Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
a cura della redazione di "Anterem"
“Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l'esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell'universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all'avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, di assuefazione a questo processo, così come altri possono assuefarsi alla droga o all'alcol. Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta”.
Convochiamo idealmente Josif Brodskij, l’autore della frase, come portavoce della fedeltà dei poeti alla parola. Testimonianza che il “Montano”, anno dopo anno, continua a raccogliere e proporre in questo periodico. Trasmettere, rinnovare e condividere questa esperienza rappresenta per noi un grande piacere. Ringraziamo i poeti e i prosatori presenti nel nuovo “Carte nel vento”, non solo per i testi inviati al premio lo scorso anno, ma anche per la disponibilità a offrirci le loro voci e i loro volti.
Il presente numero si aggiunge ai due precedenti nel racconto dell’edizione 2019 del Premio Lorenzo Montano; altri ne seguiranno, con regolarità. Qui presentiamo Lucianna Argentino, Paolo Artale, Doris Emilia Bragagnini, Fernando Della Posta, Bruno Di Pietro, Ettore Fobo, Miro Gabriele, Michela Gorini, Iria Gorran, Sonia Lambertini, Franca Mancinelli, Danilo Mandolini, Francesca Marica.
L’apertura del 48° “Carte nel vento” è dedicata a Serge Pey, importante poeta francese praticamente inedito in Italia, presentato e tradotto da Cristiana Panella, e al ricordo di Fabrizio Bianchi offerto da Michela Gorini. La conclusione è affidata al cameo di Bianca Battilocchi, con la sua videolettura di “Nontiscordardimé”, e alle immagini dell’inaugurazione di “Albedo”, la scultura di copertina, con Isabella Caserta e Vittorino Andreoli che accompagnano l’artista Piera Legnaghi.
Ranieri Teti
In copertina: “Albedo”, scultura di Piera Legnaghi
Nota ai testi di Serge Pey (prima parte)
Caminante no hay camino, se hace camino al andar...
Golpe a golpe, verso a verso...
La poesia non si spiega che con la poesia. Cerco frasi ordinate in cui contenere il magma di terra laterizia del mondo poetico di Serge Pey, stratigrafie di scrittura/oralità in cui coabitano i leoni di Chauvet, i troubadour e la memoria eretica occitana, lo zaum dei futuristi russi, il Dada, il rap del tumborro di Barbagia, la cosmogonia huichol, il Magnum Opus alchemico, la letteratura Beat, la Scolastica, l'archeologia, la fenomenologia, la militanza politica, il flamenco. Un "misticismo ateo" che proferisce un'incessante creazione, il duende proprio al principio di vita stesso in quanto pulsione, anelito, conato.
Cerco frasi ordinate, e non le trovo. Ho chiesto al poeta le poche necessarie.
I versi di Antonio Machado racchiudono alcuni elementi fondanti dell'itinerario poetico di Serge Pey. Innanzitutto la memoria. Di un uomo i cui ultimi passi si sono incrociati, verso destinazioni che segneranno destini, con quelli di José Juan Amelino Pey-Saguer, padre di Serge Pey, anarchico catalano internato nel campo di concentramento di Argelès sur-Mer in quello stesso anno 1939, pochi mesi prima che Machado morisse, insieme a sua madre, anch'egli negli stenti della Retirada dei 500.000 dalle truppe franchiste verso la Francia, a Collioure, dopo essere passato per Cerbère dove venne a trovarsi anche José Juan Amelino Pey-Saguer. Nel maggio del 2014 Serge Pey e Chiara Mulas hanno percorso quelle strade della memoria portando, in un'altra marcia collettiva di resistenza e testimonianza, 400 lettere scritte da bambini sulla tomba di Machado, vegliata da una buca delle lettere rossa, così come veglia il fiore. Per Serge Pey Antonio Machado è infanzia, radice; è il primo esempio del camminare in poiesis, nella vita come movimento di farsi e disfarsi, passo dopo passo, "colpo dopo colpo, verso dopo verso". Colpo, passo, verso. Colpo, passo, verso. Seguendo la nota blu che alita la parola poetica attraverso il corpo in gesto, voce e protesi: la poésie d'action in cui Serge Pey è maestro.
GESTO: braccia e piedi piantano la parola poetica. Una volta piantata essa è sancita, è al mondo. Le parole del poeta si piantano nel basso e nell'alto. Nella terra e nel cielo. Nella terra Serge Pey piantuma i bâtons à parole, bastoni incisi a poesia d'inchiostro; piantuma il piede che scandisce il verso, il pomodoro rosso maciullato tra le mani. Nel cielo piantuma la piuma, l'invocazione, l'occhio che si fa pertica, scala, dito. La parola non è solo manifesta ma è manifesto, dichiarazione di intento al singolare: tendere verso, desiderare. Piantumare il gesto significa fare del desiderio azione, dare al cuore braccia volenterose, mettere in circolo per radicare il soffio del desiderio attivo. Lasciarlo in eredità gravido.
VOCE: la voce viene trasformata in verso, affinché sia riconosciuta sorella dai vulcani e dagli uccelli. Viene sputata in grumo, espulsa dalla fucina verticale che va dall'ipofisi all'ano, e dall'ano all'ipofisi in un'incessante inversione del senso di marcia; il desiderio che esce dal corpo-metronomo si fa suono materico, verso ibrido cerebrale, gutturale, cardiaco, gastrico, intestinale, sfinterico. Umano, animale, minerale, atmosferico. "Colonna vertebrale" polifonica della postura poetica.
PROTESI: oggetti di natura, utensili illuminati: rose, pomodori, pietre, piume, reti, scarpe, maschere, cappelli, fotografie.
Si piantuma per chi verrà. Si piantuma per chi è stato.
I testi qui proposti sono frammenti di questa spira mirabilis, in un continuo rimando tra cielo ctonio e cielo astrale, in una militanza etica in cui il battito poetico segna il giusto tempo di una dimensione senza tempo, raggruma nell'istante la ciclicità non dell'evento ma dell'avvento. La coglie situandola, come sciamana, attraverso il verso. Una poesia situazionista perché in-sita il verbo poetico; perché in una logica transitiva di volenza risponde presente all'istante. Ricuce il ritmo interiore con quello esteriore, che si soffi su una piuma, si spacchi una pietra o si depongano rose, per riprendere alcune splendide immagini dell'azione poetica "La pierre et la plume" (Serge Pey e Chiara Mulas, 2017). E tuttavia il gesto poetico in situ non è contingente. Non si esaurisce nel qui e ora di una serie di azioni ma è presente all'azione del soffio vitale, di quel "respiro nella contraddizione" con cui Pey definisce l'arte. In questo soffio convivono la presenza e il suo contrario, in uno stesso flusso coerente, cioè coeso: "una bestia che non esiste, una bestia che esiste", "una bandiera che non è una bandiera", "le forze ctonie che sono il rovescio del cielo". Tutto è collegato grazie al tempo intonato della contraddizione. Tutto nell'essere presenza di per sé testimonia non solo la possibilità ma la reale esistenza del proprio contrario; del non-essere e dell'assenza, ma anche del rovescio, dell'inversione.
In questa contraddizione, che è quella vitale dell'umanità, la poesia è insieme traccia ed eco. Pietra e aria. Il gesto in presenza, quello della poésie d'action, è così impronta di gesti e rumori ancestrali, di rifrazioni del cosmo senza nome che ci permettono, oggi, di stare al mondo, di essere contemporanei non perché dipendenti dall'attualità ma perché battiamo il giusto tempo di un soffio cosmico, eredi di una condivisione di passi, mani, suoni, umori, escrementi. Anelli di una lunga catena di aneliti in transito. Inalare l'azzurro dell'infero e del superno.
In più di te
I morti non sono
solo cifre
Quando ti amo
amo qualcosa
in più di te
ma che tuttavia viene da te
fino a occhi che non si vedono
Qui i cani non abbaiano
li si sente ridere
nelle pozzette di urina
Le nicchie sono taverne
dove gli angeli ruttano
consonanti
sulle nostre labbra incompiute
Le vocali sono mani
che lacerano la notte
Quando si scrive
qualcuno che viene dall'avvenire
ci tiene la mano
poi ci offre la pelle come una pagina
I tavoli sono infelici
sotto le lampade
I calamai non esistono più
eppure nei nostri corpi
colano riserve d'inchiostri
che terminano la notte
con una stella
in fondo a una frase
Una flebo goccia lentamente
dal mio cervello verso la pagina bianca
di un libro senza titolo né copertina
È il suo sangue bianco
che sale improvviso
verso di me
e che scrive il poema
che non hai ancora scritto
e mi fa sanguinare la pelle
fino al tuo amore.
Sul dettaglio delle cose
1
Questa bottiglia infranta sul pavimento
non è vetro
ma una parola rotta
forse uno specchio
posato su un orecchio
Ora le parole che spazzo
nella vanga parlano
un'altra lingua
più forte di quella della bottiglia
quando era intatta
e piena d'acqua
Un'altra bottiglia
posata più in alto sulla mensola
guarda la scena
Spezzare un'altra forma
far nascere una parola
di questa forma che non possiamo raggiungere
e che non sarà mai letta
Ma anche spezzare una parola
nella tua mano
è una cosa rotta
soprattutto amandoti nelle tue ombre
Le lettere che spazzo
nella vanga
chiamano ora
una parola senza cosa
ma che le contiene tutte
e che non ama nessuno
neanche l'infinito
che non smette di (ri)finirsi
camminando a piedi nudi
sul vetro rotto
2
Il ventre aperto del sole
all'improvviso davanti al paesaggio
ci mostra le trippe
o i suoi spiriti
Il paesaggio ci fotografa
lentamente
e ci fa indietreggiare
L'abisso ci guarda
perché da tempo
ci abbiamo gettato occhi
Il poema si torce le mani
a forza di avvicinarsi al vuoto
che batte come un cuore
Una parola non è che questo
ma è già troppo
senza sapere
poiché le cose ci ascoltano
Il vuoto non ha che un unico bordo
come una tazza
e quando lo voltiamo
è la tazza che cade
e il bordo guarda ciò che è caduto
Il cielo beve quello che può
rimpiangendo di non aver avuto bordo
come un bordo senza buco
un buco senza bordo
dove nessuno può scendere
ma dove tutti i bordi del mondo
saltano passando dietro di noi
3
Il parto dell'aquilone
si è svolto
all'ospedale della spiaggia
in mezzo a cordicelle
e fogli storti
Quest'uccello intempestivo
Questa mano su di noi
come uva
che fa sanguinare le sue unghie
Le parole sacrificate
che trascina nella coda
permettono di trattenere
gli eventi
che sono per esempio
il volo di corvi
o di aerei a reattore
In un angolo
del paesaggio
ci nascondiamo
in ciò che ci guarda
con la coda dell'occhio
Così te
davanti alle pagine bianche
che trascinano i venti
che si prendono per biancheria
Così con i tuoi occhi persi
che abbiamo ritrovato
o restituiti
per gettare biglie nei buchi
4
Una parola è un nodo
in ritardo o in sguardo
sul mondo
o in anticipo
quando il mondo non è più qui
La poesia è un concorso di circostanze
che uniamo in una botta sola
disfacendo i nodi
Piantiamo
la matita in mezzo al poema
che ha appena scritto
come un coltello
per disfare il nodo
Una parola è un pericolo isolato
circondato dall'abitudine
delle altre parole
Ti chiamo in questo giorno
con il tuo nome
Ti chiamo
Ti lego
Ascolta
La poesia si strappa
gli occhi per parlare
come i denti
Le parole non odono
Guardano le orecchie
di quelli che leggono
e fanno nodi
Stamattina, la poesia mangia
le orecchie delle parole
che non sentono
affinché le si possa sentire
e fare nodi
5
Ogni parola perde le sue lettere nella morte
e il suo silenzio cola
goccia a goccia
minuscola dopo minuscola
Un segno lampeggia
all'incrocio di tutte le strade
di tutte le colombe
di tutti i corvi
e di tutte le maiuscole
Il poema
che sfugge a questa parola
è un pericolo nuovo
che esita a iniziare
il poema da una minuscola
e il seguito della frase
in maiuscolo
La parola
di un testimone principale
partito senza che nessuno
l'abbia identificato
si perde le lettere
Ora una bestia fabbrica l'universo
e trascina la testa del tempo
con un capello solo
Vediamo il vuoto
discendere dal cielo
come una parola proveniente
da una geometria
Il nocciolo sotterraneo
dell'altezza
6
In un poema
il lettore che si oppone
a un dettaglio
che ha davanti
sottintende la somma
dei dettagli che lo guardano
Poster strappato
Corvo appollaiato su un semaforo
Specchio che beve in uno specchio
Un dettaglio si accorda sempre
con il nome della cosa
contenuta in questo dettaglio
e che va a generalizzare
tutti i dettagli che circondano
questa cosa
Ogni poema è anche una somma di dettagli
da dove sfuggono i titoli
delle cose che li guardano
Il dettaglio di un poema
si accorda sempre con un dettaglio
che sfugge
a colui che lo legge
in un segreto ad alta voce
Sono i dettagli
che si leggono tra loro
e a volte il titolo di un poema
non è che la somma di tutti i dettagli
che ha davanti a sé
ma in un nuovo ordine
del canto generale
Perciò per riprendere
i dettagli seguenti e citati sopra
riconsideriamo questa lista :
Poster strappato
Corvo appollaiato su un semaforo
Specchio che beve in uno specchio
Si otterrà una combinazione
di titoli come un giro di parole crociate
Corvo strappato su un semaforo
o Poster che beve in uno specchio
Così questo paesaggio che ho davanti
è divenuto stamattina
un dettaglio generale
e il lettore è
il quinto dettaglio
davanti ai quattro angoli del paesaggio
generale che ha perso i dettagli
7
Come leggere il poema
o piuttosto come leggere
il silenzio che circonda
le parole che formano questo poema
Ogni parola stamattina è un dado
che roteo nella mano
sopra al tavolo di un gioco
che non gioca
La poesia perde sempre
quando vuole allineare l'infinito
come i dadi
Il poeta gioca a Dio
sul tavolo da gioco
Getta gli occhi
facendo rime e luoghi
La rima non appartiene che all'orecchio
e se è il caso
cessa immediatamente di essere poesia
La rima appartiene all'occhio
stabilendo per esempio
un ponte
tra dio e gioco
Il pensiero suona unicamente
nelle rime
dissotterrando luoghi che non sono mai
esistiti e che all'improvviso ci vedono
8
Il ruolo della poesia
non è di togliere
le spine del rosaio
nel vaso posato sul tavolo
Né di aggiungere spine
al profumo delle rose
che cola sul tavolo
La poesia ci lascia
incerti
e la rosa distesa
su tutto il tavolo
ci lascia la promessa
di non esistere più
Questa rosa è un avvenire
già scritto
ma questa rosa è necessaria
e somiglia a una finalità senza fine
che tuttavia si ferma per guardarsi
Le casualità mentono
e questa rosa
è la giustizia di un nulla assoluto
Questa rosa posata sul tavolo
è bella perché è incapace
di capire la sua bellezza
Nessuna bellezza sa che è bella
Il suo suicidio di luce
fa di lei l'assente di tutto il mazzo
e il nulla diventa all'improvviso bello
davanti alla rosa intera
tacendo
9
La poesia è bassa
Bisogna sporgersi per raccoglierla
in mezzo a sedie rovesciate
La poesia non esiste da sola
sopra cose
sedute su sedie
Eppure è prigioniera
di quello che l'ha giustamente costituita
in bellezza
quando una cosa si alza
dalla sedia
La poesia non è mai una verità
senza la realtà
di una sedia che si siede
su un'altra sedia
La poesia va fino al fondo
dell'uomo
che smonta la sedia
per accendere un fuoco
La poesia è una decisione
che crede alla propria esigenza
delle parole della sedia
Abbiamo talmente picchiato
sul naso di questa sedia
che continua a sanguinare
senza accorgersi che è un uomo
che sanguina su di lei
o i suoi piedi che l'hanno attraversata
10
E per alleviare
il tavolo abbiamo
tolto i piatti e il pane
Poi ci siamo messi sulla panca
per smontare il tavolo
e l'acqua era assetata
di sole
Poi abbiamo svitato
i piedi e tolto il piano
fino all'entrata
rimasta beante davanti allo zerbino
Il mio tavolo è diventato così
una porta
ma quando è giorno di fame
la rimettiamo sempre in piedi
per sederci in casa attorno
Così quando mangiamo
non abbiamo più porta
all'entrata di casa
E quando chiudiamo a chiave
la porta per uscire
non abbiamo tavolo
all'interno di casa
E perciò per alleviare
casa
abbiamo eretto un tavolo
contro l'entrata e i cardini
e all'interno una porta per mangiare
La poesia sa che una porta
è sempre un tavolo
e un tavolo una porta
Fino a una parola che non sa
essere né orizzontale né verticale
per uscire o mangiare
decide che non ci sarà più niente
in casa.
Serge Pey e Chiara Mulas: "La plume et la pierre"
"fiestival" maelström 2017, Bruxelles
Foto: John Sellekaers, 2017
("fiestival" è scritto proprio cosi'). Questo fiestival annuale è organizzato dalla casa editrice di poesia e prosa poetica maelström réEvolution.
https://www.facebook.com/fiestivalmaelstrom
Serge Pey: nato nel 1950, scrittore, poeta, scultore, tra archeologia, filosofia ed etnologia, Serge Pey resta uno dei più singolari esponenti della poésie-action internazionale. Esperienza dei limiti del linguaggio, impegno politico e filosofico della poesia, esame critico della performance, statuto del ruolo delle avanguardie sono temi centrali della sua ricerca teorica. I suoi testi chiariscono in modo pertinente e polemico il ruolo che il poeta può avere negli spazi urbani di una società che propulsa la poesia fuori dal libro. Tra più di 50 opere ricordiamo Ahuc, poèmes stratégiques (Flammarion), Le trésor de la guerre d’Espagne et la Boîte aux lettres du cimetière (Zulma) Le manifeste magdalénien (Dernier Télégramme), Jérôme Bosch, avertissement d’incendie (Voix éditions), Histoires sardes d’espérance, d’assassinat et d’animaux particuliers (Castor Astral), Occupation des cimetières (Jacques Brémond), Poésie-action, manifeste pour un temps intranquille, (Castor Astral), Mathématique générale de l’infini (NRF Gallimard), Le carnaval des poètes (Flammarion), Victor Hugo, Notre Âme des paris (La rumeur libre). Vincitore del Grand prix national de poésie de la société des gens de lettres et du Prix international de poésie contemporaine Robert Ganzo, nel 2017 gli è stato conferito il Grand Prix de poésie Guillaume Apollinaire. Presidente della Cave Poésie di Toulouse, professore emerito, membro dell'Unité mixte de recherche CNRS, Framespa, satrapo del Collegio di Patafisica, Serge Pey ha diretto fino al giugno 2018 gli Chantiers d'art provisoire del CIAM, all'Università Toulouse2-Jean Jaurès.
e non ho nemmeno la forza di scriverlo
in chiaro
5 dic. 2019
Auguri, Michela.
Anche se in ritardo.
Sarò un po' fuori dal giro fino a tutto gennaio.
Sono in cura.
Al San Matteo di Pavia.
Per una leucemia quasi fatale.
~
Non ho il controllo del corpo
~
Senso, corpo, corpo, senso. Tutto ciò che dell’essere vivi o imprigionati, in quel corpo e senza, sentirlo e non sentirlo. Sentirsi senza corpo. Queste parole – notizie dall’ospedale – mi attraversano come una doccia fredda. Leucemia (quasi, fatale). Questione severa, l’onere del corpo, corpo che si sente, corpo che non si sente. Il controllo nelle vie cerebrali, sistema nervoso autonomo, viscere, quale corpo non sentivi?
Scrivo queste righe in periodo lockdown (Covid 2020). Confinamento al proprio corpo. Mi chiedo, allora (dicembre 2019) dieci volte prima di scrivergli, se scrivere meno, se giusto ricevere, la consistenza materiale di parole. Perché si posano sul corpo. Vorrei, domandare. L’istante stesso vorrei domandare, l’istante che riguarda il corpo. Quanto forte affrontarsi, l’istante della perdita suprema, il discorso senza parole addosso e non poter replicare perché comanda la temporaneità per essenza e saprai, lì, che è in atto l’istante in cui smetterai di sentire le tue tracce. Il bordo trasferiva tracce, immissione di ossigeno, proprietà riciclabili sostenibili, sentire il lavoro e l’abito vitale che si rigenera da sé. Non esiste un sapere oltre, una forma vivibile sperimentabile alternativa. Non esci dal confinamento, dal confine al corpo che si morde e ti straccia, pezzo per pezzo, la vita che pensavi appiccicata. La vita che mordeva il corpo – desideri rabbiosi – non è la stessa vita che ti libera, è questa labile fatta di contorni che modifica gli umori e ti permea le ossa di movenze, lega muscoli e toni a un grado inferiore.
Sei pallido, bianco. Così ti vedo.
Malato ma vivo. Vivo ma silenzioso. Goffo e sparpagliato, la tua sfida con la vita, spavalda timidezza, parole accantonate, posate, scritte, quelle che ci siamo detti. Riposano e restano, a rischio di fragilità e senso.
Fabrizio scrive un corpo che non riposa, incessante, inappagato. L’incontro che non si rivela, il sogno e definirsi ogni volta altrove: supereroe della scena, schizzo a carboncino, scarabocchio. Il suo tono nitido, le sue timidezze, pause, l’essenziale e necessario, sempre, la sua voce misurata. Dietro sentivo il suo sguardo, la sua ricerca, le sue riproduzioni, le sue questioni. Trovare qualcosa per dire qualcosa, senza dirlo a tutti. Tutto non è stato manifesto, con Fabrizio. Mi domando cosa avrebbe sentito del corpo disarmato del lockdown, l’alterità trasmessa in decibel, offuscata incessante. L’aritmia e lo scompenso. Avrebbe cercato ancora un senso, il suono incessante dopo il silenzio.
La lettura qui sotto, sono tracce della sua poesia, di corpo maschile estratto e non trattato, adolescente, padre e bambino, identità fallibile, corpo animato, animale, amante.
Sul bordo
Come si imparenta un corpo – padre – a un corpo altro – figlio? Restiamo affiliati a una matrice (che non ha di materno). Se parti di un tessuto che si separa, e separato comunque. Forse sei lì a domandarti se viene, da te. Il grande scarto tra grande e piccolo, sconfinate solitudini e anni luce, dalla loro affamata allegria. Non poter dare una collocazione alla funzione, fare l’adulto, fare il padre con il piccolo staccato e congiunto. Le parti corporee staccate che non incarnano funzione. Non starci dentro, il paesaggio, non esserci. Un soprassalto fisico di insopportazione. La tua voce in silenzio che grida, la scrittura addosso che ti tormenta e distrae, il tuo sguardo linguaggio che corre oltre lo spazio.
Prestare cura (è il tuo sangue), tratta in qualche modo di un codice, una scrittura genetica che tratta il suo sangue, la marca maschile sconfinata e scritta nel tuo. Sieroso appiccicoso, estraneo e inassimilabile. Un derivato, in formula differente. La biologia che ti richiama all’ordine, a una trama ancestrale che non ti contiene e ti assenti, presti ascolto al tonfo della caduta. Domandandoti, vestito, dove, esistere. Se figlio, uomo, adolescente. Il codice ti consegna un figlio in eccesso, vivide pulsazioni, amorevole ricettivo alle attenzioni barbariche che sei chiamato a mostrare, mentre zampilla altro sangue a rintocco e tu, la deriva, padre dismesso a osservare vividi orizzonti sconfinati e perderti, in solitudini. La tua necessaria impossibilità di non combinarti all’insieme, proclamarti silenziosamente uno, uomo. Stazionare per vivere sul bordo.
Giardinetti 1
piangi per un’improvvisa caduta
[le ginocchia strisciate
da polvere nera e sieroso sangue appiccicoso]
devo farti fare pipì tergerti
le righe terrose delle lacrime
[mentre non so perché /vivo
/vivi
in /orrenda caduta verso il nulla]
/rapidissima
Fare finta di niente.
La melma del reale
Dov’è la concessione all’esistere? Fabrizio è il suo sottosuolo, il primo piano nella sua dipartita e molto prima e ripetutamente, dominano le sue tonalità, il terreno già sporco di melma reale e scorie. Lasciate le sue piccole tracce composte e decomposte. Lineari.
(afasia) Perdita della capacità di comporre/comprendere. Fabrizio non si interroga, sullo strumento (linguaggio), lo osserva, lo usa, lo sfida, cerca senso e scopo, disperatamente, nel sottofondo di indistinti rumori. Forma lo strumento, il suono, suona nella scrittura lo strumento poesia. In afasia su ogni tassello noioso e noto, suona lo strumento corpo stracciato nel sudario del foglio bianco.
Stardust
E sporchiamola, dunque questa poesia
con tutte le scorie e la melma del reale
ingoiando, fino in fondo lo schifo di un mondo che ti stupra,
ti violenta, ti tortura a morte, oggetto senza dignità
corpo stracciato sotto il sudario del foglio
lenzuolo bianco che deve testimoniarne lo strazio
Male version
Macchiolina costante e accesa, il punto più reale dell’umano, piccolezza e precocità nel sentire e sentire senza dominare, senza dignità. Al tuo interno, commentabili, visibili, risibili macchioline, pois così netti, neri (Dio le ha fatte resistenti), ti salgono al dito. Macchioline che ti hanno scritto come invisibili occhi. Tracce di esiguità e finitezza in potenza, convocata istintività. La forza vivificante del corpo animale, il rettile che ti spoglia la pelle e la riforma, si decuplica, in forme che dipartono alla struttura animale che ti contiene alternato e sognante, avvolgente e imperativo, con l’elemento al femminile. Dove si fonde, generosamente, l’animalità e sublimandosi, al dio serpente, ingoiandosi ogni remake di piacere esistito / esistente, finalmente sazio. Umano, premeditato, perversamente (entro) il corpo del linguaggio, ricresciuto in parti (altre), code, zampe, bifide lingue. Ancora vivo. La struttura del linguaggio muove pezzi, assembla, tramuta, taglia e morde. E ricompone, ne esce la raccolta. Parole mai a riposo, qualche altro ti ricorderà, leggendoti, decostruirà e ricostruirà, deformato, oltre il game over. Ciò che non può, nell’abitare l’uomo, Fabrizio lo lascia al corpo dell’animale in mutazione, al videogame con superpoteri, al maschio del sottofondo urbano, che possiede senza domandare.
Sacrificio al dio serpente
Ed ecco: siamo all’elevazione. E ti proclamo beata
[di fronte a Dio e agli uomini]
e vorrei avere 3 peni, e 2 bocche a ventosa
e più lingue [nei posti giusti]
migliaia di sensori e tentacoli
su un corpo da enorme pitone
per possederti tutta
contemporaneamente
e avvinghiarti poi fino a toglierti il respiro
e ingoiarti poco a poco nella bocca slogata
smisurata
gli occhi sbarrati in uno sforzo disumano
il corpo deformato che segue la tua sagoma:
una pelle che scivola, con lentezza, sulla tua
fino ad avere, perfettamente, la tua forma
[così amata]
Divento te, dentro.
Pigramente piangendo,
[dal piacere] per settimane.
Finalmente sazio.
Sfamato.
Fast Sex
mentre le abbasso la gonna e i collant
e cerco famelico il suo sesso bagnato scostando gli slip
e la penetro /in piedi [tra le imprevedibili scosse del metrò]
/in equilibrio
sicuramente tra gli applausi ammirati degli altri viaggiatori
[urla e fischi di incoraggiamento, una standing ovation
sincera e liberatoria, richieste di bis].
Smettila di saltare, Lara.
Sparare senza tregua.
Toglierti il reggiseno. [ci sarà un trucco per farlo]
Fammi provare. Toccarti. Giochiamo col tuo corpo. Ti prego.
O violentami tu. Sono pronto.
E [dopo averlo fatto] fammi pure saltare via il cervello.
La nostalgia di te
Invece malsicuro, imperfetto, quel tuo essere nel maschile (o trovartici a che vedere?) Il rapporto che non si realizza insieme alla donna, mai sincrono, reiterante quella implacabile tua scelta di solitudine, linciaggio di eredità che non si intrecciano a ciò che di te compie l’idea di un desiderio, un desiderio ardente, inserito dentro la donna. Fino a l’amare, l’irraggiungibile a te simile, al di là di lei. Maledettamente solo.
Fast sex
[mentre mi divora la nostalgia di te
e di tutti i tuoi buchi sensibili
della tua pelle
di ogni sua macchiolina o lentiggine
delle tue labbra socchiuse]
una donna sufficientemente /bella
/a te simile
da provare a levarle [anche solo mentalmente] i vestiti
[…]
E invece,
arrivo frustrato a Porto di Mare
per incontrarti [mentre stai partendo]
per un fugace abbraccio
un bacio furtivo sulla guancia
nel buio
e nel buio subito scompari
[lasciandomi un desiderio ardente di te
che divampa e mi brucia dentro i calzoni congelati/stecchiti]
triste e inappagato pendolare dell’anima
[maledettamente solo]
Retroscena
Polvere di stelle, sbiadita. La scena generosa e insensata che sbiadisce, in onore al vero. La partecipazione vuota, mummificata. La scrittura non tradotta. Dove l’abito maschera e distorce, frenesie di comparire, repentinamente scomparire, nessuna scelta: blackout. Tutto può essere scarabocchio, anche la polvere che si decompone e sbiadisce, caricatura di specie di esistenze autorigenerantesi, agghindate di suoni e specchi ove domare un “piccolo” posto e garantito, nei pressi del nulla. Disarmonia che si disgrega, austerità e melanconia, verità e vuoto. Parole che si dimenano distorte, all’ascolto. E non si propagano. Noia, sonno, ingoio di nascosto Fisherman’s per tenermi sveglio. Addormentamento, letale.
I vecchi poeti
recitano tutti una poesiola sui gatti
[e anche sui moscerini e sulle mele]
e c’è anche quello più famoso
[già mummificato]
Mister Zhou
Poeti esangui
tutti concentrati in privati [noiosi] malesseri
[in genere insegnanti: lettere o filosofia]
[…] incapaci di vivere davvero la vita
di amarne i reali odori & sapori
e il denso sangue nero che la irrora
Showdown
Dio, non farmi diventare un vecchio poeta
gonfio dei suoi miseri ricordi
dei premi collezionati
28 dic. 2019
In ricordo di
Fabrizio Bianchi
Poeta e direttore editoriale
Dot.com press Poesia
Postilla di Ranieri Teti
Il 12 ottobre 2019 è la data di una delle ultime apparizioni pubbliche di Fabrizio Bianchi. Lo invitammo a Verona, in qualità di editore, al Forum Anterem – Premio Lorenzo Montano.
Le due immagini proposte sono state scattate quel giorno.
Molti ricorderanno il suo intervento, ricco di spessore, passione, competenza, pacatezza e disponibilità al confronto. La sua umanità fu un prezioso elemento aggiuntivo.
1
Il silenzio è ascolto.
Il silenzio è per l’anima ciò che lo spazio è per il corpo. Apertura. Esercizio. Intimo movimento di ciò che senza voce dà voce all’essenziale.
Lo sanno bene i poeti nel loro essere contesi tra parola e silenzio personali, creativi, che creano dialogo, che esprimono - fanno intimità. E parola e silenzio impersonali, mondani, che creano confusione, distanze - spezzano legami o li impediscono.
Il poeta fa silenzio per farsi ascolto. Con la parola poetica crea silenzio e ascolto.
L’essere poetica della parola dipende dal silenzio su cui è innestata.
Allora si può dire che anche il silenzio è conteso tra la parola poetica e l’abisso del nulla, il nulla che certe parole portano con sé quando nascono da silenzi inagrestiti e che anche il silenzio si contende i poeti per sfuggire al nulla che non gli appartiene. Perché se il silenzio non nasce alla parola e al pensiero non è silenzio.
La collisione tra parola e silenzio crea poesia, avvia la metamorfosi della parola in poesia, là dove l’acceleratore è lo Spirito, la Ruah, che abita il silenzio.
Il silenzio dei poeti è una presenza che si fa presente e fa le cose presenti.
La parola poetica è il salto quantico del silenzio, il suo mutare di stato e di sostanza e attraverso il quale le parole si offrono al potenziale d’azione del dire.
5
Il silenzio è speranza.
Il silenzio è speranza che la parola poetica da esso possa emergere come la vita dall’acqua primordiale e a quell’emergere segua la precisione del dire perché anche la poesia è speranza. Speranza che si compie, ma non si esaurisce, speranza in atto che genera speranza.
Silenzio e speranza sono attesa, ma sono soprattutto cammino verso qualcosa che già è presente e non attende altro che la nostra collaborazione per manifestarsi.
La speranza - innestare il futuro nel presente - richiede lavoro, proprio come il silenzio che una volta accolto viene trasformato in qualcosa d’altro in cui continua a respirare e dunque è anch’esso materia che il poeta plasma, anzi è il silenzio stesso a rendere le parole malleabili, pronte all’impasto poetico. Ma il silenzio, il vivo silenzio dei poeti è anche dubbio e paura perché dubbio e paura sono parte della nostra sostanza e possono essere zavorra oppure slancio. Temiamo che l’attesa sia vana quando non riusciamo a trovare vita nell’attesa. Quando l’attesa è più una resa mentre attendere è un verbo attivo: indica - azione.
In ebraico il verbo sperare, qiwwah, vuol dire anche essere teso, aspettare ed è collegato a una parola che, tecnicamente, indica la corda dei muratori e oltre a voler dire del legame della vita con la speranza e della speranza con l’“Altro da sé” sta a significare che la speranza è misura del valore che diamo alla nostra vita. Giacomo Leopardi parla di speranza come passione e George Steiner si diceva “incapace, persino nelle ore più tetre, di rinunciare alla convinzione che le due meraviglie che giustificano l’esistenza mortale sono l’amore e l’invenzione del futuro verbale”. Amore e futuro verbale che sono quella speranza nella cui declinazione siamo tutti.
7
Il silenzio è una voce e due punti.
È nella sospensione dei due punti, in ciò che il silenzio introduce, invita con la sua presenza.
È nell’attesa di ciò che nel silenzio, con il silenzio av-viene.
L’avvento fuori tempo, l’imbattersi del presente nel futuro. Di quanto nell’avvenire accade, giunge sotto altra specie.
È la visita dell’angelo.
È l’attesa e la sospensione dell’Annunciata di Antonello da Messina.
Tutt’intorno l’oscurità del silenzio in cui si nasconde la luce, e Miryàm sta, senza aureola, perché è ancora solo Miryàm - una fanciulla. E il silenzio è ancora solo silenzio, è ancora solo respiro che sfoglia le pagine del libro.
E la mano dice all’angelo attendi, taci, così la parola al silenzio:
fammi domanda e attendi che io diventi pronunciabile.
E Miryàm attende che diventi pronunciabile il suo assenso.
14
Il silenzio è digiuno.
Un digiuno non penitente, ma di purificazione, di alleggerimento.
Un digiuno festivo. Un digiuno che nutre.
Il silenzio così vissuto e praticato libera la nostra anima dalle scorie della quotidianità. Asterge il nostro essere dal superfluo che lo appesantisce, lo ancora a terra, lo rende cieco e soprattutto sordo all’ascolto di quanto in noi vibra all’unisono con il canto sommesso del mondo. Bereshit – prima parola ebraica del libro della Genesi – significa In principio e contiene sei lettere che secondo la Cabala possono essere scambiate di posto per formare altre parole che danno vita a importanti messaggi. Uno è Taev shir che vuol dire “desiderio di un canto”. Dio dunque creò il mondo perché desiderava sentir cantare, desiderava che il mondo cantasse - il canto che ogni essere umano deve trovare il modo di intonare. Per di più alcuni scienziati ipotizzano che prima di imparare a parlare, gli ominidi, modulassero dei suoni simili a un canto, un po’ come fanno alcune scimmie del Borneo. Quindi il canto prima della parola e quindi il silenzio come un canto misterioso e nudo – la vibrazione cosmica di fondo del nostro essere.
Pericoloso è il digiuno dal silenzio.
Virginia Woolf quando le voci che sentiva divennero talmente intense e ingestibili da non permetterle di concentrarsi sulla scrittura mise delle pietre nelle tasche del cappotto e si lasciò annegare nel fiume Ouse.
34
Il silenzio è tenda.
Tenda dal latino tendere: attendere, prendersi cura.
Attesa e cura di qualcuno o di qualcosa.
Ma anche tendere verso qualcuno verso qualcosa.
Tendere all’unione, alla comunione, alla relazione questo è scritto nel nostro DNA biologico e spirituale.
Silenzio/tenda – luogo dell’incontro e presenza.
Incontro con l’altro da sé e presenza di entrambi in uno stare che è stare in presenza ognuno della presenza dell’altro e dell’essenza in essa incarnata.
Recinto sacro ritagliato nello spazio del quotidiano affanno. Luogo dell’incontro in cui la parola poetica, dopo aver attraversato la presenza fondante del silenzio, si fa testimonianza - testimonia il suo stesso essere presenza che nel dirsi si offre, si dà a nuove nascite.
Tenda in cui trovare riparo per esporsi a e sopra ciò che è margine e marginale eppure è radice del farsi tenda del corpo poetico della parola.Il Verbo divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi. Così la parola poetica si fa carne a immagine e somiglianza. Ma c’è dell’altro. Per i latini la tenda da campo è il papilio perché spiegata e tesa assomiglia a una farfalla. E da papilio si giunge a padiglione parte esterna dell’orecchio dove confluiscono suoni e rumori, voci e parole.
Dove ha principio l’ascolto.
Così il silenzio è anche
35
Il silenzio è campo.
Il silenzio è il terreno in cui si pianta la tenda – doppia dimora, dunque doppia esposizione: all’aperto, al fuori dalla tenda e al chiuso, al dentro la tenda. Là dove il fuori ha un suo essere all’interno in una chiusa esteriorità e il dentro ha un suo essere fuori in una aperta interiorità dove si crea lo spazio per la libertà.
Silenzio/campo – luogo dell’attesa e della cura.
Nel silenzio si attende in una attesa che è già cura. Ci si prende cura di sé per aver cura dell’altro, perché cura è responsabilità:
Dov’è tuo fratello?
ma prima
Dove sei?
Se so dove sono, so dov’è mio fratello e mio fratello sa dov’è. Un sapere mai completamente raggiunto, un sapere sempre in cammino. Un sapere del sangue e delle viscere. Un sapere dell’amore che sa sempre quali strade percorrere. In quella libertà che non finisce dove inizia quella dell’altro, ma la prende per mano. Si prendono per mano.
Nel silenzio con un esercizio interiore ci si predispone all’attesa, si rivolge l’animo a qualcosa o a qualcuno ci si distoglie da sé e attraverso la lontananza da noi stessi si attua lo spazio per la cura, per l’accudire – un domestico rimettere a posto. Fare ordine.
Acc-udire – accorrere ascoltando. Attendere è ascoltare attentamente, fare bene, impegnarsi in qualcosa, impegnarsi con qualcuno.
Aspettare: ex - spectare – guardare fuori di sé, guardare attentamente. Senza cupidigia. Guardare per ri-conoscere l’altro, per ri-conoscersi nell’altro e per fare in modo che l’altro, accolto, si ri-conosca.
Ma il silenzio è anche il campo, mai neutro né neutrale, di terra e di carne in cui si svolge la battaglia tra il poeta e la parola poetica spesso renitente, spesso al limite del dicibile.
***
Il testo di Lucianna Argentino mi riporta al mondo di un’amata autrice, Chandra Livia Candiani, che nel suo recente Il silenzio è cosa viva racconta come il meditare, in silenzio, sia un perfetto stare dentro se stessi, abitando lo spazio del vuoto, ascoltandosi consapevolmente.
Dal silenzio si impara appunto ad ascoltare la vibrazione, il respiro, a sintonizzarsi con la propria voce interna, ricettacolo della nominazione, eco dei giorni.
Del testo di Lucianna Argentino mi piace sottolineare l’equazione tra parola poetica e silenzio. Il suo mutare di stato e di sostanza (del silenzio e della parola poetica) verso un potenziale d’azione del dire.
Lucianna Argentino è nata e vive a Roma. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Sue poesie sono presenti in molte antologie tra le quali “Poesia’ 90″ (Il Ventaglio), “Incontro di poesia” (Rebellato, 1992), “Poesia degli anni novanta” (Poiesis), “Poeti senza cielo, vol. 2°” (Il Melograno) “Poeti e poetiche n. 2” a cura di Gianmario Lucini, “Fil Rouge antologia sulle mestruazioni” a cura di Loredana Magazzeni e Antonella Barina e in riviste tra le quali Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “Il Monte Analogo”, “The world poets quarterly”, “L'ustione della poesia” (ed. Lietocolle 2010), “La Clessidra”, “NoiDonne”, “Capoverso”, “Il Fiacre n.9”, “Arenaria”. “Punto- Almanacco della poesia italiana n. 3- 2013”, È presente in diversi blog di poesia, come “Lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “Blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso”, “Nazione Indiana”, “Le vie “poetiche”, “Rai News24”, “Moltinpoesia”. Ha fatto parte della redazione del blog letterario collettivo “Viadellebelledonne”. Ha partecipato a diversi Festival tra cui “Ottobre in Poesia” (2007) di Sassari; al Festival Caffeina di Viterbo nel 2011 e nel 2017; al “Festivart della Follia” a Torino (2015); al Festival “La Rocca dei Poeti” nel borgo medioevale di Ostia (2015, 2016, 2017) e nel Tempio di Santa Croce a Tuscania (2018); allo “Stabia Teatro Festival di Castellammare di Stabia (2016); a “Ritratti di Poesia” di Roma (2017); al Festival della poesia nella cortesia a San Giorgio del Sannio (2017); al Festival “La luna e i calanchi” di Aliano (2017); al Festival “Notturni di Versi” di Portogruaro (2018). È coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991) con la prefazione di Gianfranco Cotronei; “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” ((Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Verso Penuel” (edizioni dell’Oleandro 2003) con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; “L'ospite indocile” (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; il poemetto “Abele” (Ed. Progetto Cultura, Le gemme 2015) con la prefazione di Alessandro Zaccuri di cui alcuni brani sono andati in onda, nel giugno del 2017, su Radio Vaticana nella rubrica “Pagine Fogli Parole” a cura di Laura De Luca nell’interpretazione di Pino Censi; “Le stanze inquiete” (Edizioni La Vita Felice, 2016); “L’ombra dell’attesa” (Macabor Editore, 2018) con la prefazione di Elio Grasso, ristampa revisionata del libro “Verso Penuel” del 2003. Nel 2009 ha pubblicato la plaquette “Favola” (Lietocolle), con acquerelli di Marco Sebastiani. Il suo lavoro inedito “La vita in dissolvenza” (quattro monologhi al femminile) sono stati musicati dal chitarrista Stefano Oliva e presentati in vari teatri, associazioni culturali e Festival. Dal 2014 collabora con le Acquelibere Ensemble con lo spettacolo “Almanacco indocile”. Il 9 settembre del 2018 su Radio Vaticana è andata in onda la sua intervista impossibile ad Abele, interpretato ancora da Pino Censi, nella trasmissione “Domande impossibili” curata da Laura De Luca. Il 27 dicembre 2018 è stata ospite di Radio Radio nella trasmissione “Un giorno speciale” di Francesco Vergovich nella rubrica “Affari di libri” curata da Maria Gloria Fontana.
La cura del dire
Con chi dialoga Paolo Artale nelle sue conversazioni in giardino?
Dove parole e gesti, nel contesto di una natura prossima, sono disseminati attraverso molteplici, differenti cure. Delineando confini e delimitazioni e nel contempo spalancando passaggi e dilatazioni, ponendo rimedi all’incompletezza e insieme proponendo inedite soluzioni, cercando di volgere attenzione alla “paziente / ricostruzione del cielo”, così come alla devota edificazione di “punti di rugiada”.
È chiaro come, per l’autore, la natura rispecchi elementi di separazione e di distacco, nei suoi “aspetti di confine. / a esilio”, e nello stesso tempo consenta un’immersione totale in essa. E come, ancora, riesca a garantire “un impreciso numero di felicità”
Anche la parola viene coinvolta nell’azione naturale di ricomposizione e di creazione di nuove soluzioni, inediti disegni. E la natura, nei suoi “colloqui vegetali”, appare l’oggetto e insieme l’interlocutore privilegiato delle conversazioni, tanto da far supporre che proprio da essa venga raccolta un’eredità di cura e di parola.
Così, nella necessità etica di un pensiero rivolto alla ricomposizione, come nell’esigenza estetica tesa alla creazione, in questi testi di Paolo Artale sono soprattutto gli elementi della natura a sostenere la cura del dire, a proporre “soluzioni diverse come calchi di gioia”.
Da: conversazioni
-strada per Tovi-
per lato a confine di giardini o
qualcosa lasciato in dono:
costruire punti di rugiada.
questa estate è la prossima esitazione.
ma soprattutto i soffioni aperti.
profaniamo il bosco da ogni parte.
spesso i fiori sanno ripetersi
per imitazione. durante la notte.
***
deve cambiare questa aria in clausole
di piuma. vestigia
rimangono di intenti a fogliame.
propagate per semina si oppongono.
bacche.
un impreciso numero di felicità.
Da: acque di riposo. di composizione
***
osservando gli occhi delle altre, dice
è sbocciato quasi nulla tra le forme
private del caprifoglio.
un posto dove si aprono in un modo diverso.
dimenticano il dominio.
altra cosa è le proprietà del gelo.
la luce riflessa dal dorso degli insetti
il controllo delle- posizioni lontane
dove si trovano le cose cadute.
mentendo sulla bellezza feriale
sulla composizione del giardino
e delle terre sigillate.
i suoi orli nella finitura delle lampade
è come ammirare questa residenza
in una-altra estate fredda
***
sostituendo i pensieri delle altre, dice
e poi ripenso alle cuciture del bosco
il tentativo di educare la luce negli inneschi
o capsule- ugualmente
gli apici sono solo una parte della notte.
per poi diligere il contenuto del buio.
Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Ha fatto parte di diversi gruppi poetici e ha partecipato a numerose letture pubbliche. Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, su “L’Ulisse”, rivista on-line per la quale ha intervistato Antonella Anedda; sulle riviste “Resine”, “Atelier”, “La clessidra”; su “poeticodiario”, Lietocollelibri; su “Le vie della letteratura”, puntoacapo Editrice; su “almanacco punto”, sito on-line della puntoacapo editrice.
Dal 2010 al 2012 ha tenuto, in co-conduzione, un laboratorio di poesia per conto di un’associazione culturale. Dal 2002 al 2005 è tra gli autori di “invisibile voce” poesia a teatro contro la guerra.
Da diversi anni, sta approfondendo la conoscenza della letteratura dell’ottocento, soprattutto italiana e francese e della letteratura americana e inglese del novecento.
Dal 2015 collabora con “puntoacapo Editrice” di Alessandria. Ha pubblicato: ”La stagione sconosciuta”- Centro Stampa (1998); “L’abbandono” – EOS Editrice (1999) prefazione di Marco Merlin; “Una specie di quiete”- Dialogolibri Editore (2008); “Gli incanti” -Book Editore; “i meli”-puntoacapo Editrice (2014), prefazione di Valeria Serofilli.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti sia per l’edito che per l’inedito, tra i quali: la silloge “i meli” ha ottenuto la “menzione” alla XXVII edizione del premio “Lorenzo Montano”, sezione inediti; un testo tratto dalla raccolta inedita “conversazioni in giardino” ha ottenuto la “menzione” al XXIX premio “Lorenzo Montano”.
Hanno scritto di lui e della sua poesia: Angelo Lorenzo Crespi, Lorenzo Scandroglio, Giorgio Romussi, Fabio Simonelli, Marco Merlin, Giuliano Ladolfi, Manrico Zoli, Jacopo Marchisio, Valeria Serofilli, Emanuele Andrea Spano, Tito Cauchi, Raffaele Piazza
Con una scrittura densa e avvolgente – per concretezza visiva e sonora – l’autrice ci presenta un libro dove la parola è sganciata da ogni senso di realtà ordinaria e referenziale, per creare essa stessa il vero reale: quello di una poesia che ha, nel suo proprio e unico dire, la composizione di un mondo. Dunque non un’ispirazione a sé predestinata, ma “un movimento sotterraneo” in cui anche il vuoto che comincia a prendere mente e a farsi pensiero. E’ suono interiore che si rende visibile per farsi scavo verso il paradosso di un silenzio che parla sospendendo il senso. Perché la poesia è parola sempre nuova, che, da un passato sconosciuto, si riaccende oltre il significato, alla ricerca del senso che non trova. E’ così, come scrive l’autrice, che l’implosione di poeticità diventa un sentire necessario, che espone il poeta come “illusione ottica e sonora/.../ senza solco peso dimora”, lasciando spazio all’unico vero “io”: l’io poetico. Quello che solo è capace, non tanto di estrarre le parole che non sappiamo, ma anche di mantenerle sconosciute, perché possano, nel loro cammino nascosto, uscire improvvise in un’inedita visione: quella che ci fa veramente sentire che “di fantasmagoria si può vivere”.
Dalla sezione sfarfalii – armati – sottoluce
Claustrofonia
il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce
ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle
la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa,
chiaroscuro del Merisi
stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora
“...tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky
Dalla sezione giunchiglie trapassate
Ricreazione
Evito parole così a me uguali da risultarmi ovvia
non cercherò la trama – quella sottile – mai
scomparsa attesa di dire le cose
fatalità scorrevoli come gabbie aguzze
un pennino spuntato che non sa più curvare
la chiamavano Boccadirosa invece
un baco piovuto dall’alto sgranato sul filo
l’impronta sul colletto mille zampe conficcate
nei pensieri dalla bocca aperta io stormisco
di gelso nella luce verde con le foglie
Dalla sezione nonnulla da tenere
*
a volte penso a quelle scale compassate e smunte
ala passamano steso sopra una brughiera in ferro
spazzata da riccioli gaglioffi come un vento
*
mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto
sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani
domai saprò vederli sentirli nominarsi
e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore.
Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine dove tuttora risiede. Suoi testi sono presenti in alcuni periodici online e cartacei tra cui Carte nel Vento a cura di Ranieri Teti, EspressoSud a cura di Augusto Benemeglio, Noidonne a cura di Fausta Genziana, in varie antologie (tra cui Il Giardino dei Poeti ed. Historica e Fragmenta premio Ulteriora Mirari ed. Smasher), in blog e siti letterari come Neobar e Il Giardino Dei Poeti (collabora in entrambi come redattrice), Carte Sensibili, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Poetarum Silva, WSF, Linea Carsica.
Ha partecipato ai poemetti collettivi La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello e Un sandalo per Rut (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Il suo libro d’esordio è OLTREVERSO il latte sulla porta (ed. Zona 2012).
Per gli invisibili
Non la luce a picco sulle cose, che ne prevarica le ombre, piuttosto la luminosità bassa che le incipria e si insinua tra gli anfratti, portandone a vista gli aspetti più intimi e nascosti. Così illumina il sommerso la parola di Fernando Della Posta in Luce rasa.
Parola che, simile al sole radente tra le gole, “come lo sguardo di un amante”, si distende sulle cronache degli invisibili, sui gesti minimi, sulla forza di ribaltare stagnazioni e ripari. Muovendosi tra l’affettivo e il sociale, l’esistenziale e l’etico, il letterario e il naturale nei diversi testi spesso non titolati, lasciati esposti.
Dove, nello snodarsi delle storie dei vinti, trovano parola personaggi accomunati dal ruolo di “attore di seconda fila” o di comparsa. E dove il dire trae forza nell’opporsi a chi scarta “come fosse superflua / ogni visone ulteriore” e nel cercare, rispetto a tutto il difficile dell’esistere, di “farne salto / che precipita in nuova luce”.
E cos’è la poesia? Non è forse luce rasa che sceglie di non violentare le cose, ma di toccare, con voce d’amante, le più intime oscurità, così come i lati più mutilati del vivere? “Più che la bontà può la letteratura”, dichiara Fernando Della Posta, in grado, di fronte a oltraggi e consunzioni, di accarezzare le cose e i viventi, illuminare ogni solitudine, dare chiarore agli inciampi, consentire ogni volta di rimetterci al mondo.
(Questa raccolta è stata pubblicata nel 2020 da Giuliano Ladolfi Editore con il titolo "Sembianze della luce").
***
Non è facile, non è facile catturare una luce
nel temporale portato dal vento, mentre
la noia pasquale imperversa, e una parvenza
di perdita ci assale, una caduta al ribasso
tra le lente ore che passano, incespicando
in un buco, una gora, una traccia, una fiumara
che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono
di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla
dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via
questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.
***
Ci si può vestire
di versi di pelle sintetica,
farne cappotti da stendere
sui nostri anni irrisolti,
come a coprire cadaveri
il cui odore non si scioglie
nemmeno rivoltando le zolle
di una pagina bianca.
Ma si può farne salto
che precipita in nuova luce.
***
Dite a quelli
che cavalcano sicuri in superficie
che sotto di loro
c’è sempre stato
tutto un mondo sommerso
e che soprattutto il tempo
sostituisce fatti e testimoni oculari.
Odiarvi, odiarvi
quando a pancia piena
scartate come fosse superflua
ogni visione ulteriore.
***
Chi arriva prima sbiadisce lentamente.
Nonostante ciò l’usignolo di Keats
non avrà mai il becco scheggiato.
Luce naturale
Sono l’attore di seconda fila
la comparsa che riempie il paesaggio
la chioma dell’albero che sta nel contorno
la mia storia non ha importanza.
Spesso faccio flessioni sul tetto di un grattacielo
e guardo un mare sconfinato.
Spesso ravviso il tuo seno
nei chicchi di melagrana.
***
Più che la bontà può la letteratura.
Ogni sentiero deve segnare un passo,
ognuno deve raccontare una storia.
Fernando Della Posta. Nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, è laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario "Sistemi d'Attrazione", legato al festival "Bologna in lettere 2015", nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva e Il Giardino dei Poeti. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 "Gli aloni del vapore d'Inverno" per Divinafollia Edizioni, nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni, nel 2018 “Voltacielo” per Oèdipus Edizioni e “Gli anelli di Saturno” per Ensemble Edizioni, nel 2020 "Sembianze della luce" per Ladolfi Editore.
Bruno Di Pietro attua un confronto tra Impero Romano e società contemporanea al fine di trarne alcune considerazioni che dovrebbero aiutarci nella costruzione dell’Europa. La silloge - pur tessuta con l’intervento di diverse personae, imperatori, cittadini, militari, in cui ciascun individuo è visto sul fondale contraddittorio e contraddicente degli eventi storici - evidenzia anche il piano relativo al potere: esso è una fiera dalle cento teste, rispetto al quale le forme istituzionali non sono che strumenti di gestione ineludibili, necessari e tuttavia non sufficienti. Il potere è qualcosa che si rafforza anche col linguaggio e il poeta appunta la sua ricerca sulle formule linguistiche con le quali esso si descrive. Con una profusione di versi liberi, di endecasillabi, e settenari e ottonari affiancati a due a due, Di Pietro costruisce le sue arringhe, i suoi discorsi, le sue memorie, espressi da personaggi coinvolti a vario titolo nel progetto dell’Impero. E, ancora, a versi di misura tradizionale affida il commento ironico, il quale denuncia comunque la vacuità dell’avvicinamento tra ideale e realtà. Vedere in anticipo la sciagura non aiuta a evitarla. Ecco l’amara verità che Di Pietro non lesina di consegnarci e, per questo, la vena malinconica a volte emerge, assieme a quella, ma non assume mai il valore di un’assunzione pessimistica: nel computo della storia il negativo trova una sponda proprio grazie alla spinta propulsiva offerta dall’ideale.
XXVIII. Nerva
Fin quando la forza non prevarrà sul diritto
sarà solo il Senato a farsi inquisitore
di un senatore accusato di lesa maestà.
Io Nerva questa vorrei fosse norma perenne
per moderare forza e tirannia
( per quanto oggi la maestà sia mia).
La modestia si accompagna alla autorità del Senato
ora che il principato sembra essere un’idea del passato.
Vespasiano aveva ragione:
quale filiazione, quale adozione, quale legione
l’Impero necessita di una Costituzione.
XLIV. “L’Impero deve diventare adulto”
L’Impero deve diventare adulto:
è un insulto all’intelligenza (e alle casse dello Stato)
la guerra di aggressione e di conquista
di inutili e indifendibili territori.
C’è troppa resistenza fra i senatori
che con la guerra ci fanno affari:
cambierà la tendenza solo una sana immissione
di uomini delle province nel Senato:
questa infantile ideologia del confine
resterà infine un’idea del passato.
Così il Vallo resterà il confine permanente
fra la Britannia e il resto del continente.
Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: “Colpa del mare” (Oédipus, Salerno-Milano 2002), “[SMS] e una quartina scostumata” (d’If,Napoli 2002)“Futuri lillà” (d’If, Napoli,2003)“Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio” (Evaluna,Napoli 2008) “Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010)“Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011) “minuscole” (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017) “Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus ,Salerno Milano 2018); “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 20199. È presente in diverse antologie fra cui: “Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto” (Valtrend, Napoli 2008) Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m, Napoli 2012). Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra, Napoli,2012) Polesìa (Trivio 2018, Oèdipus Edizioni).
Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in diverse riviste e blog (Nazione Indiana, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier, Levania, Trivio, InVerso, Menabò)
Di silenzi, deserti, addii e altre cose
I
Quando il silenzio ingigantisce meteore di metafore e la languida ebrezza non può sfumare in circonferenza di abbracci, nella scrittura del tramonto si nasconde il tormento, evento circoscritto alle esperienze di fumo di un Perelà dissociato: confrontarsi con il proprio vuoto umano è assai dura fatica ma non deve vincere il deserto senza sfumatura d’espressione.
Come dire il mistero di questa esplorazione senza testimoni? Sforzo di udire il mormorio distante della galassia. Sguardi in apnea nell’oceano del non visibile. Parola murata viva nel suo svanente profumo di abisso. Orchidea nel buio, suppliziata intelligenza senza uditorio, io cerco un’illuminazione al principio dell’altrove. Là, dove abitano le ombre che furono i nostri primitivi sguardi.
Sorge dalla terra questa misteriosa mistica, che la stregoneria amplifica fino a farne la rosa pregiata nel giardino dei re. Udire la notte gravida di segreti, nel mutismo dei monumenti illuminati dalla luna o parlare sotto vento all’indolenza delle nuvole, che sperano ancora nella pioggia.
Quale musica allontana da me il maleficio del pensiero? M’interroga l’incendio e la marea azzurra delle domande senza risposta. Suvvia, questi cerchi nell’acqua sono da decifrare come la nudità dell’arcobaleno.
Unire a questa consapevolezza un oceano di bellezza da auscultare come un medico, nella sua agonia storica. Quale musica riunisce la croce e la rosa? Di quanti brividi è fatta la beatitudine sconosciuta? Quale ombra in agguato dietro il pensiero è pronta a balzare? Quale bestia si duole della perdita di sguardo all’acme del sogno? Con quali occhi non infetti visitiamo il crepuscolo?
Queste interrogazioni muovono il silenzio e lo costringono a specchiarsi nella parola, quest’acqua muta sotto la terra del segno. Disorienta questa ribalta senza pubblico, scrivendo l’onda di un encefalogramma in sussultante ritmo, sollevando obiezioni conto la regola del tacere oppure… Osservare senza catastrofe la venuta al mondo di una musica abissale come il silenzio dell’assoluto, per sapere infine che lo squarcio che attrae il pensiero è lo stesso che gli dà luce. Il deserto e il giardino qui trovano il loro incontro e nessuno conosce la formula esatta della fusione.
II
Così, vita, mi racconti l’infinita tristezza dell’addio, anche se la scrittura è ciò che ci dissuade dal piangere per celebrare la fluttuante bellezza del divenire. Oh cieli di madreperla delle antiche poesie, dove vi siete nascosti, nel fondo di quale lacrima nuotate? Non ci resta che educare il tuono a farsi sinfonia, trasformare il rumore della pioggia in una partitura jazz, adorare il vento che fa respirare le maree, tornare dunque pagani, sull’orlo della catastrofe terrestre, per vedere un tempio di Iside sulla luna o nell’acqua di un fiume la guizzante silhouette di una ninfa duellare con una bottiglia di plastica là gettata.
Sondiamo il precipizio della scrittura per estrarvi l’essenza di tutto il precipitare umano, il cui canto ci lascia esterrefatti come l’improvviso bagliore di una lucciola in un parco la sera. Eccoci, dimentichi del nostro volto, inabissati nell’anonimato della folla sciamante, nell’immensa città, di nuovo riconnessi con la dimensione dello sgorgare pianto, là dove cresce il riso indifferente della gente. Fiume di una parola che traduce l’essere in un riflesso del tacere ambiguo delle montagne tutt’intorno e da questo tacere noi estraiamo il ricordo di una risata infantile che disegnò nell’aria la storia delle nostre angosce future.
Perché tutto è intrecciato e se parlo groviglio è perché la vita nel suo erompere è caotica e sfuggente e se la morte è impensabile, questo impensabile accompagna come ombra ogni pensiero.
Siamo inseparabili dall’abisso, generati in una notte di follia da un dio che è una cicatrice e da una dea che è una striatura rossa su una pietra. Figli di un’antichità tramata d’impossibile, dove una notte cieca guida poeti notturni a fondersi con il verso del gufo o della civetta. L’essere è incapsulato nel nulla ed è assai dura fatica togliere la millenaria patina di silenzio da ogni parola umana.
Così, vita, mi racconti che ogni addio è infinito e su questa corda tesa danzano come lacrime le ore di gioia passate con la persona con cui condividemmo un’unione, o con l’animale che leccò dalla nostra mano il peso dell’angoscia.
Non c’è addio in fondo, perché se tutto è addio, il vuoto è il precipitato cosmico cui fare affidamento per descrivere l’esperienza da carcerato dell’essere umano, serrato fra nulla e nulla.
Così l’abbaiare di un cane morente, che molto si è amato, ci penetra nell’anima come il soffio della caducità che tutti ci accomuna nello stesso gorgo. La scossa delle lacrime diventa dunque simbolo di un dolore universale e ci invita a vedere nell’acqua dell’oblio naufragare la nostra faccia, tutte le facce, la siepe, l’infinito, Dio. Solo rimangono, smisurati, i silenzi stellari che nessuna lacrima può scalfire e dove nessun grido riecheggia, nessun pianto.
***
Si presenta qui il tema della decifrazione. Ma come decifrare tutte le vibrazioni dell’atmosfera, del corpo, del pensiero stesso mai del tutto silenzioso che, il silenzio, genera domande?
Simboli da decifrare di una partitura scritta e taciuta, groviglio di suoni e di soffi verso un Là dove abitano le ombre che furono i nostri primitivi sguardi.
Ettore Fobo (pseudonimo di Eugenio Cavacciuti) è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni” (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015) e un audiolibro “Poesie allo stato brado” (2020). Con la casa editrice Montedit pubblica la silloge “Canti d’Amnios” (2020)
Sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT” (Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan”, con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta” e con il blog collettivo “Bibbia d’Asfalto”.
Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, francese, inglese e spagnolo.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti a concorsi letterari, fra i quali: vincitore ai Premi “Le Occasioni (2018), “I Colori dell’Anima” (2018), “Il Sublime - Golfo dei poeti” (2018), “Besio 1860” (2019), segnalato al Premio “Lorenzo Montano” (2017, 2018 e 2019), Premio Speciale della Giuria a “Ossi di seppia” (2019). “Musiche per l’oblio” è stato fra i libri selezionati per il “Premio Gradiva” (2019). Il 15 febbraio del 2020 fonda il Movimento del Mitorealismo di cui scrive il primo dei manifesti.
In quel rassegnato profilo sul divano
antica gioia forse ti sorprende
il mattino eterno di un giardino
l’ineffabile presenza degli alberi nel cielo
quasi una spina alle tue spalle
e il levitare silenzioso della notte
rimbalza come un mare fra le case
la sua luce vuota ancora mi raggiunge
oltre il sussurro della memoria.
***
La mano leggera del poeta traccia segni perenni. Ascolta i silenzi. Ascolta il battito che senza sosta attraversa le cose, pulsa nelle profondità del sentire. L’osservazione che si interiorizza qui produce un effetto straniante: può un albero diventare una spina? Un mare, proprio un mare e non una laguna, in quale altro luogo potrebbe essere collocato tra le case, se non in una poesia?
Nel testo c’è qualcosa che non si ferma e sempre agisce nel pensiero, diventa portatore di senso. Leggere ci trasporta a guardare il dipinto di un interno: forse Hopper, quando nei quadri inserisce finestre. Nel testo di Miro Gabriele la fisicità non è statica, si coglie un continuo lieve movimento che costantemente attraversa “Forse”: forse gli alberi sono mossi dal vento, si percepiscono le fasi del giorno dal mattino alla notte, è presente l’immanenza mobile delle sfere colte fino al levitare montante dell’oscurità, che qui diventa “luce vuota”.
Miro Gabriele vive a Roma. Ha pubblicato per l’editrice Ianua, Edizione del Giano Roma 1988, Odi et amo, una traduzione di poesie di Catullo, con prefazione di Luca Canali. Presso lo stesso editore nel 1992 ha pubblicato Il Gaio Verso, antologia di poeti latini.
È stato inserito da Luca Canali nella raccolta I poeti della ginestra, Lalli editore 1989. Assieme a Maria Luisa Spaziani ha partecipato al primo Reading di poesia contemporanea tenutosi ad Agnone nel maggio 1991, da cui è stato tratto il volume Ad alta voce, editore Enne 1992.
Ha vinto il premio Montale per la poesia 1992, e compare nell’antologia Scheiwiller Sette poeti del premio Montale, Milano 1993. Compare anche in Vent’anni di poesia Passigli Editori 2002.
Ha pubblicato il romanzo La vita incerta Valter Casini editore 2004. Ha pubblicato inoltre, con Anna Maria Giannetto, Navigare - Versioni e temi di lingua e cultura latina, Zanichelli 2006, testo di latino per i licei.
Nel 2014 è uscito Le Città Antiche ed altre poesie Ginevra Bentivoglio Editoria, con prefazione di Alessandro Fo.
È presente nell’antologia “Poesia luce del mondo” a cura di Francesca Farina, Bertoni editore, pubblicata in occasione della Giornata mondiale della poesia 2019. Il suo ultimo libro, Dentro lo sguardo, è stato pubblicato da Ensemble nel 2020.
In questo canto d’amore, disorientante ma totale, Michela Gorini, mette in scena il frantumarsi del senso e dei sensi, di cui solo la scrittura poetica – nelle sue indefinite e sorgive diramazioni intime – può dire qualcosa: cercando, tra difficoltà e tremori, un’ardua ricomposizione. L’autrice divide l’opera in quattro parti. La prima apre alla richiesta di un senso che il corpo, altro da sé, può solo significare in dissolvenza e silenzio, che “si nutrono in briciole”. Nella seconda lo scenario guarda la voce allontanarsi verso una perdita che si riaccende nella solitudine di un amore a due:ma, precisando,“io tu/e non scriverci noi”. E in questo è centrale il dire poesia con la lingua che non c’è. Così nella terza la parola mancante, quando arriva, è da lontano, anche incompresa, ma illumina. Perché è lingua madre e madre di lingua in ciò che rinasce. Nella quarta il dualismo amare/amarsi conosce la non-possibilità del “verso intatto”;perché lì dove i segni non arrivano, “la produzione di amore” rischia di perdersi. Ma, paradossalmente, nell’ambivalenza del titolo la vediamo arricchirsi. Quanto e quale lavorio occorre ai viventi per toccare o anche solo sfiorare l’atto d’amore? E cosa nasce nei luoghi metamorfici di amore in sé; quale condizione generatrice di sensi? Un libro, allora, da leggere tutto col fiato e nel piacere dell’affanno.
Dalla prima parte
poesia sola generosa desiderata
perdona ogni istante
me respiro fino al nucleo
patente
riciclo la sua eco
mi concede il tempo di
serbarla espirarla fino a potersi
non digerire
di traverso passa fende le membra
patisce l’anima geme e urla
tutto il mio silenzio impossibile
scuote ogni paura di crudo
ripensamento
non credo ai giullari – e per essenza
non vedo chi ho davanti
[il mio silenzio impossibile]
Dalla seconda parte
si tratta
di due solitudini
del tuo
battito incoerente
del tuo
crederti acceso e diretto
del tuo
muoverti
fermo
restando
crepe del tuo sguardo
prenderesti
les plus desert liex
[si tratta di due]
Dalla quarta parte
[ma tu] non cerchi il mio corpo
cerchi un corpo – un’ombra pieghevole
non mi celebri l’anima, pronto a separarne
un pezzo – all’occorrenza reputarla tediosa
non sogno una congiunzione di artifizi
[ma tu] non ami ciò che parlo d’essere
preferisci tagliare d’istinto la mia trasparenza
e disperderti in quell’aria circostante dove
giochi il tuo tempo in
sequenze ripetute
[ma tu]
Michela Gorini è nata a Pesaro nel 1971, dove vive e svolge libera professione come psicoanalista. Si è formata a Roma e specializzata secondo l’orientamento psicoanalitico di Jacques Lacan. Da sempre interessata alle tematiche del femminile, ha tenuto diversi incontri pubblici, in particolare: la presentazione del documentario di Elisabetta Francia Parla con lui: la voce maschile all’interno della coppia.
Varie conferenze tra cui L’amore imperfetto; La donna, inventarsi per essere. Nel 2017 ha partecipato all’ultima edizione de L’angolo della poesia. Questa è la sua opera prima.
Verona rupes
è questa la notte?
la notte in piedi che decide
la notte bianca dei conigli
ultravioletto violento tra
magnetismo gravità
bande spettrali sequenze intermittenti
frequenze asperse
elongazioni
orientali benedizioni
fotometrie di qui a la stella quella alta a l’apparenza spinta radiante
sorgente arrossa
cala energia
nell’ultimo segnale musicale onda al perielio
una boccata presa a caso sopra il lungomare
stacco strappi sottili ceneri arguzie senza testo a fronte
seguo l’osservazione misurabile l’inclinazione
tra incudine tempi scomposti
arrischio strettoie angolari
a favore di buio
corro di là
di là vantano effetti possibili
***
Quando il primo verso è una domanda, una domanda che potrebbe essere tratta dal dialogo interrotto di un film d’autore o dal monologo interiore di un viaggiatore notturno, cosa succede dopo, nel testo?
Qui succede qualcosa di caosmico, tra gravità, frequenze, fotometria, stelle.
Il pretesto, come ci dice il titolo “Verona rupes”, è spaziale, e riguarda la scarpata più alta del sistema solare. Ma essendo un pretesto, consente a Iria Gorran di dispiegare una ridda di effetti interstellari, accompagnandoci in un mondo di elementi rarefatti, rappresentato nel momento di fluttuazioni inimmaginabili che la poetessa traduce in versi calibrati sulla dimensione umana. Proprio qui risiede la bellezza particolarissima di questa poesia: nella trasposizione terrena di un tema celeste, nel passaggio tra il perielio e, quaggiù, una strettoia.
Così, tra il lontanissimo e il possibile, da ultravioletti e magnetismi a “una boccata presa a caso sopra il lungomare”, Gorran ci rende partecipi di multipli viaggi che, probabilmente inconsapevoli, continuiamo a compiere; ci porta in un punto della notte che è rischio senza paura, in un punto dove si accendono i sensi.
L’ideale accompagnamento musicale, il sonoro per questa poesia potrebbe essere il brano “Interstellar overdrive” dei Pink Floyd.
__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Iria Gorran (1957) ha origini croate e formazione classica. Fa esperienze teatrali in Sicilia; segue studi di Architettura a Roma. A Firenze frequenta l’Università Internazionale d’Arte e l’Atelier di Paola Bracco. A Genova lavora al restauro degli affreschi della chiesa della Santissima Annunziata, con interventi di ancoraggio e consolidamento. A Milano frequenta la scuola di Pinin Brambilla Barcilon e si occupa del Cenacolo di Leonardo. A Montalto Pavese lavora al restauro di tele del Seicento nella pieve di Sant’Antonino Martire. Testi di riferimento: Il corvo e i racconti del mistero di Poe, la Commedia di Dante. Ancoraggi filosofici: la scuola ionica di Mileto e Parmenide. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra. Vince “Opera Prima” 2018 di Anterem Edizioni con la raccolta “Corpo di Guerra”.
Il corpo estraneo della poesia
Dentro quali profondità, quali dolori, si forma, da un intruso che ferisce e si insinua nel profondo del corpo e del pensiero, la bellezza straniante di perlamara? Sonia Lambertini vi riversa, congiuntamente, il male che taglia corolle e ali al respiro e la parola che resiste al corpo estraneo e vi innesta sementi e spore di vita.
Una sofferenza cosmica e personale, a partire da “un vuoto esilio, suono assoluto”, colma i versi che si fanno strappo sintattico, insieme ai nomi che ne richiamano il patire: in un “mal stare”, tra il buio che rincuora e la “malanotte” tra lo stato di “mala grazia” e la ricerca di un centro, di un senso, a “malapena a stento”.
La parola diventa perciò l’alleata del vivere, scioglilingua che forma in bocca la sua sofferta perla ,“Giocavo a rotola parola / corpocarta perla amara”, così come urto sonoro in combattimento: “Staglia la lingua, battaglia / striscia”. Con un respiro breve e affannato, a volte, con il fiato che si alza leggero, altre, a ossigenare il dire di inedite figure.
Muovendosi nei sottofondi, “Sottoterra bisbigliano, / sottoterra. Gridano i folli”, a partire dal buio e dall’assenza di sé, dove “Qui non c’è corpo // non c’è un filo di luce” per arrivare al chiarore affidato a una medusa abissale, la cui “gola è acqua nera e il buio / fa brillare di luce propria chi può”, Sonia Lambertini dà vita, nei suoi versi, alla perla sofferta e preziosa della poesia.
***
Cosa ne faccio dei fiori
gingilli a strappo,
sul corredo corrono a crocchio
soffio di aliti pollini
e l’antèra mia dondola,
autofertile il mio fiore
ha il fiato corto giù, nell’anello
ancora il centro del mondo, pare.
***
In alto e circolare, respira
alza il fiato e l’occhio
mezzaluna la sera
è naturale: leggera, un grammo
più o meno la piuma,
il ventre è spazzato da un nido di uccelli.
***
Qui non c’è corpo
non c’è un filo di luce, da infilare gli aghi
da cavarsi gli occhi, non c’è lingua
che mangi le parole, da scavare il petto
c’è un buco a forma di peccato
un vuoto esilio, suono assoluto
da stare piegati in due centimetri
di terra, a guardarsi i piedi
da cavarsi gli occhi
non ricordo nulla dei rammendi
dei miei ritagli, solo pause
ritmi irregolari, da tremare in testa
da scordare il mondo.
***
Giocavo a rotola parola
corpocarta perla amara,
ripetevo a sgrana dita
sfilavo dalla bocca
bacche, lingua secca
filigrana di preghiera
corpocarta perla amara,
ripetevo a squarcia noia.
e poi un vento dal deserto
le coprì tutte, le parole
***
Staglia la lingua, battaglia
striscia. Sottoterra bisbigliano,
sottoterra. Gridano i folli, s’incurva
il merlo; sbecca, mutila il canto.
***
Il plenilunio di novembre
eccita i coralli e nel ventre
schiude l’ombrello la Periphylla,
la sua gola è acqua nera e il buio
fa brillare di luce propria chi può.
Sonia Lambertini vive a Ferrara. Sue poesie sono state pubblicate su «La clessidra», Semestrale di cultura letteraria, Joker Edizioni, 2015. Ha pubblicato la raccolta poetica Danzeranno gli insetti (Marco Saya Edizioni, 2016). Una selezione di poesie è stata tradotta in inglese e pubblicata nel «Journal of Italian Translation» - Volume XII, Number 1, Spring 2017. Ha pubblicato il racconto Les incurables in AA.VV, Anatomè (Ensemble, 2018).
La prosa compatta di Franca Mancinelli in “Libretto di transito” descrive una percezione che assedia le cose per estrapolarne un succo, una figura, un senso. La ricchezza del reale, la sua complessità o estraneità non ha valore se non dopo che sia stata riconosciuta, messa nero su bianco e in tal modo fatta reagire col sé. Allora la scrittura riconquista un potere epifanico; attraverso essa vediamo l’incongruità messa a frutto, la disomogeneità riammessa su un riconosciuto binario: “Nessuna presenza, nessuna costanza delle cose”. La scrittura porta il peso anche del dialogo, della comunicazione con altri esseri; essa non avviene attraverso le parole, ma con gli sguardi e le sensazioni. La casa, le soglie, il giardino, il treno sono luoghi per incubare le nascite, per trasferire le proprietà fisiche tra gli esseri: ecco che la voce di lui è attraversata da uccelli di alta quota, oppure una faglia gli infrange le costole. La scrittura fa parlare il mondo, ce lo presenta come mai visto.
***
“La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso si perde, crescono erbe dure dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.
***
Ero una casa abitata da piante che si sporgono ai vuoti, sottili si avvolgono dentro il franare dei muri. Si è dimenticata la porta, questa casa, l’ha inghiottita come un boccone messo un po’ di traverso. È così che vengono e vanno: rondini in cerca di rifugio e poi libere gridano di piacere.
Nessuno calma il grido. Non c’è niente da donare in pasto. Non si dorme con questi che chiedono cibo, grattano con il becco e le unghie, in volo spezzato, sporco su ogni cosa. La mattina le strade, e il loro grido insaziato. La grande ciotola della piazza.”
__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), Libretto di transito (Amos edizioni, 2018), uscito in traduzione inglese presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York) con il titolo The Little Book of Passage. Una riedizione dei suoi due primi libri è raccolta in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018). Suoi testi sono compresi nell’antologia Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017).
Una corrispondenza tra scala cosmica e scala umana è per Danilo Mandolini, in “Anamorfiche”, sempre riscontrabile. È come un memento che ricorda ciò che è ciclico sia nelle grandi orbite sia nella vita di un singolo. Ma anche orme, scie, segni riscontrabili sull’acqua e fra le nuvole. Il poeta è alla ricerca non di una medietà, ma di una misura. La misura è ordine, ma in ogni cosa Mandolini avverte soprattutto dolore e angoscia. L’assurdo pare il tristo pescato dell’ascolto e dell’osservazione, mitigato soltanto dai momenti di quiete in cui il poeta riesce a porsi dinanzi al mondo, sottraendo “alla temperie urgente del nulla” anche un solo sguardo. Riuscire, pertanto, a sentire il divenire come diverso dal normale percepire, lì dove il tempo non occlude più le peregrinazioni della mente nell’eterno, è l’agognato fine. Il futuro, non solo il passato, risiede in noi e il vuoto riempie nuovi spazi: le nostre stanze senza punti di fuga o prospettive limitanti.
***
L’improvvisa eco che porta
dalla cucina il tumulto
duro dei piatti impilati
e insieme spostati
è norma di consuetudine,
è familiarità fortuita
che senza indugio si riconosce
anche se a provocarla è
l’agire appartato
d’uno sconosciuto qualunque.
***
L’esistenza ferisce
con ferite che sono
ombre vocianti di soldati
ammassati al fronte
che più non torneranno o che,
anche se torneranno,
mai li incontreremo.
Danilo Mandolini è nato nel 1965, vive ad Osimo (AN). Scrive poesia. È ideatore e curatore di “Arcipelago itaca” blo-mag. Si è sempre occupato di Marketing e Vendite. Oggi è anche editore. Sue poesie e suoi racconti brevi sono apparsi in antologie, blog e riviste. Ha ottenuto numerosi Premi e riconoscimenti. Ha pubblicato in versi: Diario di bagagli e di parole, 1993; Una misura incolmabile, 1995; L’anima del ghiaccio, 1997; Sul viso umano, 2001; La distanza da compiere, 2004; Radici e rami, 2007.
L’intonazione del vivere
Che la poesia, nel suo farsi, proceda attraverso continui avvicinamenti al senso segreto delle cose e dell’esistere, è quanto, a partire dal titolo, ci mostra Francesca Marica in Concordanze e approssimazioni.
Il bisogno di conoscenza sospinge i versi poiché “c’era qualcosa da scoprire, / ma bisognava tradurre quel bisogno”, anche se poi giunge la constatazione che, in fondo, “si conosce solo quello che è già stato immaginato”. In una alternanza, che si pone spesso come diversità di tono, con versi in tondo e in corsivo, tra i momenti riflessivi e il dialogo diretto con vari interlocutori, tra resistenza e abbandono, dissenso e cura. Tra le crepe del vivere e il bianco e la neve così spesso richiamati, tra l’esigenza del dire e il silenzio che prende la parola.
Dove il pensiero sull’esistere è scandito dai tempi del vissuto. Dove “La bellezza è un’ingiunzione” e “L’esilio è una prova di resistenza”. Nell’esigenza di trovare consonanze, muoversi accanto, tenere per mano. Attraverso l’attenzione a sfumature e spiragli, a “piccoli gesti di dimenticanza” e a “minute acrobazie”, così come ai dimenticati e ai sopravvissuti della storia e degli affetti...
In cerca di un’intonazione che consenta alla vita e alla voce di prendere e di dare forma, nel farsi carico di una parola in grado di dare senso a perdite e abbandoni, Francesca Marica ci indica che “Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione. /Tutto sopravvive a un altrove”.
Da "Il tempo indietro"
***
La storia si ripete e lascia andare.
Non trattiene perché quella è la vittoria
incisa tra lo scheletro e il cielo
dove neanche tu sai, neanche tu puoi.
Bisogna camminare accanto per capire.
Come la parte migliore,
la forma assoluta e vicino allo zero,
un’isola che non è gelo ma nube,
la possibilità di una danza tra i larici ingialliti.
L’inverno è spostare il bianco con la mano,
per andare giù nel profondo, con le dita.
***
A buon diritto il freddo ha preso casa,
assomiglia a una montagna il suo profilo,
un facile rimedio per chi è costretto a ricordare.
Non c’è riposo che sia vero per la meccanica del tempo,
si ripete uguale il suo copione come in uno scherzo.
In fondo si conosce solo quello che è già stato immaginato.
Da "Dalla parte dell'acqua"
***
È una concezione del male meno sottile quella che proponi,
le parole che dici un incantesimo, la notte poi lo sai che arriva
ma i conti non tornano anche quando sono in eccesso.
L’esilio è una prova di resistenza.
Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione.
Tutto sopravvive a un altrove.
***
Questo bianco non mi trattiene più.
Gli eventi con anticipo hanno fatto un balzo
perché la storia è fronde e voci.
Bisognerà farsi neve, ingoiare il sale,
prendere forma - come uno strumento,
un fiato, una nota che ha trovato la propria intonazione.
Da "Interstiziale fra elementi uguali o analoghi"
***
Lo spaccarsi della crepa
l’umidità che cresce e alleva rose.
I piedi svelti, i passi indietro,
il tuo segreto a lato
come un pugno lo racconti nella notte.
È il tremore di chi ha scelto di cadere
scampato il precipizio, a poco a poco.
***
Ti dico stiamo qui e in nessun altro luogo,
il resto sono storie inventate, sono scuse.
Profondità abissali, talvolta enigmatiche.
Ti cedo la parola, tu consegnami la voce.
Fai in modo che io possa poi parlare.
Francesca Marica (Torino, 1981). Vive a Milano, dove esercita la professione di avvocato penalista, dedicandosi prevalentemente al disagio e alla marginalità giovanile, alla violenza sulle donne e alla tutela delle fasce deboli.
Redattrice e curatrice di riviste letterarie, si occupa di critica poetica. Cura su Carteggi letterari la rubrica Segni, cifre e lettere e la rubrica La poesia del giorno. Ha collaborato con Argo, Poesia del nostro tempo. Traduce dall’inglese e scrive di teatro. Concordanze e approssimazioni è il suo primo libro.
Bianca Battilocchi
Dublino, aprile 2020
Simone Martini, Annunciazione e i santi Ansano e Massima, 1333, dettaglio.
(a Michel de Certeau e James Hillman)
Simili a sordi, ascoltano e non intendono.
Per loro vale il detto: presenti, sono assenti.
(Eraclito, fr. 50)
Che muffa che truffa
questa prigione
le partite di solitario
l’attesa di una chiamata
sarà dato vedersi ancora
il mio imponderabile arrivo?
potrò ancora arrivare?
sogno un occhio
allenato alla trasversalità
al sintomo alla visibilità sparente
un orecchio che oltrepassi
più in alto del silenzio
un annuncio è atteso
o non c’è più tempo?
ricordate chi sono
e le incisioni
la memoria di corpi solcati?
perché non parlano più quelle tracce?
permettetemi di imprimere con inchiostro allora
afferrare con carne una tromba o una viola
muovere le foglie col canto
e farle ammirare dall’occhio
instancabile di verifiche
vi inviterò
ad abbattere le frontiere del tempo
che la mia parola hanno chiusa in libri dimenticati
seppur ben catalogati
fateli rifulgere di luce piena quei corpi inscritti
che morte non devono conoscere
chiudete gli occhi per vedere
il mio volto fiammeggiante
quei dardi che bombardano i confini
cesserà il senso dei clivaggi
lo strapiombo o l’elevarsi
si farà spazio sola
la fusione liberatrice
ascoltami umbratile anima
dispiega quell’infiltrato ardore
in moltitudini di esplosioni
restituisci l’evanescenza
che alla parola e a noi appartiene
tu stessa
effimera
puoi parlare di me
Prima ancora della ragione vi è il movimento vòlto all’interno che tende verso ciò che è proprio.
(Plotino, Enneadi, III, 4.6)
Bianca Battilocchi (Fidenza, 1988) ha studiato Lettere all'Università di Parma e Paris 3 Sorbonne Nouvelle. Ha ottenuto un dottorato di ricerca sui Tarocchi inediti di Emilio Villa presso Trinity College Dublin, dove insegna dal 2016. La sua ricerca esplora i territori della poesia e delle arti contemporanee, i linguaggi sperimentali e i riaffioramenti dal passato di archetipi e simboli ancora operanti. Suoi interventi sono usciti per “Griselda online”, “Parole Rubate”, “Carte nel vento”, “JOLT – Journal of Literary Translation”, “Engramma”, “Nazione Indiana” e “Hypérbole”.
Cartolina
Da sinistra: Isabella Caserta, Piera Legnaghi, Vittorino Andreoli
Bozzetto di Albedo
Piera Legnaghi, scultrice. Lavora il ferro e l’acciaio dalla piccola alla grande dimensione: cerca relazioni e armonia nei luoghi dove colloca le sue installazioni. Ama scrivere poesie, parole come materia da plasmare. È stata finalista al Premio Montano nel 2003 con il libro “A cuore aperto”, Ponte Nuovo Editore, Verona 2002.