profonde illuminazioni. In Blake si condensa il tempo della visione notturna.
Dietro la facciata della notte incantatrice si contorcono le architetture di turbamento e perdizione di Baudelaire che fanno segno a scenari di poesia e di pensiero inediti. Spetta a Mallarmé, nella lucidità del suo delirio d’insonne, sopprimere, creare per «eliminazione» le sue tenebre e i suoi fantasmi, fino alla paradossale confessione: «la Distruzione fu la mia Beatrice» È con una notte tempestosa, si sa, che il giovane Valéry mette fine al secolo delle tempeste e dei notturni. Proprio lui, che aveva creduto, come riconosce in Variété, di percepire nelle tenebre di Pascal un «bel nero», troppo ornato di emozioni letterarie per essere solo onesto e credibile, proprio lui giunge alla secca equivalenza: «Vedere chiaro è vedere nero». La ragione è notturna; il giorno è derisione. Si può ben comprendere lo spavento della mente di fronte alla catastrofe ontologica che ricomincia ogni alba, annuncio fatale del giorno nemico del pensiero.
Con l’Esperienza interiore, Georges Bataille ci trascina sul versante tanatologico dell’essere, di fronte all’impossibile certezza che incombe, quella del nulla, della vacuità, della perdita. Per non soccombere a una forma di idealismo filosofico o di sublimazione poetica, occorre inseguire la parte tragica del contrappunto. Un linguaggio preso nella passione per l’oscurità non può vivere in qualche modo che per la morte, che per dire la propria morte.
Dobbiamo all’opera della notte la poesia, necessaria in quanto tale? Quella di Joë Bousquet non dispera di trovare e tradurre dal silenzio una frase inarticolata, un suono atono, oltrepassando destinazione e causa, incommensurabili per l’infermità umana. Il buio, inseparabile dal segreto della camera dove il poeta, paralizzato, vive con l’altro morto che porta in sé, è il grembo di un’invenzione allucinata. La scrittura è letteralmente un esercizio della notte, giacché è la notte che gli reca lo sguardo, la notte «sgorgata dalla sorgente sotterranea…, dal sole sotterraneo che gli ingenui chiamano ‘fuoco centrale’».
Notte è l’inconscio nella sua selvatichezza indomita. Chissà, forse solo la poesia potrebbe offrire l’avventura di giocare liberamente col mostro che è in fondo a noi stessi, ma di cui non siamo padroni. Lo potrebbe incantare, dato che non possiamo ignorarlo, né reprimerlo, senza correre il rischio di uccidere noi stessi o gli altri. Di certo, esso incute terrore quando si spinge la chiarezza ad avventarsi su di lui per dominarlo.
Più che all’inconscio, Beckett allude all’oscuro rovescio del luminoso iperuranio platonico in cui l’oscurità, più della luce, è dunque il luogo di una «libertà assoluta». Svanite le coniugazioni delle categorie opposte di bene e male, di amore e odio, di verità e menzogna, di forma e sostanza, nell’assenza di qualsiasi rappresentazione mimetica, di qualsiasi trascendenza simbolica (o semantica), le parole – neppure frammenti di una spiegazione – ritmano soltanto la scansione di una procedura dove la significazione non ha più senso. La scrittura si riduce al bisbigliare delle parole, poiché, com’è detto nell’Innominabile, «la ricerca del modo di far cessare le cose, di mettere a tacere la propria voce, è ciò che consente al discorso di proseguire», a non finire di finire. Cade la Notte.
Adriano Marchetti è docente di Letteratura francese all’Università di Bologna. Dirige le collane “Episodi” (traduzione) e “Metaphrasis” (saggistica). Ha dedicato saggi e traduzioni a Rimbaud, Weil, Jacob, Char, Bousquet, Oster, Bauchau, Jabes, Paulhan. Il suo ultimo libro è La notte. Invenzioni e studi sul nero, Pendragon, Bologna 2004.
Da questo numero “Carte nel Vento” inizia un viaggio dentro la trentennale storia della rivista e delle edizioni “Anterem”, e in quella ventennale del Premio Lorenzo Montano, riproponendo testi poetici pubblicati nel corso degli anni. Alcuni saranno rari e ormai introvabili, altri importanti riscoperte, tutti costituiranno nel tempo un “almanacco” in progress.
Diamo inizio a questa serie partendo dai volumi delle “Opere scelte” del Premio: per conoscere in quale edizione sono risultati vincitori, vedi “Storia del Premio” nel sito.
Sono ancora disponibili alcune copie di questi libri. Per richieste o informazioni contattare info@anteremedizioni.it
PER LEGGE D’EQUILIBRIO
In stanze, in luoghi preparati
per ascoltar silenzio
tra quinte discorsive,
più alta la colonna dell’umano
nel vaso della mente
dovrà salire, svelta
comunicando con denso buio
per legge d’equilibrio.
CATASTROFE
Per discontinue agnizioni, saggiate
forme, liberi i punti di catastrofe
improvviso in splendidi salti
in note geometrie, il lindo smalto
del fertile disastro, sogno esploso
miriadi in armi dell’aggregazione.
EQUILIBRIO IN MOTO
Ammirando una superba quiete
un equilibrio in moto, sia veloce,
splenda esatta l’indagine crudele
nell’erba luce della perfezione:
se impropria quella pace non la serbi
al punto dell’incontro vettoriale
lo slancio inetto di due applicazioni
contrariamente uguali.
RESURREZIONE DOPO LA PIOGGIA
Fu nella calma resurrezione dopo la pioggia
l’asfalto rifletteva tutte le nostre macchie
un lungo addio volò come un acrobata
dalla piazza al monte
e l’attimo sparì di volto in volto
s’accesero i fanali e si levò la buia torre
contro la nostra debolezza
i secoli non ci hanno disfatti
TESTAMENTO PRECOCE DEL GIOVANE MAX
Ospite
trattenermi ancora
un po’ più sano un po’ più selvatico
gustare i meriti della fortuna
essere adorato
la compiutezza del naufragio
i miei buchi di sorriso
e non restituire il corpo
MAX (1971)
EBBREZZA DI PLACAMENTI
5
Stagioni foglie
sempre smarrite ritrovate
ma che non torna abbaglia dai rifiuti
ombra da vincoli di luce trattenuta
grazia nessuna
se non il dio frainteso
*
Come fece il sole
con le tue membra minute
quando sospiravi, come
fecero alcune
cose passeggere
solcandoti come alte
sbalordite mezzelune
*
Una fine luce come pioggia
confina con gli alberi e coi fiumi,
la notte alta troppo lentamente
frantuma l’avversario: la sua
polvere è lungi dal cadere
parla, sì, parla
intero è diventato ormai
ciò che si rabbuia: addio,
dunque, spalle, cranio, abbiate
cura del vostro risveglio
*
Potevo
immaginare i mirabili tronchi,
il loro spesso acceso
bianco, l’oscuro-acceso
modo del loro restare
Nessuna voce,
corre l’immenso suono,
come chi da un risveglio si muove,
come staccato da solido buio,
tutto va in porto,
incrociandomi
IL MARGINE DEI FOSSILI
I
le acque provenienti dagli abissi si congiunsero a quelle,
dando luogo a crolli e al conseguente…
inondazioni derivarono e sedimenti
nel ripetersi della sovrapposizione. Non tutte le pietre
ma solo massi spezzati stettero alla base.
II
nell’ardesia si vedevano di frequente
forme di pesci esattamente come fra le mani
bocche si scolpiscono aperte nelle impronte schiacciate
III
è chiaro che i pesci dello stesso stagno
da un’unica massa sono stati schiacciati.
Le impronte dei pesci provengono dunque
da veri pesci.
IV
ossa raggruppate e disposte lungo la roccia
in piccole o grandi nicchie naturali
dal 1923 al 1925, senza mandibole,
numerose fra i crani a m. 1,20 dal suolo
orientate da est a ovest
V
per questa ragione il cranio e le ossa lunghe
sulle alture o su rami non portano
con sé
ogni mutamento di sede
VI
tranquilli nei giorni più frequenti
nella calma che preme al di qua
dei successivi movimenti, quasi incerti
i fossili verso il margine del bosco
meno denso
contro cui deboli perdendosi
gli occhi si rompono
VII
evitando che le ossa
siano dai cani divorate
ricoperte nuovamente di carne
di un giovane orso bruno,
gli si tagliano canini e incisivi
con sega sottile
VIII
è vietato spezzare le ossa di cui
si è mangiata la carne
sgozzata la sera:
bersagliate e legate le vidi
le une accostarsi alle altre
in festa echeggiante.
Su di essa muscoli e fiotti
fiorivano
IX
questi depositi, offerte di primizie
abbattute presso popolazioni artiche
resti di animale
nella limpida traccia del dio caduto
fra il cacciatore e la preda
X
su una placca di ardesia incisa
si distingue avvolto in una pelle
con coda di cavallo e corna
di cervo sulla testa
che finisce a becco
XI
i suoi vicini di parete
sono l’uomo e il rinoceronte
la testa è priva di lineamenti
ma il ventre
si affaccia a proteggere
*
Solo superficie, polvere soltanto,
ma inattesa polpa incantata
dell’autunno, se passo
qui dov’è il mio peso
come un segno in un libro,
una risposta, e facili nuvole
sopra le rondini, e sotto,
più sotto, senza mai saperlo,
l’orlo d’erba del passato.
Niente, neppure una parola.
L’oro guarda l’argento.
THE BOOK OF GIVING BACK, 1995
*
Qualunque arte,
se non si fa smemorata
e senza mezzi, attenta solo
a seguire il movimento,
vale meno della sua materia.
Anche un albero,
fotografato
con troppa cura,
si allontana.
DOVERI DELL’ESILIO, 2001
*
Forme disperse in altre forme,
aspri riflessi, se dal vetro
guardi la città quasi fosse
una misura, un ago che fa l’orlo
al deserto, grido nel sonno
spina della pelle.
THE BOOK OF GIVING BACK, 1995
*
Non in queste parole
ma nelle nascite seguenti.
E riposare in un limite,
servire
l’ultimo possibile,
riunirlo dove
intatti da collera
e clemenza, alti nell’aria,
meteore, intricati per sé
i mutamenti.
ARMI SENZA INSEGNE, 1987
*
difficile madre, imminente,
da cui mosse
nella continuazione si riflettono
da lontano forse parlano
cose che non si deve
porre alla lingua. senso
per somiglianza incustodito.
ANDATURA, 1978
*
T’incantano le strade
che si girano, che sciupano
la prospettiva, le rime
stravaganti e l’asfalto
che non segue la luna,
il funicolo torto che spinge
verso carezze barocche.
Nessuno accanto a nessuno.
IL POPOLO DELLE COSE, 1996
A fianco di una sempre minore fortuna editoriale “tradizionale” della poesia, negli ultimi anni si è verificata una sua crescente presenza su Web, su siti web di vario tipo. Questo, pur non significando per forza un maggiore interesse, dà almeno uno spazio di sopravvivenza ad una modalità di espressione artistica altrimenti da riserva. Le due ragioni principali per questo passaggio dalla carta alla rete sono la gratuità della pubblicazione su Web, a fronte dei costi relativamente elevati della stampa tradizionale, ed il vastissimo pubblico potenziale, che in teoria permette di risolvere il problema della distribuzione notoriamente scadente di libri e riviste di poesia.
Nel tempo, sul Web si sono sviluppate varie modalità tecniche di pubblicazione, di cui la più notabile tra quelle di recente nascita è il blog. Come è naturale, chi si occupa di poesia cerca di sfruttare quanto disponibile in questo campo: l’esito è una comunità ampia e vivace che si esprime in testi, critica, discussioni, commenti su blog, siti, riviste online, forum, e quant’altro.
Il blog in particolare rappresenta uno spazio di discussione personalizzato, che va parzialmente a sostituire la funzione che fino a poco tempo fa avevano i forum. Questi ultimi erano spazi pubblici senza un vero proprietario, mentre il blog è uno spazio privato e personale, il cui il proprietario pubblica dei post (articoli) aperti ai commenti di terzi. Rispetto al Web delle origini, più statico, la facilità di pubblicazione che si ha con i blog dà una maggiore dinamicità alle informazioni pubblicate. L’esito è però anche una certa frammentazione delle discussioni, che si sviluppano e propagano su più siti, in modo del tutto indipendente, senza particolari sincronizzazioni. Questo accade anche nei cosiddetti blog multiautore, in cui non è una sola persona a pubblicare, ma un gruppo di autori, che a volte possiedono pure un proprio blog personale.
Chi fosse intenzionato a seguire il dibattito poetico, si troverà preso a navigare tra i vari siti Web per leggere le ultime novità. Considerando che esistono decine se non centinaia di blog e siti poetici, e che la frequenza media di pubblicazione di nuovi post è quasi uno al giorno, diventa proibitivo o almeno impegnativo fare il giro, anche solo per vedere se c’è qualcosa di interessante.
Il problema non si presenta esclusivamente per i blog di poesia, anzi. Per ovviare a questo problema, nel tempo sono nati dei meccanismi tecnici che permettono di esaminare contemporaneamente le ultime pubblicazioni che compaiono su gruppi di blog selezionati. Due sono le categorie di programmiinteressanti da questo punto di vista: i cosiddetti newsreader (o feedreader), e gli aggregatori.
I primi sono dei software complementari al navigatore Internet, tramite i quali ci si iscrive a tutti i blog di proprio interesse. Il newsreader, ad ogni attivazione e poi con una cadenza impostabile dall’utente, fa il giro autonomamente, verifica se sono stati pubblicati nuovi post, e li predispone in ordine cronologico inverso o in qualsiasi altro ordine deciso dall’utente, a prescindere dalla fonte. Se il titolo di un post è di proprio interesse, basta cliccarci sopra, attivando così il navigatore. Un esempio di newsreader è Blog Bridge.
L’aggregatore è invece un sito Web il cui funzionamento è del tutto simile al newsreader, tranne che la selezione di solito non dipende dall’utente, ma dal gestore del sito. Per l’utente, consisterà in una pagina Web accedendo alla quale avrà modo di avere una visione complessiva su quanto è stato pubblicato nei blog in essa aggregati.
Entrambe le categorie si basano sul fatto che quasi tutti i blog pubblicano anche una versione sintetica del loro contenuto, detta feed, utilizzabile per questo genere di automazioni (e che si può vedere in funzione, per esempio, sul sito http://news.google.it: l’aggregatore di notizie di Google).
Poe Cast (http://www.poecast.it) è un aggregatore tematico che raccoglie una serie di blog poetici e notizie di poesia. I blog sono stati selezionati tra quelli che promuovono il dialogo, cioé quelli che non fungono da strumento di autopubblicazione dei propri testi (anche se questa è una delle funzioni possibili e sensate dei blog). I post dei vari blog vengono aggiornati circa ogni quarto d’ora, e mostrati in ordine cronologico inverso nell’area centrale del sito. La colonna di destra espone una serie di notizie recenti riguardanti la poesia, estratte da un grande numero di sorgenti, per il tramite dell’aggregatore di Google.
Po Ecast si pone come pagina di partenza per lo specialista o l’appassionato che abbia voglia di vedere a colpo d’occhio le discussioni in corso nell’ambito poetico, e da lì approfondire i singoli post di interesse. Poiché per scelta non sono inclusi tutti i blog di poesia, probabilmente sarà necessario visitare anche altri siti, ma una parte del “lavoro” è evitata, lasciando più tempo per la lettura vera e propria.
A fianco dell’aggregatore in senso stretto è presente una sezione di podcast, cioé registrazioni audio fatte per essere ascoltate sul proprio computer o anche su lettori mp3 come l’iPod. Sul modello della poesia al giorno di Fahrenheit, una volta a settimana pubblico un autore che legge una sua poesia; una frequenza poco impegnativa, pensata per l’ascoltatore casuale e magari non ancora appassionato di poesia. Proprio per raggiungere un’utenza non specialistica il Podcast di Po Ecast è stato registrato presso aggregatori che raggruppano altri podcast, come iTunes Store di Apple, Odeo, Audiocast.
Po Ecast è usato da 40-80 visitatori al giorno, per in media un centinaio abbondante di pagine visualizzate (che, vista la struttura del sito, corrispondono a dei "ritorni"). Ogni visita si riversa in due-tre visite per i blog aggregati. Probabilmente gli utenti sono principalmente (ma non esclusivamente) gli stessi bloggerche hanno con il mondo poetico su Web una certa consuetudine.
Da poco è nato un altro aggregatore, Absolute Poe Gator, che aggrega anche blog esteri.
Dovendo cercare per forza una similitudine con le attività del lettore affezionato all’editoria tradizionale, usare l’aggregatore Po Ecast corrisponde grossomodo al passare (spesso) davanti ad una vetrina di libreria adibita alle ultime novità in poesia, e non da soli, ma con altre persone che commentano e discutono ciò che si vede in vetrina. Per essere corretti, probabilmente di fianco alla libreria c’è anche un bar: non sempre le discussioni rimangono in tema, e non sempre si rimane nel civile. D’altra parte, quante sono ormai le librerie che si possono permettere una vetrina per la poesia?
Come ho già avuto modo di notare in altra occasione (1), un problema insito nell’utilizzo dei blog per il dibattito poetico è che i tempi naturali del blog sono molto più rapidi di quanto forse necessario alla poesia. L’arte non è usa e getta, e questo comporta anche il fatto che bisognerebbe avere tempo e coraggio di aspettare; in questo, la rete non aiuta. I blog presentano temi su cui ci si affanna in commenti che durano qualche giorno, mentre per certi argomenti sarebbe necessario qualche giorno solo per scrivere un commento all’altezza di un vero dibattito culturale. Non solo, ma la possibilità di aggiungere, aggiornare, commentare in continuazione può impedire la sedimentazione del ragionamento in punti fermi. A questo proposito Marco Giovenale (2) suppone la necessità di aree in cui il derivare illimitato della discussione sia tecnicamente inaccessibile (vale a dire: la rivista di un tempo, il libro, ma in versione web).
Ciononostante, è chiaro che il mezzo internet facilita tutto quanto è interazione a distanza, quindi ben venga: la geografia non è più un limite.
A questo si può aggiungere un ulteriore problema: un libro di poesia pubblicato decine di anni fa da una minuscola casa editrice probabilmente è ancora reperibile in qualche biblioteca, non fosse altro che in quella del comune di residenza dell’autore. Su Internet quel che dura, dura tanto, ma si tratta di una memoria capricciosa: non ci sono certezze, o meglio, ce ne sono meno che per la carta. Come nota Luigi Metropoli (3), questo pone nuovi problemi alla filologia del futuro. Se i post sui blog ed i commenti ad essi sono importanti per il dibattito letterario, forse è ora che qualcuno pensi a stamparli ed a metterli via.
Riferimenti
La risorsa attenzione. Intervista di Christian Sinicco a Vincenzo Della Mea, Absolute Poetry [http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article612]
Riflessione sulla forma-blog (1). Marco Giovenale, in Slow Forward [http://slowforward.wordpress.com/2007/01/04/forma-blog-1/]
Le fasi embrionali. Intervista di Christian Sinicco a Luigi Metropoli, Absolute Poetry [http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=586]
Nota bio-bibliografica
Nato nel 1967, Vincenzo Della Mea è ricercatore universitario nel campo dell’Informatica Medica e delle Tecnologie Web a Udine; vive poco distante.
Nel 1999 ha pubblicato “L’infanzia di Gödel” (La Barca di Babele, Meduno). La sua seconda raccolta si intitola“Algoritmi” (Lietocolle, Como 2004; premio biennale di poesia “Nelle terre dei Pallavicino” 2005, finalista del Premio Lorenzo Montano 2005, II premio Percoto 2006). Sue poesie sono apparse anche su diverse riviste tra cui Nuovi Argomenti, Caffè Michelangiolo, Almanacco del Ramo d’Oro, Nazione Indiana, Daemon.
Per l’editore Lietocolle ha curato un’antologia tematica su poesia e computer (“Verso i bit”); ha inoltre contribuito a realizzare il n.13 della rivista Daemon – libri e culture artistiche, dedicato al rapporto tra scienza e arte.
Mi è stato chiesto di spiegare la mia attività di poeta, critico e giornalista, da sette anni attivo su internet. Lo faccio pensando al presente, nel progetto del futuro, passo dopo passo su un sentiero in ascolto, con l’esperienza del passato che tranquillamente frana senza che ne sia investito. Giulio Giorrello http://www.educational.rai.it/mat/bio/bigiorel.asp, sul Corriere della Sera di martedì 13 febbraio, parla delle informazioni allocate su server non raggiungibili dai motori di ricerca, dunque “perse”, e afferma che il web è desideroso di oblio, che questo, nonostante sia percepito come punto debole, è il punto di forza, “è la sua stessa condizione di esistenza, tanto più che la rete dovrebbe funzionare come strumento per progettare il futuro. Non si tratta, dunque, di una biblioteca virtuale i cui testi sono fissati definitivamente – come era invece l’organo centrale di informazione e istruzione sognato nell’Ottocento da John Stuart Mill (il quale, per altro, si preoccupava che la consultazione di questo grande archivio della cultura fosse davvero accessibile a tutti, senza discriminazione). E’ un sistema dinamico, privo di centro direzionale definito: si dice appunto rete, e ogni nodo può considerare se stesso come un centro locale, e il resto periferia – ma tale prospettiva può essere invertita!”.
Potrei esplorare tutta un’altra serie di condizioni di esistenza di internet, ma mi interessa parlare di poesia, e fotografare ciò che accade, il nodo che cerco di stringere.
Il web è uno strumento dove l’operatività dispone prospettive e si pone dei problemi semplicissimi, sull’accessibilità, sulla gradevolezza e sull’attrattiva delle informazioni; i successi sono il risultato dell’essere vetrina (si consulti l’articolo Otium et negotium http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=36), anche nell’accezione della trasparenza di un lavoro e del come l’informazione tende ad essere pubblicata, ad ogni livello di trattazione, attraverso le diverse possibilità date dalla multimedialità, grazie agli strumenti di organizzazione e ri-organizzazione della rete (gli aggregatori, che danno la notizia dell’avvenuta pubblicazione di un articolo su siti e blog – nel caso della poesia italiana ne abbiamo due: PoEcast http://www.poecast.it/ a cura di Vincenzo Della Mea http://www.dellamea.it/enzo/blog/ e PoeGator http://www.lellovoce.it/spip.php?rubrique46 su un’idea di Lello Voce http://www.lellovoce.it/) e dello spazio su cui si lavora (restyling del sito/implementazione di servizi).
La maggior parte del lavoro svolto, in poesia, oggi, utilizza per la comunicazione il blog (si consulti l’articolo Canti e balli http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/editoriali.php?archive=87), preferendolo ai siti statici, più o meno spinti sulla multimedialità - ne cito due, Vico Acitillo http://www.vicoacitillo.it/ di Emilio Piccolo e Antonio Spagnolo e Poiein http://www.poiein.it/autori.htm di Gianmario Lucini.
Il 2006 si è imposto come l’anno dell’evidente sorpasso tra le vendite mensili sulle riviste cartacee e l’incredibile mare di utenze interessate a seguire le vicende della poesia sui blog; non che entrambe le cose non possano coesistere, ma la nostra editoria non ha compreso le possibilità date dall’integrazione dei mezzi, e gli operatori su internet non hanno ancora le possibilità economiche e strutturali per riversare l’esperienza acquisita nella produzione di prodotti innovativi.
Principalmente scrivo su AbsolutePoetry http://www.absolutepoetry.org/, il blog collettivo nato da un’idea di Lello Voce grazie alla lungimiranza del Comune di Monfalcone e della Regione Friuli-Venezia Giulia, che hanno voluto “cantierare” un grande festival di poesia - la dimensione live, dal vivo, di AbsolutePoetry non è da sottovalutare, poiché fa in modo che le tecnologie della trasparenza che nutrono internet poi si riversino all’aria aperta, primo passo verso quell’integrazione dei mezzi da assumere tra gli obiettivi. A questo blog si sono collegate 18.000 persone nel mese di febbraio 2007, ma all’inizio di settembre ne contava 6000: il trend di crescita è tra i più alti in “assoluto”.
Operazione più complesse dal punto di vista multimediale (con video, juke box poetici, saggi) ho avuto la fortuna di produrle grazie a una tra le più antiche riviste online e multimediali italiane, nata nel 1998, ovvero Fucine Mute Webmagazine http://www.fucine.com/, di cui sono stato caporedattore - non è impossibile che un’uscita del mensile non assuma in futuro i connotati del numero 87 http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=/network/fucinemute/core/sommario.php?fma=78 del magazine, lo speciale poesia del 2006, a cui si sono collegati più di 200000 utenti, osservando i diversi indirizzi IP.
Il mio lavoro “critico” lo archivio su mare del poema http://spaces.msn.com/maredelpoema/, e nelle sue linee è semplicissimo: fornire spazi, indagando così la scena contemporanea; analizzare i “tesori” trovati, attraverso una serie di saggi introduttivi, dove prefiguro e dove riepilogo (ad esempio il lavoro sulla giovane poesia italiana, partendo dalle antologie uscite, dai post di autori inediti, e per ora riassumibile per mezzo degli articoli La poesia e la giovane poesia nell’età del web http://www.fucine.com/archivio/fm57/sinicco_saggio.htm del 2002 e La nuova poesia in Italia? Ouverture sulla differenziazione http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=395 del 2006). Mi interessa la contemporaneità, nonché la sua spinta progettuale, prospettica, e i lacci del passato che si relazionano al presente, le lunghe palizzate che sono in grado di intravedere dalla mia, per ora breve, ricognizione storica, sociologica, ed estetica.
Tuttavia questa attività intellettuale interessata al contemporaneo è famelica di esperienza fisica: mi interessa il teatro e la performance, la poesia attraverso tutte le sue possibili esecuzioni che ricerco tra gli archivi; e mi ci butto dentro di persona, provo anch’io a fare rock o ad installare il corpo-poesia nella scena per osservare la metamorfosi degli elementi; credo che la vivacità di questo esperire riesca a fornirmi strumenti per la riflessione sulla formatività contemporanea, capire i processi di formazione dell’opera, utilizzabili pure per il mio labor poetico. L’energia è nel fare - questo rende vitali le opere, le approfondisce, muove qualcosa in noi.
Internet ha scatenato processi irreversibili? Se osserviamo le statistiche in crescita dei blog, il dibattito sta assumendo i contorni di qualcosa che può far cambiare le sorti della poesia e della sua ricezione, che innanzitutto è libera, non filtrata dal management (anzi, qualsiasi tentativo di costruzione dell’evento “poetico” da parte di una qualsivoglia potenza della critica o della poesia, se non convince, anche come comunicazione, viene in tempo record analizzato, smontato, riassemblato in altro modo; si assiste, non di rado, a una problematizzazione immediata dell’informazione, fino ad arrivare anche alla parodia se proprio qualcuno l’ha sparata grossa). C’è bisogno a questo proposito di indagare lo stato del sistema, e gli operatori devono essere in grado di farlo: ho realizzato recentemente il questionario La Macchia Nera http://lellovoce.altervista.org/spip.php?mot7 che ho spedito a una cinquantina di blogger e di redattori di riviste online; questo lavoro mi è stato utile, in parte, per la realizzazione di un dibattito all’interno del festival internazionale di Monfalcone http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article699. Non faccio qui un’analisi delle risposte del questionario; posso dire che c’è un progressivo approfondimento della conoscenza del proprio lavoro da parte degli addetti del web (e ciò fa pensare ad una sorta di “professionalizzazione”), ma c’è una sottovalutazione dell’importanza della ricerca, nel senso della fotografia del contemporaneo e della messa a disposizione di testi riguardanti il passato, soprattutto quello recente.
Tuttavia la situazione non migliora oltre l’ambito internettaro, ad esempio tra le Scilla e Cariddi dei sistemi di credito nelle università, fondati su alcuni nomi, trascurando spesso il “resto”, non trovando o sviluppando canali adeguati per la comunicazione delle ricerche.
Non amo fornire alibi, ma in questo momento il concetto di comunità, sui blog, è ancora un’esigenza sentita che dà vita a molti problemi (si consulti il post Siete connessi? 1 2 3 prova… http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article677), trascurando aspetti essenziali dell’attività di un intellettuale, che non può essere incentrata sul desiderio di farsi amichetti.
La scena sarà animata da nuovi intellettuali, anche grazie a internet? Credo di sì, e non solo grazie a internet, poiché in buona parte gli intellettuali migliori sono poliedrici, uomini che fanno l’esperienza di questa società, che hanno interesse a provare se stessi in diversi ambiti, capaci di separare nettamente le esperienze o di creare vasi comunicanti tra esse.
I problemi riguardano la critica, anche quella esordiente, che se non scenderà in campo per veicolare le proprie istanze e per discuterle “orizzontalmente” - che significa costruire nel presente il proprio lavoro, e renderlo nuovamente eseguibile attraverso comparazioni e proposte, abbandonando la risposta agli altri, che siano operatori del settore o semplici appassionati non ha importanza visto che il centro=periferia - avrà sempre meno peso specifico nel settore. Entro quatto o cinque anni ci saranno delle esperienze che proprio grazie a internet saranno riconosciute da tantissime persone; la critica perderà quel poco che si è costruita con i sistemi di credito del letterario ambientino, quello a supporto esclusivo degli addetti ai lavori.
Tutto ciò che posso fare è auspicare un travaso, nella speranza che queste parole siano di sprono per i critici; i problemi, per chi voglia scendere a patti con questa rete-leviatano, sono solamente inerenti all’impostazione del lavoro, al taglio della ricerca, che deve poter essere osservabile e, di conseguenza, trasparente, aspetto peculiare del web.
Non a caso il blog che più mi interessa per la metodologia è Dissidenze http://www.dissidenze.com/ di Giampiero Marano, un impegno che comunica fiducia; lo affermo, oltre i fini didattici dello spazio in questione, perché la ricerca personale di Marano si avvale di persone, e di contributi, atti anche alla riflessione sui problemi della contemporaneità e ai possibili superamenti. Per motivi analoghi mi interessa Blanc de ta nuque http://www.golfedombre.blogspot.com/ di Stefano Guglielmin.
Poi, rispetto la mappatura degli autori, la possibilità di essere recensiti e comunicati, non possiamo dimenticare LiberInVersi http://www.liberinversi.splinder.com/ di Massimo Orgiazzi e La costruzione del verso http://www.frucco.splinder.com/ di Gianfranco Fabbri.
Infine le comunità: Nazione Indiana http://www.nazioneindiana.com/, Erodiade http://www.erodiade.splinder.com/, La poesia e lo spirito http://www.lapoesiaelospirito.wordpress.com/, GAMMM http://gammm.blogsome.com/... e altri blog collettivi si aggiungeranno a questa lista (per tutta un’altra serie di link e approfondimenti consiglio di leggere gli articoli e le inchieste segnalate).
Internet può dare vita ad una nuova avanguardia? No: i suoi back up immediati sono in grado di rendere ridicola una maglia rigida ideologicamente, programmatica nelle finalità, e avviluppata come comunità, come collettivo. E’ la continua elaborazione di prospettive a interessare gli operatori migliori, che mal digeriscono la creazione di qualsivoglia orizzonte di attesa o di discorsi sulla determinazione dei prodotti in chiave storica, poiché amano piuttosto essere attivi riguardo le informazioni, più o meno influenzati da esse, in nessun caso determinati, impacchettati e spediti a soffiare le vele esauste delle canonizzazioni, di fin troppo statiche ideologie. Inoltre l’operare all’interno di un reticolo centro=periferia produce un superamento evidente delle dinamiche dei gruppi del Novecento, basti pensare alla nascita continua di blog collettivi – grazie a queste aggregazioni spontanee, gli artisti, gli intellettuali, gli addetti ai lavori, le utenze, non fanno altro che seguire le specificità della comunicazione di internet, pur non conoscendone appieno le potenzialità… le comunità, collettivi di blogger, rischiano di chiudersi, anche all’interno dello strumento utilizzato, il che comunque equivarrebbe ad un’implosione: le tecnologie della trasparenza in grado di progredire sono quelle capaci di essere presenti in diversi contesti, di produrre effetti visibili, sensibili, ovunque, e non solo nel presidio di un blog.
La fisicità è il punto di arrivo? L’individuo è il centro, da qualsiasi periferia scriva: internet ha contribuito a rimettere gli artisti e gli intellettuali in primo piano, e non le logiche di assegnazione di spazi su antologie o collane, dettata da qualche lobby poco al passo con i tempi.
Un periodo si è concluso, e ce n’è uno nuovo da progettare. Quello che posso fare io è semplicemente spingere verso la ricerca, fare in modo sia discussa (non credere a priori nella sua bontà), dire agli utenti di imparare a utilizzare gli aggregatori, agli addetti di non credere la propria sfera di conoscenze assoluta, di non fermarsi a progettare, di non credere non esista un’altra angolatura, un’altra prospettiva, altri spazi da condividere, da visitare, da mettere a disposizione, anche da abbandonare perché si desidera fare meglio.
Trieste, 15 febbraio 2007
Christian Sinicco è nato a Trieste il 19 giugno 1975.
Nel 1999 fonda insieme ad altri poeti l’Associazione Culturale "Gli Ammutinati".
Il suo primo libro "Passando per New York" (LietoColle, Como) con prefazione a cura di Cristina Benussi, è uscito nel 2005.
È redattore di importanti blog e siti come AbsolutePoetry (http://www.absolutepoetry.org) e Fucine Mute Webmagazine (http://www.fucine.com). Archivia tutta la sua attività giornalistica sul blog Mare del poema (http://spaces.msn.com/maredelpoema/).
Essendo tra i performer giovani più interessanti della scena italiana di poesia, partecipa a manifestazioni di carattere nazionale e internazionale, eseguendo i suoi testi (http://www.poesiapresente.it/HTML/04_sinicco.htm) con il gruppo rock Baby Gelido.
Dalla Prima Biennale Anterem di Poesia: Officina della percezione II
Le opere che abbiamo presentato in questa rassegna non narrano e non descrivono cose. Sono piuttosto segni che tracciano, incidono, si muovono come echi o presagi.
Il loro tempo è estraneo al divenire di un’azione o di una storia ma piuttosto vicino al ripetersi insistente di un cuore che pulsa.
Eelco Brand, l’autore del primo video, vive a Breda in Olanda. Partito dalla pittura, ha individuato nella computer animation una sorta di superamento della staticità del quadro dipinto. Questo, come quasi tutti i suoi, è un video breve che ricostruisce frammenti di un paesaggio che non esiste: non ha inizio né sviluppo narrativo e può essere visto come un quadro in movimento.
“Heaven Can Wait”, il secondo video, è un’opera di Oliver Pietsch, artista che vive a Berlino. E’ un’unica sequenza, tratta dall’omonimo film di Ernst Lubitsch, che si ripete più volte creando – proprio nell’insistenza dell’iterazione – un’attesa senza esito, sospesa in una sottile ironia.
Insistenza che ritroviamo nell’inquadratura del video successivo, “Body Snatcher” sempre di Pietsch, che carica di violenza il primo piano del protagonista a guardia di una banca, stretto dal teleobiettivo e ripreso a mano libera con conseguenti bruschi movimenti di quadro che sottolineano il ritmo ansioso e nevrotico dei movimenti della bocca e degli occhi.
Il quarto video, “Serendip” è di Mario Consiglio, artista che vive a Perugia. Questa animazione digitale ha origine nelle sue opere pitto-scultoree, che trovano qui deformazioni e distorsioni prospettiche in un ritmo serrato, scandito dalle musiche originali di Claudio Coccoluto.
La quinta opera “Misfit”* ancora di Oliver Pietsch, è lo storico urlo di Marilyn Monroe che risuona all’infinito come un’eco della sua immagine, l’eco drammatica di questa icona straordinaria del cinema di Hollywood.
L’ultimo della rassegna, è un mio video, “Light Waves”, composto di due inquadrature fisse che si alternano, si inseguono in tempi via via sempre più brevi, fino a sovrapporsi nei frame della telecamera. Sono continui movimenti minimi della natura, suoni e rumori di un respiro sempre più estraneo al nostro.
The Misfits (1961) di John Huston, con soggetto e sceneggiatura di Arthur Miller.
Sirio Tommasoli è redattore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.
Bisogna, dunque, interrogarsi sul senso della poesia ad un livello più basso, più letteralmente terrestre. Com’è possibile la sua esistenza? Cos’è che rende così perfettamente sicuro (e imme-diatamente sensibile) un avvenimento tanto lontano? Ho a dispo -sizione un suono: nient’altro.
Penso a un tentativo d’amore continuamente esaltato e mai vera-mente raggiunto: come una prodezza infantile o una lingua che cerchi in ogni modo la disattenzione sociale. La lucidità di questo lavoro viene attestata da una perdita interiore: nessun destino si realizza in dimensione corporea.
Ma in poesia ogni luogo è possibile: la riscoperta fisica di un’adolescenza, la realtà configurata nelle pieghe di se stessa, l’ombra che sforma e la paura. Non si sa fino a che punto si possa arrivare, ma e intuibile la geometria che ci sostiene: la stessa, suppongo, che sostiene ogni gesto, ogni poesia.
Ha senso anche chiedersi di quanto tempo si dispone, quanta poesia (in termini veramente quantitativi) e possibile scrivere; e per questa via arrivare a un desiderio, forse non sempre legittimo: elargire tutto a piene mani, tutta l’irrequietezza, tutti i tremori e i timori in questa sola misura.
Se la poesia è una specialità della mente, si ha la certezza (quasi morbosa) che l’attrito fra lei e il mondo non sia solamente pensiero, ma l’attuazione di un suo andamento fisico. E non è ancora abbastanza: c’è una forma di vita, una crescita astratta, nella poesia della mente, che me la fa scegliere.
E ciò perché non sono molte le parole che rendono liberi. Spesso ci opprime il ricordo di un senso obbligato, un linguaggio costretto ad essere quello che deve essere. Le parole che rendono liberi (e non ne trovo nessuna adesso, nemmeno la parola “poesia” mi sembra tale) non hanno contorno.
Perciò quando le trovi tutto appare sospeso e sembra svolgersi in autonomia. Le sensazioni salgono (leggere o brutali) in direzione di un volto che è tutt’al più rumore, fruscio... un volto che cambia con l’aria. E non ci si interroga più sul senso della poesia, né sulle parole che hanno avuto libertà.
Così il linguaggio naturale delle cose, tanto impenetrabile, è una metafora pensante, una correlazione perenne che prova a rico-noscersi scrivendo. Ecco perché si ha spesso l’impressione che gli oggetti (anche la mente, quando è oggetto di linguaggio) parlino come se non avessero realtà.
Occorrerebbe allora nutrire il discorso di citazioni, sprecare le voci, la saliva altrui, ma è bene trattenersi. La parola è poca cosa, ma questo “insufficiente scrivere” aiuta a non dover “comunicare”, ad abbandonare il rito consolatorio per dedicarsi solamente a questo unico, scabroso atto.
Ma si può credere a un’adolescenza perenne, a una poesia continua? E nello stesso tempo mettere in mostra, con una volontà perfida e una determinazione quasi suicida, una lentezza impressionante, pensando a una reale consuetudine con il silenzio? Leopardi ci concederebbe il suo aiuto?
Si ha l’impressione di non avere altro che il proprio linguaggio; ma é solo quando lo si indirizza verso la concretezza della poesia, che si avverte di aver raggiunto il limite. Senza mai possederlo però. Così come non si possiede la formazione di un muscolo o l’agilità delle palpebre.
Alla fine si torna a noi: alla nostra collettività individuale fatta di nomi e corpi, cancellazioni e impedimenti, in un barlume di condivisione e consapevolezza dove ancora sedendo e mirando, interminati/ Spazi di là da quella, e sovrumani/ Silenzi, e profondissima quiete/ Io nel pensier mi fingo...
Giorgio Bonacini è redattore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.
1. La distrazione
Da tempo l’uomo è privato del suo centro. Le risorse tecniche gli hanno oscurato lo spirito e lo hanno abbandonato in un mondo gremito di oggetti. Qui l’uomo è costretto a coprire il ruolo ambiguo di chi simultaneamente rifiuta con desiderio e accetta con timore.
Da tempo, per effetto di una minacciosa inversione di valori, l’oggetto si anima, mentre l’uomo, reso inerte, ne subisce il potere. Fuorviato dagli allettamenti delle cose, l’uomo si muove in una nebbia che offusca il profilo della realtà. Mai come oggi corrisponde al vero la riflessione che Marx registrava nel 1849: “Il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso sembra essere un’esistenza umana avvilita a forza materiale”.
È questo oggi il modo di esistere: il soggetto si circonda di cose per un se stesso che sta sempre più in là, in punto centrale sì, ma di una sfasatura; un soggetto che non è la copia dell’io, ma il suo progressivo annichilimento. La nostra epoca è matrice di un’immensa distrazione. Di conseguenza, il nostro fragile equilibrio si trova esposto a tutti i pericoli.
Torna di attualità l’incipit del Contratto sociale di Rousseau: “L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene”, tanto che la civiltà dell’accumulazione e della competizione appare oggi come l’unico generatore simbolico dell’ordine.
Eppure l’uomo non possiede esclusivamente la realtà esterna, ovvero il campo della sua azione, ma possiede anche una realtà interna: il campo dei suoi sogni. A una realtà conosciuta e uniforme fa riscontro una realtà sconosciuta e multiforme da svelare in continuazione.
Poesia e arte ci parlano dell’elemento totalmente alieno in cui ci imbattiamo nel labirinto della nostra immaginazione.
2. Il poeta
In questo scenario, il poeta è una guida spontanea. Si assume l’impegno di sottrarre le parole al sistema della significazione per aprirle alla dimensione del senso. Un processo inevitabile se si vuole ricominciare a pensare in una scena tormentata come la nostra.
È per questo che leggendo un’opera poetica non si è più invitati a estasiarsi, entusiasmarsi, ma a fare esperienza del suo senso. Quando ciò accade possiamo parlare di esperienza di verità, tanto che l’incontro con l’opera produce nel soggetto un’effettiva modificazione, fino a trasformare la coscienza, spostandola, dislocandola.
L’opera vuol essere il luogo di convergenza di quelle voci che ritengono necessario rimuovere la negatività che ci circonda. Possiede il soffio impercettibile che sa animarle.
Il fecondo “disagio” che le varie testimonianze poetiche riusciranno a suscitare nella coscienza dell’osservatore, una volta oltrepassato l’orizzonte puramente emotivo, rappresenterà l’iniziale sconvolgimento di quell’indifferentismo che corrode progressivamente la nostra esistenza.
Vi è opera poetica solo là dove c’è invenzione dell’imprevedibile e interruzione della storia ed essere poeti vuol dire affidare alle parole ciò che è rimasto non formulato. L’inesplicabile, che è un incidente per gli spiriti razionali, è un’abitudine per il poeta. Il quale sta sempre dalla parte di ciò che è a venire. Nel farlo avvelena la quiete che gli uomini cercano negli oggetti, dissolve la stabilità che la società cerca nel profitto. Non spegne nella malinconia quel dolore che prende quando ci si sente inadatti a qualsiasi stato conosciuto. Racconta agli uomini “adattati” quel residuo di speranza che viene dal non-adattamento.
L’altrove è la vera ossessione che anima il poeta.
3. L’artista
Allontanarsi dalle forme che l’occhio vede è l’infrazione a cui l’artista comunemente si abbandona, osando rovesciare il tavolo delle forme note.
Per questo l’arte sempre di più parla di sé. E non di qualcosa che sia estraneo. L’arte non guarda, ma si guarda. Non scava altrove, ma nella propria carne. Non interroga, ma si interroga. Le pupille di gran parte dell’arte contemporanea sono rovesciate verso l’interno.
L’artista fa esperienza di ciò che non saprà mai: l’ombra del vero. Non c’è pace nella ricerca, ma solo tregua. E dopo ogni tregua la ricerca ha bisogno di uno sguardo ulteriore: per far comprendere che la realtà non è a un solo strato. E che ammetterne almeno un secondo, dopo quello gremito da oggetti, vuol dire aver compiuto il primo passo dentro un vasto orizzonte.
Un’arte che s’imponesse ancora come sintesi non farebbe che riprodurre la falsa totalità dell’ideologia borghese. “La mia ricerca dell’unità” scrive Benn “si limita a quel foglio di carta che si trova tra le mie mani per essere lavorato”. Gli fa eco Gargani: “Siamo stati così vecchi per lungo tempo che forse non è così avventato restituirci a una giovinezza senza sicurezza e senza certezza”.
4. La critica
L’opera si è svincolata da una critica tendente a imporre regole geometriche per rinchiuderla dentro perfezionati paretai di concetti.
Siamo orfani del padre, abbandonati a noi stessi e ai nostri criteri interpretativi.
Abbandonata l’intenzione di dare forma compiuta a ciò che deve restare un semplice profilo, oggi la critica non è più fondazione di unità di misura e si accosta all’opera scalarmente; assecondando le molteplici interrogazioni che le parole e i segni non cessano di promuovere, impedendo ai significati e ai risultati raggiunti di solidificarsi e irrigidirsi.
Ciascuna indagine concorre a dare un contributo e tutte insieme forniscono la massima penetrazione dell’opera. In questa complessità, ogni esito critico non può che costituire un nuovo inizio, una pietra di un compatto edificio.
I testi interpretativi si fanno congegni per ripetere il respiro della luce e talvolta per rimodularlo, pur con la consapevolezza che tutto ciò che si può dire sulla poesia e sull’arte è altra cosa rispetto a quanto vi è in esse.
Chi opera rimane un navigatore senza compagni.
Flavio Ermini è direttore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.
Letture brevi di Stefano Guglielmin, Roberto Rossi Precerutti, Michele Ranchetti, Enrica Salvaneschi
Qui si parla della varia e recente attività di alcuni poeti già vincitori negli anni scorsi del Premio Lorenzo Montano. Di questi e altri autori continueremo a occuparci criticamente nei prossimi numeri di “Carte nel Vento”, seguendoli negli sviluppi della loro ricerca. E’ una sorta di collegamento tra il passato, più lontano o più vicino, e l’attualità. Attraverso il filo di una storia che, arrivata al Premio, da qui è ripartita per continuare altrove. Non è altro che il procedere della vita. Che spesso si ferma nelle pagine per infittirsi e per il piacere, come in questo caso, di tornare.
Per dare origine ad altre storie riproponiamo il bando della ventunesima edizione.
Stefano Guglielmin, La distanza immedicata, Le Voci della Luna 2006
Roberto Rossi Precerutti, Spose celesti, viennepierre 2006
Michele Ranchetti, Elegie duinesi, Feltrinelli 2006
Enrica Salvaneschi, Cantico dei cantici, interpretatio ludica, il melangolo 2006
Per conoscere in quale edizione del “Montano” questi autori sono risultati vincitori, vedi “Storia del Premio” nel sito.
Ranieri Teti è redattore di “Anterem”. Per la sua biobibliografia vedi “Chi siamo” nel sito.
Carsica o in piena luce, la poesia, come un fiume, è scorrere continuo e nascita costante. Nella costruzione di questo nuovo libro, come è possibile cogliere sin dai titoli delle sezioni, Stefano Guglielmin ha impiegato come struttura prevalente nomi di fiumi altamente simbolici. Tra echi di letteratura, memoria, vita e morte. Come osserva Giovanna Frene in prefazione, “il fiume, pur non ergendosi come un muro, separa di fatto una riva dall’altra. E attorno al concetto di movimento, cioè di caduta e separazione, si impernia il libro”.
“Poesia era l’enorme/ vuoto, (…) quel brulichio dal fondo/ che saliva,” sono i versi che aprono questo volume e aprono subito una riflessione, parlano di una corrispondenza. L’identificazione della poesia con il vuoto ci fa presagire tutto il possibile del vuoto, del nulla. Queste due figure rappresentano quello che nel pensiero comune viene taciuto e proprio per questo entrano con forza nella poesia e ne costituiscono elementi fondanti. “se reclami l’opera e l’intero/ se scrivi a caso o spiovi/ fino alla pozza o al buio/ se incidi ed espelli se sei terra” ci racconta il possibile della poesia quando ha già tradotto il vuoto in versi. Allo stesso modo ci si può calare negli abissi di una storia e nel contempo, in questo movimento a scendere, potenza della poesia, trovarsi a guardare avanti: “per noi/ che caliamo a picco nella stessa storia/ saldi al ramo che butta senza pensiero/ senza paura”. Il poeta non “cola” a picco come avviene nelle cronache dei naufragi, ma “cala” a picco, essendo in questa discesa attivo. Vivendo senza protezioni non ha paura di entrare nel fondo scuro che alberga in ciascuno di noi. Tutto questo accade nei versi di Guglielmin e solo in una poesia che non sia mimetica del falso reale che ci circonda. Nel nostro immaginario i versi hanno l’insostituibile funzione di ricreare il mondo, dal momento che “nel mondo spiegato e interpretato noi non siamo di casa”, come ci ha detto Rilke. E nella poesia, come nei fiumi letterari, può succedere allora di trovare “così sull’acqua/ il sughero o la fanciulla morta o la bella che nuota/ che va/ su ogni cosa che resta”.
Con la sezione “Ouse”, dal nome del fiume in cui si suicidò Virginia Woolf, si entra nel registro di una prosa poetica in cui la capacità di scrittura offre un ritmo franto e insieme fluente, che rende in tutta la sua emozione l’esito del gesto di allora. Con un tono quasi carezzevole, che racconta in una brevissima profondità una fine vista nello stesso tempo da dentro e da fuori, da allora e da oggi. Una poesia vicina alla ferita. “non pensavo a tanto. a tanta cosa che lascia qui e soli. (…) non pensava a tanto. e non per sempre. solo chiudere un libro, aprirne un altro”. Nello stesso brano parlano entrambi, la narratrice e il poeta, uniti dalla simmetrica costruzione del testo. Lo scarto, minimo e di enorme senso, avviene nel passaggio tra la prima e la terza persona.
“la casa. le stanze. tu che nelle stanze cerchi casa”. Quante volte è stato così, prima di una fine? Quante volte non è stato possibile medicare la distanza tra sé e il resto? Il punto di contatto più vicino è l’approdo di tutti i fiumi. Che non è foce ma riva, è “la riva dei nomi” e naturalmente del libro: “ecco mettiti qui, a lato del libro, e scendi/ se puoi, là dove s’increspa la gioia”.
Stefano Guglielmin, La distanza immedicata, Le Voci della Luna, Sasso Marconi (Bo) 2006, edizione bilingue con traduzioni in inglese a cura di Gray Sutherland
dentro lo specchio opaco di annullato
mattino – e, qui, quest’assedio, il lavoro
paziente di saccheggiato decoro,
di beltà demolitrici, ossidato
cerchio di vista e senno, senso oscuro
di balbettanti sillabe come alta
rabbia di rovine, e l’essere lontano,
ancora, dove nessun verde smalta
il composto giardino d’ansia, e il duro
spalto dell’ombra sopra un corpo vano.
“Dove nessun verde smalta il composto giardino d’ansia”, dove non c’è riparo, dove siamo lontano, in una rabbia di rovine, dove siamo un corpo vano nell’oscurità, dove il senso della nostra finitezza è più acuto, qui il terreno è fertile per la nascita della poesia più autentica. Cosa c’è nello scarto tra un saccheggiato decoro e una beltà demolitrice? Uno spostamento leggero di senso, la differenza tra un’azione indotta e una subita ma con lo stesso esito, come in una dissolvenza filmica. Il poeta raccoglie il risultato di questo “paziente lavoro” restituendocene il senso, tradotto nelle aporie della vita. Tutto avviene attraverso il linguaggio. Se il linguaggio divide l’uomo dal resto del mondo, privandolo dell’esperienza di una pienezza, questa poesia cerca di porre rimedio alla perdita originale. Non tanto per ricostruire l’unità perduta, quanto per farci imparare ad accettare la nostra finitezza, il nostro corpo vano.
Accettare la precarietà del mondo e riconoscervi la fragilità e la fugacità costitutive della nostra condizione e della nostra vita su questa terra. E’ proprio questa precarietà terrena che la voce della grande poesia cerca di testimoniare, senza offrire facili consolazioni, senza retorica. C’è tutto il dolore dell’esistere nella nostra notte, dove “tradisce/ solo un suo ritirarsi questa stanca/ parola, un perdono fragile oppone/ il tuo sorriso al buio che rapisce.”.
L’altezza del pensiero ci conduce verso il nostro cuore di tenebra per mezzo di una lingua esattissima. La poesia si radica dentro un sapere che trova fondamento in se stesso e si dissemina dappertutto, tra la terra e il cielo. E’ un sapere che si esprime attraverso la composizione poetica e che diventa ricerca di un assoluto. Attraverso un cielo, con la sua meccanica, le sue rovine. Per lo stupore di quello che avviene sopra di noi e davanti a noi. Nel bello e nel tremendo.
“Dire l’affollata breve festa// del cuore che incorona la foresta/ di rovine vorrai mentre lo stelo/ della tua rosa d’ombra cerca un cielo/ trafitto dalla luce che si desta?” Nella costruzione del testo l’esercizio è tale che la classica, rimata, musicale e compatta forma del sonetto è solo la base per dire quello che solo nella composizione poetica può accadere, quello che solo il poeta può vedere. Rossi Precerutti supera la poesia come atto di raccogliere il mondo, la porta a riscriverlo con una fedeltà che vuole raccogliere l’indicibile.
Roberto Rossi Precerutti, Spose celesti, viennepierre edizioni, Milano 2006
La coppia di traduttori Michele Ranchetti e Jutta Leskien, che già ci aveva offerto il Conseguito silenzio di Celan, Einaudi 1998, ci consegna oggi una nuova versione delle Elegie duinesi di Rilke.
Trattandosi di un’opera che è un vero monumento alla poesia, esistono diverse precedenti traduzioni. Nella premessa al nuovo volume Ranchetti ne cita due affermando: “Questa traduzione intende offrire un testo italiano che corrisponde al testo tedesco di Rilke, e in questo si differenzia dalle versioni libere di Vincenzo Errante e di Leone Traverso”. E’ doveroso anche qui ricordare che quella di Errante ha avuto il merito di essere stata la prima edizione italiana delle Elegie duinesi.
Escludendo da questa breve lettura le due “versioni libere”, vorrei soffermarmi su alcuni passi celeberrimi della prima elegia confrontando le ulteriori traduzioni disponibili, ma senza il desiderio di aprire una discussione sul tradurre. Solo per capire la novità e la differenza di questo recentissimo lavoro.
poiché del terribile il bello / non è che il principio
perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio
perché nulla è il bello, se non l’esperienza / del tremendo
perché il bello è solo / l’inizio del tremendoE ancora, sempre rimanendo nella prima elegia:
che non siamo giusto di casa, sicuri / nel mondo esplicato
di casa nel mondo interpretato, / non diamo affidamento
quanto noi inadeguati / siam qui di casa nel mondo già interpretato
che noi non siamo propriamente di casa / nel mondo interpretato
La prima versione citata, per ciascuno dei due frammenti, è di Anna Lucia Giavotto Kunkler, Einaudi 2000; la seconda, di Enrico e Igea De Portu, Einaudi 1979; la terza, di Franco Rella, Rizzoli 1994 (con notevoli introduzione, commento e note). La quarta traduzione proposta è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, che parimenti hanno contribuito al risultato finale, portando insieme cultura italiana e cultura tedesca, senza poter distinguere il diverso apporto di ciascuno.
Mi piace qui ricordare che in “Anterem” 35, uscito nel dicembre 1987 e dedicato a I luoghi geografici della letteratura, abbiamo utilizzato come citazione il secondo frammento indicato negli esempi, traducendolo
nel mondo spiegato e interpretato / noi non siamo di casa.
Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, Feltrinelli, Milano 2006
Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, cura di Michele Ranchetti
Enrica Salvaneschi è poeta, saggista, direttrice della collana di critica Hermaion per Book, docente presso l’Università di Genova di Letterature comparate.
Recentemente ha ripubblicato, venticinque anni dopo la prima edizione, la sua traduzione del Cantico dei Cantici. Che comprende anche un’ irresistibile interpretatio ludica, definita un utile atto libertino.
Il senso dell’operazione è ben espresso dall’autrice stessa nel brogliaccio, quando ricorda come un quarto di secolo fa il volume passò quasi inosservato “per una concomitanza di remore” mentre oggi è possibile “un’illusione necessaria”: “che il mio tentativo possa ancora rivestire un certo interesse, e che le virtualità allora rimaste tali possano ritentare ora, trentenni frustrate, di lenire, se non di superare, il loro zitellaggio”.
Quello che connota la presente versione, e la pone vicina a quella di un altro poeta, Emilio Villa, è il suo carattere non-confessionale. Questa “libertà” permette la libertà di una nuova traduzione in prosa del testo, abbandonate poesia e prosa poetica.
La particolare modalità e la scelta interpretativa inducono l’autrice a definire questo lavoro a priori “aporetico”, “programmaticamente non autonomo”, che deve considerarsi indissolubilmente legato alla interpretatio ludica che ne consegue. Qui in realtà il gioco è molto serio e la posta molto alta: si entra nelle pieghe più intime del linguaggio, dove un’interpretazione è decisiva, con una guida sicurissima che documenta senza remore tutte le possibilità, tutte le ascendenze, tutti i rimandi di un’avventura semantica impareggiabile e unica. Si coglie uno sforzo virtuosistico di grandi proporzioni: il tentativo, e la sua riuscita, di riprodurre “nel ritmo critico il ritmo creativo”, “di individuare uno sfuggente pensiero linguistico”.
Altre interpretazioni sono state date del Cantico, soprattutto in ambiti confessionali, che hanno anche portato a correggere il testo ebraico per conformarlo alla teologia cristiana: già Emilio Villa aveva notato, con il suo irripetibile stile, come trenta secoli nei quali indagini, spiegazioni, torture e storture di vario genere, sovrastrutture, sovrintenzioni e sottintenzioni, tentativi di raddrizzamenti, lotte dispute passioni polemiche dubbi scrupoli (…) hanno sommosso i fondali di un testo in realtà non così oscuro”. Gli fa eco Enrica Salvaneschi affermando che la parità dichiarata fra amore e morte è l’unica cima, l’utopia stupenda cui l’amore del Cantico può arrivare, se è amore tra creatura e creatura.
Rispetto a versioni caratterizzate da una teofania che trascina il testo verso un terminale messaggio di speranza ultraterrena, rispetto a versioni di chiara esegesi teologica, questa riproposta lettura non fa riferimento ad alcuna ispirazione sacralizzata ma solamente a quella “immanente e terrena della funzione poetica qui generatrice di poesia altissima”.
Il grande merito è proprio di aver finalmente restituito alla sola poesia quest’opera.
Da VIII, 6 “Fai di me un sigillo sul tuo cuore, un sigillo sul tuo braccio: perché l’amore è forte come la morte, dura come l’inferno la passione. Le sue fiamme sono fiamme di fuoco, vampa di Dio (vampe di sé)”.
Cantico dei Cantici, interpretatio ludica, traduzione e commento di Enrica Salvaneschi, il melangolo, Genova 2006