L’incontro di Chiara Mulas con Cristiana Panella: dicono tutto “Péntuma”, il video che apre Carte nel vento 51, e il testo che ne consegue.
Ricco di suggestioni, di parole, di voci, di immagini, il presente numero ci porta un po’ indietro nel tempo, al “Montano” 2019.
Quello che si consuma in fretta, in molti luoghi della comunicazione, non vale evidentemente per questa testata, che sta ancora raccontando l’edizione di tre anni fa del premio…
Oggi sono presentati Alessandro Assiri, Carlo Gregorio Bellinvia, Vito M. Bonito, Anna Maria Dall’Olio, Adriano De Luna, Zara Finzi, Eugenio Lucrezi, Alessandro Mazzi, Marco Mioli, Francesca Monnetti, Clemente Napolitano, Adriano Padua, Lina Salvi, Eros Trevisan, Gian Maria Turi: alcuni in versione lineare, altri in audio o videolettura. Tutti presentati dalla giuria del “Montano” 2019.
In chiusura l’intervento di Giuseppe Martella su “Figure semplici” di Anna Chiara Peduzzi, opera vincitrice nel 2020, e un audio di Silvia Comoglio, recentemente pubblicata da Anterem Edizioni.
Ben sapendo che la buona poesia non ha scadenza e che tutto questo, ora che è stato reso pubblico, continuerà a riverberare, promettiamo di concludere prima possibile la nostra “ricerca del tempo perduto”…
In copertina: due fotogrammi da “Péntuma” di Chiara Mulas
Ranieri Teti
Videasta, performer, artista plastica, fotografa e scenografa, Chiara Mulas (1972) vive e lavora tra Tolosa, in Francia, e Gavoi, suo paese natale nel cuore della Barbagia. Diplomata all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ha fatto delle arti plastiche, della video-art e della poesia d'azione strumenti di espressione artistica privilegiati. Attraverso azioni poetiche di forte impatto estetico e concettuale promuove una geografia filosofica e sociale sincretica che parte dal Mediterraneo, in particolare dalla Sardegna, periferia rivelatrice del mondo, per raggiungere l’universale. Nell'evocare un passato arcaico, con le sue tradizioni ancora in uso, Chiara Mulas affonda le mani acute e critiche della sua modernità aprendo nuovi spazi di riflessione rispetto alla denuncia sociale, alla religione e alle tradizioni popolari. Nel suo lavoro dedicato ai rituali legati alla morte in Sardegna, tra cui Pèntuma (2006), che rievoca l’antica pratica del geronticidio, e « S'Accabadora » (2004), che documenta il canto rituale improvvisato durante la veglia funebre a Ollolai, l’artista rivisita in chiave onirica le rappresentazioni culturali ancestrali in una prospettiva contemporanea. Le sue performance, le video installazioni e i tableaux vivants fanno di Chiara Mulas una presenza inclassificabile, accolta in numerosi eventi internazionali.
Sito web : Chiara Mulas Art Action www.chiaramulas.fr
Chiara Mulas artiste : https://fr-fr.facebook.com/Chiara-Mulas-768677396553713/ Chiara Mulas Instagram : kiapra72
Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne a Sapienza Università di Roma si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell'Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all'Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d'oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. Attualmente la sua ricerca è orientata, in una prospettiva multidisciplinare, sulle implicazioni etiche della corporeità. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, in Canada e negli Stati Uniti. Di recente pubblicazione, il volume Norms and Illegality. Intimate Ethnographies and Politics (C. Panella & W. Little eds, Lexington Books, 2021). Parallelamente alla sua attività di ricerca, ha collaborato con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Suoi testi di poesia e prosa, note critiche e traduzione di poesia inedita francofona sono stati pubblicati per Oblique Studio, Carte nel Vento, La dimora del tempo sospeso, Scritture (blog di Marco Ercolani) e Pangea. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra. Nel 2019 e nel 2021 si è classificata finalista al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano, di cui è stata membro della giuria critica nel 2020, per la sezione “prosa inedita”. Una sua raccolta inedita ha ricevuto la menzione speciale al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca (2020).
Alessandro Assiri, in queste pagine, non scrive una semplice sequenza di poesie, ma, con forte tensione di sintesi poematica, indirizza il lettore dentro una cornice mobile che delinea l’esaurimento di una finzione. Infatti il titolo, nel contrasto con ciò che le parole manifestano, è lampante: la fine (ma sarebbe più vero dire “il mai inizio”) di una falsa innocenza. Carosello, infatti, termina nel 1977: l’anno in cui le crepe di un decennio diventano baratri. Ma l’autore è poeta consapevole che la scrittura deve aderire alla cosa, senza raccontare, per evitare che la concretezza del pensiero poetica scada in un sociologismo narrante. Caterina e lo Sciancato (due fra le tante immani fratture che si allargano fino a cedere) non sono personaggi, ma forme di disperazione storica – Caterina esprime leggerezza con i punti esclamativi; Lo sciancato è una notizia in un pollaio senza gallo – che non necessitano di colpe o giustificazioni, ma solo di poesia: che è l’unica direzione che può rappresentarne l’esistenza interiore, in vita e in morte. Perché solo “una civiltà della poesia” (definizione tanto cara all’autore e tanto auspicabile, diciamo noi) può e dovrebbe, anche nel dolore più estremo, aprire uno spiraglio nei dintorni”.
*
Lo sciancato sciupava i quarti d’ora interrompendoli di felicità
sgretolata sapeva a memoria i nomi degli eroi e di tutti i ciechi
vicini a 30 anni indecisi quanto lui tra il crescere e l’invecchiare o
cambiare nome per essere un altro
*
Non sei caduta come gli altri in quel prudente silenzio della casa
simulando nascondigli
programmando orologi per appuntamenti irripetibili con ospiti da
sempre maleducati e invisibili
*
Caterina esprime leggerezza con i punti esclamativi
con le persone è felice solo quando non ci sono
fa visita ai malati solo quando son guariti
così li trova sempre meglio o quasi sempre usciti
*
Ti ho rivisto in San Vitale nell’attimo esatto in cui l’alba diventa
mattina eri già morto come prima soltanto un po’ più storto. Avrei
voluto dirti lasciami in pace ma a cancellarti ci ha pensato la luce.
Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962. Scrive da anni opere in versi. Tra le sue pubblicazioni: La stanza delle poche righe (Manni Editore), Cronache della città parallela, Poemetto in versi insieme a Serse Cardellini (Thauma Edizioni), In tempi ormai vicini (CFR Edizioni), Lo sciancato e Caterina (CFR Edizioni), Lettere A.D. (LietoColle). Vive al bar dove scrive e disegna.
Audio (mpeg)
Da questo testo un’impressione quasi visuale, “molto colorata”, piena di immagini suggestive: surrealisti cieli blu alla Mirò, texture puntinate alla Lichtenstein poi voci del mito innestate su inquadrature pullulanti di “avanguardie del Novecento”.
Ritroviamo, mi pare, Eluard in lieve tinta del sogno e lineata foglia della mano …
E in certe chiome nella corsa che vanno a tingersi nel mare e nella forma sul cuscino ci sono anche Dalì e Domenico Gnoli!
Testo (pdf)
Carlo Gregorio Bellinvia è nato a Reggio Calabria nel 1985 e vive a Livorno. Nel 2006 ha pubblicato Per i vicoli, macellai di piccioni e spettri di carta per Cicorivolta edizioni. Quindi, dopo un lungo pe- riodo di abbandono della scrittura, nel 2013 un suo scritto è stato inserito in Poem Shot vol. 1, traversate di testi esemplari da 15 autori italiani a cura di Davide Castiglione, su Poesia 2.0. Nel 2014 ha pubblicato Il lastrico per LietoColle edizioni. Per due volte, nel 2015 e nel 2017, è risultato semifinalista al Premio Nazionale “E- lio Pagliarani” per l’opera inedita. Nel 2019 ha ricevuto una segnalazione al XXXIII Premio “Lorenzo Montano” per la prosa inedita. Suoi scritti sono apparsi su “Nazione Indiana”, “Argo”, “Poesia del nostro tempo”, “Poesia 2.0”. La sua ultima opera è l’e- book Domotica del labirinto, Kipple Officina Libraria (2020). È presente in Cronache dall’ultimissima poesia italiana a cura di Dimitri Milleri, su “Poesia del nostro tempo”. È stato candidato nel 2018 e nel 2020 nella selezione per il Quaderno Italiano di Poesia Contem- poranea di Marcos y Marcos. Nel 2020 è risultato finalista con menzione d’onore al 6° Premio Nazionale Editoriale “Arcipelago itaca”.
Il suono afferra l’orecchio del lettore e lo instrada immantinente su un binario satirico, ma anche veritiero, poiché non soggetto, come appunto accade quando si sì imposta il propio pensiero sul tasto ironico, alla salvaguardia di alcun valore. Allora il personaggio-bambina ha gioco facile nell’introdurci in un mondo efferato ove ogni credenza acquisita e non verificata diventa il nostro demone dominatore. A meno di non avere il potere, che il poeta si assume, di cambiare regole e posizioni e assumere che il gioco sia un divellere il noto: “che oscura materia.../ che raggi / che mistici assaggi!”. Se un tema centrale si riconosce, quello della morte, esso è preso in una rete di favole e preghiere, desideri e illusioni con cui avvolgiamo l’argomento, costruendo le nostre difese. Ma il far scattare tutte le serrature, aprire le scatole chiuse e mostrare gli ingranaggi della serratura, rende la morte un evento disinnescato.
grisù
Quando passano nel sonno
fanno festa
i bambini
dicono tu niente
tu hai perso tutto
noi giochiamo felici
alle lucertole
illuminate
alle fiamme nel digiuno
alla neve che a iddio risale
che non fa freddo
e non si muore
più
*
è come un fuoco
lieve
nessuno ci vede
*
le candele per favore
fatele volare
l’insonnia ci gira
la mente
ogni volto respira
Nel niente
Vito M. Bonito vive a Bologna. Ha pubblicato A distanza di neve (Book, 1997) e Campo degli orfani (Book, 2000). È presente in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano, a cura di F. Buffoni (Crocetti, 1996), con la raccolta Nella voce che manca. È anche autore di saggi sulla poesia barocca e contemporanea, tra cui Le parole e le ore (Sellerio, 1996), Il canto della crisalide. Poesia e orfanità (Clueb, 1999). Le ultime prove: Papaveri per niente (Derbauch Verlag, 2020), Di non sapere infine a memoria (L’arcolaio, 2021).
Sì, mi merito
Era
essenziale trito ripetitivo
versus
superfluo sfizioso trasgressivo
un passo poi un’era poco poco più in là
via da domestico in postindustriale
da tradizionale in ultraglobale
da famiglialfa in mondobeta
tante merende spezzate da tanti cavoli
i cavoli incessanti del tempovita
graziosa grinza di greve giornata
tra solito e solito
fra un pasto e l’altro
(Zwischenmahlzeit, bacchetta Fraumerkel)
sanzione di contratto condiviso
stop lieto di prove glorificanti
dei pasti certo il più legale
dei pasti certo il più pro-UE
la vita forma sia da riforgiare
l’infrazione sia fusa col civile
qualunque scintilla scocchi
per chiunque con chiunque
nulla si mangi
nulla si ami
tutto si pilucchi
mi piace mi piaci mi piaccio
merenda sì me la merito
sì mi merito.
*
A prima vista, a prima letta, sembra che questa poesia “Sì, mi merito” si inserisca tra Ionesco e Beckett. In questo set linguistico creato da Anna Maria Dall’Olio, vivido e quasi elettrico, assurdo e significante, la prova ultima è la tenuta della parola e del linguaggio, messi sotto pressione. La ricerca dell’autrice non si perde in sterili prove, non offre esiti fini a sé stessi, non arretra di un passo in favore di una facile comunicatività. Nel testo a tratti la lingua si piega nelle sue assonanze (“graziosa grinza greve”), oppure accoglie l’intrusione del tedesco, salta da alfa a beta, ricrea, anche con sottile ironia e forte determinazione, uno spaccato del nostro vivere.
Anna Maria Dall’Olio (Pescia, 1959). Laureata in Lingue e in Lettere, esperantista, si è dedicata alla narrativa, alla poesia e alla scrittura drammaturgica.
Ha curato una rubrica sul mondo esperantista per “Incontrosaperi” e ha collaborato al periodico “Kontakto”, con una recensione su Il dolore di Giuseppe Ungaretti.
Ha partecipato a 4 edizioni della Fiera “Più libri più liberi” di Roma e alla 1a edizione del “Festival internazionale delle Letterature” di Milano. Nel 2018 ha vinto il 3o premio del Concorso internazionale “FEI” per la traduzione in esperanto di “Su una sostanza infetta” di Valerio Magrelli. Nel 2005 ha vinto il 2o premio del Concorso internazionale "Hanojo-via Rendevuo", patrocinato dal governo vietnamita, accanto a molti altri riconoscimenti ottenuti in Italia nel corso della sua carriera.
La sua pubblicazione più recente è Segreti (Robin, 2018), preceduta da: Sì shabby chic (La Vita Felice, 2018), L’acqua opprime (Il Convivio, 2017), Fruttorto sperimentale (La Vita Felice, 2016); Latte & limoni (La Vita Felice, 2014), L’angoscia del pane (LietoColle, 2010), 20 poesie nella rivista “Calamaio” (Book editore, anni 2009 e 2011) e Tabelo (Edistudio, 2006), dramma in lingua esperanto. Recensioni e articoli di critica sono stati raccolti in Le sirene di cartone di Anna Maria Dall’Olio (Editrice Totem, 2017).
Come si pronuncia un momento estatico?
Imperturbabile nel turbamento, Adriano De Luna inanella visioni a immagini, sposta il senso del discorso, ne riprende il filo, mette in scena un istante che dura da “albe discurate” a “sinergici tramonti”.
Tutto questo può accadere solo in poesia. L’elisione sistematica degli articoli serra ancora di più il ritmo del testo, concentra al massimo questo repertorio di parole in movimento.
Nella relatività del tempo poetico, l’ascia della seconda strofa intaglia, nella terza, gli sguardi.
Nel multiplo intrecciarsi di situazioni simultanee, che talvolta sono volutamente smisurate, fotogramma dopo fotogramma, si delinea, nel succedersi dei versi, un sentimento totalizzante.
Adriano De Luna è nato a Fermo nelle Marche, dove lavora come avvocato libero professionista e docente di Diritto nel locale Liceo Classico Annibal Caro. Da molti anni membro del Consiglio di Priorato dello Studio Firmano dalla Antica Università (Storia dell’Arte medica e della Scienza http://www.studiofirmano.net/), ha pubblicato saggi di storia materiale, arte e diritto. Ha collaborato e collabora a quotidiani, periodici, riviste culturali e trasmissioni radiofoniche. Si dedica alla scrittura poetica e alle arti figurative sin dai primordi: alcuni interventi poetici sono apparsi su raccolte antologiche e riviste, ivi inclusa Anterem. Autore segnalato alla XVIII (poesia inedita), alla XIX (raccolta inedita) e alla XX Edizione del Premio Lorenzo Montano. Ha partecipato a Verona Poesia 2006 ed altri readings.
L’invernale sereno lucido di cui ci parla Zara Finzi è qui non solo condizione metereologica (di per sé stupefacente) ma rinnovata condizione del percepire.
Il rumore dei passi sulla brina ghiacciata produce uno scricchiolio come di pennino sulla carta. Le impronte lasciano traccia sulla terra, la natura si disegna, sopra e sotto la brina. L’inchiostro forma tracce emotive e storie sulla pagina. Nero su bianco in entrambi i casi.
Le forme della neve sono forme in continuo mutamento, forme del silenzio, forme che interrogano via via la natura del fuori e la condizione più interiore, quella personale del dentro. Nel cogliere con brevi fermo immagine testuali il loro fluire, perdurare, svanire o accadere è il tentativo di esserci, nel tempo.
Nella raccolta di Zara Finzi si alternano testi rarefatti, di segno astratto, ad altri “striati” di cronaca. Là dove evapora il bianco in / trasparenza emerge / il lato oscuro della neve poiché sulla superficie di questa creatura provvisoria si incide un mondo intero fatto di puri segni ma anche di memorie, ferite, incontri, figure d’arte e d’altra poesia.
*
sotto la coltre fitta, il cancello
non ha più la forza di gridare.
si aggrappa al muretto dove il
merlo guarda con interesse un
punto.
nero su bianco
*
a seconda del vento si
aggruma attorno alla
parola, la protegge
come quando era
soltanto verità
*
evapora il bianco in
trasparenza. Emerge
il lato oscuro della neve.
lei lo sa. una luce che non
genera ombre non è una
vera luce
Zara Finzi è nata a Mantova, vive a Bologna. Ha pubblicato numerose sillogi, interventi creativi e critici su riviste antologie. Edite da Manni sono uscite le raccolte La porta della notte (2008), Per gentile concessione (2012), Escluso il ritorno (2016), Spazio/tempo piatto (2020), Transiti (2022).
Poesia e arte si accompagnano spesso, pur nei rispettivi ambiti per affinità concettuali o per un amichevole interazione linguistica. Questa raccolta di Eugenio Lucrezi è un concreto esempio di come i versi possano nascere, formarsi, strutturarsi a partire dal’amicizia con cui ogni manifestazione espressiva imprime il suo segno. Ponendo in essere una parola mai descrittiva o didascalica rispetto al referente che ne titola la scansione, ma sempre ricevendo e dando un senso ulteriore, oltre l’immaginazione del suono e della sostanza “porosa del verso”, come l’autore precisa. Si va dal quasi haiku alla sperimentazione letterale, dalla leggerezza ludica, alla visività fonica, fino a testi di pensante illuminazione. Senza mai venir meno a ciò che la scrittura aggiunge nelle sue modulazioni interne.
Conversazione tra lo spettatore e l’opera - per Franco Cipriano
Uno. Spettatore
Opus senza spolvero, richiamo
afono, privo d’onde come mare
afflitto da postrema bonaccia,
immoto quale lena di morto, stige
senza espressione, ruga
non più severa: piana, rassegnata,
arresa e inutile, se non fa più ridere,
vinta, se non fa mostra più del piangere,
clorofilla espiantata in cuore d’eme,
in osso e cartilagine di foglia, in rosso
che affligge specchi in stanze, oltre
giardini di carne e orti
gonfi di muscoli, che affligge
superfici inabili al riflesso: opus!
Tu che, non visto, guardi: cosa vedi?
Pensieri di Coleman - per me stesso
Sassi muschiosi: li raschi piano
con le unghie, strofini invano
la superficie porosa del verso.
Si sa, i muscolosi maschi amano
gonne lunghe, golfini fatti a mano:
lasse perfidie per rose perverse.
Trattato di storia in tre volumi
Volume primo. Storia completa dell’universo
Non me lo dire, fatti benedire,
abbi fede e bontà, nel precipizio
attestato sul bordo particella,
ché si ride e si piange nel profondo
domani che non dice e non ascolta
ragioni infinitesime e molecole
immensamente fragili, ridicole
nell'asserzione magnifica del mondo.
Esplosione, collasso e poco più,
solo a sentire il rumore di fondo.
Negazione decisa, non polemica,
che dice alla particola:
«Non abitare nella miscredenza,
non dire male dell'insensatezza,
stai fermo e dura sulla scoscendenza
come nell'esattezza di un destino».
Eugenio Lucrezi (1952), di famiglia leccese, vive a Napoli. Medico epidemiologo, musicista blues e giornalista, scrive di letteratura e di arte. Ha pubblicato il romanzo Quel dì finiva in due, Manni, Lecce 2000, e alcuni libri di poesia, tra cui Arboraria, Altri termini, Cuma 1989; L’air, Anterem, Verona 2001; Freak & Boecklin (con Marzio Pieri), Morra/Socrate, Napoli 2006; Cantacaruso : LenOnoSong (con Marzio Pieri), La finestra, Lavis 2008; mimetiche, Oèdipus, Salerno 2013; Nimbus, Eureka, Corato 2015, Sapìa, I libri del merlo/Il laboratorio, Nola 2016; Bamboo Blues, Nottetempo, Milano 2018; La canzone del guarracino, il filo di partenope, Napoli 2018. Già redattore della rivista di letteratura Altri termini, dirige la rivista di poesia Levania. Nel 2017 è stato nominato da Mario Persico Gran Ciambellano e poetapatamusico dell’Institutum Pataphisicum. Cura la pagina di poesia sul quotidiano “La Repubblica”, edizione di Napoli.
L’eco del prima
Sono in effetti residui, lasciati scoperti nel loro essenziale esporsi, i testi di Avanzi Nudi. Alessandro Mazzi vi esprime la tensione e la nostalgia verso un prima intenso e significante e insieme l’orfanità della condizione attuale. Un tornare indietro: all’alba del mondo, anche se vi restano solo silenzi corrosi; all’evoluzione della specie, benché sia perduta la forma originaria; all’anteriore rispetto a sé, a quella tribù lasciata prima della nascita. A un’unità perduta. A un’identità smarrita.
Una messa a nudo dell’esistere colma i versi, benché la parola tenti di tornare alle sue origini: al silenzio che la precede. E benché non possa non manifestare la sua afasia a dire, soprattutto rispetto alle possibilità di ricomporre l’identità perduta e di trovare unità nell’altro.
Cosa resta allora, di tutto quanto aveva senso e appartenenza? Cosa sopravvive? Il dolore del vivere, innanzitutto, comune a cose e viventi. Le fratture e le frantumazioni subite. E una speranza: “Sfiorare l’altrove / coi rigonfi del vivere”.
O con la parola: in fondo Alessandro Mazzi dà ancora credito al dire, non nella sua pienezza - la pienezza è del silenzio, così come dell’unità originaria - ma negli avanzi che lascia affiorare, nei residui a cui può dare ancora voce, fossero solo echi di incontri, sonori di corpi, “memorie / cantate al mare”.
1
Non c’è più un mondo
ma un tempo che scalda
la siepe,
rovinose vene ramificano
sugli scogli del dolore,
scaviamo un silenzio eroso
gettato in un vaso
di foschia
4
Suonano l’aria i corpi,
piovono le memorie
cantate al mare,
una torre di pietre
unisce cielo e terra,
l’asse delle schiene
sfiora il pelo
dell’anima tigrata
7
Di tanti mari piangiamo
le acque nelle acque,
avessimo una proboscide
saremmo animali saggi?
Sfiorare l’altrove
coi rigonfi del vivere,
nostalgia della coda
noi primati
11
In me combatto
la parola e il silenzio,
l’una mi vuole cantore,
l’altro confessore.
Non sono gemelli?
Il poeta è finzione
del muto.
17
Costretto a vivere
rinascite su rinascite,
cerco maestri negli alberi
e padri nelle onde,
questo è il dolore
degli orfani
19
Cos’è quella differenza
che permette la comunione
ma accenna appena
all’identità?
Anche volessi
non saprei nominarla
Alessandro Mazzi nasce a Pompei il 17 Aprile 1990. Si laurea in Estetica all’Università “L’Orientale” di Napoli con una tesi originale su Hölderlin e il Taoismo, sotto la supervisione del prof. Giampiero Moretti. Dopo un periodo in Islanda, continua lo studio della filosofia e delle scienze pure all’Università di Urbino, dove è attualmente laureando. Collabora con diverse testate online, tra cui La Tigre di Carta e L’Indiscreto, e tiene seminari filosofici all’università.
Clicca oltre
leggi questo libro: ci invita Marco Mioli. E, del continuo, persistente coinvolgimento che viene messo in atto, veniamo immediatamente resi complici. In un duplice senso: quello del partecipare al testo in modo consapevole, interrogandoci, insieme all’autore, sulle questioni poste, e quello del farci lettori critici dei rituali comunicativi attuali.
I testi, pervasivamente interrogativi, esigono un lettore che stia al gioco. Un gioco libero e fermo, che richiede “un minimo di serietà altrimenti / anziché scrivere con la penna. // finisci tu la frase”.
Le frasi interrogative, come un ostinato ritmico, rimarcano il disegno dei versi, mentre la melodia, franta e dissonante, sollecita questioni esistenziali, intervallate a espressioni della comunicazione social, a richieste al lettore di completare la frase, a “clicca qui” ripetuti.
Link di collegamento apparentemente impossibili, che proprio per questo si fanno magia: una forte complicità scrittore-lettore nello smascheramento dei rituali social, nelle interrogazioni di senso, nelle aperture sull’oltre. Marco Mioli lascia intravedere fino a dove si possa arrivare: nella scrittura, fino a superare il limite apollineo, formale, “sempre più. / fino a farci scoppiare / il cuore”, e, nella lettura, fino a essere sollecitati a chiederci, a partire dai primi versi, perché si stia leggendo, cosa ci abbia “spinto fino a qui” .
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c'è un impasto umano
è difficile dargli quel senso
non posso dire troppo qui
preferirei scolorire encausti
trascinare radici
pendolare lampioni
consumare marciapiedi
ma non a san lazzaro
spero nemmeno tu ci vada.
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soffri di coliche
relazionali?
lo so che ti piace stare in compagnia.
come ti trovi li?
dove senti che altri non potrebbero mai arrivare?
dove percepisci le distanze che ti scollano.
paura vero?
un aperitivo ricongiunge l'universo
dopo mitragliate di baci a pagamento.
ma non qui.
please.
un minimo di serietà altrimenti
anzichè scrivere con la penna.
finisci tu la frase.
clicca qui per compilare la parte finale.
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densità di fumi rupi
asciutte sponde di mari
profondità di tebe
e tu?
dove sei ora?
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sempre più.
fino a farci scoppiare
il cuore.
fino ad oltrepassare
un limite apollineo
a cui siamo sconfinati
per eterno sentimento d'ordine.
clicca qui per uscire.
Marco Mioli (Montecchio Maggiore 1982) si laurea in Architettura presso l'Università IUAV di Venezia e successivamente studia Scienze e Tecniche del Teatro approfondendo una ricerca sulla relazione tra suono, spazio e scenografia.
Come critico d'arte ha pubblicato testi per artisti e mostre tra cui un'esposizione di arte contemporanea al Museo Archeologico di Napoli.
Le sue poesie sono finaliste al Premio Lorenzo Montano e al concorso Opera Prima.
Vive e lavora a Trissino (Vi) e Pola (Hr).
Il verso scelto da Francesca Monnetti è breve. Spesso composto da una sola parola. Questa brevità produce, in “Di ritorno dal Mart”, un ritmo serrato. Le emozioni di una mostra si traducono così in emozioni linguistiche. Il pre-testo, un’esposizione di Gianfranco Baruchello a Rovereto, consente a Monnetti di coniugare le suggestioni visive con l’esperienza del viaggio, quello che è rimasto impresso con quello che si muove costantemente intorno. Tra la cosa che si è fermata nella mente e l’osservazione mobile circostante si alterna mirabilmente il testo: tra passato prossimo e presente, tra stasi e movimento, in un flashback continuo tra rotaie e cornici.
Francesca Monnetti è nata a Firenze e da sempre vive a Sant'Ellero, una piccola frazione del comune di Reggello, in provincia di Firenze.
La sua prima raccolta edita di poesie, In-solite movenze (Cierre Grafica, Verona, 2009), è giunta finalista al “Premio di Poesia Lorenzo Montano” (2008) ed è stata inclusa nella collana “Opera Prima” di Anterem Edizioni, diretta da Flavio Ermini.
Pen-insul-aria (Edizioni Helicon, Arezzo, 2017), sua seconda raccolta edita, in prima stesura era stata segnalata come raccolta inedita al “Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano” (2011) ed è giunta finalista, come opera ancora inedita, alla I edizione del Concorso di Poesia e Narrativa “L'Erudita” (Giulio Perrone Editore, Roma, 2012), la cui giuria era composta da Cristiano Armati, Paolo Febbraro, Matteo Lefèvre, Giorgio Manacorda, Walter Mauro, Giorgio Nisini e Cinzia Tani.
Alcune delle sue opere poetiche hanno ottenuto vari riconoscimenti in concorsi di poesia, nazionali ed internazionali:
- una silloge ha vinto la IV edizione del Premio Letterario Sergio De Risio (2010) dedicato al pensiero poetante (i cui membri di giuria erano Renato Minore, Flavio Ermini, Filippo Maria Ferro, Giuseppe Langella, Cesare Milanese, Giancarlo Quiriconi, Maria Cristina Ricciardi, Jacqueline Risset, Marco Tornar e Raffaele Saraceni);
- nel 2018 un suo poemetto inedito, Secondo-genitura, ha vinto la sezione “Poesia inedita” del Premio Letterario Castelfiorentino;
- la poesia singola Siccità ha vinto la sezione omonima del Concorso di Poesia e Narrativa “L'Erudita” (Roma, Giulio Perrone Editore, edizione 2012);
- nel 2019 una sua poesia singola, Carne in fuga, ha vinto il III Premio alla 44° edizione del Premio Casentino;
- nel 2017 una sua raccolta inedita, (S)oggetti a (s)comparsa, è stata selezionata tra le opere finaliste al II Premio editoriale organizzato da “Arcipelago Itaca edizioni”;
- sei poemetti inediti sono giunti in finale nella sezione “Poesia inedita” del “Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano” (edizioni 2012, 2015, 2016, 2017, 2018, 2020);
- nel 2014 una sua raccolta inedita, Elisa, è stata segnalata alla 28a edizione del Premio di Poesia “Lorenzo Montano”;
- poesie singole e sillogi sono state segnalate in occasione del Premio Letterario Castelfiorentino (edizioni 2011 e 2014), del Premio Nazionale Alpi Apuane (32a edizione), del Premio Nazionale di Poesia “Pietro Borgognoni” (2016), durante le ultime tre edizioni del Premio Casentino, al Premio di Poesia “Lorenzo Montano” (edizione 2019), al Premio “La Ginestra Firenze” (2020) e da parte di giurie di altri premi letterari.
Alcuni suoi testi poetici compaiono online sul sito “Carte nel vento” della rivista “Anterem” (curato dal poeta e critico letterario Ranieri Teti), sul sito del Premio Letterario Castelfiorentino (curato dal Professore e critico letterario Marco Marchi), su “Blanc de ta nuque” (del poeta e critico letterario Stefano Guglielmin) con nota di lettura del poeta e critico letterario Giorgio Bonacini,, sul blo-mag “Arcipelago Itaca” (del poeta ed editore Danilo Mandolini), sul sito del Premio “Firenze”, del Premio Internazionale di Poesia “S. Domenichino - città di Massa” e sul sito del Premio “Arno fiume di pensiero”. L'autrice è altresì presente in volumi antologici legati a concorsi letterari.
Una prosodia moderna ci viene offerta da Clemente Napolitano: il suo testo senza punteggiatura e senza rime si regge sull’architrave del ritmo, sull’architrave di un ritmo segnato dalla metrica, che incrocia l’endecasillabo. Si percepisce uno sforzo creativo centrato sulla dicibilità, come se la poesia fosse destinata, per sua naturale connotazione, all’oralità. Ora dobbiamo pensare che questo è solo il vestito, la confezione, la cornice, la forma.
Il corpo del testo rende l’istantanea di una corsa, forse in moto o più probabilmente in bicicletta, e racconta quell’attimo fermato tra l’osservazione e il pensiero, tra il sentire e il descrivere, verso ”la sola direzione celebrata”. Il senso ultimo è quello dell’inarrestabilità della vita, nonostante “macerie e disincanti”, nonostante il vento contrario.
Clemente Napolitano nasce a Caserta, il 2 giugno 1965. A Marigliano (Na) trascorre l'infanzia e durante l'adolescenza frequenta il Liceo Scientifico "C. Colombo". Si trasferisce poi a Bologna, dove si laurea col massimo dei voti al D.A.M.S.
Allievo di eminenti maestri della scena teatrale italiana (Leo De Berardinis, Claudio Meldolesi, Carlo Merlo) frequenta, durante e dopo gli anni universitari, numerosi corsi di specializzazione in arti sceniche con particolare riguardo al settore dell’interpretazione e della regia.
Dai primi anni ’90, generalizza l’attività teatrale a stimolo di rinnovati impulsi creativi e culturali: assume supplenze di Storia dell’Arte nei Licei di Napoli e provincia; promuove seminari, dibattiti, progetti interartistici per la costruzione di nuovi spazi orientati ad arginare indifferenza e degrado; è interprete delle sue messinscene e di progetti musicali; realizza reading di poesia; collabora con riviste locali e nazionali; conduce seminari, dirige spettacoli nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione Campania e nelle Università di Bologna e Salerno; svolge attività di Teatro e carcere.
Come attore ha collaborato con Leo de Berardinis: Macbeth di William Shakespeare; Carlo Merlo: Cristoforo Colombo di Michel de Ghelderode, Filosoficamente di Eduardo De Filippo; Renato Carpentieri: La serra e Party time di Harold Pinter.
Pubblicazioni:
“Still life” di Adriano Padua nasce dal considerarsi immersi in una realtà metropolitana che provoca un immediato viraggio elettrico. La notte in una città non è mai buia. E per lampi si compone un collage di pezzi incongruenti. Il linguaggio è convocato come teste a cui inutilmente si chiede una deposizione: “martirio in assenza di corpi mediato in sistema di segni”. I segni non producono il nuovo, non reagiscono, si fanno complici o relitti del già avvenuto. La versificazione ritmata, anche nelle lasse in prosa che sono alternate alle poesie, ci ricorda la presenza di uno scorrimento filmico oltre che musicale. Nella sequenzialità che funziona come nastro trasportatore se non c’è speranza di uscire dal tranello esistenziale, vi è però possibilità di progettare una fisionomia personale che non venga schiacciata al pari di un’ombra, pur se “non c’è più nemmeno il luogo” nel quale esercitare un‘esistenza: “preghiere senza dio / per dirti che io sono come te / ma mi distruggo meglio ad armi pari”.
“Ancorati a un continuo tornare, dispiegandosi attorno a confine lo scarno paesaggio assediato, senza inizio di sorta, gli occhi in preda a una notte sepolta, perduranti e fissate vedute, campi neri infiniti, spazi aridi e oro di luce. Una storia che si contraddice, voce onda di cose descritte e di azioni narrate in sequenza, mentre l’oscurità scaturisce, liquefatta e s’inerpica su per il corpo contratto, incastrato nell’aria e lo arresta, di scatto. Questo niente racconto, o non te lo diranno, le parole coltelli tra i denti, un morire e rinascere muto, il silenzio tiranno, un tessuto intrecciato di stelle inesplose e splendenti, versi immersi a bruciare, nel bagliore che fanno.
1.1
poesie sbandate della bestia nera
parole torte a replicare demoni
linee precise che formano scheletri
pensieri all’universo senza senso
come scanditi in silenzi elettronici
diffusi a scosse tra le cose perse
tuoni che spezzano le ossa al cielo
visi smarriti in contorni dissolti
pioggia battente a gocce d’inchiostro
casa crollata di vive macerie
respiro pieno mozzato dal vuoto
buio deserto di città teatrale”
Adriano Padua (Ragusa 1978) vive a Roma. Laureato in Sociologia della Letteratura a Siena, lavora nel campo della comunicazione e dell’informazione. Ha pubblicato numerose opere poetiche tra cui Le parole cadute (d’if 2009), Alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago 2009), La presenza del vedere (Polimata 2010), Schema. Parti del poema (d’if 2012). Esegue performance in collaborazione con musicisti e videoartisti.
Del tutto, del niente
Quale luogo irrompe, con impeto dolente, nella raccolta Del deserto in cui Lina Salvi spalanca il suo orizzonte conoscitivo e poetico, con versi protesi, al limite del noto e del tangibile, nella loro necessità di dire?
Non il deserto vissuto attraversandone le geografie, l’autrice lo precisa in nota, né il deserto interiore di un sentire dilatato e disadorno. E neppure lo spazio che si fa metafora della sua infinitudine.
Un luogo, piuttosto, che realmente pretende di venire allo scoperto, nel pensiero e nel corpo dell’autrice, che fisicamente chiede di esistere nella sua voce e nella sua parola. E che si mostra nelle sue incursioni, in uno sguardo spaesato, nelle ferite del vivere, nei pensieri scomodi sul morire, nelle esperienze quotidiane, “dal deserto al tiglio del giardino”, fino a “quel gusto / di cenere del cielo, che è Milano”.
Soprattutto in una messa a nudo di sé, in cui il deserto incarna una tensione al vero, colto in un attimo a mezz’aria, nel percepire del luogo “l’ombra a un passo”, nel cercarne la faccia nascosta, “quasi un suo rovescio”, nel porsi sul crinale, “essere sul precipizio”.
E la parola che si mette a nudo, mentre consente al deserto di prendere voce, del deserto assorbe la violenza e l’incanto, la vitalità e l’assenza, oscillando tra i “versi cannibali” e i “nomi sconosciuti”, tra lo scrivere “per i morti / e per i vivi” e la scelta del silenzio. Poiché per Lina Salvi “ogni parola / può essere sepolta, dimenticata, / ogni parola potrà il tutto, sarà il niente”.
*
Del deserto non ho voglia
della sua violenza calma
cavalcate ai margini del cielo,
nel deserto già ci sono:
ahlan wa salan°,
nel deserto popolato di uomini
buie città, annuvolate,
assediate di ogni specie animale,
alberi con rami tondi, bocche infuocate.
Della tundra, nel polare,
che dico? Se non quel volteggiare
in aria, terra, affondare
il piede in una zolla
del viaggiatore la sua ombra
così lunga, così distante.
° (saluto di benvenuto)
*
Con palle di fuoco ho assaltato una rocca, con le parole di Emily D. con il fucile carico, l’allegro-malvagio mantiene il suo scrigno, non so cosa cercare in strade di eterni carnevali, signori impazienti nonostante le rose, per cellule anomale. Tende di lana scura punteggiate, sete, tempesta di sabbia, vigile rassegnazione, sul bordo inferiore del labbro, quel sorriso dolcemente a scavalco, dal deserto al tiglio del giardino. Nell’inverno uno sterco di animale, inclinazione alla verità puntuale. * Del deserto l’ombra a un passo senza sosta in un caravanserraglio, un ronzio di pace la melodia dai Cafè Anatolia, un canto levantino per una rotta impropria, seguirà dal nero infinito e chi fotografa teste, un fucsia legato alle stelle, dei fianchi non immobili dormono in luce piena. * Sono scesa sul fiume ad aspettare che l’acqua si placasse e il vento tutto, onda, onda d’urto mio corpo, e abbiamo parlato d’altro del nero infinito, di tecnica mista su faesite, paesaggi che vedrai, senza titolo. * 4 gennaio 2014 commuove e tinge di bianco un bosco, la neve può dire il gelo, dei visi morti. Non voglio dire niente, ogni parola può essere sepolta, dimenticata, ogni parola potrà il tutto, sarà il niente. Lina Salvi nasce a Torre Annunziata nel 1960, vive e lavora in provincia di Lecco. In poesia ha pubblicato, oltre che sulle seguenti riviste letterarie: La Mosca di Milano, Il Segnale, Gradiva, le seguenti raccolte: Negarsi ad una stella, Dialogolibri, Olgiate Comasco, 2003, con prefazione di Giampiero Neri, Abitare l'imperfetto, La Vita Felice, Milano, 2007, vincitrice del Premio Donna e Poesia 2007, Socialità (Edizioni d’if, Napoli , 2007- Premio Miosotis). Nel 2010, con la raccolta Dialogando con C.S., ha vinto il Premio Sandro Penna per inediti, pubblicata a cura del premio nel 2011 dalle Edizioni della Meridiana di Firenze, con prefazione di Elio Pecora; Lettere Dal deserto, con un’incisione di F. Giudici, per la collana Fiori di Torchio, curata dal Circolo Seregn De la Memoria, Seregno 2014; Del Deserto (Puntoacapo 2017- Finalista Premio Letterario Internazionale Città di Como, 2° Premio Città di Umbertide 2017). È presente in diverse rassegne antologiche, tra cui la recente Il Rumore delle Parole, a cura di G. Linguaglossa, Edilet, Roma 2015; Poezia edita a Bucarest (Romania), SUD – I POETI (MACABOR EDITORE), ed è risultata vincitrice del Premio Astrolabio 2016 per inediti.
La neve non è per chi non c’è più,
Graphic novel, canovaccio performativo, tavola parolibera, canzone di guerra: …fili spianati / in spiatto cielo…fremono al nevaio…
La disposizione tipografica del testo, le immagini e gli interventi grafici che arricchiscono le pagine concorrono a fare di Gallerie un testo molto interessante pieno di riferimenti storici e letterari e nel contempo diario di voci presenti, racconto visivo, sonoro, dialogante.
Eros Trevisan sperimenta le libertà della musicale-parola _gramole perform’ poetiche.
Nel ’98 l’incontro con il poeta Camillo Pennati, che curerà la prima raccolta Agli Eterni Lunghi Flutti 2005. Segue Tiepidi Raggi 2007, sostenuta dallo sponsor -Dudu- (dir., G. Finazzi). Le pubblicazioni delle prose-poetiche illustrate divengono reading musicali:
il Pinocchio sale in Treno del 2011, inserito e promosso per il 150le dell’Unità d’Italia nella biblioteca di Villa Erizzo in Venezia. Nel 2017, Verde sasso di legno’18, la saga del buratto di legno tra i boschi, partecipa alla rassegna “Amico del Pinocchio 2018”. Terranova 2018, in memoria dei personaggi eroici quali G. Impastato, Pio La Torre e P. Rizzotto, vittime della mafia. Ricorrenza promossa dalla Biblioteca di Maerne. Commenti dai critici e lettere al poeta da Giorgio Barberi Squarotti, Aldo Forbice “Zapping” Radio Rai; Liliana Tedeschi “Arena” di Verona; Giorgio Cusatelli, Ordinario di Germanistica e letteratura Università di Pavia; Marzio Pieri, professore e critico letterario; Mario Stefani, poeta veneziano; Francesco Brunello, responsabile onorario del Gabinetto di lettura di Padova.
Un cantico della creatura che pulsa e cresce e si ramifica nel mondo.
Nasce e si fossilizza in un’eterna infanzia mutante, misteriosa: … piedini in quelle miscroscarpe costosissime o … la sua bambolina intagliata in avorio, gli arti snodati.
È di una creatura bambina che si parla, nata nell’amore del corpo di una madre, nello stupore dei balbettii che si fanno parola.
il corpo di mia figlia (mp3)
mi hai intessuto nel ventre di mia madre
Salmi 139, 13
Sei troppo vicina. Lo sei sempre stata, nessuno lo è mai stato come te.
Il tuo corpo è stato per un po’ un mio organo,
il più speciale, quello miracoloso, prima che tu acquistassi un respiro indipendente.
Il battito del tuo cuore nel mio utero ci rigenerava
già quando tu eri ancora un vermicino, una minuscola larva.
Tum-tum-tum-tum-tum-tum-tum-tum-tum
tanto veloce da sembrare nel panico, in affanno, mentre invece era gioia d’amore.
L’aggancio galenico tra cuore e amore, prima che diventasse cosa da diari adolescenti
e adesivi e carta di cioccolatini industriali,
era il mistero del sentire che si incarna, che prende forma e si muove.
Di quell’amore che sa come si mettono gli organi in posa nel ventre di una madre,
incastrati uno nell’altro e in fase, intrecciati da ghiandole e nervi,
nell’umido del sangue.
Il tuo corpo: quel miracolo collettivo di cui sono entrata a far parte nascendo.
Essere creati. Ricreare.
Il tuo corpo plastico e fragilissimo che ammette ogni sopruso e ogni carezza,
con cui, indifeso, stai imparando che farci: i tuoi piccoli gesti scoordinati,
piangerci dentro per rivendicare i desideri indicibili, provarti a imporli, chiederne il contenimento e il riconoscimento.
Cadevi, sbattevi la testa. Poche volte non sono stata attenta
e tu cadevi e sbattevi e piangevi e la consolazione ti ridava il sorriso. Hai sempre sorriso così tanto...
Al tuo corpo hai imparato a starci attenta quando ne hai preso consapevolezza,
quando hai capito che con quel bambolotto ti sentivi, ci stavi bene e male.
C’è questa spinta violenta alla vita violenta e tenerissima,
i tuoi tentativi e le cose che impari, ogni momento in cui cambi e scompari e ricompari già un’altra.
Creatura di feroci cambiamenti, senza i quali del resto non ci saresti
né ci sarebbe ogni cosa che ci è venuta incontro e intorno e ci ha fatte più felici, meglio avvedute, diverse,
tu formandoti minuto su minuto, io, cresciuta, precipitando nell’invecchiamento.
Tu e io nella banalità di essere madre e figlia, tra le banalità quella più assurda a pensarci,
e figlie insieme della creazione da cui riceviamo ogni cosa.
Ci sono le piccole cose e quelle enormi che abbiamo condiviso, che condividiamo ogni giorno.
I tuoi meravigliosi passi da astronauta – precari, traballanti, saltellanti – i dentini doloranti salivanti, le dita che ora svitano i tappi alle bottiglie
e prima erano ramuscoli letargici di carne. I tuoi piedini in quelle microscarpe costosissime
che ogni volta che restano vuote mi terrorizzano con la tua assenza.
Temo ogni giorno di non esserti abbastanza, di non dirti e non darti a sufficienza.
Ogni giorno mi spaventano le probabilità della tua morte, nel ricordo dei tanti bimbi morti
per cause naturali o accidentali o per inique violenze scellerate,
oggi e da sempre, e prego in segreto perché i lutti delle madri abbiano fine
e il dolore dei bambini sia espunto dal reale.
Da certi studi ho ricordato con pena immaginata la sofferenza che avvolse la famiglia
di quella bimba antica trovata a Grottarossa nel ’64, ritrovata mummia,
odorosa ancora di resine conifere versate sul suo corpo morto a caldo
e che in effetti quasi la resero pietra. Quando la rinvennero nel suo sarcofago,
gli operai che scavavano al km 11 della via Cassia per farci un palazzino, la buttarono via da una parte
per non dovere interrompere i lavori, fugare l’intervento della Soprintendenza.
Poi il giorno dopo qualcuno la rivide, la credé un cadavere
recente. Le foto di allora ne hanno conservato i lineamenti camusi e carnosi,
dopo diciotto secoli intatti di una sepoltura inespugnabile, ermetica, climatizzata,
i quali poi all’aria si dissolsero in un orrido scheletro conciato,
oggi esposto alla pubblica gogna dei turisti
nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, a Roma.
Con lei si rinvenne una bambola, la sua bambola, con lei sepolta a farle compagnia, intagliata
in avorio, gli arti snodati, con un diadema lunare a Iside sacra, la bambolina
come la bambina e i genitori del suo piccolo corpo sepolto, ripieno degli organi interni
per devozione a qualche culto orientale sincretista, probabilmente. E il dolore di quel gesto di opposizione alla corruttela della sua presenza,
l’imbalsamazione perché quel corpo amato resistesse all’annientamento, quel non volerla
mandare da sola nell’ignoto degli inferi, nel buio, nell’inerzia – lei accompagnata
dalla sua bambola devota. Quel gesto di un dolore senza tempo mi sgomenta.
Lo esorcizzo nella cura del tuo corpo, nei baci sulle costole che affiorano sul tuo torace, con il tenerti allegra, assecondando
la tua naturale gaiezza di bimba fortunata e ben nutrita.
Noi qui creature tutte nate nell’amore del corpo di una madre, per quanto poi il mondo ci oscuri, ci renda ignave, stolte, bisognose, spesso avverse.
Sei nata in luna piena e ho iniziato a contare il tuo tempo sulle lune.
Avevi una testa perfetta, rotonda, bionda, eri così senza macchia
che perfino l’ostetrica si è emozionata: “Com’è bella!” ha detto. “È tutta pulita”.
Dormivi di notte, coliche non ne hai avute, mangiavi con avidità
il mio seno mettendomi in uno stato di continua trasognata emergenza,
resa incondizionata ai tuoi bisogni di protezione e di cura, contatto primitivo.
Appena ti sei retta sulle gambe hai ballato. Ogni ritmo ti fa molleggiare
sui ginocchi, anche soltanto due mani che sciacquano i piatti e acquistano cadenza.
Avevi un anno e mezzo appena quella volta al ristorante greco,
i musicisti che suonavano il sirtaki, tu hai intrattenuto la piazza per mezz’ora
con piroette e braccia sollevate che chissà dove le avevi imparate quelle mosse.
Ti avrà mosso la musica stessa. Tutti ti salutavano quando ce ne siamo andate.
Sei una bambina che accentra l’attenzione nella benevolenza: sei bella, sorridi sempre.
Ti fidi, sei curiosa, ti interessano gli altri.
Oggi più di ogni cosa mi commuovo alle tue prove linguistiche, forse per la mia sensibilità ai linguaggi,
quando ripeti le parole che diciamo e ogni volta ti migliori e inventi codici elementari
per dire quello che ancora non puoi dire: “Sì! Sì!” quando vuoi tanto qualcosa, ripetizione enfatica; “Càcia, no. Càcia... no!”, quando sai che non ti devi togliere le calze perché ti raffreddi, ma ne vuoi la conferma.
Ogni giorno una piccola aggiunta, una sillaba nuova, un suono
più difficile per te che devi apprendere i linguaggi di due madri, due lingue materne.
Sarai più intelligente, dicono. E che emozione sentire i tuoi primi compagni
all’asilo che ti invocano, quando ti porto al mattino: “È arrivata Anna!”, che ti salutano quando ti riprendo: “Ciao ciao, Anna!”.
Sei una di loro. Appartieni a quel gruppo. Sei tu. Sei la più piccola, sei la star locale.
Non siamo già più così unite come quando mi succhiavi il calcio dalle ossa
o spremevi i miei capezzoli fino quasi a staccarli. La vita cresce in te,
s’infittisce nelle tue relazioni, la consapevolezza di te stessa sedimenta con l’esperienza che fai ogni giorno del mondo.
Piangi poco, quasi sempre ti diverti. Noi ti diamo sostegno,
siamo i binari sui quali tu puoi scorrere, fermarti, correre.
Siamo il cibo e la casa e il rifugio e il conforto, la famiglia in cui sei nata
e che secondo alcuni hai scelto quando ancora eri in spirito soltanto, per altri ti è toccata casualmente. In ogni caso
che la vita ti sia lieve, amore mio, e che tu sia lieve alla terra.
Mi chiamo Gian Maria Turi e sono nato a Bologna il 21 luglio 1969, dove ho compiuto gli studi elementari e medi inferiori. Nel 1983 mi sono trasferito con la famiglia a Genzano di Roma, per motivi legati al mestiere di mio padre. Nel 1989 ho ottenuto la Maturità Scientifica e l’anno successivo mi sono immatricolato alla Facoltà di Fisica dell’Università di Roma II “Tor Vergata”. Nel 1993 ho capito di avere sbagliato indirizzo di studi e mi sono iscritto alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, dove mi sono laureato in Filologia Romanza nel 1998. Durante il periodo universitario bolognese ho iniziato a scrivere con regolarità, risultando terzo classificato a un premio di poesie legato alla Facoltà di Lettere e presieduto da Ezio Raimondi e Niva Lorenzini. Una delle poesie premiate è stata pubblicata in Voci di poesia: rassegna di poeti contemporanei a Bologna, a c. di Gilberto Centi, Bologna 1997.
Conclusi gli studi universitari, mi sono trasferito per alcuni mesi a Saragozza, in Spagna, dove ho studiato lo spagnolo e camminato per il Cammino di Santiago di Compostela. A ridosso del nuovo millennio sono partito per l’India, dove ho viaggiato in lungo e in largo per oltre 8 mesi, raggiungendo il Nepal e le montagne dell’Himalaya. Dall’India sono approdato in Israele nel giugno del 2000. In occasione della Seconda Guerra del Golfo, ho iniziato a lavorare presso l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv come revisore dell’archivio anagrafico. Ho iniziato anche regolari studi cabalistici e, di conseguenza, ho imparato l’ebraico.
Dal 2003 al 2008 sono stato direttore amministrativo dell’Istituto Italiano di Cultura di Haifa, in Israele. In questo periodo ho terminato gli studi cabalistici, quindi sono stato costretto a lasciare il paese per la scadenza del permesso di soggiorno. Nel 2009 ho viaggiato di nuovo in India. Nel 2010 mi sono trasferito ad Atene, dove ho iniziato a lavorare come insegnante di lingua e cultura italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura di Atene, e vi ho lavorato fino a quando la crisi economica ci ha permesso di avere un certo numero di studenti, cioè giugno 2012. Da allora ho lavorato come insegnante di lingua italiana privato, editor e traduttore. Sempre nel 2010 ho pubblicato presso l’editore Manni di Lecce il libro Acrilirico, raccolta di poesie e prose risalenti al periodo universitario a cui non avevo mai dato seguito. Opera segnalata al premio “Montano” - ANTEREM 2012.
A ottobre 2012 è uscito il mio libro Darśana de Malchut, che è stato presentato negli Istituti Italiani di Cultura di Tel Aviv e Haifa il 18 e 19 giugno 2013 e in alcune città italiane nel mese di dicembre 2013.
Il 23 marzo 2013 il mio inedito Canti della burocrazia si è classificato secondo ex-aequo al 14° premio Navile, città di Bologna ed è stato segnalato al premio “Montano” - ANTEREM 2014. Lo stesso è stato pubblicato in formato ebook nel dicembre 2014 sul sito del LaRecherche.it.
Ci viene incontro nudo, inerme, questo testo di Peduzzi, quasi privo di paratesto (note, eserghi, dediche, divisioni in parti, titoli delle liriche) e di un intreccio lineare, con tanto di peripezie, nodi e scioglimenti. Soggetto invece a una serie di minime, continue variazioni di tono, ritmo e prospettiva nelle diverse liriche, a formare quasi tessere di un mosaico o facce di un prisma che rifrange la luce, proiettando molteplici adombramenti sulle figure esplorate.
Esiguo e prezioso, caustico e guizzante come lingua di fuoco che illumina e riscalda ma non si lascia afferrare e comprendere se non a rischio di ustioni: “all’improvviso accampata intorno al fuoco/ di inaudite parole scintillanti/ aggredisce il silenzio e fa irruzione/ come un vento caldo che spalanca/ le rime doppie il suono dei metalli/ così della fiamma iniziale non resta che l’assenza/ nell’incavo dei versi rifiutati/ l’eccidio dei pronomi personali.” (22) Una iniziale enigmatica dichiarazione di poetica che spero si chiarisca nel corso di questa lettura,
di cui la Poetica del fuoco di Bachelard potrebbe forse offrirci alcune chiavi. Ma più in generale è opportuno tenere presente l’influsso del pensiero e della poesia francesi del Novecento, in particolare quello di poeti come Yves Bonnefoy o Francis Ponge, col suo “partito preso delle cose” che sembrano farsi e disfarsi sotto i nostri occhi ma a nostra insaputa, come se non avessero bisogno di essere percepite dagli umani e vivessero una vita propria: arcaica, cangiante, enigmatica (“la cosa che di noi non ha bisogno/ per apparire e imprimersi nel mondo”: 21). Pura potenza che solo attende la parola che la nomini per passare all’atto, per assumere una forma semplice e necessaria (“non dette non esistono le cose/…restano inoffensive ad aspettare…infine necessarie e nominate”: 19) Ma anche le parole appaiono poi qui come cose fra le altre, indipendenti da intenzioni umane.
Proprio il dramma di tali parole-cose costituisce l’oggetto del nostro discorso, la cui nudità e candore ci lasciano a una prima lettura interdetti e stupefatti, soggiogati e curiosi. A soccorrerci ci viene incontro il titolo, “Figure semplici”, che suggerisce in prima istanza quelle della geometria euclidea che abbiamo appreso fin da piccoli: triangoli, quadrati, cerchi; cubi, sfere. Tuttavia, a me pare, che questo titolo contenga anche un’intenzione ironica, un dire altro, molto altro, ciò che c’è da scoprire nel corso del testo. Perché in che senso è da intendersi la parola “figure”? Geometriche certo, ma forse si tratta anche di figure del discorso, o piuttosto di quelle “forme semplici” di cui scriveva André Jolles: l’oracolo e il proverbio, il motto e l’aforisma, la leggenda e il mito, che si ritrovano nelle tradizioni popolari alle radici della nostra cultura. Tracce di un passato dimenticato, cellule di un discorso avvenire. Ma anche infine qui si tratta delle figure di una fenomenologia della percezione e della memoria che la nostra autrice ha perfettamente assimilato dai suoi maestri francesi, Ponge e soprattutto in questo caso Bonnefoy, con cui ha certo una grande dimestichezza avendone anche tradotto le opere. Proprio in questa “comunità dei traduttori”, per dirla proprio con Bonnefoy, bisogna situare l’opera di Peduzzi, cioè in quel lavorio continuo, carsico, di restituzione di un senso e di una presenza alle cose, attraverso parole che non appartengono mai del tutto a una sola lingua e che con le cose congiurano nel sottobosco della percezione (“L’impoetico intreccio vegetale”: 24; con le sue “agitazioni di cellule e membrane”: 27) – facendoci udire il loro brusio, come un rumore di fondo da cui le parole a lungo cercate, arrivano all’improvviso come battendo “dei piccoli colpi di martello contro la superficie del reale, sino a sbalzarne, come da una lastra di rame, la forma.” (Benjamin): l’annuncio laico di una sempre possibile rivelazione. Questa similitudine vale bene a caratterizzare l’opera di Peduzzi come quella di un incisore che forgia con lievi ritocchi una materia incandescente, per trarne forme esatte e preziose.
Ma poi “semplici” in che senso? Secondo il criterio della misura che regge la geometria euclidea o quello della deformazione continua, senza strappi, sovrapposizioni o incollature, che regge la topologia, una delle branche più feconde della geometria superiore e che per essere una scienza delle deformazioni è la più simile alla poesia, intesa nel suo senso originario e artigianale di “manipolazione” (poiein). Così per esempio in topologia un cubo e una sfera sono due oggetti omologhi in quanto da un materiale malleabile come il pongo, mettiamo, l’uno si ricava dall’altro senza strappi o incollature. A me pare che l’analogia topologica sia la più feconda per interpretare il nostro testo che simula nel suo complesso proprio un spazio di trasformazioni aperto, senza confini né direzioni, dove, tolte le incrostazioni dell’abitudine e del linguaggio, le parole e le cose si fondono in forme sempre nuove, impercettibilmente diverse, sotto la fiamma ossidrica di un demiurgo impersonale che si industria di creare un mondo in assenza di Dio e della storia, in una sorta di atmosfera quasi gnostica. Perché la semplicità annunciata non riguarda certo un linguaggio adamitico: un eden in cui le cose perfettamente create da un dio antropomorfo aspettano solo il loro censimento da parte del primo uomo, quanto piuttosto uno spazio fluido dove cose e parole galleggiano in uno stato larvale, attendendo di fondersi in un synolon, in una restituzione del pleroma dimenticato.
Lo spazio del testo infine, quello tipografico bidimensionale, è qui esplicitamente aperto, senza un inizio e una fine marcati, senza titoli e eserghi, senza uno sviluppo di alcun tipo. Dove ciascuna lirica costituisce la cellula di una micropolifonia delle parole-cose, una perlustrazione dei loro adombramenti, una serie di intagli e affondi in quella “carne del mondo” (Merleau Ponty) che pare offrirsi nuda alla esplorazione dell’infraordinario.
A costituire una minuziosa, estesa epoché fenomenologica che coincide con la s-composizione geometrica del mondo ricevuto in “figure semplici”: “Rifletti alla riduzione algebrica/ della vita ordinaria in diagrammi/ ogni punto in esatta corrispondenza/ allo stato del mondo/ alla sua essenza/ non più estrarre col forcipe un senso/ ma disegnare a matita rette e curve/ e numerare il multiplo e l’immenso/ in figure osservando” (26)
Per chi auspica una poetica dell’impersonalità, questo testo costituisce un esempio luminoso. Ma come osservava T.S. Eliot a suo tempo, per ottenere tale risultato, l’autore deve averne avuto una ricca su cui a lungo ha lavorato.
Alcune osservazioni di ordine strutturale, per concludere.
La versificazione è scorrevole. La prosodia presenta una serie di variazioni minime intorno all’endecasillabo: novenari, settenari, quinari, ma anche talvolta versi di 13, 14 sillabe, a sottolineare fasi diverse di quello scavo anamnestico, alla ricerca “della lingua sorgiva che rintocca” (8) con la quale finalmente poter restituire la piena presenza delle cose che altrimenti “non dette non esistono” (19).
L’adozione del verso sciolto non esclude affatto l’uso occasionale di rime, assonanze e consonanze a formare un denso tessuto fonico-ritmico che poi innerva i livelli semantico e figurale, a caratterizzare quella analysis situs che tocca tutti i gradi della scala naturae costituendo una peculiare fenomenologia della parola-cosa, indagata more geometrico (25) o addirittura algebrico (26), in un esame minuzioso dell’infraordinario (26), in una sistematica scomposizione delle forme ricevute (28) che tocca non solo il retaggio della storia ma anche l’inganno della ragione.
E ovviamente poi ponderate analogie, sinestesie e metafore, tra cui particolarmente saliente è quella dell’humus-sottobosco (“l’impoetico intreccio vegetale”: 24) che attraversa, anche inespressa, l’intero testo, trattato appunto qui come uno spazio topologico di continue microtrasformazioni, quell’ “infimo travaglio” (30) di cui bisogna mettersi in ascolto per poter infine pervenire alla nominazione necessaria (33) che consente il trapasso delle cose dalla potenza all’atto, in una escatologica “chiaroveggenza” (37).
E poi c’è quella della “faglia”, della cesura che abita dall’origine la parola poetica e ne comporta il rischio di una definitiva espropriazione, del suo ammutolire e farsi cosa fra le cose, “mostro e captivo o forse solo infante” (34), in quel sacrificio ricorrente che è ogni vero atto di creazione.
C’è infine quella del “limite”, di volta in volta orizzonte (31, 32) o profilo (36), ma soprattutto “crinale” tra potenza e atto, essere e coscienza, volontà e rappresentazione, come accade, con un vero e proprio soprassalto della rima, nei versi conclusivi di tenore metapoetico: “l’atto tramuta volontà in sapienza/ - saggia la forza e la sua resistenza/ condanna a prese rapide dal vivo/ coscienza intermittente e abbarbicata/ ad attimi di pia chiaroveggenza”. (37)
La fine rimane così in sospeso come l’inizio (“Circola tra oleandri mortali/ nome senza aureola/colmo all’orlo”: 17) a sottolineare la fluidità di questo spazio-tempo che resiste a ogni investimento ideologico, fatale in uno spazio metrico-vettoriale, dove le opposizioni “alto-basso”, “destra-sinistra”, vicino-lontano, aperto-chiuso, finito-infinito finiscono fatalmente per assumere i significati di buono-cattivo, giusto-sbagliato, proprio-altrui, accessibile-inaccessibile, mortale-immortale, ecc. (Lotman 262), aprendo a quelle incrostazioni culturali del linguaggio, la cui rimozione è compito del poeta.
Così invece il nostro spazio topologico non si trasforma mai in uno spazio assiologico, rimane sempre così, aperto, smisurato, cangiante, pronto ad accogliere molteplici estatiche riletture.
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