Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
Questo numero esce “per tenere accese le lucciole”, per “prendere la poesia sul serio”, per raccontare le cose che “arrivano, si raggrumano nell’inchiostro, poi ci abbandonano, poi ritornano”: sono frasi contenute nei primi tre interventi, di Cristiana Panella, Beppe Sebaste e Mara Cini.
Per merito della cura e della sensibilità poetica di Cristiana Panella, siamo lieti di proporre, per la prima volta in Italia, un’opera di Christophe Manon.
Il Premio Lorenzo Montano del 2019, per l’edito, è stato vinto da Beppe Sebaste. Non essendo stato possibile effettuare una premiazione in presenza, pubblichiamo una sua lettera inviata alla giuria e la risposta di Mara Cini; a corredo, una scelta di testi tratti da “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro”, Aragno 2018, le note critiche di Mara Cini e Rosa Pierno, il brano musicale composto per il libro da Francesco Bellomi.
Questo numero contribuisce a ricordare (succederà anche nelle prossime tre uscite) l’edizione 2019 del “Montano”, grazie ai poeti e prosatori che vi hanno partecipato, tutti introdotti dalla giuria: abbiamo il piacere di presentare, con le loro vive voci, Sonia Ciuffetelli, Lia Cucconi, Daria De Pellegrini, Paola Silvia Dolci, Ugo Mauthe, Tommaso Meozzi, Stefano Modeo, Alberto Mori, Alessandra Paganardi, Angela Passarello, Sandro Pecchiari, Antonio Pibiri, Rossella Pretto, Francesco Sassetto, Massimo Viganò.
Notevole è il numero degli autori finora pubblicati su “Carte nel vento”: rappresentano la storia del “Montano”. Ancor più notevole è la qualità di molti interventi. La storia di questo premio così longevo è stata scritta nel corso degli anni dai poeti e dai prosatori che lo hanno attraversato.
L’edizione in corso, la 35^, porterà nuove pagine da raccontare scarica il Bando della 35a edizione
In copertina: Mario Fresa, “Passaggio” (2009); olio, carta e inchiostro
Ranieri Teti
Sebastiano Aglieco, Nadia Agustoni, Alessio Alessandrini, Pietro Altieri, Viola Amarelli, Angelo Andreotti, Marcello Angioni, Cristina Annino, Gian Maria Annovi, Lucianna Argentino, Davide Argnani, Giuseppe Armani, Paolo Artale, Gianluca Asmundo, Alessandro Assiri, Daniela Attanasio, Dino Azzalin
Luigi Ballerini, Paola Ballerini, Daniele Barbieri, Bianca Battilocchi, Maria Angela Bedini, Daniele Bellomi, Primerio Bellomo, Franco Beltrametti, Mario Benedetto, Dario Benzi, Riccardo Benzina, Pietro Antonio Bernabei, Armando Bertollo, Vanni Bianconi, Nicoletta Bidoia, Ilaria Biondi, Giorgio Bona, Giorgio Bonacini, Leonardo Bonetti, Simone Maria Bonin, Doris Emilia Bragagnini, Silvia Bre, Andrea Breda Minello, Fabrizio Bregoli, Luca Bresciani, Alessandro Broggi, Roberto Bugliani, Simone Burratti, Giusi Busceti, Antonio Bux
Laura Caccia, Rinaldo Caddeo, Nanni Cagnone, Giuseppe Calandriello, Maria Grazia Calandrone, Giovanni Campana, Mario Campanino, Enzo Campi, Giovanni Campi, Martina Campi, Emanuele Canzaniello, Maddalena Capalbi, Michele Cappetta, Roberto Capuzzo, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Lorenzo Carlucci, Anna Maria Carpi, Peter Carravetta, Alberto Casadei, Mauro Caselli, Guido Caserza, Marosia Castaldi, Davide Castiglione, Paola Casulli, Alessandro Catà, Elena Cattaneo, Alessandra Cava, Roberto Ceccarini, Giorgio Celli, Alessandro Ceni, Rossella Cerniglia, Maria Benedetta Cerro, Marilina Ciaco, Viviane Ciampi, Gaetano Ciao, Antonella Cilento, Laura Cingolani, Mara Cini, Gabriella Cinti, Domenico Cipriano, Sonia Ciuffetelli, Roberto Cogo, Gabriella Colletti, Osvaldo Coluccino, Tiziana Colusso, Silvia Comoglio, Federico Condello, Nicola Contegreco, Antonino Contiliano, Morena Coppola, Giorgiomaria Cornelio, Marina Corona, Marcella Corsi, Elena Corsino, Erika Crosara, Albino Crovetto, Lia Cucconi, Miguel Angel Cuevas, Vittorino Curci
Mauro Dal Fior, Anna Maria Dall’Olio, Chetro De Carolis, Alessandro De Francesco, Enrico De Lea, Chiara De Luca, Lella De Marchi, Daria De Pellegrini, Annamaria De Pietro, Evelina De Signoribus, Riccardo Deiana, Silvia Del Vecchio, Fernando Della Posta, Pasquale Della Ragione, Stefano Della Tommasina, Aurelia Delfino, Tino Di Cicco, Danilo Di Matteo, Vincenzo Di Oronzo, Bruno Di Pietro, Stelvio Di Spigno, Letizia Dimartino, Paola Silvia Dolci, Edgardo Donelli, Paolo Donini, Antonella Doria, Patrizia Dughero, Giovanni Duminuco
Marco Ercolani, Flavio Ermini, Franco Falasca, Mario Famularo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Roberto Fassina, Silvia Favaretto, Francesco Fedele, Federico Federici, Annamaria Ferramosca, Paolo Ferrari, Aldo Ferraris, Luca Ferro, Paolo Fichera, Massimiliano Finazzer Flory, Zara Finzi, Antonio Fiori, Raffaele Floris, Rita Florit, Ettore Fobo, Giovanni Fontana, Luigi Fontanella, Valentino Fossati, Biancamaria Frabotta, Kiki Franceschi, Tiziano Fratus, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Adelio Fusè
Gabriele Gabbia, Miro Gabriele, Tiziana Gabrielli, Maria Grazia Galatà, Marinella Galletti, Carmen Gallo, Gabriella Galzio, Guido Garufi, Paolo Gentiluomo, Mauro Germani, Fabia Ghenzovich, Alessandro Ghignoli, Gianluca Giachery, Anna Maria Giancarli, Lino Giarrusso, Andrea Gigli, Patrizia Gioia, Carolina Giorgi, Sonia Giovannetti, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Lorenzo Gobbi, Marcello Gombos, Llanos Gomez Menéndez, Michela Gorini, Giuseppe Gorlani, Alessandra Greco, Angela Greco, Cesare Greppi, Lino Grimaldi, Maria Grimaldi Gallinari, Iria Gorran, Giovanni Guanti, Ermanno Guantini, Vincenzo Guarracino, Mariangela Guàtteri, Gaia Gubbini, Gian Paolo Guerini, Stefano Guglielmin, Andrea Guiducci
Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Carlo Invernizzi, Stefano Iori, Francesca Ippoliti, Gilberto Isella
Ettore Labbate, Sonia Lambertini, Michele Lamon, Marica Larocchi, Vincenzo Lauria, Leandro, Alfonso Lentini, Laura Liberale, Nicola Licciardello, Tommaso Lisa, Oronzo Liuzzi, Domenico Lombardini, Andrea Lorenzoni, Francesco Lorusso, Ghérasim Luca, Antonella Lucchini
Loredana Magazzeni, Giulio Maffii, Franca Mancinelli, Danilo Mandolini, Francesca Marica, Marianna Marino, Emanuela Mariotto, Attilio Marocchi, Raffaele Marone, Francesco Marotta, Giulia Martini, Giulio Marzaioli, Vincenzo Mascolo, Stefano Massari, Mara Mattoscio, Ugo Mauthe, Alessandro Mazzi, Luciano Mazziotta, Daniele Mencarelli, Tommaso Meozzi, Manuel Micaletto, Emiliano Michelini, Roberto Minardi, Marco Mioli, Stefano Modeo, Francesca Monnetti, Daniela Monreale, Gabriella Montanari, Emidio Montini, Marcel Moreau, Romano Morelli, Umberto Morello, Sandra Morero, Alberto Mori, Alessandro Morino, Renata Morresi, Gregorio Muzzì
Luigi Nacci, Clemente Napolitano, Paola Nasti, Giuseppe Nava, Stefania Negro, Giulia Niccolai, Davide Nota, Mario Novarini, Marco Nuzzo, Riccardo Olivieri, Francesco Onìrige, Margherita Orsino, Cosimo Ortesta
Luca Paci, Marco Pacioni, Alessandra Paganardi, Cristiana Panella, Carla Paolini, Alice Pareyson, Paola Parolin, Giovanni Parrini, Angela Passarello, Sandro Pecchiari, Giuseppe Pellegrino, Camillo Pennati, Gabriele Pepe, Daniela Pericone, Roberto Perotti, Anna Maria Pes, Serge Pey, Mario Pezzella, Luisa Pianzola, Antonio Pibiri, Renzo Piccoli, Antonio Pietropaoli, Roberto Piperno, Pietro Pisano, Stefano Piva, Marina Pizzi, Daniele Poletti, Gilda Policastro, Chiara Poltronieri, Giancarlo Pontiggia, Nicola Ponzio, Michele Porsia, Stefania Portaccio, Claudia Pozzana, Ivan Pozzoni, Chiara Prete, Loredana Prete, Rossella Pretto, Maria Pia Quintavalla
Alessandro Ramberti, Jacopo Ramonda, Giuseppina Rando, Andrea Raos, Beppe Ratti, Filippo Ravizza, Luigi Reitani, Vittorio Ricci, Jacopo Ricciardi, Alfredo Rienzi, Giuliano Rinaldini, Alfredo Riponi, Massimo Rizza, Gianni Robusti, Marta Rodini, Cecilia Rofena, Andrea Rompianesi, Stefania Roncari, Silvia Rosa, Sofia Demetrula Rosati, Lia Rossi, Pierangela Rossi, Giacomo Rossi Precerutti, Greta Rosso, Enea Roversi, Anna Ruchat, Paolo Ruffilli, Gianni Ruscio
Irene Sabetta, Luca Sala, Tiziano Salari, Luca Salvatore, Rosa Salvia, Lisa Sammarco, Massimo Sannelli, Irene Santori, Patrizia Sardisco, Francesco Sassetto, Marco Saya, Viviana Scarinci, Antonio Scaturro, Evelina Schatz, Giuseppe Schembari, Fabio Scotto, Massimo Scrignòli, Beppe Sebaste, Loredana Semantica, Luigi Severi, Sergio Sichenze, Ambra Simeone, Stefania Simeoni, Roberta Sireno, Maurizio Solimine, Lucia Sollazzo, Marco Sonzogni, Pietro Spataro, Fausta Squatriti, Giancarlo Stoccoro, Stefano Stoja, Maria Paola Svampa
Antonella Taravella, Gregorio Tenti, Diego Terzano, Italo Testa, Ranieri Teti, Matilde Tobia, Maria Alessandra Tognato, Carlo Tosetti, Silvia Tripodi, Luigi Trucillo, Guido Turco, Giovanni Turra Zan
Liliana Ugolini, Tonino Vaan, Adam Vaccaro, Luca Vaglio, Roberto Valentini, Camillo Valle, Sandro Varagnolo, Francesco Vasarri, Matteo Vercesi, Cesare Vergati, Maria Luisa Vezzali, Massimo Viganò, Nicola Vitale, Ciro Vitiello, Annarita Zacchi, Simone Zafferani, Paola Zallio, Claudio Zanini, Claudia Zironi, Aida Maria Zoppetti, Marco Zulberti
Collage, inchiostro e olio su cartone, 2009
Olio e collage, 2010
Mario Fresa (1973) ha collaborato e collabora a «Paragone», «il verri», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «Almanacco dello Specchio», «Recours au Poème», «Nazione Indiana», «La Revue des Archers» e «Poesia». Tra i suoi ultimi libri: Svenimenti a distanza (il melangolo, 2018); Bestia divina (La scuola di Pitagora editrice, 2020). Ha curato il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020 (in corso di pubblicazione presso la Società Editrice Fiorentina).
Prima pagina: Cristiana Panella presenta e traduce « Segni dei tempi » di Christophe Manon ; audio animato dell’Autore
Il testo di Christophe Manon qui proposto in traduzione, tra i cinque testi che compongono « Signes des temps », fa parte del progetto corale di prosa, musica e immagine, « Poèmes pour les temps présents », ospitato dal laboratorio di sperimentazione Ciclic. l’epifania, attraverso il frammento, di una memoria sociale che livella i corpi umani, animali, gli oggetti, i quattro elementi su uno stesso orizzonte ; che ne fa eventi equivalenti inscritti in un tempo dilatato e ciclico. le sequenze selezionate per i cinque Poèmes sono state attinte dall’archivio cinematografico di Ciclic : marine d’infanzia ; istantanee di pelle umana e animale partorite da una stessa madre dai nomi diversi ; fratellanza per dono di carni scoperte. loro malgrado, a loro insaputa. sequenze estranee e lontane tra loro, smagliate e cucite da un video all’altro a partire, in alcuni casi, da uno stesso filmato, dove lo spaesamento dato dalla scomposizione materiale della immagini crea nuove biografie, inverte intenzioni e valori, cambia il finale, secondo un principio di trasmissione che privilegia l’istante più che la narrazione. esistenze che scorrono nei gesti ripetuti : attese nascoste, regole, file, accadimenti crudi, gioie pudiche ancorate a piccoli mondi antichi. dolori lavici svelati e decodificati da una generazione all’altra, da una classe sociale all’altra, attraverso lo specchio della sofferenza altrui. ognuno ha i codici del suo sconosciuto in virtù della semplice condivisione della comune presenza al mondo, in uno svelamento reciproco di impotenza ma anche di potenza per istinto di desiderio, per memoria ostinata. tutto brucia, tutto è sacrificio di luce e fuoco. e là dove gli umani passano e scompaiono gli animali, presenze costanti dei cinque Poèmes, vegliano da magnifiche creature guardiane ; attraversano indenni il giorno e la notte.
La cifra poetica di Christophe Manon rispecchia lo SCORRIMENTO aleatorio di questa cucitura cinematografica. « Non mi interessano le storie […]. Quello che mi interessa è la lingua, la forma che si utilizza per esprimersi, per rendere manifesto, perché la lingua rivela una visione del mondo […], rendere conto del momento quando questo sfugge. Tentare di dire con le parole il momento in cui le parole vengono a mancare» (Johan Faerber intervista Christophe Manon, Diacritik, 29 gennaio 2019, trad. C. Panella). così come per il testo, la scelta dell’immagine per Manon non dipende dalla qualità o dal contenuto ma dalla capacità di portare una rivelazione, di suscitare uno sbigottimento, subito inghiottito dal lampo ordinario seguente. la vita è una successione allucinata, ossia presa-nella-luce ; un « canto brutale » e magmatico di enfiamenti. una preghiera laica alla dignità della rovina insita nella nascita, per eredità. una contemporaneità, quella di Manon, quella della poesia, che non è mai attuale. non è una sequenza pieghevole di atti ma un’evanescenza di gesti soli, precari e compiuti; rimasti al freddo, tranne per bagliori di leggerezza inconscia, fugaci ed eterni in una comunione poverella di invisibili beni vitali ; del retaggio inconscio ma stordente dei lutti ignoti di tutte le « moltitudini braccate ». una distopia che non è finzione, presentimento ma postura banale del quotidiano « ora noi viviamo in tempi di cenere e detriti, in un deserto disarticolato di gemiti e fuoco ». il fuoco e l’acqua sono due elementi onnipresenti nei Poèmes, elementi bifronti dell’infero e del superno : violenza e svezzamento d’amore, grazia vitale e annientamento.
Nella poetica di Manon la guerra, reale e metaforica, è guardata dal basso ; dagli occhi dell’infanterìa che offre l’innocenza dell’infanzia, di chi non ha parola, come carne da cannone. dagli occhi aperti e spenti con la bocca digrignata del soldato Lucien Geominne di Dubuffet ; un volto di contadino qualunque, pazzo qualunque, malato qualunque, bambino qualunque ceduto ad armi qualunque. la guerra è metafora della banalità non solo del male dichiarato ma anche di quello patito senza sapere dove guardare. delle schegge che inveiscono con neutralità, come in uno degli « ultimi telegrammi » di Manon : « gregge di cicloni furiosi stop papaveri predatori stop urla delle forche magnetiche stop grandi piogge di virgolette stop nugoli di carni avariate stop deserti di sterco stop coorti di suicidi stop città polverizzate stop universi in briciole stop » (da Qui vive, Dernier Télégramme/C. Manon, 2018 ; trad. C. Panella). e i primi cimiteri dei fanti sono posti banali per atti di morte banali. come un uomo avvolto dal fuoco che viene guardato senza fretta (Poème #5) ; stesso evento dell’eruzione di un vulcano, della colonna nera di un’esplosione, dello sparo che uccide un volatile partito dal fucile della giuliva cacciatrice che chiude il Poème #4. dopo aver gioito della sua mira punta la persona invisibile che le sta davanti, poi l’osservatore dietro lo schermo ; noi. uccello di carne o tiro a segno del Luna Park, stesso divertissement. perché l’accadimento è di per sé neutro, e per questo il dolore dei viventi più solo. e ripetendosi solo diventa folla. chiede dolcezza, compassione, indulgenza per tanta solitudine di massa, ogni volta, chiede.
« adoprarsi, alla fine, per far battere all’unisono i cuori di coloro che sono guardati e quelli di chi guarda », scrive Manon. per tenere accese le lucciole.
Autore e copyright della foto di Christophe Manon: Thomas Deschamps
Da Segni dei tempi #4
Christophe Manon
Traduzione: Cristiana Panella
Come la luce come sovente la sera come la luce declina e si stempera poi viene la notte, assolutamente come. O come se ci fossero loro, ci fossi tu, ci fossimo noi, ci fossero lui e lei, e noi fossimo tutti così tangibili, come vestiti di sogno e cambiando forma incessanti, e come opulenti, come manifesti, girando a una velocità vertiginosa sotto un vecchio cielo di ruggine, e tutto questo fosse di una dolcezza infinita. Come corpi vinti, come corpi trionfanti, come distesi insieme e simili sulla sabbia, felici forse a guardare il mare. E la risacca delle onde. Oppure era desiderio. O il vasto spazio che improvviso si apriva poi si richiudeva. Come se questo avesse una qualche importanza. È proprio questo, sì; è questo, che ci fu chiesto. "Qui più che altrove l'uomo può contemplare con spavento l'abisso di miseria dove l'hanno dato al precipizio lo spirito di violenza e il primato della forza". Ma pietà, disse lei, pietà. Pietà per la perdita delle rose. Uno due tre e quattro, e uno è già sempre abbastanza, è abbastanza ma troppo veloce. Ma non è un luogo, o così poco luogo. A stringersi gli uni agli altri. A giocare a nascondino. A risa scoppiate e urlare e cantare e dimenarsi e divertirsi e tutto questo perché? Perché? Oh, perché? E come fronteggiare? Come fare Segno di tutto questo? Camminando verso nuovi soli, sempre più grandi, e ancora più grandi, e non è finita. Poiché mai, no, mai noi siamo stanchi. Le tue labbra sulla mia pelle. Cos'è se non danza di particelle? Una presenza che forse non è un'illusione. Né sogno né vapore. Dove si annidano precisamente i morti nel loro giusto sapere. Un aereo. Un cane. Un bacio. Un trattore. Vecchie carcasse arrugginite in fondo ai filari di vigna. Un bacio. Un chilo di patate. Una domenica. Un quadrifoglio. Un coniglio abbastanza dolce da calmare la paura. E fabbriche e macchine e motori e solidi, anche questo è pensare. E fare fieno, mietitura, e non è niente, sii buono, sii buono per favore. Ad asciugare le lacrime. E cos'altro? È il suono della tua voce che mi commuove. Sotto Ogni Cucitura. La rabbia. La rabbia è il lusso autentico di uno splendore infinitamente rovinato ma che conosce il prezzo di un'emozione condivisa e nient'altro, nient'altro, e oltre. Da impiccarsi al tuo collo. È così tanto tempo che esisto, sai, e non posso dimenticare nulla. Se hai la testa altrove, adesso. Rosso. Rosso e nero, lo striscione dei possibili. Che sia lodato l'istante in cui in uno slancio improvviso mi prendesti per mano. È esattamente qui, la misura giusta. Mamma, sei tu, sei proprio tu, mamma, sei tu? Che abbiamo sete, in questo momento. Che loro si nutrono d'insetti e limacce. Che sono spavalde. Che sicuro ti piace se io adesso godo. Qui non più che altrove. Predatori e prede. La loro magra speranza di non scomparire. La loro immensa speranza di non scomparire. Ora che non è ora, ora. Riusciamo a ritrovarci in una grande confusione. Se il tempo lo permette. Un rospo, un uccellino, molto piccolo, o giusto piccolo. E grazie, grazie per averli qui. Cosa sono diventati? Lo so? A che età? Dove ci porterà, questo? Cosa significa? Che ne pensi, tu? Noi siamo a settembre, siamo ad ottobre, a novembre, a dicembre, a gennaio, siamo a febbraio. Morti, così tanti morti, sepolti senza funerale. Da perdere la faccia. L’antico mondo sempre si riaffaccia.
Lettura animata dell’Autore, apparsa su « Ciclic »
Comme la lumière comme souvent le soir comme elle décline et s’estompe puis vient la nuit, c’est tout comme. Ou comme s’il y avait eux, il y avait toi, il y avait nous, il y avait lui et elle, et nous étions tous si tangibles, comme vêtus de rêve et changeant sans cesse de forme, et comme opulents, comme manifestes, tournant à une vitesse vertigineuse sous un vieux ciel de rouille, et tout cela était d’une douceur infinie. Comme des corps vaincus, comme des corps triomphants, comme étendus ensemble et semblables sur le sable, heureux peut-être à regarder la mer. Et le ressac des vagues. Ou bien était-ce du désir. Ou le vaste espace qui soudain s’ouvrait puis se refermait. Comme si cela pouvait avoir de l’importance. C’est bien cela, oui, c’est cela qui nous fut demandé. « Ici plus qu’ailleurs, l’homme peut contempler avec effroi l’abîme de misère où l’esprit de violence et la primauté de la force l’ont précipité ». Mais pitié, dit-elle, pitié. Pitié, pour la perte des roses. Un deux trois et quatre et encore un c’est toujours assez, c’est assez mais trop vite. Mais ce n’est pas un lieu, ou si peu. À se serrer les uns contre les autres. À jouer à cache-cache. À rire aux éclats et hurler et chanter et se déhancher et se divertir et tout cela pourquoi ? Pourquoi ? Oh pourquoi ? Et comment faire face ? Comment de tout cela faire signe ? Marchant vers de nouveaux soleils, toujours plus grands, plus grands encore, et ce n’est pas fini. Car jamais, non jamais nous ne sommes las. Tes lèvres sur ma peau. Qu’est-ce sinon danse de particules ? Une présence qui n’est peut-être pas une illusion. Ni songe ni vapeur. Où nichent précisément les morts en leur juste savoir. Un avion. Un chien. Un baiser. Un tracteur. De vieilles carcasses rouillées au bout des rangs de vigne. Un baiser. Un kilo de patates. Un dimanche. Un trèfle à quatre feuilles. Un lapin doux assez pour apaiser la peur. Et usines et machines et moteurs et solides c’est penser aussi. Et de faire les foins, de récolter les moissons, et ce n’est rien, sois sage, sois sage s’il te plaît. À sécher les larmes. Et quoi d’autre ? C’est le son de ta voix qui m’émeut. Sous toutes les coutures. La rage. La rage est le luxe authentique d’une splendeur infiniment ruinée mais qui sait le prix d’une émotion partagée et rien d’autre, rien d’autre et d’avantage. À se pendre à ton cou. Voici si longtemps que j’existe, je ne peux rien oublier. Si tu n’as pas la tête à ça. Rouge. Rouge et noir, la bannière des possibles. Que loué soit l’instant où d’un élan soudain tu me pris par la main. C’est bien là la bonne mesure. Maman, c’est toi, c’est bien toi, maman, c’est toi ? Qu’à présent nous avons soif. Qu’ils se nourrissent d’insectes et de limaces. Qu’elles n’ont pas froid aux yeux. Qu’assurément cela te plaît si maintenant je jouis. Ici pas plus qu’ailleurs. Prédateurs et proies. Leur mince espoir de ne pas disparaître. Leur immense espoir de ne pas disparaître. Maintenant qui n’est pas maintenant maintenant. On parvient à se retrouver dans une grande confusion. Si le temps le permet. Un crapaud, un oiseau petit, très petit ou seulement petit. Et merci, merci pour les voici. Que sont-ils devenus ? Est-ce que je sais ? À quel âge ? Où cela nous mènera-t-il ? À quoi ça rime ? Qu’en dis-tu ? Nous sommes en septembre, nous sommes en octobre, en novembre, en décembre, en janvier, nous sommes en février. Des morts, tant de morts, ensevelis sans funérailles. À perdre la face. Le monde ancien toujours refait surface.
Cristophe Manon (Bordeaux, 1971) ha pubblicato una ventina di opere tra cui Extrêmes et lumineux (Verdier, 2015, Prix Révélation de la SGDL), Au nord du futur (Nous, 2016), Jours redoutables, avec des photographies de Frédéric D. Oberland (Les Inaperçus, 2017), Vie & opinions de Gottfried Gröll (Dernier Télégramme, 2017), Pâture de vent (Verdier, 2019), Testament (d’après François Villon), con un CD, (Dernier Télégramme, 2020). Ha lavorato per le edizioni Ikko, che fino al 2009 hanno pubblicato Henri Chopin, Michel Valprémy, Pierre Albert-Birot, Sylvain Courtoux, Vélimir Khlebnikov, Carla Harryman, Saint-Just, e per la rivista MIR. È autore di numerose letture pubbliche in Francia e all’estero.
Terza pagina/1, Beppe Sebaste e Mara Cini: epistolario intorno alla vita e al "Montano"; una nota di Mara Cini; scelta di testi da "Come un cinghiale in una macchia d'inchiostro", Aragno 2018
Cari amici e care amiche del Premio Montano e della rivista “Anterem”, buongiorno. Io vi ringrazio, anche se non vi ho mai incontrato, e anche se non so perché il mio libro abbia vinto il Premio Montano 2019. Forse, ho pensato, per avere l’occasione di parlare (di) poesia, di parlare il linguaggio della Lode (come si dice riferendosi al Divino) e cercare quindi di pulirsi la coscienza (cosa difficilissima). Lodare il Divino (sive Naturam, se preferite) e pulirsi la coscienza, sono la stessa cosa. Si fa con azioni diverse, una delle quali è appunto scrivere poesie, una pratica non priva di austerità che in altre lingue sarebbe definita “arte marziale”, o meglio: ”Via”. «Prendere la poesia sul serio», ha detto una volta Allen Ginsberg, significa praticarla «come una specie di sadhana, di sentiero sacro, o una forma di yoga». Non «come un’arte beneducata o una disciplina accademica, piuttosto una santità».
Se rientra nel suo orizzonte anche il premio che io avrei conseguito nell’anno 2019, l’anno del Covid, la faccenda si fa seria. Questo premio, e lo sfondo sociale, biopolitico in cui ha preso forma, è stato per molti un’ennesima conferma (per altri forse la scoperta) dell’assoluta impermanenza di ogni cosa e di ogni essere, di ogni azione, della fragilità irrilevante delle nostre umane aspettative e della nostra tenera illusione di programmare e affaccendarci per mantenere i programmi. Se la nostra consapevolezza si allarga e ne guadagna, non è tempo perduto. In questo senso, questo premio senza premiazione è stato un insegnamento dello stesso tenore, se non della stessa stoffa, di cui è fatta la poesia.
Un premio conseguito da un libro di poesie mi fa pensare all’incipit ioneschiano di una poesia contenuta nel mio libro, “Suonano alla porta”: “Quando suonano / alla porta / non si sa mai / se c’è qualcuno / o no”. Ecco, il premio Montano è stato per me una folata di vento di questo genere, un evento che non si sa se è accaduto o no.
Quando pensiamo di essere pronti a qualcosa, in realtà non siamo mai pronti. Credo che sia la ragione principale per cui scrivo poesie, sono tornato cioè a scrivere parole e frasi spezzate, inconcludenti e perentorie. Sempre di più ci accorgiamo che in verità tutto è frantumi, provvisorio, impermanente. Tutto. Non lo insegna solo il Buddha, lo insegna la poesia.
Queste parole non sostituiscono il discorso che avrei dovuto fare a Verona se il premio fosse stata occasione per parlare di poesia, parlare poesia, e rispondere anche al vostro invito a evocare la storia di Aelia Laelia, una “etichetta” (piccola etica) editoriale che contribuii a fondare quasi trent’anni fa, e che rivendicava il compito di pubblicare solo libri impubblicabili e necessari, quindi bellissimi (tra gli altri, di Amelia Rosselli, Carlo Bordini, Livia Candiani, Patrizia Vicinelli). Ma ancora non ho avuto io risposta alla domanda: perché mi avete premiato? Forse per parlare tutti insieme della nuda verità dell’accadere, del tempo, del kairos? Mi sono sentito, confesso, un po’ profugo: dal mio libro, dal premio, da un incontro con voi. Non è l’unica ragione per cui ho deciso di donare buona parte del premio a chi organizza accoglienza concreta per i profughi e i migranti – associazioni su base volontaria il cui lavoro benemerito e necessario viene puntualmente sgomberato da chi detiene le redini della legalità – come accade per esempio troppo spesso all’associazione Baobab a Roma. Forse la poesia esiste per questo, per andare oltre la legalità senza subirne troppo le conseguenze?
Credo che il sentimento e l’esperienza di essere profughi spieghi la poesia meglio di tanti discorsi. È quello che avrei detto a Verona sulla necessità di questa cosa fragile, questa impermanenza in atto, che è la poesia – una verità da non rinviare mai, da accogliere in ogni occasione senza indugio, senza scuse. Adesso. Qui.
Un caro saluto,
beppe sebaste
(Roma, 15 agosto 2020)
Caro Beppe Sebaste,
ti ho incontrato molte volte. Eravamo insieme dentro ai Narratori delle riserve (in quell’occasione ti ho visto a Cortona, in una specie di chiostro, mentre spingevi un passeggino e c’era un cane lupo. 1992?). Ti ho forse incontrato anche prima, negli interstizi della via Emilia, tra Mulino di Bazzano e Bologna, tra Patrizia e Corrado, tra Giulia e Franco Beltrametti. Ti ho seguito nel sentiero in-segnante dei tuoi libri (che poi mi sembra un solo Libro), chiedendo di te a Franca di Roma o riandando a quella volta che in una mattina di dicembre, gelata, costeggiai il lago di Ginevra (un viaggio in macchina dagli Appennini a Parigi), cercando di situarti anche in qualche geografia terrestre, oltre che poetica. Poi la sorpresa di trovarti tra i libri “da scegliere e premiare”, nell’intricata macchia degli inchiostri (ma con quel titolo ci voleva un disegno di Giuliano Della Casa!), come una rosa nell’insalata. Io so perché il tuo libro ha vinto il premio Montano…
Grazie.
Mara Cini (Anterem)
Lagune di Sasso Marconi, agosto 2020
Dice Sebaste “Niente è più comune di ciò che riteniamo intimo e personale, e niente è più condiviso del disorientamento del perdersi e del ritrovarsi. Insisto da tempo sul valore della soggettività…” Ecco la giustificazione per questa lettera.
Mara Cini per “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro” di Beppe Sebaste
Ritroviamo in questo libro di Sebaste la sua scrittura abitata. Abitata da revenants lontani nel tempo e nello spazio, improvvisamente presenti, al nostro cospetto. Sono apparizioni che in qualche modo ci riguardano, eventi casuali, disordinate illuminazioni che implodono tra il dentro e il fuori dove comincia il volo, e dove / l’immobilità.
Ritroviamo poesie-costellazione, geometrie temporali e geografiche, riverberi culturali e antropologici da Cézanne a Laurie Anderson, da inquadrature alla Hopper [lei è nuda davanti agli alberi sulla sedia] / [io la guardo al di là dagli alberi sul letto] / [con la maglietta bianca] a tagli verso l’infinito che ricordano l’ultima fotografia di Luigi Ghirri.
Ritroviamo molteplici annotazioni, conoscenze e saperi emotivi che albergano in chi scrive e in chi legge. Ecco è questo rimbalzo che vivifica i testi: il pulviscolo del pensato, del guardato, del detto, del vissuto che torna ad essere pensato, guardato, detto, vissuto…rinnovandosi nell’epifania, nella condivisione di un breve momento.
Le poesie del Cinghiale si sfilano da una lettura letteraria, se pure, alcune, squisitamente letterarie nei loro riferimenti stilistici. Da Corrado Costa (proprio di fronte davanti agli occhi / sulla strada che è linea di separazione / degli avverbi: sopra e sotto / proprio di fronte vanno davanti / agli occhi…) a E.E. Cummings (Cara, poiché tu sei una persona / (e vedo le tracce dei tuoi piedi / sulla neve che mi hanno preceduto) / cara…), da Ginsberg (Che io possa amare e essere amato / che io possa illuminare e essere illuminato/ prego ti prego / Ti. ) a Beckett (chi parla / chi è? / chi dice / “chi è”? / Chi è che dice / “chi parla”? / Silenzio. / Quale “silenzio”?).
Sono poesie scritte in un lungo arco di tempo, poesie sparse come si dice, che coincidono di volta in volta con un accadimento, uno sguardo, una lettura, un incontro. Depositati sulla pagina, i frammenti, immagini latenti mai veramente isolate le une dalle altre, ridisegnano disordinate geometrie interiori un po’ come le amate “impressioni fotografiche” di Francesca Woodman.
A volte sono perfetti oggetti-poesia (La poesia non parla di / non dice qualcosa su / ma parla con / è parte della cosa di cui parla / è evento dell’evento del dire / che dice). A volte sono canovacci, idea di romanzo (ecco, la scena è questa, ed è breve (loro non sanno perché stanno lì a guardarlo) / dopo proseguono…) a volte insensate performance (una volta ho suonato a casa mia / a lungo /non mi sono aperto / forse non c’era / nessuno eppure / sentivo chiaramente / trattenere il fiato / dietro la porta).
La scrittura per Sebaste è un viaggio dove è possibile non vedere neanche una parola, è una prova, come nella vita, non sempre superata (mi piacciono…le frasi vuote che falliscono e cadono).
La scrittura è un luogo e un tempo senza unità di memoria che rileva un passato / tanto più remoto quanto più recente. I ricordi di altri improvvisamente sono i nostri. I sentieri che abbiamo percorso portano in luoghi dove non siamo mai stati ma che altri descrivono con i nostri occhi Scrivere è lasciare segni invisibili e / poi vederli.
Le cose (qualunque cose voglia dire) arrivano, si raggrumano nell’inchiostro, poi ci abbandonano, poi ritornano, poi ci abbandonano Lo scrivere…è forma e non è forma come il bagnasciuga / quando le onde disfano ogni segno / che i tuoi piedi e le tue mani subito ricreano...
Beppe Sebaste, da “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro”, Aragno 2018
Parco centrale
diciamo “c’è un albero”, ma
non vediamo realmente l’albero
(...)
proprio di fronte davanti agli occhi
sulla strada che è linea di separazione
degli avverbi: sopra e sotto
proprio di fronte vanno davanti
agli occhi con la bicicletta vanno
e possono essere uomini
sulla linea di demarcazione
o donne di differenti età o anche
vecchi col giornale oppure
bambini col gelato
(...)
Ho fatto molte letture
(...)
più tardi compirò un endecasillabo spontaneo “lèggere
fin che non mi viene sonno”
ho fatto molte letture di poesie
chi scrive una poesia e poi la legge
crede di avere chiuso un cerchio
è una sensazione idiota e sai che i cerchi
non esistono
e ogni cosa è rotta
mi piacciono le parole semplici e le parole rotte
le frasi vuote che falliscono e cadono
Disegni amati [Desseins a(n)imés]
A Juliana Reining
[lei ha preso le misure sulle sue spalle prima di farlo]
[lei è nuda seduta sulla sedia e fuori il cielo è rosa]
[la finestra nel disegno non si vede ma dalla finestra si vede la gru]
[io sono dietro o di fianco disteso sul letto con la maglietta bianca]
[tra lei e la gru c’è la finestra]
[io vedo lei che disegna davanti al vetro]
[lei mi vede dalla gru]
[io sono il vetro, e scrivo le frasi]
[lei è il vetro, non ha gli occhi e disegna]
[ci sono gli alberi dentro la finestra]
[lei è nuda davanti agli alberi sulla sedia]
[io la guado di là dagli alberi sul letto]
[con la maglietta bianca]
[io sono in basso a sinistra, nel disegno]
(...)
La neve di Zermatt
Cara, poiché tu sei una persona
(e vedo le tracce dei tuoi piedi
sulla neve che mi hanno preceduto)
cara io ti tradirò sempre per lasciare
le mie tracce, per poter dire
“sono solo” nel mio naufragare
davanti a questa nostalgia (questo
naufragio) e sentirmi perduto
e perdermi, e dirlo:
Camminare in silenzio. Ogni tanto
fermarmi. Sulle punte degli alberi
uccelli cinguettano. Guardare.
Preghiera
(...)
Che io possa amare e essere amato
che io possa illuminare e essere illuminato
prego ti prego
Ti.
Pietà per me pietà per ogni essere
che io possa onorare il mio corpo la mia natura
che io possa onorare la natura di ogni natura
prego. Ti prego
che
io possa a lungo pregare
che io possa essere felice così come ogni essere
prego. Pietà.
Ti prego pietà. Prego pietà di me di ogni essere ti prego. Ti.
(suonano alla porta)
(...)
Quando suonano
alla porta
non si sa mai
se c’è qualcuno
o no
non si sa quasi
mai niente
di quello che c’è
da una parte
o dall’altra
della porta
una volta ho suonato a casa mia
a lungo
non mi sono aperto
forse non c’era
nessuno eppure
sentivo chiaramente
trattenere il fiato
dietro la porta
(...)
Sorgente
La poesia non parla di
non dice qualcosa su
ma parla con
è parte della cosa di cui parla
è evento dell’evento del dire
che dice,
nasce insieme,
come acqua sorgiva,
come bere acqua
dalla sorgente
Idea per un romanzo n.2
(...)
c’era Easy Rider in televisione, interrotto dalla pubblicità – l’acido
fatto al cimitero con le donne –
ma c’era una scena nuova (c’è sempre una scena nuova quando
si rivede un film – o quando si legge un libro)
che non mi ricordavo (ora non me la ricordo) (ora penso solo
al blues di dylan prima della loro morte) (ora penso a un pensiero
che avevo guardando il film, sul valore dei nomi, sui nomi che hanno
le esperienze, e senza i quali non abbiamo memoria)
il carnevale, ecco, loro che vanno fuori dal bordello con le
loro donne e camminano (le donne vanno fuori dal bordello e
camminano coi loro uomini)
loro che camminano e vanno per le strade a vedere il carnevale
isterico nella città – ci sono tante cose pazzesche da vedere –
ma loro escono dalla città (non era quella la scena)
si ritrovano in una periferia molto vasta con le case, poche, bianche,
quadrate, si fermano,
ora sono chini a guardare un cane morto, accostato al marciapiede –
ecco, la scena è questa, ed è breve (loro non sanno perché stanno lì
a guardarlo)
dopo proseguono, e vanno verso il cimitero
Scrivere su: fare - l’amore
Scrivere nel vuoto. Lo scrivere crea
il vuoto. Immagina
una grande superficie colorata
che muta di continuo,
è forma e non è forma come il bagnasciuga
quando le onde disfano ogni segno
che i tuoi piedi e le tue mani subito ricreano,
ma a colori.
Saltelli sui colori come Harpo che si arrampica
sui neon intermittenti fino al cielo
Scrivere è lasciare segni invisibili e
poi vederli.
Esempio di scrittura: l’amore.
Occorre il vuoto per realizzare un abbraccio.
Scrivere nel vuoto, scrivere il vuoto.
L’abbraccio crea l’abbraccio dove
c’è il vuoto, dove (non) c’è
nulla. Poi
l’abbraccio si scioglie.
Dove è andato l’abbraccio quando l’abbraccio
si scioglie?
Scrivere campi di colore immensi,
impronte d’infinito che debordano
ogni idea, ogni parola al di là di essere
e non essere.
(...)
Verificare l’esistenza della realtà per mezzo del linguaggio. Vedere che cosa si vede quando si pensa e che cosa si vede quando si parla. Forse non è possibile distinguere le cose che si osservano se non nominandole. I rami di due alberi che s’intrecciano e il vuoto fra le loro foglie. Con il linguaggio possiamo ordinare: le foglie che stanno dietro o sotto. L’obiettivo vero è il vedersi guardare. Divenire consapevole della propria produzione, della propria realtà. Se mai dovesse emergere che il linguaggio semplifica a tal punto la complessità del reale, allora il tono dovrebbe divenire lieve, scivolare sulle cose, rifrangersi e da quelle involarsi, il che è quello che accade alla scrittura di Sebaste. In “Scrivere”: “Un raggio di sole / sul cristallo liquido del computer / imbroglia le parole / manifesta le cose”. Una leggerezza che giunge fino al punto di mettere in dubbio ciò che si conosce, il significato di alcune parole-chiave. Che cosa vogliono dire esattamente le parole di uso comune “qui”, “adesso”, “io”, “tu”, e che cosa si sta realmente percependo, persino, come da beckettiana memoria. Il baratro tra vocaboli e oggetti, a volte, si richiude miracolosamente e immotivatamente. Si possono fare bilanci, ripescare nozioni nel libro autobiografico. Di certo lo spazio risulta sgangherato, rifratto, la sua immagine mai complanare e allora anche il tempo non ha più una direzione. Il silenzio sembra essere l’unica entità a priori e nel silenzio la voce inesausta di Beppe Sebaste risuona finché può parlare.
Beppe Sebaste è nato a Parma nel 1959 e ha abitato in vari luoghi. Dopo anni di poesia underground ha esordito poco più che ventenne nella narrativa con L’ultimo buco nell’acqua, scritto con Giorgio Messori (1983). Negli anni Ottanta è tra gli ideatori e fondatori delle edizioni di ricerca letteraria Ælia Lælia (libri di Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli, Peter Bichsel, Livia Chandra Candiani, Carlo Bordini e altri). Ha pubblicato racconti (Café Suisse e altri luoghi di sosta, 1992, Niente di tutto questo mi appartiene, 1994, Oggetti smarriti e altre apparizioni, 2009); romanzi (Tolbiac, 2002, HP. L’ultimo autista di lady Diana, 2004, poi 2007, Fallire. Storia con fantasmi, 2015) e saggi tra cui Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997, poi Libro dei maestri. Porte senza porta rewind, nuova edizione accresciuta 2010).
Tra i suoi ultimi libri Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (2008, 5a ed. 2013). Ha tradotto opere di Jean-Jacques Rousseau, Emmanuel Bove, Nicolas Bouvier. Vive attualmente a Roma e a Narni, dove ha dato vita a un “luogo per le arti” denominato Stanza - Ci sono Cieli Dappertutto.
La parte più interessante del testo di Sonia Ciuffetelli mi pare la sezione dove le riflessioni “sociologiche” dell’autrice di stemperano in un fermo-immagine di prosa poetica denso e senza sbavature.
Lì vediamo due donne che a distanza si ascoltano e si dimenticano in una intermittenza luminosa, in una bolla di pixel. Lì, al momento, ci siamo un po’ tutti noi, nel nostro presente “tecnologico” che ci fa davvero dire ieri non avevi capito, oggi è già passato.
La colonizzazione invisibile
Quando si trova in una strada di Vancouver o nell’estrema periferia di Roma sente poca differenza. Quel senso di libertà soffocata è lo stesso. Ovunque si collochi, in qualsiasi punto dei due luoghi, è sopraffatto dall’ombra riflessa. Non ha più amici di carne né gente che si ferma a parlare, a ridere, a discutere. Gente che faccia assemblee per parlare dei problemi comuni. Succede anche a lei, ovunque vada. Succede anche ai loro vicini e a gente conosciuta nel web, pseudo anonima. Cambiare posto e sentirsi infastiditi da un’ombra indesiderata. I Paesi, quando diventano più ricchi, sono più tolleranti e i cittadini si sentono più liberi. Eppure c’è un’ombra lunga. Esprimiamo la nostra personalità così liberamente e con un certo determinismo da diventare spesso smodatamente egocentrici. Lui e lei dimenticarono presto quel passaggio costruttivo e necessario attraverso il quale fu costruita la società democratica: l’impegno collettivo.
Oggi però i due comunicano. Comunicano tra di loro e con gli altri. Mettono in comune, da comunicare. La poeta appartiene al loro mondo, l’artista pure, e ogni figura, ogni persona. La poeta guarda dalla vetrina e ha occhi attenti e, in tasca, parole speciali. Perciò guarda le donne e gli uomini fare le stesse cose in più parti del mondo.
Nelle moschee talvolta dopo la preghiera gli uomini si ricongiungono con le loro donne e si fanno un selfie. Li ho visti farlo. Non è lo stesso selfie che fanno due innamorati qualsiasi sulla scalinata di una qualunque chiesa italiana?
E comunque quando comunicano in realtà condividono un’informazione con un gruppo o con un singolo. Ma il gruppo crea un nuovo significato comune. Quando parlano, nel senso, quando dialogano, costruiscono un significato comune. Il dialogo è democratico dunque.
Prova. Quando dialoghi l’ombra è dietro di te e non la vedi. Il vantaggio della vita collettiva era mettersi a confronto e costruire la capacità di pensare per il bene di una comunità, di individui correlati fra loro. E la democrazia funziona se noi cittadini abbiamo una visione condivisa del mondo in cui viviamo.
Eppure non sta andando così. E quella che poteva essere una straordinaria opportunità dialogica e di condivisione collettiva, Internet, proietta sulla nostra strada un’ombra lunga sovrapposta ai nostri passi, ai nostri tasti, ovunque siamo.
I
Più tardi mentre il tempo fugge al controllo
ti sfaldi in un pugno di scaglie: non possiedi.
Ieri non avevi capito, oggi è passato.
Due donne si raccontano e ricostruiscono le distanze perdute
parlano la stessa lingua e sono di colori diversi
tra i loro atomi intercorre
un mondo di bit che faticano ad integrarsi. Cortocircuito.
Si incontrano come per caso sapendo che il caso non c’è.
Nei loro occhi la panna assorbita nella bolla di pixel, la condivisione.
Una si assorda di elementi cliccati e salvati l’altra dimentica.
II
Dopo, molto tempo dopo, qualcuno aveva capito che si chiamava intelligenza ambientale.
Gli oggetti posseduti rivelano chi siamo. Le preferenze.
Avevano previsto tutto ma non lo sapevamo.
La colpa non è l’ignorare ma il non aver immaginato.
Costerà sempre di meno impiantare una polvere geniale negli oggetti
sequenziare ogni genoma al costo di un panino.
A quel punto la tentazione di aggiungere i dati estratti ai profili sarà corrosiva.
Resisteremo umani [?]
Il filtraggio comporterà un deplorevole sforzo di immaginazione
e le domande giuste da porre al gigantesco flusso binario non sarà più un problema.
Il codice imparerà. Saprà formulare da solo le domande.
Parlare seduti sulla pietra di un gradino è in disuso,
non siamo più integrati, soli interconnessi.
Abbiamo dimenticato gli odori, li compreremo presto, sotto forma di sostanze artificiali.
III
Si tratta di profilo persuasivo. Lo forniamo, punto per punto.
Mentre un tempo riservavi una quota al tuo sogno bambino
ora credi che il sogno possa avverarsi investendo.
Eppure il tuo tempo è una quota oraria prezzolata e inodore
che non difendi più dal nemico che hai lasciato entrare
e mescolarsi al tuo spazio:
parla con te coi toni amici delle cose famigliari
e tu non lo riconosci.
Adesso abiti dove lui ti ha chiesto di stare.
Ti confidi con lui come si fa quando ci credi.
Coincidere con la propria quota di sogno ammazzata
diventata investimento temporale senza nessuna garanzia di successo
fa fornire i tuoi contenuti interiori, stati d’animo, alterazioni umorali,
al metodo centrale che registra, fagocita e distingue una tua giornata sì
da una tua giornata no. Il castigo è la cecità. È il non capire.
Il funzionamento del sistema poiché il sistema non è dotato
di sangue e brevità né di fasci nervosi e sinapsi,
permette di applicare alle idee gli identici processi applicati ai prodotti.
Perciò devi smetterla di fidarti in nome della gratuità e dell’illusione bieca.
Perciò mentre le tue difese si abbassano sarai raggiunto
da una propaganda politica che ti darà il brivido improvviso
di un amore che ti spettina.
La persuasione è invisibile, contraria al principio per cui affidi
le tue rivelazioni soltanto ai più cari, ai tuoi amici.
Il castigo è che non te ne accorgi. È l’asimmetria della relazione.
L’identità ha smesso di sorridere al modo dell’era cartacea
scopre i denti
da quando l’hai regalata in forma liquida a un mostro informe
che non somiglia al mito, non si compara con la fantascienza.
Sonia Ciuffetelli si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Roma La Sapienza. Esordisce come scrittrice con Ordinaria nevrosi dell'anima, edito da Tracce nel 2003. La sua raccolta di racconti dal titolo Lampi d'ingenuo conquista il primo posto al Premio Nazionale Logos per inediti e viene pubblicata nel 2008 dall'editore Giulio Perrone.
Nel 2010 Sonia Ciuffetelli pubblica la raccolta di poesie Petali di voce, editore Giulio Perrone. Numerosi suoi racconti e poesie sono pubblicate in antologie. La sua poesia dal titolo Come il moto della Luna è stata inserita in Rosso da camera, antologia poetica curata da Letizia Leone, con poesie di Dacia Maraini, Tomaso Binga, Jolanda Insana, Serena Maffia, Cetta Petrollo, Gabriella Sica, Patrizia Valduga, Giulio Perrone Editore, 2012.
È docente di italiano e storia nei licei statali. Specializzata in didattica della scrittura, organizza corsi ed insegna scrittura creativa.
Del 2016 è il suo saggio storico-biografico Non ho vergogna a dirlo, Portofranco editore.
Del 2017 è il suo romanzo Un velo sulla memoria, Augh edizioni.
Nel 2018 pubblica per l’editore Arcipelago itaca, La farfalla sul pube, libro di poesie.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali ed oggi è presidente dell’associazione culturale Le Muse Ritrovate. Nel 2017 ha curato come direttrice artistica il festival letterario Weekend d’autore svoltosi all’Aquila con 11 autori ospiti. Organizza eventi culturali e manifestazioni finalizzate alla promozione della poesia e della narrativa.
Ciò che fin da subito sentiamo, leggendo queste poesie, è che la parola di Lia Cucconi non teme lo spaesamento che a volte subisce la mente nel confronti del silenzio. Non però una situazione di sottomissione, bensì ricca di tratti labirintici e di capovolgimenti significativi dovuti, a suo beneficio, alla “complicità della memoria”. L’autrice mostra un pensiero di lucidità e astrazione così concreto da misurarsi, in ogni dimensione pensante, (e senza mai sviare in percorsi più facili) con elementi perturbanti, ma ricchissimi di materiale poetico: il riflesso di una fuga; l’orma precaria del dire; l’inafferrabile riverbero di un ombra. E senza mai dimenticare, in tutto questo, che la forma della voce interiore, grazie al suo inafferrabile sentimento del senso, sopporta anche il tempo della fragilità e dell’abisso.
III. Dimensione: abbaglio
Esilio di nuvole senza soglia
raccontato da riflessi di luce
sorvegliati e avvolti dai veli assolti
nel pensiero d’una porta che ricade
nello stupore della solitudine.
Poi la restituzione è silenzio
le cui pareti di cripta emettono
chiuse persiane oltre ogni verbo e nota
nella complicità della memoria
dipinta in forza a traslato corpo.
VII. Dimensione: passi
Incunaboli passi: dimensione
temibile nel labirinto chiave
dove lo spazio indicato è foro
d’uno specchio legato all’occhio curvo
simile a un chiasmo d’ornati plurali.
Lunghi presagi di mura e legacci
d’acuti aprili dentro nubi lente
dementi uscite alfine d’un confine
da dogana limite mai percorsa
nella percossa orma dentro all’io evento.
XI. Dimensione: obliquità
Obliquità squilibrata al pensiero
negli interstizi estremi dello spazio
senza luogo d’accesso alla costanza
che non svela intrecci deposti, ma,
un tempo di fragili abissi lenti
dove l’istante mormorio non luce
è fluttuante reazione in dispersi.
Lia Cucconi. Docente di Attività Espressive. Ha pubblicato 9 libri in Italiano e 10 nel Dialetto di Carpi (Modena). Ha ricevuto critiche e riconoscimenti nelle due espressioni linguistiche, fra i quali: 1° Premio Noventa-Pascutto; 1° Premio Paolo Bertolani-LericiPea; 1° Premio Carlo Levi; 1° Premio Salva la tua lingua locale Campidoglio-Roma; 1° Premio Poesia in forma Landays Torino. Ha pubblicato poesie in antologie e riviste nazionali e in rete nelle due forme linguistiche, sostenuta da critici del settore, volgendo la sua sensibilità artistica nella Poesia lirica, civile e sperimentale, completandola con l’insegnamento verso la preparazione delle insegnanti dell’infanzia.
Nell’alternarsi di sé
Quali movimenti del pensiero e del sentire dispiega Daria De Pellegrini in Altalena sui larici? Nell’oscillare da una stagione felice a una spaesata, da momenti desideranti ad altri dolenti del proprio vissuto?
Un andare e tornare tra le memorie dell’infanzia e un presente smarrito, un affondare e riemergere tra gli scorci di una natura aspra e il rimpianto per le figure parentali, un altalenare di sentimenti tra sfide e rapine, aperture e ferite, come fioriture precoci o tardive.
La spinta che si prendeva sui rami dei larici per lanciarsi in volo e poi tornare, finendo spesso rovinosamente a terra, non appare solo un ricordo di giochi d’infanzia: i versi sono tutti attraversati da questa tensione, nel desiderio di alzarsi in volo, come a inseguire “un corpo vivo di donna” e insieme dalla necessità di riportarsi al punto di partenza “per restituirmi a me stessa / tornando”. E, ancora, dal continuo franare, compiere il movimento sbagliato, venire sbalzati a terra. Esemplificati anche dalla rapina dei frutti, dalla presenza rapace della “morte che dura e respira”.
E non solo: l’altalenìo colma i testi del suo movimento, nell’oscillazione del ritmo e dei versi, attraversati da continue cesure grafiche a rimarcare la caduta, lo spezzarsi del dire. In una spinta poi, di nuovo, tesa a ritrovare parole sospese, mezze frasi che Daria De Pellegrini definisce “un lavoro incompiuto”, nella sua sofferta e desiderante sfida poetica: quasi una fioritura fuori stagione. O meglio: in una “quinta stagione”.
Da: LA QUINTA STAGIONE
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è la nostra quinta stagione / io
lei / le zanzare / nessun altro ad agosto
in giardino / il caldo / troppo / strappa
vive le foglie dei pioppi / vago il gesto
dal petto alla fronte / scomposta poi
la mano rinuncia / invoca muta
il cristo che sa / com’era fiorire
e vedersi prendere i frutti
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inatteso / un guizzo di serpe increspa
lo stagno / vigile torna tra le alghe
lo sguardo / anche la voce ritrova
le sillabe / mezze parole fanno
quasi una frase / chiede scusa come
per un lavoro incompiuto
Da: ALTALENA SUI LARICI
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l’aria ha pensieri in forma di foglie
altalena sui larici fioritura
di abeti / frassino messo a frenare
la frana sotto il fienile / susini
insidiosi a scalarsi / non si dava
la grazia di arrivare ai frutti maturi
la strada ha disfatto il giovane
bosco che mio padre sognava
foresta / resta ramaglia / cortecce
ruvide e rughe scavate / eppure
continuo ragazza nel gioco / sfide
e pretese / incollare di resina
e miele la lingua al palato / spargere
arachidi sui sentieri dell’orso
amare la bestia che patisce la gabbia
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velenosa questa fioritura
ad ottobre / trattengo la lingua
nella chiostra dei denti / non dire
l’affetto / la pena
l’offesa / le voglie
altalena continua / colchico ha nome
il fiore tardivo / fiorisce sbagliato
sentendo febbraio
nella brina d’autunno
Da: ALLA PORTA DEL SONNO
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anima di avanzi di stoffa / inseguo
un corpo vivo di donna / nel grigio che sale da terra a spegnere la fiducia dell’alba / viene radente dalla palude uno stormo di uccelli / non aveva segnali tra gli equiseti il pozzo scavato di frodo Daria De Pellegrini è nata a Falcade (Belluno) nel 1954. Ha insegnato Italiano e Storia negli Istituti Tecnici dal 1976 al 2014 (nel quinquennio 2003-2008 in un liceo tedesco). È autrice di romanzi (tra gli altri La locanda dei folli, Campanotto 1994, Fiorenza, Mobydick 2002, Ragazzi nel Bosconero, Mobydick 2002, e Marion, Nuovi Sentieri Editore 2011) e di racconti (con Se fu tuo destino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica nel 1998, con Nelle case dei Dorf il Premio nazionale letteratura per l’infanzia “Sardegna” nel 2005, con Das Ersatzkind il Premio Frontiere-Grenzen nel 2017). Occasionalmente ha scritto testi poetici nel ladino-veneto arcaico del suo paese natale, vincendo diversi premi, tra cui nel 2015 il “Premio Città di Corridonia” e il Premio “Poesia senza confine” di Agugliano E appunto dal 2015 scrive poesie in italiano. Con la silloge inedita Fare il pane ha vinto la Sezione Poesia del Premio “Leone di Muggia” nel 2016. Con la prima raccolta Spigoli vivi (Interno Poesia Editore 2017, prefazione di Franca Mancinelli) si è classificata al terzo posto al Premio Nazionale di Poesia “Luciana Notari” e ha vinto il Premio di Poesia “Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi”.
Tra mostri e prodigi
Una parola desiderante abita bestiario metamorfosi di Paola Silvia Dolci: in bilico tra il reale e l’onirico, il conscio e l’inconscio, l’irreale e il simbolico, il fiabesco e il mitico.
Di quanti livelli di rappresentazione la poesia riesce a farsi carico? A conferma del domandare “esistono diversi gradi di realtà? Come per le malattie?”, l’autrice ne snoda i molteplici piani attraverso prose poetiche, diari giornalieri, versi, citazioni e disegni. Introducendo personaggi fiabeschi e mitici, con riferimento ai bestiari medioevali, alle metamorfosi ovidiane, alle favole orientali e nordiche. E aprendo versi come specchi deformanti, in cui la realtà viene modificata e distorta, tra speranze e timori, sogni e terrori, desideri e paure.
I mostri, che attraversano il Bestiario, hanno per Paola Silvia Dolci le stesse caratteristiche della parola che li designa: una cosa straordinaria dalle caratteristiche mirabili, un prodigio, dall’etimologica del termine, così come una cosa contro natura, dai connotati deformi e spaventosi.
Per questo, in alcuni testi, pare di entrare in un dipinto di Chagall dove umani e animali convivono su un piano diverso di realtà. E, in altri, in un quadro di Munch, quando le metamorfosi si fanno mostruose, tra gli aspetti inconsci di sé e la realtà storica più terrificante, i campi di stermino nazisti, per cui “Ogni notte scrivo sul braccio il tuo nome”.
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Che tipo di creature sono?
E che cosa ci dice la nostra risposta?
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giorno 1
pos 42°49.24’N 10°45.81’E, vento teso, Libeccio a 17 nodi, si formano piccole onde nelle acque interne, ti amo, ti abbandono per non tornare mai più, non ti abbandonerò mai, ho ricordi di te che non abbiamo vissuto, gli uomini mi fanno volare, non mi fanno scrivere meglio, scrivere, scrivo meglio da sola, salgono a sera e sciamano per la barca
dottore, esistono diversi gradi di realtà? come per le malattie?
gli alberi delle navi sono antenne, legnetti, matite e oscillano
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giorno 4
pos 42°47.93’N 10°42.81’E, siamo caduti nel mare dove nascono i mostri, là sotto, un’Ondina: “la paura sembra maggiore del desiderio o esattamente uguale”
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Passeggiare intorno, cercando di immaginare la scena.
Ogni notte scrivo sul braccio il tuo nome.
Ho girato tre volte l’anello di ottone
della Schöner Brunnen.
Un uomo correva in bici, senza mani,
con le braccia aperte, ridendo forte.
Norimberga è stata ricostruita con le ossa dei palazzi
distrutti dai bombardamenti, ma
al Dokumentationszentrum Reichsparteitagsgelände
ne parlano come se fosse qualcosa
che non ci riguarda.
Ogni volta che torno in Germania continuo a pensare
che i volti che vedo siano quelli dei figli, dei nipoti,
dei pronipoti dei nazisti eppure sono anche io
la nipote di un assassino.
Di cosa ho paura?
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il cammino diventa buio
stanotte continuavo a sognare
io sono un altro fantasma
che si aggiunge a quello del passato
egli apre la bocca e io vengo assorbito
c’est cette flamme
que je dois retrouver
io sono la stessa bambina
devo uccidere un drago al giorno
Paola Silvia Dolci, ingegnere civile. Diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. Collaborazioni con riviste letterarie. Direttore responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse.
Tra gli altri ha tradotto Maxine Kumin, Galway Kinnell, Christian Gabrielle Guez Ricord e Albert Camus.
Nel 2015 ha partecipato, su invito della Fondazione Roma, alla 9^edizione dell’evento internazionale Ritratti di Poesia.
Nel 2017 ha partecipato a RicercaBo 2017, laboratorio di nuove scritture.
Selezionata per il Premio nazionale Elio Pagliarani, finalista ai premi Myosotis e Bologna in lettere, è vincitrice del premio Guido Gozzano nella sezione poesia inedita.
Suoi testi sono stati tradotti, oltre che in inglese, in francese e in spagnolo.
Libri: Bagarre-Lietocolle ed. 2007, NuàdeCocò-Manni ed. 2011, Amiral Bragueton-Italic Pequod ed. 2013, I processi di ingrandimento delle immagini-Oèdipus ed. 2017.
Malati di parola
Che la poesia sia il vizio perverso, che dà titolo alla raccolta di Ugo Mauthe, viene chiaramente dichiarato dall’autore:“è un classico finisce la giornata / inizia la poesia - non c’è verso / di smettere questo vizio perverso”. In contrasto, però, con il titolo, i testi si muovono con leggerezza ironica e sospesa, quasi a testimoniare quel vertĕre contenuto nell’aggettivo, quel volgersi silenzioso che risuona, quella folata di vento che porta altrove.
Vizio per il verso, dunque. E, insieme al verso, per il poco. Attraverso azioni di sottrazione, di cui l’autore si fa carico, nel rendere essenziali i suoi testi, come per effetto di erosione naturale. O come per malattia poetica, per la quale ironicamente si pensa anche alla ricetta, ma dalla quale non si cerca guarigione.
E i versi esprimono tutto il profondo e il sofferente dell’esistere. Dal sommerso enigmatico, che ci riguarda, alla superficie commerciale e acre del presente. Dalla percezione errante degli umani alle via crucis quotidiane. Alla parola Ugo Mauthe affida il senso della nostra navigazione. Come un vizio, un’abitudine radicata e persistente a dire.
Un’alterazione del linguaggio ordinario, la poesia. Che risuona della febbre del nostro errare di “terrestri navigatori”, del mistero sommerso, della tensione ad uno spazio altro.
-----
Da: involontario narciso
l’umano rosario si sgrana
escheriana sintesi di ultimi e primi
in fila sul filo che tutti trapassa
scivoliamo nel nostro mistero
-----
sulle rive di un lago scuro
niente letterarie memorie di rami
solo magri rami di memorie
niente traghettatori solo noi
terrestri navigatori
silenziosamente
grideremo una parola che non è
terra - tu spera sia cielo
-----
Da: fotogrammi
c’era il silenzio
di sempre uguali pomeriggi domenicali
c’erano le tre del pomeriggio
di pomeriggi indifferenti - e c’eri tu
tu che altro non sei
che io in quelle ore lazzare
di morte domeniche
-----
è un classico finisce la giornata
inizia la poesia - non c’è verso
di smettere questo vizio perverso
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Da: la cognizione del poco
ti scrivo da quel luogo
che fa la differenza fra esserci
e scomparire
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lenzuola sfatte in fragili grotte
rifugi di tardivi sospiri - ultimo fiato
di un tempo abbandonato
è ora di alzarsi terremotando
nostalgie
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con la saggezza del proverbio
con la leggerezza della discrezione
con la cognizione del poco
potremmo ancora darci molto
Ugo Mauthe è un pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Accanto alla scrittura pubblicitaria ha sempre coltivato quella letteraria. Nel 2017 con la fiaba “Sem fa cucù” ha vinto Racconti nella Rete e il premio Miglior Autore al Fiabastrocca. Nel 2018 ha pubblicato con Giovane Holden Edizioni il romanzo “Qunellis”, una particolare favola nera post apocalittica e post umana. Nello stesso anno è uscita la raccolta di poesie “Minuziosa sopravvivenza”, Il Convivio Editore, che ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi, fra cui il secondo posto al Premio Il Meleto di Guido Gozzano. Suoi racconti, fiabe e poesie sono stati finalisti o premiati in molte manifestazioni, fra cui Albero Andronico, Argentario, Bukovsky, Pietro Carrera, Città di Castello, Città di Cattolica, Giovane Holden, Carlo Levi, Lorenzo Montano, Percorsi Letterari, Tomolo Experience, Andrea Torresano, Tra Secchia e Panaro. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.
Un racconto di impianto “tradizionale” perfettamente risolto, un po’ straniante con dentro e Kafka e Carver: la sgradevole sensazione delle su spalle magre, scoperte … era stata sempre così ruvida e opaca la pelle di mia moglie?
Una storia dove il quotidiano è destabilizzato da un personaggio borderline, l’estraneo cow boy che, in realtà, abita latente dentro di noi, ci interroga e ci stupisce con il suo arrivo inaspettato sulla porta di casa.
Tommaso Meozzi - Premio «Una prosa inedita»
Tommaso Meozzi (1984). Nato a Firenze, dottore di ricerca in Letterature Comparate, ha lavorato come lettore d'italiano all'Università di Bonn, tenendo corsi di lingua e cultura italiana. Attualmente è lettore di italiano all’Università di Augsburg. Con la raccolta di poesie La superficie del giorno (Le Cáriti, 2010), ha vinto, nel 2013, il premio Contini Bonacossi-opera prima. Il suo racconto La badante è uscito sul n. 78 (aprile 2017) di Nuovi Argomenti. Nel 2017 ha ricevuto il premio della giuria nell'ambito del Premio Rimini per la poesia con la raccolta Inquieta alleanza, pubblicata nello stesso anno per Transeuropa. Sul numero 92 di «Atelier» (dicembre 2018) è uscita la sua silloge inedita Dove sei. Ha pubblicato un volume sulla distopia letteraria (Visioni dell’alienazione, Pacini, 2017) e, tra gli altri, articoli su Dino Campana e Paolo Volponi.
Se possiamo definire la poesia un’attività in cui il cambiamento è il suo movimento connaturato, ci sono libri, come questo, che ci confermano questa idea. Modeo, infatti, ci dà una scrittura che è vera e propria esperienza del sentire e della mente. E il segno a fondamento di questi testi, lo dice l’autore fin dall’inizio, è “un verso che risuona straniero”. Chiediamoci allora se potrebbe non essere così. Perché l’atto di poesia (comunque e dovunque venga fatto, per stili, modalità, luoghi, riferimenti e ogni altra singolarità propria) è sempre estraneo alla consuetudine normale e normativa della lingua ordinaria. “Le parole sono tante le idee sono poche”: così l’autore condensa la pratica della sua poesia. Ciò di cui la poesia ha bisogno è la povertà della parola, che si arricchisce continuamente, quando si concentra e aderisce alle cose. Un’adesione che non significa, però egocentrismo o personalizzazione. L’io poetico non è mai il soggetto che scrive, bensì una collettività interiore che sovverte la falsa comunicazione. E’ un no, precisa Modeo, che dice se stesso diffondendo il contrasto e capovolgendo l’esclamazione no! Dove il punto esclamativo diventa la i di noi. Per ritrovare ciò che si è perso nelle ”nenie consonantiche dei giullari” di “popolo senza vocali naturali”.
*
Volo all’altro capo del paese
ciò che lascio ogniqualvolta
è un verso che risuona straniero
un’onda di mare che brucia salina
quella ferita mal ricucita di spina.
Un’umanità indecorosa e piena di grazia
dalla faccia istruita alla violenza del sole.
Torno all’altro capo del Paese
lascio una lingua, una gestualità.
La vita fatta a rottami dove rullano i tamburi
e le notti randagi
di giovani padri
di baci rubati.
Arrivo all’altro capo del paese
mio nipote è già un uomo con delle parole
lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive
mi dirà forse un giorno a che punto è la guerra
riconoscerà a fondo ciò che io chiamo: la terra
del rimorso
*
La piazza semivuota del tuo cuore.
Hai percorso la piazza.
Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:
tra la gente cercavi la tua gente.
Scarpe e volti nella piazza mattutina.
Le parole sono tante le idee sono poche.
Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:
la leggeremo in piazza, risuonerà alta:
nella piazza semivuota del tuo cuore.
*
Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta
riportarla nei laminatoi a freddo
Lingua bene comune!
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle)
Non imitare: uccidere lo standard:
A morte l’io.
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.
Stefano Modeo (Taranto, 1990) vive e lavora come insegnante a Ferrara. Ha pubblicatonel 2018 La Terra del Rimorso per la collana Rive (ItalicPequod) con una nota diRoberto Deidier. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati o si è parlato del suo libro suYAWP: giornale di letterature e filosofie, Poetarum silva, Poesia del nostro tempo, Midnight megazine, Atelier poesia, sulla rivista Poesia (Crocetti editore), Nuova Ciminiera. Ha collaborato con il web magazine Siderlandia.it.
Sono minimi ma non trascurabili eventi questi trascritti da Alberto Mori, appunti di un quotidiano che registra piccoli, continui, significativi scarti di varia geometria vitale.
Sono fotogrammi che si spalancano in paesaggi o, più spesso, dilatano piccoli particolari e curiose apparizioni visive, catturando in contrappunto bisbigli, fruscii, movenze…
Sono fotogrammi che generano soste e attese. Sono gesti-ideogrammi a frugare dentro pieghe
d’ odori, frasi che rigano la luce, coni d’ombra, perimetri a macchia, gocce sospese per un attimo.
Sono fotogrammi come rinnovati risvegli dell’occhio e della parola, quando il cortocircuito sguardo-suono-mano-pensiero riflette, per un attimo, nel frammento, qualcosa di compiuto.
*
Fra due rettangoli bianchi
un suono elettronico
varia geometria vitale
*
Il passaggio del suono
sale acuito
In modulato debole
si spegne
Il fischio resta aperto
nell’aria della pioggia finita
*
Oltre
Vicino al binario
Vede scavo concluso
Una base cubica
Qui il palo sale liscio nella luce
*
Riassetto tenue
Neppure nulla immagina
Alberto Mori, poeta e performer, ha sperimentato l’interazione di diversi linguaggi artistici: poesia sonora e visiva, installazione, video e fotografia. Numerose le pubblicazioni editoriali, tra le più recenti Canti digitali (2015), Quasi partita (2016), Direzioni (2017).
Il racconto affonda i piedi nel terriccio ancora umido del passato, ancora foriero di raccolti e per questo ogni ricordo merita la coniugazione del verbo al presente e trova la propria classificazione etica nel tempo della stesura poetica. Scene che forse erano già scolpite nella natura come un destino, ma che bisognava decifrare dopo avere accumulato esperienza: “la bellezza ti ha tagliato via / sei rimasto per sempre” o aver vissuto l’intera esistenza. Comprendere equivale allora a leggere, ripercorrendo all’indietro, risalire, ritornando ai passi originari. A riprova, raggiungere la comprensione di quel che è accaduto non vuol dire poter modificare qualcosa, invertire la rotta. È semplicemente un perlustrare fino alla sorgente e lì tirare i fili. Inoltrandosi nelle sezioni della silloge, si fa ancora più forte lo stridìo tra la volontà dell’individuo e la forza della natura, mentre appare ancora più inefficace la scrittura che di questo scontro vorrebbe essere il saldo. Ma forse bisogna solo cambiare angolazione e, anziché trovare la legge unificante, che tutto lega, assentire “alla sorpresa di un verso inaspettato / come un abbraccio”. Mettere in atto strategie delicatissime come elitre di libellula e vivere, “dimenticare un attimo la sera / volare incandescenti un giorno ancora”.
***
Uno stridore di corteccia
la falena barbagianni scontava
la disonesta affinità con l’albero
l’astuzia mendace della natura
una falange di bruchi bulimici
vendemmiava le foglie
la spigolatura fu
una chimica azzurra
il giardino tornato origami
***
E’ una ferita la gioia
lascia sul muro lo schiaffo di un’ombra
l’allerta delle cellule
– paura primordiale dell’attacco
dell’insetto dagli occhi così inutili
penetrato di notte con le stelle –
per questo da bambino
dopo il frastuono della risata
ti guardavi le vene
Alessandra Paganardi è nata a Milano nel 1963. Attualmente è presente nella redazione della rivista letteraria internazionale “Gradiva”, nella giuria del premio omonimo e in quella del premio “Gozzano”. Ha tradotto autori anglofoni e francofoni fra cui: Carnevali, Breton, Barnes, Braque e Stevens. Sue raccolte di poesie: Tempo reale, Joker 2008 (premio San Domenichino 2009); Ospite che verrai, Joker 2005, (ristampa 2007). Plaquette: Frontiere apparenti, Puntoacapo 2009; Vedute, Ibiskos Ulivieri, 2008; Binario provvisorio, Seregno 2006; Potevamo dire l’assenza, Crimeni, 2005. È autrice di Saggi critici, aforismi e narrativa. Ha vinto i seguenti Primi Premi per la poesia: “Europa in versi” (2016); “Alda Merini” (2013), “Astrolabio” (2009), “San Domenichino” (2007 e 2009), “G. Gozzano” (2007), “D’Annunzio e la Versilia” (2007), “Dialogo” (2003), La pazienza dell’inverno, Puntoacapo 2013 (premio Operauno) e La regola dell'orizzonte” (2019).
Il bestiario di Angela Passarello “Bestie sulla scena” appare subito straniante nell’apparente semplicità della descrizione con la quale la poetessa lo compila. Gli animali vi sono descritti e disegnati, accerchiati da un’analisi che porta a galla l’esistenza del diverso. Quell’impossibilità di definire le forme viventi che circondano l’essere umano, e che di fatto estranee non sono, poiché ne condividono l’ambiente e l’esistenza, capovolge, di conseguenza, l’assunto. A fronte della mancata definizione concettuale, che consentirebbe di misurare la reale distanza tra umano e animale, ogni volta diversa con il suo mobile confine, esiste una misura comune, di cui queste brevi lasse e poesie sono testimonianza: nulla da misurare nel mondo: il mondo è lo spazio condiviso degli esseri viventi. Il mondo è per definizione l’esistenza di sé e degli altri.
La civetta
Il suo richiamo attraversava i muri delle case. Ogni notte accompagnava il sonno degli abitanti. Il suo verso era temuto perché considerato segnale di lugubri profezie.
Anticamente, disegnata accanto a Minerva, veniva apprezzata per la sua saggezza.
Le striature dell’occhio, simili a quelle di un felino, incarnavano in sé la misteriosa indole degli uccelli notturni.
Nessuno era riuscito a catturarla, nello scenario restava sacra e intoccabile.
Il passero
Nel nido era stato uovo accanto ad altri. Il becco spalancato aveva atteso il cibo. Una peluria quasi piumata lo aveva coperto. Nel primo volo di stormo era caduto, a testa in giù, sulla rosa canina. Con gli occhietti nerissimi, tondi, aveva esplorato il giardino. Aveva beccato i moscerini nell’aria. Cinguettante aveva raggiunto la tegola. In città va in cerca di briciole, al bar Centrale.
Angela Passarello, nata ad Agrigento, vive e lavora a Milano. Ha insegnato nelle scuole elementari lingua francese e la lingua italiana agli alunni stranieri, nelle scuole medie. Crea forme con l’arte ceramica e narrazioni pittoriche. Ha pubblicato le raccolte di racconti Asina Pazza (ed. Greco @ Greco1997), di poesie La Carne dell’Angelo (ed. Joker, Novi Ligure 2002), le prose poetiche Ananta delle Voci Bianche ( I Quaderni di Correnti,Crema2008). È presente nelle antologie: Versi Diversi (edizioni Melusine, Milano 1998), Poeti per Milano (Viennepierre, Milano1998), Milano in versi, 2006; Rane e L’Uomo, Il Pesce e L’Elefante per I Quaderni di Correnti; L’amore dalla A alla Z, 2014; Ha collaborato con La Mosca di Milano. Ha fatto parte del gruppo delle Melusine. E’ stata cofondatrice e redattrice della rivista Il Monte Analogo.
La ballata notturna “Stanotte dormo fuori” è rischiarata, metaforizzata, dai vividi colori di un semaforo in un esterno notte urbano, quando le luci sono basse come i bagliori del firmamento, evanescenti in un’assenza che si traduce in un’assenza di parole. Possiamo immaginare questo deserto, il continuo, alternato lavoro del semaforo sotto la flebile persistenza delle stelle.
Sandro Pecchiari mette in scena la civiltà della poesia, la forza della poesia quando si fa civile.
Il poeta si addentra in uno scorcio di umanità ai margini, passando da un “verde da sotto sottobosco” a un rosso “come un sorriso di fiammiferi bruciati tutti assieme”, fino a un giallo che “è ansia di divieti”: ci porta, nella pulsione della notte che vive celandosi, nel suo segreto nascosto.
Pecchiari riesce a rendere mirabilmente il passaggio da un sottobosco di cespugli, dove passano la notte i senza dimora, al vero sottobosco umano, quello delle “folle domenicali”, “della gente che ti guarda come se fossi un virus”.
Nessuna cosa resta intonsa sotto lo sguardo di Antonio Pibiri: “una cancellata s’infoglia”, e nemmeno il suo corpo è esente da trattamenti depistanti “Il mio corpo accelerato.”. La denuncia dell’illusione letteraria è a suo modo un’ulteriore illusione, poiché dal linguaggio non è possibile uscire. E i rivolgimenti a cui Pibiri lo sottopone hanno come obiettivo di saggiarne i limiti semantici e sintattici. Ma straniante è la percezione stessa: “Chi trovi ogni volta al tuo posto?”. Quello che si costruisce con la lingua è uno specchio di quello che si percepisce, forse solo meno mobile, per questo vi è ogni volta la necessità di ricominciare daccapo. Gli inserti visivi, immaginari con i quali Pibiri costruisce le sue poesie appaiono a tratti forzati, come lo è il senso sottoposto a una virata surrealista. La realtà in tal modo appare pregiudicata due volte, una dalla sua traduzione linguistica, una perché la percezione stravolge e frattura. Il risultato non è mai ricomposizione. Non esclusa da questa verifica anche l’insufficienza linguistica: come dire i colori dei quadri di Van Gogh? Come parlare dei quartetti di Bartok? “Se sapessi scrivere io non scriverei”: ecco la palestra inesauribile di Pibiri.
***
Un ventaglio di esitazioni.
I viali mandorlati, il portico.
Sangue rinvenuto tra le carte
o s’intuisce un fiore
di breve erudizione.
Giacometti spiegato da mio figlio.
L’Eternità a una data ora del giorno.
Febbre in viso. Il cigno colpito a morte
sulla spalliera di glicini.
Un negozio di ferramenta salpa
si allontana tra foglie d’acqua.
La luce con discrezione nel tempio calvinista.
Il cervellotico decapitarsi appena.
Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.
Le mansarde degli scrittori
sui giardini di Lussemburgo.
Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.
Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,
per nenia, fumaio, poema…,
***
Il ponte di legno è crollato
per mutarsi in barca,
un raggio d’acqua
in fiume.
È crollata anche la casa,
voleva scendere
più rapida delle scale
giù a piano terra,
ai cancelli – uscire
dalla promessa di piccole crudeltà.
Per questo è crollata.
Nato a Sassari nel 1968, dopo la Maturità Classica Antonio Pibiri sviluppa attenzione verso la scrittura creativa e la Musicologia, formandosi da autodidatta. Nel 2010 con Lampi di stampa (Milano) pubblica “Il mondo che rimane”( Premio della critica, Ottobre in Poesia, Sassari, e Menzione d’Onore – Premio Lorenzo Montano, 2011). Nel 2014 “Le matite di Henze” con lo stesso editore. Nel 2016 la sua terza pubblicazione: “Chiaro di terra” con l’editore Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, di Forlì (Segnalato dalla giuria al Premio Lorenzo Montano, edizione 2017; Primo posto per Opera edita al Plics di Sassari, ed. 2017). Gli viene assegnato sempre nel 2017 il Premio Vp-Sardinia, arti contemporanee e ricerca, coordinatamente alle istituzioni letterarie di Austria/Salisburgo. Nel 2018 pubblica “Il prezzo della sposa” con l’editore L’arcolaio, segnalato all’ultima edizione del premio Lorenzo Montano (2019). Nel 2019 il libro trova spazio critico nell’Antologia di Marco Ercolani: I fuochi complici. Ha scritto sulla sua opera: Cesare Viviani, Antonio Devicienti, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Daniela Bisagno e altri.
Lady narrante
L’opera shakespeariana, riletta dal punto di vista femminile: in Dark love - Ipotesi ladymacbettiana, sullo sfondo dell’eterno dramma, con versi ardenti, colmi di passioni e di abissi, Rossella Pretto ripercorre le tappe di un rapporto straziante, immedesimandosi nella protagonista di una situazione di coppia votata alla perdizione.
Un amore, fosco e buio, che nasce innocente e si fa passione cieca, volta a divenire presto “perversa battaglia”. E che emerge ancora prima: da un nulla in cui “niente era se non ciò che / non era”. Lo stesso nulla con cui, a cornice della narrazione, si conclude la raccolta, a stemperare violenze e inquietudini, sangue ed ardori.
Si tratta di un nulla reale o scenico? E la storia è realmente vissuta o solo recitata? Riguarda singoli individui o destini comuni? In un gioco di scambio in cui “non sono lei, neanche me”, i piani si intersecano di continuo. E la parola, tra disperazione e grazia, è insieme smarrimento afasico e dono.
Soprattutto, però, è la passione per la narrazione a prevalere. Rossella Pretto, nel prendersi carico del ruolo di cantore del fato e dei drammi dei mortali, si fa soprattutto Lady narrante: di “una lady tutta mia da incarnare e cantare” così come “dell'eterna storia di un amore nero” e “degli incrociati destini” degli umani.
(La raccolta nel frattempo è stata pubblicata nel 2020 da Samuele Editore, con il titolo di “Nerotonia”)
***
Vi fu un tempo in cui non vi era
nulla
puoi concepirlo, lo posso io?
nulla e dunque neanche il tempo e noi
non c'eravamo, io e te non c'eravamo
e non c'era inizio
alle nostre discussioni
seduti nello studio a tentare
l'improbabile
accordo o in una sala, in piedi per terra
con i nostri tanti corpi da suonare
a volte tutti altre solo uno.
E in quel tempo che non c'era, un tempo
del sentire di esserci
perché in quanto a esserci io ero ancora
nessuno
una strega gettò i suoi occhi
tra quelli che dovevan essere i miei piedi
la paglia nella testa che svelava vaticini
la mia arsa e vuota
incantata dall'imbroglio
di poter bastare a me stessa.
E niente era se non ciò che
non era.
Così dal buio senza tempo
emerse il dettagliato tempo del noi
l'incisione che sbozza nell'istante
le parole, nostre
queste che io ti dico, le tue
e quelle che per giorni
abbiamo gettato al vento
quelle vane
che ci han portato fin su questo palco
il molteplice filtrando
dal setaccio di altri corpi
(……)
Di corpi dapprima
passione cieca e inesausta
corpi ineguali e anelanti
nel di lui cercare il varco
stampo e marchio
nel di lei disporsi all'accoglienza
nonostante l'inane battaglia
nonostante
perché già intuiva che la perversa battaglia
era ormai vinta e già persa
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Chi fui se non
aedo e coppa
dell'eterna storia che narra
di un amore nero
degli incrociati destini e tutti
che nel ventre trattengo
ma fuori infine rovescio
in parole in-canti?
Rossella Pretto, veneta di origine, ha vissuto a Roma dove si è laureata con una tesi sul Macbeth della Compagnia dei Quattro; ha lavorato come attrice, presentatrice Rai e adattatrice dei dialoghi. Vive a Vicenza da quando ha scoperto l'amore per la scrittura. Alcune sue poesie sono pubblicate nell’antologia del Premio Luzi. Fa parte del Premio letterario A. Fogazzaro. Condirige la rivista di critica letteraria Satisfiction e collabora alle pagine culturali di Alias- Il Manifesto. Collabora anche con la rivista letteraria L'Ottavo, con una rubrica su Karen Blixen.
Ha partecipato due volte al premio Montano, ricevendo menzione speciale per un breve saggio su Macbeth e per un racconto intitolato Erbarme dich.
Dono del poeta è anche quello di offrire un nuovo immaginario, grazie a lui il “Roxy Bar” si popola di persone che incontriamo quotidianamente, e non di “star”.
“Tutto è come sempre”, scrive Francesco Sassetto in questa poesia che rappresenta uno spaccato di ordinarietà, tanto preciso e particolare da diventare generale. Il poeta registra come se riprendesse con una ideale cinepresa, offre repentini cambi di inquadratura tra l’interno e l’esterno del bar, tra questo e quel personaggio che lo frequenta. In questo mondo deteriore così ben descritto non sappiamo nemmeno se la scena è ripresa in una città o in borgo, in una periferia; ma sappiamo che questa forse inconsapevole e diffusa infelicità “non è inferno né paradiso, probabilmente neanche purgatorio”.
La grazia di Sassetto, il suo non giudicare, riesce a rendere vivo un mondo che sembra non esserlo più, registrando una quarta dimensione, quella del sopravvivere: “niente di più, niente di meno”.
Roxy Bar
Una donna gioca con le macchinette,
tiene d’occhio la carrozzina piantata
in mezzo al bar, il cinese gentile
al bancone fa i caffè, grazie, prego,
un euro, sorride, lava le tazzine.
Dal maxischermo il frastuono assordante
di un concerto rock.
Una ragazza guarda fuori se piove
ancora, fuma, aspetta qualcuno o
forse no
esce sotto il tendone
fradicio d’acqua sporca, si accende
un’altra sigaretta.
A tratti i colpi secchi della macchinetta,
la donna impreca, non ha mai vinto
niente.
Tutto è come sempre, nessuna
apparizione, nessun colpo improvviso
di vento, solo pioggia che scende.
Il bambino nella carrozzina adesso
piange, la donna gli grida di star buono
ché lei ha da fare, riprende a giocare
borbottando piano.
Non è inferno né paradiso, probabilmente
neanche purgatorio.
E’ il nostro usuale galleggiamento,
il pane quotidiano.
Niente di più, niente di meno.
Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università "Ca’ Foscari" di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall'editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.
Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.
Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.
Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.
Nell’incipit e nell’ultimo frammento, “tau”, si generano correnti testuali di rara efficacia: nella scomposizione e nella ricomposizione dei versi si coglie con precisione un caos interiore, lo spaesamento del soggetto, l’inafferrabilità della vita. Non è un caso che queste punte del poema si trovino all’inizio e alla fine: l’autore ha immesso questa circolarità stilistica per dare forma all’inaudito. Grazie al linguaggio che, pulsando, fibrillando, abbandona le sue abituali connotazioni comunicative e diventa poesia.
Massimo Viganò rende un grande omaggio a Dostoevskij rinchiuso nella fortezza di Omsk in Siberia, attraverso frammenti apocrifi carichi di intensità.
La suggestione del testo è tale che a tratti questa “lamentazione” sembra un corollario delle “Memorie dalla casa dei morti”, l’opera scritta da Dostoevskij a Omsk.
Il gesto poetico di Viganò riaccende una luce, genera una postilla a un capolavoro, inaugura nuovamente il libro, vara con coraggio un’inedita identificazione.
Tutto il testo ha una trama che riconduce a quel freddo siberiano, a quelle privazioni, a una durezza di fondo rivestita di passione senza fine: allo stesso tempo preciso, implacabile nel racconto, e visionario.
Massimo Viganò si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne (Spagnolo + Inglese), indirizzo Filologico Letterario, alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1985.
Da allora svolge attività di traduttore e di redattore tecnico, prima a Ivrea e in seguito a Firenze. Da quasi trent’anni si occupa di Teatro in qualità di attore-autore e regista, prima a Milano, poi a Torino e attualmente in Toscana. Dal 1986 al 1988 ha seguito i corsi di Teatro organizzati dal Teatro delle Dieci di M. Scaglione (Torino). Con la compagnia Margutte Teatro di Torino nel 1992 partecipa al Festiva dei Teatri di Santarcangelo di Romagna.
Da sempre appassionato di poesia, ha partecipato, con esiti soddisfacenti, a premi nazionali, ottenendo i seguenti riconoscimenti:
La raccolta “Nel bianco degli occhi” è tra le raccolte inedite segnalate del Premio Bologna in Lettere 2019.
Alla raccolta “Nel bianco degli occhi” è stata riconosciuta la Menzione d’onore nella XXXII edizione del Premio Lorenzo Montano.
La poesia “Polittico dei bambini” è tra le poesie con menzione nella XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano.
La raccolta “Falsi amici e sciocche canzoncine” è stata selezionata al Premio Internazionale Città di Como 2017.
La poesia “Ore delle colline pisane – N(u)ove improvvisazioni” è tra le poesie con menzione nella XXX edizione del Premio Lorenzo Montano.
La raccolta La voce incantata entra tra le raccolte inedite menzionate nella XXIX ed. del Premio Lorenzo Montano.
La silloge Il prigioniero e altre storie del (mio) giardino e fra le opere segnalate al Premio Letterario Castelfiorentino 2014.
La raccolta Dell’infanzia e d’avventura è tra le segnalate nel premio Letterario Renato Giorgi 2011.
Ore delle colline pisane – N(u)ove improvvisazioni è fra le vincitrici (terzo premio) del Premio Letterario Castelfiorentino 2011.
La raccolta edita Tra(s)duzioni è stata segnalata in occasione del Premio Civetta di Minerva – Antonio Guerriero I ed.
Nel 2011, la silloge Un lungo futuro è stata pubblicata sulla rivista Fili d’aquilone n- 21,
Con la raccolta Poesie dell’infanzia e d’avventura, è risultato finalista in occasione del Premio Letterario InediTO 2010, organizzato dall’associazione il Camaleonte di Chieri,
La raccolta Tra(s)duzioni ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Sandro Penna – XXI edizione, per la sezione Poesia Inedita. La raccolta Tra(s)duzioni viene pubblicata nel 2010 da Edizioni dell0 Meridiana.
Con la raccolta Tra(s)duzioni, ha ottenuto la menzione in occasione del Premio Letterario InediTO 2009, organizzato dall’associazione il Camaleonte di Chieri,
Sue poesie sono state segnalate al Premio Turoldo – edizioni VII, VIII e IX, organizzato dall’associazione Poiein,
Nel 2009 la sua poesia Turning Torso (e la gru kockum) è tra le opere finaliste dell’evento editoriale Concepts Architettura, organizzato dalla casa editrice Arpanet di Milano; viene pubblicata nel volume Concepts Architettura & Design.