Nel respiro del dire
In edizione bilingue, la selezione del trentennale percorso poetico di Marco Fazzini, Poesie scelte - Selected Poems 1990-2020, è un’opera ricca di rimandi e di dediche a poeti di lingue diverse. Richiami che, insieme alla traduzione, danno ai testi una connotazione di ampio respiro. Un respiro che già appartiene ai versi, dilatati tra il percepibile e il meditativo, il visibile e l’oltre. Nel movimento che, tra inspirazione ed espirazione, attira il campo vicino e, per contrasto, amplia il campo cosmico. Insieme ad un costante e progressivo allontanarsi da sé. Tanto da condurre alla domanda: «Ma chi è che parla adesso?»
Il connubio immagine-oltre, visibile-invisibile è già individuabile nei titoli interni alla prima sezione: sabbia, barche, ombre, muse. E nel contatto, lungo i versi, tra le percezioni sensoriali e lo sguardo riflessivo del pensiero. Ampliandosi nella seconda sezione, che cavalca la tempesta, dove prevalgono le tensioni emotive, la tristezza, il rimpianto, il disincanto: ed è così che le stelle «illuminano / per pochi istanti / l’oscurità del mondo / Suona sempre la notte / come un guscio vuoto». Per dilatarsi infine nella terza sezione, che musica il canto dell’isola, quando la riflessione si espande fino al respiro del cosmo e al rifranto e contrapposto pensiero del nulla. Tra «sistole e diastole / d’una sfera perfetta / che inala ed esala / l’eterno girovagare / di mille galassie» e il molo «dove si confondono / partenze e ritorni, / e dove tutto torna / in discussione, e nulla esiste».
Appare respirare e risuonare di canto, visivo e sonoro, tutta la parola di Marco Fazzini: «Così volevo la poesia: / materia bianca, accarezzata. / Piuma, petalo o carta / al limitare di un’alba». Nello stesso tempo, però, consentendo che la tensione lirica lasci spazio alla sua sospensione. Quando il pensiero crea quel senso di immersione, quasi una lieve apnea, per trattenere la leggerezza verbale nella profondità meditativa e spalancarne poi il respiro alla luce. Sottraendosi in modo fermo all’abbandono puramente lirico, facendolo sgorgare infine inaspettato. E riuscendo così a portare la poesia, senza soluzione di continuità, dall’affondo del pensiero razionale al suo riemergere, fino a guardare il cielo: «Il corpo d’un poema / bilancia a malapena / il carico di vita / all’altro piatto. // Solo l’inganno / dei pesi / pareggia il conto / con le stelle».
Da: 1. 24 POESIE / 24 POEMS
I
SABBIA
Deserto del Namib
Non rimane che l’attesa
a ora tarda di barcane
a mezzaluna sopra i rostri
d’un deserto inaspettato.
Di null’altro che il ricordo
è la vita un acumine di polveri.
III
OMBRE
È sullo specchio
(per Seamus Heaney)
È sullo specchio speleologico
d’un pozzo che m’affaccio, cercando
un segno del passato
che nel presente porti
luce e strada a futuri eventi.
Dal tuffo dentro il tempo strombato
in questa storia d’acque emerge
dunque il reperto favoloso,
onda, amore e sonda d’oltre i sogni,
un’era ormai a riposo.
Da qui lontano un bosco,
un volto, una cornice
amplificano l’oscuro enigma
sepolto dentro la pupilla della sera.
IV
MUSE
Così volevo
Così volevo la poesia:
materia bianca, accarezzata.
Piuma, petalo o carta
al limitare di un’alba.
In silenzio l’occhio nudo
qui vi splende, si pettina di luce,
perché il desiderio
s’infatui d’orizzonti.
Bilancia
Il corpo d’un poema bilancia a malapena il carico di vita all’altro piatto. Solo l’inganno dei pesi pareggia il conto con le stelle. Da: 2. A CAVALLO DELLA TEMPESTA / RIDING THE STORM Suona la notte Suona la notte come un guscio vuoto, come l’immensa conchiglia del mare che a noi di fronte ruggisce forte contro quella spiaggia abbandonata. I cani sono tutti calmi ormai, dormono forse nei cortili scuri. È la notte di San Lorenzo, e di certo le stelle non li svegliano. Come anime in rapido passaggio illuminano per pochi istanti l’oscurità del mondo. Suona sempre la notte Da: 3. CANTO DELL’ISOLA / ISLAND CANTO 6 Tutto questo, forse, non ha una vera consistenza, l’oscuro, come i fumi della mia esistenza – questo m’affanno a drenare, questi grumi di vita dissipati lungo i lustri vivi come lampi d’un faro dentro una memoria dormiente, una memoria da cui non mi separo, in nulla, io scrivente, altro da quella non essendo, da quella e dai suoi mostri. Marco Fazzini è nato nel 1962 ad Ascoli Piceno. Ha pubblicato diversi libri e articoli sulle letterature postcoloniali di lingua inglese, e ha tradotto alcuni tra i maggiori poeti contemporanei di lingua inglese, tra cui: Douglas Livingstone, Norman MacCaig, Philip Larkin, Hugh MacDiarmid, Douglas Dunn, Geoffrey Hill, Charles Tomlinson, Edwin Morgan. La sua storia della letteratura scozzese, Alba Literaria, è uscita nel 2005. Nel 2012 ha pubblicato un lavoro sulla canzone e la poesia per la libertà: Canto un mondo libero. Le sue maggiori interviste con poeti contemporanei di lingua inglese sono riunite nei volumi: Conversations with Scottish Poets (2015) e The Saying of It (2017). Le sue maggiori sillogi di poesia sono: Nel vortice (1999); XX poesie (2007); Driftings and Wrecks (2010); 24 Selected Poems (2014); Riding the Storm: Ten New Poems (2016); Canto dell’isola (2020). Insegna Inglese e letterature postcoloniali presso l’Università di Ca’ Foscari (Venezia), ed è l’ideatore e il direttore artistico del festival di poesia “Poetry Vicenza”. Risiede a Vicenza.