L’arcobaleno del dolore
Arduo aggiungere parole ai versi dell’opera Le voci dei bambini, nella quale Margherita Rimi affida alla poesia lo strazio dei minori, fatti oggetto di violenze, abusi e sfruttamenti. L’autrice dà voce direttamente a loro, lascia che prendano la parola i «sassi nella testa», la «pietra qui nella gola», i «fantasmi negli occhi», le «paure nelle orecchie». Non trovando il dolore, quando viene raccontato dai bambini in prima persona, passaggi che possano affievolire la paura, il disagio, la rabbia, la solitudine. Nello stesso tempo, però, riuscendo a recuperare un po’ di quiete attraverso il mondo magico dell’infanzia, con la compagnia di una bambola o di una conchiglia. Diventando invece, quando viene espresso dalla voce narrante in terza persona, durissima cronaca dell’inaudito. Pur sempre, anche in questo caso, lasciando intravedere una speranza, una possibilità di parola, un barlume nel buio.
C’è infatti, in tutta questa sofferenza, una luce che tenta di farsi strada nella tempesta del vivere. Ed è il chiarore di un arcobaleno che si affaccia più volte nei testi. Ci sono i colori con cui è articolata la raccolta: il bianco dell’abuso, il nero della guerra, il blu del lavoro minorile, il rosso del matrimonio dei minori, il verde della violenza domestica. Che, insieme, trattengono e cullano gesti e stati d’animo drammatici: la paura e il senso di colpa, le grida di aiuto e il pianto, l’inutile ribellione e la disistima. E c’è, all’improvviso, «un arcobaleno // vicinovicino, troppo vicino // non si può andare // non sappiamo // dove atterra». Così come, nel grigio che domina, c’è «un bambino che ha visto l’arcobaleno di tanti colori».
La speranza è affidata però soprattutto alla parola. Al dire poetico, etico e civile di Margherita Rimi, che riesce ad esprimere l’indicibile della realtà più cruda. Togliendo maschere e coperture, anche linguistiche. Facendosi voce di chi subisce e che finalmente riesce a trovare la forza di dire, quando a lungo tutte le parole sono state trattenute, come nel disegno della bambola «dentro la sua pancia». Ed è la parola sola che può salvare. Una parola che dia un nome alla sofferenza. Che aiuti i bambini a dire. Come scrive l’autrice, a cui lasciamo voce: «se trovi la paura non trovi la parola // Una paura per dirla tutta deve avere un nome // Proviamo a chi gli mette il nome // Se c’è un nome / io posso già chiamare // Se c’è un nome // Insieme // Possiamo. Raccontare».
Da: BIANCO
La bambina non si spogliava più
vestiva le bambole
prima di addormentarsi
***
Ho preso i fantasmi negli occhi
le paure nelle orecchie
le mosche che ronzano nei miei capelli
I grandi è da troppo lontano che parlano
che non rispondono
Siamo arrivati qui:
se trovi la paura non trovi la parola
Una paura per dirla tutta deve avere un nome
Proviamo a chi gli mette il nome
Se c’è un nome
io posso già chiamare
Se c’è un nome
Insieme
Possiamo. Raccontare
Da: NERO
Non ci fanno uscire di casa. Le strade sono piene di bombe
Non possiamo giocare.
Se non scappo da qui posso morire. Ma dove vado
Trovateci. Venite a salvarci
Li ho sentiti piangere per tutta la notte
Sotto le macerie la mattina erano tutti morti
Come finisce la storia. Così: fine della storia
Da: BLU
Io sono Yasir il più grande dei miei fratelli
Ho 12 anni
Con questa macchina cucio i vestiti
Qui c’è tanto rumore che non si può parlare
non sento più nulla. Lavoro e basta
Quando finisce la guerra
voglio studiare
voglio fare il dottore
Da: ROSSO
Mi hanno venduta
Mio padre aveva bisogno di soldi
Sono venuti due uomini a prendermi
hanno chiesto il mio nome
Io non mi voglio sposare
voglio diventare una maestra
insegnare ai bambini
Da: VERDE
Ci sono tanti vermi
che mangiano i colori
Ci sono tante onde
altealte
così alte che rompono il cielo
E se il cielo si rompe
non c’è più il sole
e la notte
…
Come finisce?
Finisce che non lo so più come si spiega
Margherita Rimi è nata a Prizzi (Pa) nel dicembre del 1957. Laureata in Medicina presso l'Università di Palermo, svolge l'attività di neuropsichiatra infantile. Ha pubblicato una prima raccolta di versi dal titolo Traccia d'interiorità, Cultura Duemila, Ragusa 1990. Alcune sue poesie sono state inserite in AA.VV., Petali di sole, Mazzotta, Castelvetrano 1999 mentre la silloge Righe mancanti è inserita in AA.VV., Il volto dell'altro. Itinerari tra alterità e scrittura, Kepos, Castelvetrano-Palermo, 2001.