Questo nuovo numero di “Carte nel vento” si apre e si chiude con un omaggio a Franco Beltrametti (1937-1995), storico collaboratore, per vent’anni, di “Anterem”. Tutto avviene attraverso i contributi di chi l’ha conosciuto e ha vissuto con lui una stagione poetica appassionante: Mara Cini, Giulia Niccolai, Anna Ruchat. E mediante il racconto di chi l’ha invece conosciuto profondamente per mezzo delle sue opere, Francesca Marica e Stefano Stoja.
Abbiamo inoltre il piacere di presentare, in diretta continuità con il numero scorso, altri poeti e prosatori selezionati dal Premio Lorenzo Montano 2019, tutti introdotti dai redattori di “Anterem”. In audio e videoletture, in alcuni casi con vere e proprie ricreazioni dei testi con innesti visivi e sonori: Elena Cattaneo, Morena Coppola, Marco Ercolani, Paolo Ferrari, Giovanni Infelìse, Maria Grazia Insinga, Antonella Lucchini, Giulio Maffii, Roberto Minardi, Loredana Prete, Maria Pia Quintavalla, Claudio Salvi.
“Carte nel vento”, prendendo vita dalla realtà del Premio Lorenzo Montano, da sempre pubblica le autrici e gli autori che lo hanno reso considerevole e che lo animano, edizione dopo edizione, da moltissimi anni: è un periodico on-line che opera in stretta connessione con l’esperienza della rivista “Anterem”, da cui tutto questo origina.
Buona lettura, buon ascolto, buona visione. Ranieri Teti
In copertina: Franco fotografato dal figlio Giona Beltrametti nel 1980 e “Corrispondenze 1977-1995”, archivio Mara Cini
Cinquantotto anni sono pochi, pochissimi, sono un tempo infinitamente piccolo per chi la vita l’ha divorata, sfidata, presa a morsi, celebrata e onorata. Per chi la vita, in una parola sola, l’ha vissuta. I (quasi) cinquantotto anni di Beltrametti sono stati pochi, disgraziatamente pochi, ma anche straordinariamente densi, travolgenti, abitati da molti amici e molte presenze. Come racconteranno negli interventi successivi le persone che lo hanno conosciuto, che gli sono state amiche e che ne hanno curato le opere, Franco è stato una persona generosamente e autenticamente interessata all’incontro con gli altri; una persona viva, curiosa, che non si è mai risparmiata in nulla e il suo tempo lo ha speso intensamente fino all’ultimo dei suoi giorni.
Franco Beltrametti nasce a Locarno il 7 ottobre del 1937 e muore a Lugano il 26 agosto del 1995, improvvisamente e in piena attività.
L’esordio poetico risale al 1970. La plaquette, pubblicata dalle edizioni GEIGER di Adriano Spatola e fratelli, ha un titolo curioso: Uno di quella gente condor.
Lì vengono raccolti testi scritti tra il 1965 e il 1968 e legati quasi interamente alla sua prima esperienza in Giappone e California. Il titolo gli viene suggerito dallo stesso Spatola durante uno dei loro primi incontri a Roma e nasce dai versi finali della poesia Un uccello? Un’aquila?
In quella plaquette, dall’aspetto sobrio e minimale, sono già rintracciabili tutti gli elementi che diventeranno fondamentali nella poetica beltramettiana: l’immediatezza e l’essenzialità dei versi, la sperimentazione di un linguaggio nuovo, il sacrificio dell’io poetico in favore degli oggetti della realtà, il suo continuo interrogarsi sul rapporto tra incompiuto e immediato.
Il poeta Nelo Risi in una lettera indirizzata a Beltrametti all’indomani della pubblicazione scriveva: Vedo che anche lei appartiene (come Cid Corman) a quella razza di poeti girovaghi che sembra aver preso l’avvio da Allen Ginsberg. Il suo CONDOR vola alto, secco e tagliente, o casca giù dal cielo come una pietra. Davvero lei è riuscito a prosciugarsi in così poco tempo (3 anni!) tra Kyoto e Los Pedres National Forest? E prima, come scriveva prima? Pound e Cummings c’entrano nella sua formazione?
A quella lettera, in cui scorge una profonda comprensione del suo modo di intendere la vita e la poesia, Beltrametti risponderà poco tempo dopo proprio con una poesia, la numero 24 del suo libro successivo Un altro terremoto: “Il suo condor vola alto/secco e tagliente o casca giù/ dal cielo come una pietra”. ecco proprio come/pensavo dovesse essere/ gli rispondo contento/ quando tira vento/ mi aspetto di vedere/ il tetto della baracca/ volare via (29.07.1970).
Ecco proprio come pensavo dovesse essere. Il risparmio e l’immediatezza verbale che caratterizzano l’esordio di Beltrametti (frutto anche della sua ammirazione per le forme poetiche orientali) e il suo genuino interesse per il processo creativo più che per la finalizzazione dell’esperienza creativa secondo la celebre formula beat First Try, Best Try (nel 1990, in un’intervista ad Antonio Ria, Beltrametti dirà che il risultato è solo una messa a fuoco delle tracce) caratterizzano anche le plaquette degli anni a seguire. Beltrametti è stato un poeta prolifico; si contano oltre sue cinquanta pubblicazioni.
Tra i suoi lavori più noti: Un altro terremoto nel 1971 dedicato ai compagni del Belice (edizioni GEIGER); In transito nel 1976 (sempre, GEIGER), allora: poesie 1977-1981 (GEIGER, 1981), 1984 – 15 poesie x Irene Aebi & Steve Lacy, nel 1984 (TAM TAM), 19 permutazioni nel 1986 (Edizioni Inedite/Milano), Tutto questo nel 1990 (Supernova), Monte Generoso nel 1991 (Josef Weiss & Ascona Presse), Dossier Villon con Corrado Costa nel 1991 (Elytra), Trattato nanetto nel 1992 (Supernova), Codice Biancaneve con Dario Villa nel 1992 (Scorribanda&Edizioni Nanette), KTCFYW con Tom Raworth nel 1992 (Scorribanda & Infolio), Poesia diretta con Antonio Ria nel 1992 (Edizioni Mazzotta), Logiche & illogiche nel 1994 (Giona Editions), Perché A nel 1995 (Supernova), Choses qui voyagent nel 1995 (Edizioni Mazzotta).
Ma la poesia non esaurisce la produzione artistica di Beltrametti. Accanto al Beltrametti poeta hanno convissuto, con identica forza, impegno e rigore, il Beltrametti saggista (Belice: lo stato fuorilegge, 1969), lo scrittore in prosa (Nadamas, 1971, GEIGER e Quarantuno, 1977, Cooperativa Scrittori), l’artista visivo e il collagista (numerose sono state le sue personali, soprattutto in Francia, Italia e Svizzera; il segno grafico e il dato figurativo sono stati elementi sempre complementari alla parola; talvolta è stata la stessa parola a farsi segno grafico), l’editore e il redattore di riviste di poesia (Abacadabra e Mini – la rivista più piccola del mondo, nata da un suggerimento del figlio Giona), il curatore di antologie (Montagna Rossa nel 1971 realizzata con la moglie Judy Danciger e C/O nel 1984 dedicata interamente alla poesia visuale, realizzata in collaborazione con la poetessa e amica Patrizia Vicinelli), il traduttore (sono sue molte delle traduzioni degli amici beat americani, per esempio), il performer e l’organizzatore di festival di poesia (P77, la cui prima edizione ha luogo a Venezia nel 1977, assumendo negli anni successivi una vocazione internazionale) e, non da ultimo, il collaboratore di numerose riviste indipendenti e underground, tra cui TAM-TAM (poesia/Italia), Anterem (poesia/Italia), Cervo Volante (poesia/Italia), HOTCHA! (poesia/Svizzera), Coyote's Journal (poesia/USA).
Come ha ricordato l’amico Dario Villa su Il Manifesto all’indomani della sua morte, Beltrametti ha inseguito sempre la poetica del frammento, partendo da una posizione di centralità della marginalità e con lui se ne è andato uno degli ultimi rappresentanti di una generazione di irregolari e clandestini della letteratura.
Uno degli ultimi irregolari e clandestini, verissimo. Tutta la sua vita e la sua produzione artistica sono state una testimonianza concreta della sua vocazione di irregolare e clandestino e anche le sue scelte editoriali non potevano che confermare quella vocazione: Beltrametti ha sempre prediletto i piccoli editori indipendenti e tutta la sua opera letteraria è composta da plaquette a tiratura limitata e da uno svariato numero di pubblicazioni in rivista dove si è mantenuta sempre alta e costante l’attenzione all’attimo, alla velocità di esecuzione e stesura del testo, all’economia delle parole. Come ha scritto Niccolò Scaffai nel 2005, Beltrametti sembra andare incontro una nuova concezione della poesia, lontana dalla logica del libro di poesia (così in Il poeta e il suo libro. Retorica e storia del libro di poesia del Novecento, Le Monnier).
Della scrittura Beltrametti ha sempre avuto un’idea precisa. Nel volumetto Autobiografia in 10.000 parole (uscito nel 1991 per la Contemporary Authors Autobiography Series, CAAS, vol. 13 e, in Italia postumo, per le edizioni sottoscala nel 2016) annotava: Scrivere vuol dire scrivere della scrittura che chi scrive sta scrivendo. Vuol dire anche registrare una voce. E poco dopo, citando una sua poesia del 1969, aggiungeva: there is not much to understand/ just pay attention.
Quale fosse il suo pensiero appare evidente: scrivere vuole dire vivere il tempo presente, c’è da prestare attenzione, occorre essere vigili e mettersi in ascolto di una voce. Recuperando il pensiero di Ernest Fenollosa (sinologo americano della fine del XIX secolo, fondamentale nella sua formazione), Beltrametti ritiene che la poesia debba tradursi in un assemblaggio di immagini, estranee al filtro della logica, deve essere una fede assoluta nei confronti degli oggetti della realtà.
Già nel 1973, in un suo intervento su TAM TAM (numero 3/4, primo semestre, poi riportato anche nella rivista Allora, Quaderni della Fondazione Franco Beltrametti, n. 3 del 2003, a cura di Anna Ruchat) Beltrametti rivendicava per sé una poesia capace di sfuggire alle regole fisse e vedeva nella crudezza dei fatti la sola realtà realizzabile: Ogni poesia è per me un viaggio mentale (o sciamanico) che si può percorrere e ripercorrere. Le parole sono casse di risonanza, percezioni, tracce, suoni. Le parole e le frasi hanno ossa carne pelle tendini nervi. Un’intelligenza interna, quasi biologica (…).
Ma la definizione più interessante e completa di poesia la si rinviene in Un altro terremoto e siamo nel 1971. La poesia numero 34 della plaquette così recita: La poesia/ (visto che me l’hai chiesto)/ è una specie/ di filosofia d’azione/ cioè/ telegrammatica. In quella definizione c’è lo slancio vitale di Bergson, c’è il pensiero di Nietzsche ma anche l’amore di Beltrametti per la filosofia orientale, il Taoismo e il Buddhismo zen. Fare poesia per lui significa indagare la realtà senza filtri, senza strutture estetizzanti; come lui stesso dirà in uno dei suoi taccuini (oggi custoditi, insieme alla quasi totalità della sua produzione letteraria, a Berna, presso l’Archivio Svizzero di Letteratura) la mia poesia è una sintesi di situazioni molto contingenti e limitate-localizzate, compresse “dentro” con la speranza di riuscire a “comprimere dentro” sempre di più, un concentrato di parlato e di pensato. L’unico modo in cui sono capace di fare poesia è questo.
Come altri hanno già avuto modo di far osservare, e penso soprattutto a Dario Villa, Giulia Niccolai e Maurizio Spatola, in Beltrametti vita e poesia hanno coinciso, finendo per diventare una cosa sola. La sua poesia è stata, di fatto, il diario particolareggiato della sua vita. Giulia Niccolai, nell’introduzione italiana a Autobiografia in 10.000 parole, ha scritto che la sua poesia era una sorta di diario di bordo, una lunga serie di appunti su pensieri, immagini, amici, situazioni di una vita che Franco aveva deciso: sarebbe stata bella e libera. Bella e libera, e sempre in movimento. Sì, perché per Beltrametti il viaggio ha sempre rivestito un ruolo fondamentale. Antonio Porta nel 1979, in Poesia degli anni Settanta, scriveva Le tematiche del poeta-viaggiatore (e il viaggio ha qui tutti i suoi significati possibili, dalla droga fino alla morte) ci vengono illustrate con eleganza paradossale da Franco Beltrametti. Dico "paradossale" nel senso in cui lo è ogni scelta stilistica di fronte a temi così radicali. I graffiti di Beltrametti resistono proprio per la loro provvisorietà, per il negarsi ogni carico troppo pesante. Ciò che rimane è il senso di una fuga senza fine dall'idea di una morte innaturale, quella fornitaci dalla nostra cultura. All'orizzonte, irraggiungibile, "il lampo verde dell'alba". Beltrametti inizia a viaggiare dopo la laurea in architettura a Zurigo, approdando in un primo tempo a Parigi e a Londra dove lavora in uno studio di architetti. Insoddisfatto della libera professione, decide di muoversi alla volta del Giappone nel 1965 (quel viaggio di cui esistono diversi taccuini, viene raccontato anche in Transiberiano, edizioni sottoscala, 2016 a cura di Anna Ruchat e Stefano Stoja). Vive per diverso tempo a Kyoto e lì, nell’ottobre del 1966, nascerà Giona, il suo primo figlio. Tramite Nanao Sakaki, padre del movimento alternativo giapponese e poeta girovago, conoscerà in quegli anni Gary Snyder, Philip Whalen e Cid Corman e con loro instaurerà un’amicizia lunga un’intera vita. Dal Giappone, si trasferirà in California dove insegnerà all’università di San Luis Obispo, siamo nel 1967. Ad accogliere lui, la moglie e il figlio ancora piccolissimo, al porto di San Francisco, ci sarà il poeta e l’editore James Koller che diventerà nel tempo un altro dei suoi più cari amici. Molti altri incontri con poeti e artisti verranno e si consolideranno negli anni successivi: Allen Ginsberg, Lew Welch, Michael McClure, Duncan McNaughton, Joanne Kyger, William Burroughs, Urban Gwerder, Ted Berrigan, Annabel Levitt Lee, Julius Bissier, Jack Boyce, John Giorno, Tom Raworth e Julien Blaine. Dopo la California, tornerà in Svizzera e poi in Italia (stabilendosi per un periodo a Roma, Venezia e Milano). Nel 1969, raggiunge Partanna, città distrutta dal terremoto del Belice e lì vivrà, insieme alla moglie Judy e al figlio Giona, per un anno tra la popolazione locale cercando di dare un aiuto fattivo per la ricostruzione. Quell’esperienza confluirà, non senza amarezze, nella plaquette Un altro terremoto e nel saggio Belice: lo stato fuorilegge. Nel 1971, su invito della cara amica di gioventù Flora Ruchat, si trasferisce a Riva San Vitale. Farà di Riva San Vitale, sede della Fondazione che porta il suo nome, il suo feudo, uno dei suoi luoghi-approdo. Lì lo raggiungeranno a più riprese gli amici americani, francesi e svizzeri ma anche quelli italiani, Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Corrado Costa, Dario Villa con cui nel frattempo continueranno diverse collaborazioni. Negli anni successivi si muoverà incessantemente tra Europa (Francia soprattutto) e Stati Uniti abbracciando molti progetti artistici, si interesserà di poesia performativa e reading e organizzerà lui stesso un festival di poesia, la cui prima edizione, P77, si svolgerà a Venezia proprio nel 1977 ai Saloni del Sale (festival da cui si defilerà dopo qualche anno non riconoscendosi più nello spirito e nel progetto da cui tutto aveva avuto inizio). Solo nel 1986 riuscirà a fare ritorno a Kyoto per l’inaugurazione di una mostra, a distanza di vent’anni dal suo primo viaggio in Giappone. Negli anni ‘90, ai vecchi progetti se ne aggiungeranno di nuovi, soprattutto in campo artistico (del 1993, l’esposizione alla Gallerie 22 di Marsiglia e a Bellinzona da Attila Centro d’Arte Contemporanea; del 1994 invece l’esposizione a Locarno delle collaborazioni 1984/1994 con Tom Raworth). In quegli anni incontrerà anche la ceramista Antonella Tomaino, che diventerà sua compagna e con la quale vivrà una ritrovata serenità. Dalla loro unione nascerà, pochi mesi dopo la prematura scomparsa di Beltrametti, Franca – la sua seconda figlia. Tutto nella vita di Franco Beltrametti sembra essere stato guidato e graziato dal caso. Forse perché lui per primo aveva raccontato di credere al caso (così come lo intendevano John Cage e Duchamp) e continuava a sorprendersi davanti all’intrecciarsi dei fili della vita. La tragedia, la passione, la confusione, la disperazione, anch’esse fanno parte del tutto, parte del mio essere ancora qui – scriverà in Autobiografia in 10.000 parole. E sono convinta che continuerebbe a scriverlo anche oggi, con lo stesso identico fervore ed entusiasmo. La vita negli anni ‘80 non è stata un viaggio su un petalo di rosa, scriverà sempre in Autobiografia ma, probabilmente, è stato il migliore tra quelli possibili. Quello con cui ci congediamo, tenendoci stretta la sua costellazione di sogni e ideali sempre vivi. Francesca Marica, Niente da (in memoria di Franco Beltrametti), collage, tecnica mista su cartone, 2020
Francesca Marica è nata a Torino nel 1981.
Ha pubblicato: Concordanze e approssimazioni (Il Leggio 2019, segnalazione Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano, XXXIII edizione).
Sta lavorando a due nuovi progetti poetici e a un libro d’artista a quattro mani con una scultrice italiana.
Redattrice e curatrice di riviste e blog letterari, si occupa di critica poetica e poesia visiva. È anche artista visiva e collagista. Traduce dall’inglese e dallo spagnolo, ha scritto - e scrive - di arte e di teatro. Sue poesie sono apparse su diversi blog, riviste e antologie.
Fa parte della Giuria del Premio letterario Internazionale Franco Fortini e del Premio nazionale Gianmario Lucini.
Vive a Milano, dove esercita la professione di avvocato.
Mara Cini, per Franco Beltrametti, da "Scritture", North Press, 1979
Lagune di Sasso Marconi, 1982. Giulia Niccolai, Franco Beltrametti, Harry Hoogstraten, in primo piano il piccolo Jacopo
archivio Mara Cini
archivio Mara Cini
Mara Cini è nata e vive a Lagune di Sasso Marconi. Ha studiato all’Istituto d’arte e al DAMS di Bologna. Collaboratrice di storiche riviste sperimentali come “Tam Tam” diretta da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, “Mini” diffusa in tutto il mondo da Franco Beltrametti, “Il poesia illustrato” di Corrado Costa, “Mgur” curata da John Gian, è da tempo redattrice di “Anterem”. Ha partecipato a letture e incontri di poesia (tra gli altri “romapoesia” e Biennale di Venezia) e a collettive di scrittura visuale. Ha pubblicato le raccolte e film introverso e film chimico (1976); Scritture (1979); La direzione della sosta (1982), Anni e altri riti (”Premio Lorenzo Montano”, 1987), Dentro Fuori Casa (1995), Specchio convesso, con Rita Degli Esposti (2006) ; racconti in Narratori delle riserve a cura di Gianni Celati (1992), Racconta 2 (1993) e diversi lavori di microeditoria “artigianale”.
La “Chicago Quarterly Review” ha pubblicato traduzioni di sue poesie a cura di Olivia Sears, l’Atelier InSigna ha realizzato libri d’artista con suoi frammenti testuali, racconti recenti sono apparsi su “il verri” n. 70 (2019).
Per approfondire:
http://www.nannicagnone.eu/html/guests/html/mara.html
http://www.gianpaologuerini.it/b_aboutyou/2_guests/pdf/cini.pdf
http://rosapierno.blogspot.com/2012/09/alcuni-frammenti-inediti-di-mara-cini.html
Inaugurazione Fondazione: Tom Raworth
La Fondazione Franco Beltrametti, nata nel 2002 su iniziativa di Stefan Hyner, poeta tedesco e amico di Franco, di suo figlio Giona e mia, ha chiuso formalmente i battenti nell’autunno 2019. Del comitato promotore facevano parte molti amici di Franco che hanno anche sempre concretamente sostenuto le diverse iniziative. Tra loro in particolare Giulia Niccolai, Giovanna Manduca, Christoph Beriger, Laurie Hunziker-Galfetti, Claudio Tettamanti, Johngian, Rita degli Esposti, Nino Locatelli, Tom Raworth, Jim Koller e molti altri.
La chiusura non è però ancora stata annunciata pubblicamente perché avremmo voluto organizzare una festa con letture poetiche e musica (come ce n’era stata una di apertura, a fine aprile del 2002). Quest’anno però, per ragioni evidenti, non è stato possibile neppure pensarci.
In quasi vent’anni di attività, la fondazione ha voluto rendere accessibile e far conoscere l’opera di Franco Beltrametti con più modalità: tramite le pubblicazioni (la rivista «Allora», monografie su vari scrittori della "galassia Beltrametti", edizioni in diverse lingue delle opere di Franco Beltrametti inedite o da tempo inaccessibili); tramite l'allestimento di mostre in Svizzera e in Italia (Sempre cercando, Museo cantonale, Mendrisio 1999; dal 2006 al 2008 una serie di mostre presso le biblioteche lombarde conclusesi poi con una mostra presso la Biblioteca cantonale di Lugano nel 2009; La musa leggera, Biblioteca cantonale, Bellinzona 2016; Anche soltanto scorrendo, Palazzo Trevisan, Venezia, 2017).
Dal 2012 infine l'Archivio Svizzero di Letteratura presso la Nationalbibliothek di Berna ospita nel fondo omonimo carteggi, manoscritti e dattiloscritti di Franco Beltrametti,, che la Fondazione ha ceduto, mettendoli a disposizione degli studiosi; grazie a ciò possiamo ad oggi contare diverse tesi di laurea e articoli su riviste letterarie.
Ultima grande fatica della Fondazione è stata la pubblicazione dell’antologia Il viaggio continua (L’Orma editore, 2018), con la quale si è raggiunto l’obbiettivo non solo di rendere di nuovo disponibili per un pubblico ampio le opere più significative di Beltrametti, ma anche di suscitare la curiosità e l’interesse per una modalità di relazione totale con l’arte e la scrittura che oggi sembrano del tutto scomparsi.
Anche la biblioteca, che dovrebbe presto trovare una collocazione definitiva a Mendrisio presso la biblioteca comunale della Filanda, e che è rimasta finora nella sede della fondazione a Riva San Vitale, testimonia l’identificazione dell’arte, da parte di Beltrametti e della sua rete di amici, con la vita stessa. Si tratta di un fondo piccolo, di circa 3.000 volumi tra libri e riviste, ma molto compatto e fitto di rarità.
Saremmo felici se, con la sua maggiore accessibilità all’interno di una biblioteca pubblica, questa testimonianza di un “fare poesia” completamente al di fuori dalle logiche del mercato e dell’industria culturale, potesse alimentare nelle giovani generazioni un desiderio di sperimentare o anche solo una curiosità.
Interno, Fondazione
Per Franco
Non erano ancora vestite
le bambine
quando hanno bussato alla porta
prendevano il latte
Ho aperto fuori il cortile
nella luce pallida di fine estate
il tavolo da ping pong
le tue finestre
Per giorni
si contraevano
i muscoli
poi
tu
nell’aria
come la poiana prima della pioggia
sul lago
Sono donne
ora
le bambine
la casa
è cambiata e tu
nell’aria.
Anna Ruchat, traduttrice e scrittrice, insegna Traduzione alla Civica Altiero Spinelli.
Nata a Zurigo nel 1959, ha studiato filosofia e letteratura tedesca tra la sua città natale e Pavia. I suoi esordi letterari sono legati alla traduzione e, in particolare, quella di Il respiro e Il freddo di Thomas Bernhard, pubblicati per le edizioni Adelphi. Da allora ha tradotto molti scrittori di lingua tedesca, tra cui Paul Celan, Friedrich Dürrenmatt, Victor Klemperer, Nelly Sachs, Mariella Mehr, Christine Lavant. Nel 2004 ha esordito come scrittrice col volume di racconti In questa vita (Casagrande).
Nel 2006 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica intitolata Geografia senza fiume (Campanotto) e, in collaborazione con la fotografa Elda Papa, il racconto Il male minore (Ed. Fondazione Beltrametti). Nel 2009 è uscita, in collaborazione con l’artista Giulia Fonti, la raccolta di poesie Angeli di stoffa (Pagine d’Arte) e, nel 2010, il romanzo breve Volo in ombra (Quarup), tradotto in tedesco nel 2012. Nel 2011 ha pubblicato Terra taciturna e Apocalisse (Campanotto), un’opera accompagnata dai disegni di Daniele Brolli, e l’anno dopo Il malinteso (Ibis). Nel 2014 pubblica il poemetto Binomio fantastico (Di Felice), nel 1917 Lì e l’ombra (Pagine d’arte) e nel 2018 Gli anni di Nettuno sulla terra (IBIS). Ha collaborato con testate italiane (Il Manifesto, Pulp, Il primo amore) e la Radio della Svizzera Italiana. Dal 2002 al 2019 si è occupata della Fondazione dedicata al poeta Franco Beltrametti (1937-1995).
Sei tu nel magma che mi sfiori
Sei tu nel magma che mi sfiori
e ancora non siamo,
è unico occhio, bulbo di lava,
mani fuse nella caldera.
Chi dall’alto veglia ignora
sesso, gestazione, furore.
Soffia per confonderci.
Io sono il nero e l’arancione,
senza gambe ti cerco,
di ogni crepa faccio stampo.
Ridi esplosivo, puro e in fiamme
Non mi sai, mi intuisci enorme,
tentacolare.
Liquida bacio la lava che
forma il tuo dorso-bollore,
bianca incandescenza è lingua
nei piedi immaginati.
Chi dall’alto veglia piange
acqua di scalpello, ora.
Ho capelli di manganese
e seni di cobalto in cui
ti specchi.
Esistiamo in frattura docile,
ti bacio nell’oro degli occhi,
neri e acuti, prima
del dolore che patirai
oltre la miseria del tempo.
Quando una poesia non ha titolo, lo chiede al primo verso, come se proprio a quel verso fosse debitrice.
Elena Cattaneo, con “Sei tu nel magma che mi sfiori”, costruisce una suite a tratti ipnotica che ricorda una colata lavica: la poesia è tutta strettamente innervata da termini collegati a un’ipotetica eruzione. Ci porta a essere allo stesso tempo abbagliati dai colori che si sprigionano e consapevoli di un pericolo. Infatti “Sei tu nel magma che mi sfiori” dice l’ardere dei corpi, il possibile della bellezza, il furore del desiderio. Dice anche la consapevolezza che tutto passa ma alla fine niente resta come prima; Mario Luzi, in “Nel magma”, scrive: “Prega che la loro anima sia spoglia / e la loro pietà sia più perfetta”. Questa citazione è importante per rendere conto fino in fondo del testo, per trasportarlo nella sua misura spirituale.
Si potrebbe infatti dividere il testo di Cattaneo in due parti, evidenziate da un verso che ritorna con una decisiva variante: “Chi dall’alto veglia”, prima “ignora” e poi “piange”. Si tratta del momento in cui la passione stempera nel dolore, dall’arancione si vira al blu cobalto, da “sesso, gestazione, furore” la coppia protagonista della poesia comprende che “esistiamo in frattura”.
La pietà della chiusa, il finale in diminuendo, come quando si spengono attenuandosi le luci e si affievolisce il sonoro, quando il ritmo rallenta nel placamento, quando si passa da un bulbo di lava all’oro degli occhi, ci fa assistere a un fuoco frantumato in scintille, presenta l’essenza, quel tanto di brace che ancora cova nella cenere.
Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso lo IULM di Milano, con una tesi incentrata sul poeta inglese Charles Tomlinson, si è specializzata in studi di traduzione in Inghilterra, allo UMIST di Manchester.
Opera da circa vent’anni nel mondo della musica classica.
Suoi componimenti poetici sono apparsi in riviste di settore e siti web di scrittura poetica (Carteggi Letterari, Atelier On Line, Blanc de ta Nuque, la Recherche, La Bella Poesia, tra gli altri).
Le sue ultime pubblicazioni sono “Il Dolore un Verso Dopo” (Puntoacapo editrice, 2016, postfazione di Ivan Fedeli), Finalista con Attestato di Merito al Premio Alda Merini di Brunate (2017) e Segnalata al Premio Ponte di Legno Poesia (2017) e “Sopravvissuti” (Prospettiva Editrice, 2015, pubblicazione premio).
E’ risultata finalista ai premi Bologna in Lettere 2017 ed Europa in Versi 2017, ed è stata segnalata dalla giuria al premio Rodolfo Valentino 2018, poesia inedita.
Una sua poesia estratta da "Tardigrada" (suite zoofila a quattro voci scritta con F.Bregoli, S.Gallo e G.Isetta) è apparsa su Il Segnale, n.108, Milano, ottobre 2017.
La rivolta alle forme di dominio intesse l’ordito di Ordalie nel Cacacosmo Organizzato di Morena Coppola, in un intreccio di versi, testi, poesia visiva, immagini, richiami musicali.
A partire dal titolo di matrice dadaista. Se Raoul Hausmann esprimeva tutto il suo disgusto per la civiltà “del cacacosmo organizzato”, nella raccolta questo viene rivolto verso l’inciviltà dell’organizzazione, delle sue leggi, della sua burocrazia, del suo linguaggio.
E anche contro i domini che, a tutti i livelli, deprivano il sentire estetico ed etico “di bellezze o di verità”, tra i richiami ontologici, quale “un cielo. molteplicità dell’uno”, e la rivolta contro un pensiero predominante di “sub-affittanza smetafisica”. Tra i richiami alla musica contemporanea, nei suoi repertori sperimentali e nelle diverse espressioni di jazz, rock, hard rock, heavy metal, e le prese di posizione nei confronti di un potere politico che uccide il desiderio e induce alla sudditanza.
Con parole irridenti che si prendono ogni libertà di dire, per portare la ribellione, etica ed estetica, sul piano poetico. Scrive Morena Coppola: “le parole hanno arti. a volte artigli”. Non a caso si tratta allora di Ordalie: duelli giudiziari messi in atto con la forza della parola. Come, nei riferimenti anche alle figure delle carte e degli scacchi, a porre in gioco un’autentica partita sia contro le storture istituzionali, sia contro il linguaggio. Per liberarli entrambi.
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[pro] [as] [tro] [logos]
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è il cacacosmo che si espone all'aria e non viceversa
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dedico questi lessemi alla baratrocrazia occultatrice della desideranza di molti polloi. con qualche discromia differenziale, connotati ricorrenti avventano historiae di minima quotidianità, inessenziale al dispiegarsi della terribilità degli eventi, eppure essenziale allo svolgersi dell’umano. uno shark acromatico pattuglia i fondali dei servizi pubblici, divorando cruores dell’utenza inabilitata a qualsiasi udienza
scaglio questi lessemi sulla baracrazia, spelunca magma d vassalloni della dominanza, flacconi a profilo carenato, cacologi di polluzioni eternamente demoniache, moscerini eccitati dal moccio, fasmidi inumati, servi di dyonisî qualsiasi, icari di terraferma. maledetti nell’uscire, maledetti nel subentrare. beccamorti, begalini, brucasorci, no ciapa musàti, cacasotto, zucabbi, imbriaghi spòlpi. non il dialetto li rende disumani
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asso di quadri
alcuni vani di pregio. alcuni vani di pregio esibiscono pareti con opere d'arte in vista e inventarî su targhette adesive altrettanto in vista
asso di danari 111 111 1 1 1 1 1 1 1 111 111
alcuni saloni di pregio sono di pregio. alcuni saloni di pregio attraversati da alcune persone non sono più di pregio
asso di bastoni
la capacità di imporsi si desume dai metri quadrati occupati. la capacità di imporre se stessi si desume anche dall’occupare i metri quadrati da soli o con altri
asso di cuori
porte antincendio tingono gli ambienti di un rosso dai più indesiderato. l’effetto complessivo ricorda la cardiochirurgia o la terapia intensiva. come quando vengono chiesti relazioni o report mensili, trimestrali semestrali annuali biennali pluriennali secolari, d’urgenza; d’urgenza?
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PUNTE E REDINGOTE DI PICKWICK
\ le parole hanno arti. a volte artigli
\ intarsi ricami broccati. opus sectile su tibia e urne
\ frastagliamenti d’ufficio, autocrazia e loneliness. fashion fascism sub specie cacacosmitatis
\ metadati e data mining al centro del burrone lavorativo di amanuensi digitali
\ di pasque e natali il saluto non dipende dal grado. Pathetikformel
\ verdana rimane prediletto da oltre un ventennio, al di là dei contenti. aldilà dei contenuti
\ abbuffandosi di “cittadinanza” che mette al riparo dal fetish sado-reputazionale
\ cambio di governo. insabbiati nelle previsioni di quel che sarà del tale o di quell’altra
\ crani preistorici accapo della modernità. et in arcaicità, ego
\ attaccamenti e ardori. patres e fratres devoti all’impepata di moules. per cozza ricevuta
\ bring your own device ! build your realdoll di silicone mezzatacca !
\ pantouflage e incandescenza silenziati. occhi messi a muto. laudate dominum: a faccia mia sott’ ‘e pied’ vuote
\\ fante. ierofanti dal desiderio di picche e ripicche
\\ regina. regine in piqué di ripicche
\\ cavaliere. cavalieri di araldiche ripicche
\\ re. pareti musive rappresentano il lavoro. chiediamo udienza alla cattedra di pietro
Morena Coppola vive a Roma. Si interessa di scritture non convenzionali e di arte contemporanea. Sul crinale verbo-visuale, sperimenta linguaggi innestati nel visivo, accomunandone sguardo e lingua. Un suo testo accompagna l'immagine xilografica dell'artista Andreas Kramer per le Edizioni PulcinoElefante [2008]. Segnalata più volte al Premio Lorenzo Montano, [2013 sezione Una poesia inedita; 2014 sezione Una prosa inedita; 2017 sezione Raccolta inedita; 2018 sezione Raccolta edita]. Alcuni testi sono pubblicati in raccolte antologiche [Empiria 2013, 2014, 2016, 2017 e 2018]. Nel 2016, in occasione della pubblicazione di Avrei fatto la fine di Turing, di Franco Buffoni, uno scritto critico relativo alla raccolta è stato pubblicato sul sito del poeta. Ha curato la postfazione de Il criterio dell'ortica di Stefano Mura, edito dall'Editore Manni nel 2016. La raccolta poetica Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici, finalista al Premio Bologna in Lettere, edizione 2017, segnalata alla XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano, è risultata vincitrice del Premio letterario Formebrevi Edizioni, 2017. Finalista al Premio letterario Bologna in lettere edizione 2018. La raccolta Psychopompï è stata selezionata alla IV edizione del Premio Elio Pagliarani, sezione Inediti, edizione 2018.
Tentare la parola affinché essa si riveli, renderla spazio in cui agire. Sarà la parola, allora a convocare il mare, a generare visioni, a provocare azioni. L’io si proietta con slancio in un simile teatro, guarda le proprie visioni accadere. Il vento attraversa i secoli, persino i miti intervengono sulla pagina, il viaggio è il viaggio inconcludibile, lo stesso viaggio di tutti coloro che scrivono: “ove la rotta è un miraggio”. Tentare la parola ha qualcosa di dionisiaco. È arte dell’incanto, si vede realmente ciò che si pone sulla carta. Viene dal cielo la parola e ad esso Marco Ercolani sembra rinviarla nel suo libro di poesia “Nel fermo centro di polvere”. La scrittura è ciò che accade nel centro fermo del nulla, quando la mente è eclissata. Non obbedisce all’ordine convenzionale. È un cortocircuito di cui il poeta è il tramite: attraverso le parole il mondo intero risale, attraversa e si spande. Poesia è il centro del mondo-nulla. È sulla pagina/specchio che si può vedere il suo passaggio.
*
È la rotta dello specchio a impedirti il sonno?
Oltre il vetro dorme uno straniero.
Aspro, in piena luce, è tornato
il freddo. Abbandonato,
il corpo riscrive il suo abbandono.
Dietro le palpebre rovesci gli occhi:
ascolti, cieco, musica nuova,
bisbigliata ai prigionieri di un cielo incomprensibile.
Partiamo, il buio
non incantesimo ma guida.
Per viaggiare senza possedere.
Scrivere senza parlare.
Respirare senza promesse.
Possiamo. E il buio dell’andamento è l’unico bagliore.
Marco Ercolani (Genova, 1954), è psichiatra e scrittore. Tra le sue ossessioni l’apocrifo, il nodo arte/follia e la poesia contemporanea. Tra i suoi libri di narrativa: Col favore delle tenebre, Il ritardo della caduta, Vite dettate, Lezioni di eresia, Il mese dopo l’ultimo, Carte false, Il demone accanto, Taala, Il tempo di Perseo, Discorso contro la morte, A schermo nero, Sentinella, Turno di guardia, Camera fissa e Preferisco sparire. Per la saggistica: Fuoricanto, Vertigine e misura e L’opera non perfetta. Per la poesia: Il diritto di essere opachi e Si minore. I suoi taccuini sono raccolti in Nottario. In coppia con Lucetta Frisa cura “I libri dell’Arca” e scrive L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime strane, Sento le voci e Il muro dove volano gli uccelli.
“Sarà mai nata la parola / dal senso adeguato?” Adeguato ad esprimere “L’avvenuto probabile risveglio”. Rendere il linguaggio capace di registrare le labilissime sensazioni, le flebili intuizioni che inclinano verso uno stato differente dell’essere umano è l’impresa tentata da Paolo Ferrari nel suo libro “I sentimenti gloriosi”. È necessario un ascolto e, letteralmente, una ricreazione per giungere a tale risultato e, naturalmente, tutti gli espedienti rintracciabili nel linguaggio, inediti o inusuali che siano, possono essere utili almeno a mettere a registro la propria presunta alterità. Il linguaggio consente a Ferrari di immaginarsi in una multidimensionalità che è la cifra stessa della sua creazione, la quale gli consente di sfuggire a una realtà “già detta a priori”. L’uso di un font tipografico differente per segnalare una diversa dizione, un diverso respiro, è anche un mezzo per evidenziare alcune parole alle quali delegare la funzione di chiave di volta di tale mobilissima architettura, la quale, inoltre, grazie a spazi, cesure, incolonnamenti a blocchi, viene dispiegata da Ferrari con ricchezza barocca sulla pagina. Un dialogo s’inscena in codesta struttura, quasi un sostegno, a tratti, un imperativo che pare rivolto a se stesso. Buttare lo sguardo oltre la siepe, non fornisce risultati certi. Con ipotesi alle quali seguono domande e risposte che cercano la propria negazione, il poema si dispone non in un percorso lineare, ma, inevitabilmente, come in un cerchio di Möbius, in cui si può perdere anche se stessi o ritrovare il proprio sconosciuto essere.
Il risveglio
Ho sentito che s’era smarrito
in quell’ora che indica il risveglio
del corpo
assonnato. la memoria ricomposta
a metà,
pronta a ripetere (a memoria) la
Vita che rimanda
per una volta a sé.
L’io e l’altro
Ma l’Altro è Altro?
Ma l’Altro è la morte?
un’altra volta già accaduta?
Non ci pensai su
è già fui morto
potendo pensare alla
sorgente d’un me
sconosciuto
Paolo Ferrari : umanista scienziato, è fondatore e presidente del Centro Assenza di Milano. Esordisce nel 1978 con il romanzo Paolo e il suo compagno senza morte
(Apollinaire di Guido Le Noci]. Vince il Premio Lorenzo Montano nel 2008 con Saggio-poema del pensareassente e nel 2013 con la prosa Memorie d’inciampo . Del periodo 2013-2016 la raccolta di poesie I colpi del-Nulla. Poesie dell’Inconoscibie. Con il segno—(meno) e il poema scientifico De Absentiae Natura. intorno alla nascita d’altro Universo (O barra O). Nel 2018 l’opera in prosa OpusMinus – 0.
L’attenzione di Giovanni Infelìse per la danza delle forme, i mutamenti della sostanza, i colori, i suoni si tramuta per il lettore in un fantasmagorico ambiente, ove quest’ultimo si accinge ad abitare un’atmosfera del tutto al di fuori dell’ordinario. L’orizzonte di riferimento è la poesia di fine Ottocento con il suo vitale interesse per le soglie fra il visibile e l’invisibile. I riferimenti concreti, infatti, sono sempre virati verso un luogo esclusivamente metafisico, ove risalti l’artificio letterario: “tra macerie che redigono / acronimi di impervi luoghi” come a trarre da esso la propria validità o in ogni caso, affermare che la vera realtà è al di là dello specchio. Estetico è il cuore della silloge “Per ordine di indefinita vita” alla quale Giovanni Infelìse affida la descrizione delle sue percezioni e dei relativi pensieri, indicando con nettezza che oltre l’abbraccio, la presenza carnale, per lui, molto più importante è il campo del non visibile.
*
Si dipinge l’ordine confidenziale del movimento
non il suo aspetto estenuato e immobile
– la pittura rende l’artista veritiero in una piccola
parola che l’occhio restituisce nel vedere
il suono dell’anima e la forma di ciò che non appare
e si dona nel colore di una nota, rivelandosi
in un tempo mutevole che continuamente è in ogni
istante e fra le cose dove una volta almeno s’accende.
Giovanni Infelíse è nato a Cosenza nel 1957. Ha pubblicato Sfero (1987), Zèfiro (1989), Sotto la luna (1991), Cuora tremula (1992), Canti dell’amarezza (2001), L’isola senza desiderio (2006), L’ultima dimora (2007), Dépassé (2011), Per ordine di indefinita vita (2019). Si occupa di critica letteraria. Suoi scritti sono apparsi su riviste. Ha scritto per il teatro. Nel 1995 ha pubblicato un saggio dal titolo La voce imperfetta: il poeta e l’inquietudine della parola. Vive e lavora a Bologna.
Una delle caratteristiche proprie della poesia è l’andamento sonoro che ne scandisce il tracciato, qualunque esso sia: lineare, accidentato, spezzato, in una struttura lirica o poematica. Ma questo, che sembra un’evidenza naturale, implicita e assodata del “dire in versi”, in realtà non è affatto scontata nella sua valenza profonda. Ed è proprio questa difficoltà (felicemente attiva, possiamo dire) a dare, con i suoi tratti distintivi mai univoci, particolari e indefiniti sensi a ogni esperienza di scrittura. La raccolta di Maria Grazia Insinga nasce e si sviluppa dentro un’architettura che non disgiunge suono e senso: anzi, li incrocia e li annoda in un movimento che porta la parola a “precipitare” dal “dirupo fonetico”, dove il corpo-fonema (così l’autrice sembra indicare la poesia che si fa verso anche dal nulla) senza mai distruggersi, si disgrega e si riforma, aggiungendo continuamente, all’intimità dei suoni, un accadimento impensato: l’apparizione pura e vitale di qualcosa che sembra inidoneo o sbagliato, mentre è, nella sua essenzialità, un refuso mistico. Un ritmo incongruo che nel suo errare (a volte in linea, a volte claudicante) all’interno del poema, arricchisce un dire che tende alla non-perfezione. A un’esistenza, cioè, in continuo cambiamento inaspettato, dove “il vero pensiero è...cedere al sogno” la sua forma e la sua facoltà. Perché la poesia è sempre discontinuità. Non è mettere ordine nel caos, bensì attingere da questo modulazioni e sommovimenti per “incendiare la voce”.
Dalla sezione Le tuffatrici
l’altra cavalca su posidonie
in una regione del cervello piena d’acqua
e cavallucci microscopici non è udibile l’udibile
di questa musique à boire rumore bianco e bianco
mangiare la parola è qui cosa è presenza non quella
giusta né la soluzione né idea di luce perché qui
tutto è nuovo nulla ripete e nulla è in vita grazie a dio
*
e dall’infinito areale un corteo di posidonia sbuca
mostruose evoluzioni di unicorni e sirene in miriadi
di ippocampi la cui polvere è cura è linea di flusso e luce
tra opera viva e opera morta pinne dorsali disseccate
rapidissime farfalle cavalcatura e guida dei mostri
*
tutto di mala faccia da per tutto
ingoiare la gola a imbuto e lei
ci passeggia sopra su in strada
per tirrenide il viaggio è già
compiuto e alza lo scirocco e
il pianeta è perfetto sto per
sto per morire e tu parli parli
Dalla sezione Il sonno
si fa parte da svegli
dello stesso sonno
e al risveglio tutto è lì e tutto è
come sembra e ripopola tirrenide
o era insonnia? e il sonno
si appropria di tutto anche nulla
e del tempo insonne in tempo
sempre il tempo va a tempo
*
fa parte almeno da dormienti
del tuo stesso sogno? non credere
ognuno va a credere di nominare
ma non è non è per nulla il caso
Maria Grazia Insinga, siciliana (1970), dopo la laurea in Lettere moderne, il Conservatorio e l’Accademia musicale si dedica all’attività concertistica. Nell’ambito degli studi musicologici censisce, trascrive e analizza i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo. È docente di ruolo presso l’Istituto “G. Verga” di Acquedolci dove insegna Pianoforte. Nel 2014 idea La Balena di ghiaccio, il premio di poesia per i giovani in memoria del poeta Basilio Reale. Nel 2019 idea il Premio Lighea – sostenuto dalla Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella – per fare poesia con gli studenti delle scuole. Ha pubblicato libri di poesia: Persica, vincitrice del concorso “Opera prima” (Anterem, 2015); Ophrys, finalista al XXX “Premio Montano” (Anterem, 2017); Etcetera, leporello in versi illustrato da Alessandra Varbella (Fiorina, 2017); La fanciulla tartaruga, carnet de voyage illustrato da Stefano Mura (Fiorina, 2018). Alcuni testi in versi si trovano in riviste e antologie: Il rumore delle parole a cura di Giorgio Linguaglossa (Edilet, 2014); Blanc de ta nuque vol. II a cura di Stefano Guglielmin (Le voci della luna, 2016); Umana, troppo umana a cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo (Aragno, 2016); Punto. Almanacco di poesia a cura di Mauro Ferrari (puntoacapo, 2017); Osiris Poetry n. 84 (Andrea and Robert Moorhead, 2017); Trivio. Polesìa vol. IV a cura di Ferdinando Tricarico (Oèdipus, 2017); Il corpo, l’eros a cura di Franca Alaimo e Antonio Melillo (Ladolfi, 2018); Fuochi complici. Saggio di critica letteraria di Marco Ercolani (Il Leggio, 2019); Sicilia. Viaggio in versi a cura di Lorenzo Spurio (Euterpe, 2019). Nel 2017 con Historica edizioni pubblica in Itinerari siciliani (a cura di M. A. Ferraloro, D. Marchese, F. Toscano) un saggio, “L’ondina siciliana e il sortilegio della voce”, sulle sirene viste attraverso il racconto di G. Tomasi di Lampedusa, La sirena. Nel 2019, la raccolta in versi Tirrenide vince la XXXIII edizione del Premio Lorenzo Montano.
L’opera d’arte come affermazione del proprio sé: Flaubert e Van Gogh
L’opera d’arte come l’uovo dischiuso dell’inconscio. I segni e il loro bagaglio, siano essi colori o parole, sono frutto del nostro albero interiore e dei suoi fantasmi. Chi ha il dono della creatività, chi riesce a produrre arte, che sia pittura, letteratura o poesia ha il potere, come disse Paul Klee, “di rendere visibile l’invisibile”, di tradurre la lingua dell’inconscio in espressioni grafiche. È necessario fare atto di disambiguazione. Per affermazione del proprio sé, qui non si intende discutere della questione se l’autobiografismo sia un peccato, una colpa, un’omissione di modestia, ma sull’importanza che l’opera artistica può costituire nei casi in cui l’uomo o la donna artista patisca di una qualche mancanza affettiva o di un disagio (non necessariamente psicotico), ricordando che, come ebbe a scrivere Giacomo Leopardi in un’accorata e orgogliosa lettera al padre Monaldo, nel luglio 1819 “…e perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione…”. Gustave Flaubert e Vincent Van Gogh, l’uno scrittore l’altro pittore, sono accomunati dalla stessa “patologia affettiva”: l’assenza del nome del padre o, per dirla con Lacan, la forclusione del nome del padre.
Flaubert nasce come secondogenito di Achille, un rinomato chirurgo di Rouen. Il primo nato, Achille, verrà avviato dal padre alla sua stessa carriera, come proprio clone: stesso nome, stessa professione, così da tramandare l’eredità paterna. La moglie, desiderosa di avere una figlia femmina, anche per poter riscattare la propria esperienza traumatica (la madre era morta dandola alla luce), attende con ansia i 9 mesi della gravidanza successiva. Nasce Gustave, il non previsto, il non atteso; Gustave che doveva essere femmina. Dopo qualche anno, finalmente arriverà l’ agognata figlia. Ricapitolando schematicamente: il primo figlio è il prediletto del padre, colui che traghetterà il nome e il cognome ai posteri, la terza sarà tutta a disposizione della madre. E Gustave? Si troverà nella terra di nessuno, con un nome che è un significante riempito da nulla: niente considerazione, attenzione, insegnamenti, rispetto per l’unicità individuale. Si vedrà più avanti, con l’esempio di Van Gogh quanto sia devastante avere un nome vuoto. Per tornare a Flaubert, la mancanza del riconoscimento di figlio atteso (elemento fondamentale per la crescita sana e consapevole del bambino) lo porterà a definirsi, all’età di sedici anni, delicata età di passaggio, come un “fungo gonfio di noia”. In questo ambiente anaffettivo si sviluppa l’idiozia di Flaubert, che Sartre prima e Jacques Lacan dopo definiranno bêtise. Veniva considerato il giullare della famiglia (atroce lo scherzo di uno zio che gli chiedeva: “Gustave, vai a vedere se sono in cucina.” Il bimbo correva a sincerarsi, tra le risate dei presenti, e al suo ritorno ovviamente rispondeva “No, zio, non sei in cucina”). Lui, l’idiota, lo zimbello, diventerà un genio della letteratura: tanto quanto la sua vita è stata imperfetta, informe, la sua scrittura sarà una magnifica perfezione, creerà una nuova forma di romanzo. Attraverso di essa, Flaubert si darà dunque un nome, un’identità, un valore. Affermerà il proprio sé. E come non leggere in quel “Madame Bovary c’est moi!”, anche il suo grido di affrancamento da una condizione di sottovalutazione?
Biografia sconvolgente quella di Van Gogh. Nasce il 30 marzo 1853, a un anno esatto dalla nascita/morte del fratellino Vincent. Se Flaubert è il figlio non atteso, Van Gogh è un bambino desiderato ma solo ed esclusivamente perché deve sostituire il fratellino morto. La coincidenza terribile della sua data di nascita con la data della morte del primo Vincent, suggerisce al padre pastore protestante il macabro rituale di portare Vincent, ad ogni compleanno, a visitare la tomba del fratellino. Così Van Gogh vede il suo nome e la sua data di nascita su una tomba: si vede morto. Figlio sostituto e figlio che festeggia il compleanno in un cimitero. La questione del nome proprio di persona va ovviamente al di là delle mere circostanze burocratiche: dare un nome al figlio significa non solo riconoscerlo come frutto del proprio sangue ma lo iscrive all’ordine simbolico della famiglia prima e del mondo poi, cosicché lo identifichi come individuo unico con le sue specificità e caratteristiche. Come ricorda Massimo Recalcati in Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh “Nel caso di Vincent Van Gogh il nome proprio, anziché sancire questa iscrizione, svolge piuttosto la funzione di alienarlo nel nome di un altro negandogli ogni iscrizione simbolica nel campo dell’Altro”. Questa condizione lo porterà, giocoforza, a non trovare il proprio posto nel mondo (al fratello Theo scriverà di sentirsi “un cane randagio”) e a sviluppare una melanconia che lo accompagnerà per tutta la vita fino a degenerare in uno scompenso psicotico che lo porterà al suicidio. La pittura è il tentativo di dare un senso al suo esistere, di darsi un’identità; lui, caduto nelle tenebre, cerca ossessivamente la luce; il suo vagabondare dal nord al sud della Francia, è percorrere la strada verso la luce, verso l’intenso sole meridionale, perché il Sud è la vita, per lui che è stato un bambino sostituto di un bambino morto, e egli stesso morto in vita. Un viaggio che si rivela anche attraverso le tele, attraverso i colori che si fanno via via più carichi, più chiari. Afferma il proprio sé, il proprio nome attraverso la sua opera diventando, in qualche modo, padre e figlio di sé stesso.
***
Cosa è dunque l’opera d’arte se non un contenitore di spasmi, emozioni, deliri, sogni? Quale grande grazia è poter riscattare, per suo mezzo, una biografia deludente e sofferente? Benedetta sia la reciprocità della relazione tra l’artista e la sua opera, per cui egli la crea a partire dalla propria biografia zoppicante e lei ricambia donando in ritorno una cura, i centimetri che mancano.
L’opera d’arte è figlia generosa che restituisce.
Secondo Lucchini, nell’opera d’arte possono riscattarsi eventi irrisolti o traumatici della propria biografia zoppicante. Del resto gli studi sulla cosiddetta sindrome degli antenati e la psicoterapia transgenerazionale analizzano proprio questi fenomeni.
In certe “ferite famigliari”, nell’ordine simbolico dei nomi, nelle fessure della propria imprecisa identità può inserirsi, come “cura”, l’espressione artistica con risultati tanto più alti, a volte, quanto più profonde furono le ferite.
Vedi per esempio, Flaubert e Van Gogh.
Antonella Lucchini nasce a Mantova, dove tuttora risiede, nell’aprile del 1964. Agli inizi del 2013 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Tra morsi e strida, per la casa editrice REI, seguita da Il margine bianco (Ed. Divinafollia).
Ad aprile 2017 esce la sua terza silloge poetica, Il Femminino e la sua voce (ed. Il Seme Bianco - Castelvecchi).
Scrive, oltre che in italiano, anche in francese, inglese (lingue di cui è anche traduttrice) e in dialetto mantovano cittadino.
È redattore del sito di recensioni librarie Mangialibri.
Fuori copione
Quasi la messa in opera di una sceneggiatura, la raccolta Uno Stato di orgasmo apparente di Giulio Maffii. Nell’evidenziare come tutto venga dissimulato da finzioni e ipocrisie, maschere e simulazioni, ruoli e copioni. E nel dispiegare un pensiero addolorato per la condizione umana che, in apparente stato di eccitazione e di frenesia, occulta in realtà un profondo disagio.
“C’è sempre un ruolo un copione da seguire”, scrive l’autore. Un copione che interpretiamo a livello individuale, in un gioco continuo di maschere, sul confine labile tra reale e finzione. E che recitiamo a livello sociale, dove tutto in apparenza si muove freneticamente, in un fermento continuo, pulsante tra la vita e la morte. Dove infine si esce bruscamente di scena e la morte è reale, in guerre lontane e vicine
Il linguaggio si fa carico del senso di frustrazione e di amarezza che ne consegue, come evidenziano le frasi in sospeso e i tanti inizi con lo sconfortato “che”: “che pure non c’è altro”, “che viviamo affollati in mezzo al niente / gli dei hanno voltato l’angolo”, “che non c’è uomo / senza balbuzie d’identità”.
E il poeta? Anche lui apparenza e finzione? Anche se, rileva Giulio Maffii, la stessa “lingua si ritrae”, è la parola poetica che consente di togliere la maschera, sollevare il velo della finzione. Con una parola libera, anche se amara. Con una parola che si muova fuori copione.
Dalla sezione Copione
l’affogato nella carta dei tarocchi:
Gli indomenicati dal volto di sorba
potrebbero ricordarsi di tanto in tanto
di essere felici perlomeno unici
Silenzio un atto di intimidazione
-non siamo necessari al mondo-
Lo sguardo è così pieno di debiti
C’è sempre un ruolo un copione da seguire
tranne poi depistare le reliquie
dentro a un figlio o a un videogioco
Queste righe mi si fanno fuoco
Dalla sezione Congiunzioni
che pure non c’è altro
che la sottrazione è un metodo
necessario
che nessuno è venuto al mondo
per sua volontà
(quel che fa dolore
non esiste)
[oh sì felicità raggiunta
si cammina sempre
su qualcosa che puzza]
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che tra poco saremo corteccia
che ci nasconderemo come luce
nell’antebuio di una stanza
o di una gabbia toracica
che non c’è uomo
senza balbuzie d’identità
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che al supermercato si sentono discorsi
-che poi lui che ero io
mi stava uccidendo-
non pesava la morte
[ al chilo a saldo potendo ]
senza maschera ho visto
il volto che non era il mio
Dalla sezione Orgasmo apparente
che la gente muore davvero
e si divora l’un l’altro con gusto
mentre il silenzio impiglia
lo spreco di persone che abbiamo vissuto
la testa nel canotto rovesciato a pelo d’acqua
che non dovevano stare attenti soltanto alle meduse
che sottovoce facevano il segno della croce
-----
[che la gente muore davvero per quieto non vivere]
Giulio Maffii, docente, scrittore e critico, ha diretto la collana di poesia contemporanea per le Edizioni Il Foglio. È capo redattore della testata giornalistica “Carteggi Letterari”. Suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo, inglese e romeno. Nel 2013 è uscito per Marco Saya Edizioni il saggio breve “Le mucche non leggono Montale”. Nel 2014, dopo aver vinto il Premio Internazionale Castelfiorentino con “Arische rasse – Novella di guerra”, ha pubblicato per Marco Saya Edizioni “Misinabì” sui miti della morte degli Indios Taino. Sempre nel 2014 un suo saggio “L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali: orazion picciola sulla parabola dell’epos” è stato pubblicato da Bonanno Editore. Nel 2015 il poema storico “Il ballo delle riluttanti” per Lamantica Edizioni e nel 2016 “Giusto un tarlo sulla trave” per Marco Saya Edizioni. Nel 2018 “Angina d’amour” (Arcipelago Itaca ed.) In corso di pubblicazione gli interventi tenuti tra il 2017 e il 2018, uno nel congresso “Identy agonies” svoltosi a Padova, l’altro per l’Archivio per l’antropologia e l’etnologia, dal titolo “Con i piedi in avanti”: la lunga passeggiata di antropos e thanatos tra poesia e vizi simili”.
Fa parte dell’associazione Pallaio per gli studi antropologici e multidisciplinari di Firenze. È docente di storia contemporanea del corso di laurea in Scienze giuridiche della sicurezza presso l’ISP di Firenze.
Un mare totale, questo raccontato da Roberto Minardi. Un mare senza coordinate geografiche né denominazioni. Un mare che diventa “il” mare, quello che nessun obiettivo fotografico potrebbe riprendere, che solo un poeta può cogliere, che solo un poeta può descrivere in un preciso, esattissimo momento: quando contemporaneamente vede, sente e media nel pensiero. E articola nella memoria.
La lettura di questa poesia è sia orizzontale che verticale.
Nell’orizzonte compaiono immagini in serie, che potrebbero essere colte in qualsiasi battigia, in qualsiasi luogo del mondo. Con la particolarità di un doppio registro: Minardi mescola versi alti, anzi, altissimi, a versi volutamente caratterizzati da un linguaggio basso; come se anche nell’orizzontalità ci fosse una verticalità. Quando scrive “per credere nei secoli c’è il mare” fa precedere questo verso da “pernacchie al largo”. La cartolina che riceviamo è frammentata, si compone di tante varie immagini: l’autore gioca con noi mediante voluti inciampi, sdrammatizza, evviva, il concetto di poesia, riesce con piacere suo e nostro a rendere paritari la “plastica” e il “ragionamento”, un “galleggiante” e un’”isola”.
La verticalità invece produce una vertigine. La cartolina che riceviamo dal mare è un interno domestico. Racconta che l’idea del mare è dappertutto: affonda nell’infanzia, resta impressa, diventa mondo riproducibile ovunque ci siano acqua e fantasia, per l’eroe del lavabo, l’irriducibile pescatore allo specchio. Non ci sono confini, né età, se siamo poeti.
Mare
cuore di spadaccino che mai trafiggerebbe
perlustra la battigia con amore, a mani vuote
raccoglie un flacone ammaccato
così forte è la luce che l'azzurro della plastica sbiadisce
ogni tinta scolora, ogni ragionamento scioglie
con le orme dei suoi più che bianchi piedi prosegue
così facendo trae in salvo il mare, la terra
è la mobile arena che l'andamento storce
affossa le caviglie dell'uomo dell'urbe
lascia la ferocia dei raggi fare il corso che deve
oltre la storia uno scafo compie un mezzo cerchio
le sue pernacchie al largo spadroneggiano
per credere nei secoli c'è il mare, un galleggiante rosso
si affaccia da un triangolo di luce che scoppietta
non resta che tacere, in controluce squaglia ogni certezza
la barchetta nel lavandino colmo dell'infanzia
pescava pesantissimi tonni il lupo di mare
sognarsi isola e non robot, eliminare la rissa dal petto
ed un granchio attende che lui se ne vada prima di sbucare
l'essere umano non possiede serietà.
Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra, a Londra, dove risiede tuttora lavorando come insegnante di lingue. Ha pubblicato le raccolte Note dallo sterno (Archilibri 2007), Il bello del presente (Tapirulan 2014) e La città che c’entra (Zona 2015), segnalata al Premio Montano l’anno successivo. A questa raccolta è ispirato il mediometraggio The city within, realizzato in collaborazione con il regista Tomaso Aramini. Oltre che in volume, suoi testi sono apparsi su riviste, antologie e litblog. È co-fondatore del progetto poetico dopotutto [d|t] che si occupa di scrittori e scritture del 'dispatrio'.
Il centro di tutto
A quale ombelico, centro del tutto o dell’esistere, tra sensi e materia, chimica e mito, ci conduce Omphalos? In questi versi, dal titolo oracolare, che richiama la pietra scolpita di Delfi, dell’oracolare non hanno il profetico, ma il senso profondo suggerito dal termine, che etimologicamente conduce al dire.
Il centro di tutto è l’oracolo, colui che ha parola. Il centro di tutto è la parola.
Come, narra il mito, a determinare il centro del mondo Zeus liberò due aquile che, volando in direzioni opposte, si incontrarono a Delfi, così appare in questi testi il perno tra due diverse polarità: da un lato, l’universo, gli spazi siderali, la materia nei suoi aspetti fisici e chimici; dall’altro, l’esistere umano, i suoi miti, le sue percezioni sensoriali, il suo sentire desiderante. Due mondi che hanno un punto comune, un ombelico insieme di materia e di senso.
Ogni parola, concentrata e lieve, scossa e tellurica, nel disporsi isolata e raccolta sulla pagina, si fa ombelico, centro del proprio universo, frammentato, dissolto, a volte riunificato: “Spezzati / nodi / Cristallizzano / Sincopi”. In grado, da questo centro e coinvolgendo ogni aspetto del sentire, di irradiarsi come riverbero e vibrazione fino ai territori ignoti del mondo, fino all’inconosciuto del dire.
1.
Inopinate
Pungenti
Poliedriche
ecchimosi
Sfuggono//
Oltraggiano//
Assiderano//
Esplosioni di nuvole catodiche
3.
Muoiono larve
in
Asincronie
Velate//
Spezzati
nodi
Cristallizzano
Sincopi
7.
Canto
voci
Solo voci
Silenzio corrotto
viaggi siderali
Solstizio
Di spiriti
imprigionato in asfissie
17.
sonniferi
Satira di rugiada
Condensa
Vibrazioni di
ciclonici
Universi paralleli
29.
idrogeno
liquido di anime
foglie//
sangue
scalpiccio
quadrato poligonale
impastato
a notte
Loredana Prete, nata a Brindisi (7 giugno 1978) e vissuta a San Vito dei Normanni fino all’età di 19 anni.
Ho conseguito i miei studi universitari a Lecce (Economia e Commercio, tesi dal titolo “Il mercato dell’uranio”; specializzazione di matematica applicata alla finanza).
Dall’età di 27 anni sono emigrata prima in Francia, poi in Lussemburgo, dove attualmente vivo.
Le mie poesie sono evoluzione, decomposizione, silenzio e spasmi, purificate, essenziali.
Poesie:
- Caustico Tocco (2004)
- Chi sei (2004)
- Endorfina (2004)
- Solstizio Alcalino (2004)
Raccolte di Poesie:
- Latitudine 49° 7’ 13,08” N Longitudine 17° 42’ 0” E (2005-2012 raccolta di 365 poesie, classificate per mese, scandiscono un periodo; scritte tra Metz e il paese natale, San Vito dei Normanni; un viaggio attraverso i sensi, le disillusioni, le paure, le sensazioni. L’incontro con ricordi; la latitudine è quella de Metz, la longitudine quella di San Vito dei Normanni).
- OSSA (2013)
- LIQUIDO (2014)
- AERIFORME (2015)
- SOLIDO (2016)
- ORBITALE (2017)
- OMPHALOS (2019) – autrici Chiara e Loredana Prete
Antologie:
500 poeti dispersi, Libro secondo, AA.VV., Edizioni La Lettera Scarlatta, ISBN 978-88-908601-8-8
Habere Artem vol.16, AA.VV., Aletti Editore, ISBN 978-88-591-1399-7
Segnalazioni:
-27° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “Raccolta inedita“ con la raccolta di poesie intitolata Novembre.
-28° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “Raccolta inedita” con la raccolta di poesie intitolata Liquido.
- 30° Premio Lorenzo Montano, per la sezione “ Raccolta inedita” finalista con Orbitale.
Conferenze:
L’8 marzo 2013 partecipazione come autrice alla giornata poetica “Sbatte l’aria. Era una vanessa!”. (Università di Lussemburgo - Les lettre romanes – section italienne. L’incontro fa parte del progetto di ricerca del TIGRI – Textualité des Italiens de la Grande Région et Intégration).
Racconti:
- Adele (2010)
- La messe rouge (2010)
- Iadava (2010)
- Accidia (2011)
- il vento di Cordoba (2011)
- Purificazione (2011)
Sceneggiature:
- Sogni in penombra (il cortometraggio ha partecipato al Festival Internazionale Cortometraggio Salento Finibus Terrae).
La tragedia di Augusta
I pesci scappati dal fondo del mare impazziscono come asteroidi in forze centrifughe, ma dividendosi esplodono divergono tuttavia in lampi, come luminosi spazi, da entità marine stellari. Le assi diagonali in legno sembrano già fradice da notti, se hanno bevuto tutta quest'acqua e la trattengono; da questi legni fessurati dall'acqua. Da questi tagli uno strano mormorio di attese sembra salire e alludere a un intrecciarsi anche là dentro, ai gesti: del povero cibarsi, e dei corpi, ma poi deposti e abbandonati, poi enfiatisi nell' acqua, che si avvinghiano. Chi può vedere da quale occhio celeste vivente l'intreccio, non ancora marcescente ma mobile, e quasi di gomma, di bocca e piedi, di teste annodate che cercano di separarsi dal blocco che fu di carne. Ma questo ultimo è nascosto dalla fuga dei pesci. il fetore è nascosto o velato dalla fuga dei pesci. Le grida indisseppellite, ad oratorio, ecco sono nei gesti di abbraccio, un poco come nelle camere pompeiane finite sotto la cenere. Mi avvicino, lentamente, e guardando da una fessura, un sottile taglio come l'interno del legno, subito ammollato e marcito, che mi fa intra sentire intra immaginare, e vedere infine il groviglio dei corpi, intrappolati come acini di un frutteto divino.
Ma io lo vidi già, era narrato, fin da bambina, nella corona di nudi e angeli della Cattedrale di Parma, disegnata e dipinta nella visione di Antonio Allegri, detto il Correggio, e questa è una simile ascensione, ma orizzontale, dove tutti cercano spazio, e lo comprimono anche, tutti, e si disperdono, anche alla fine. Materia nel liquido, carne che fu ossa e sangue e non gomma, e non blu morte ma vita, delicatamente corpi sacco, velati dalle acque, lì sprofondati e che l'hanno bevuta fino al punto della terra un equatore zenith, dove eravamo oceano su oceano. Una forza centrifuga, a onde, disegna un movimento come cullato, una leggera distonica musica spezzata: sono i morti, i semplici (e bellissimi) morti che volano nel cielo delle acque profonde, al largo della costa libica, nel blu scuro e macchiato di morte, del mare Mediterraneo. Quelle dita tumefatte hanno perso escrescenza, dopo che reso molle e gommoso lo scheletro tutto, ma non hanno esaudito un destino, o l'hanno fermato alla domanda impigliata nell' enigma dei gesti, nelle strette ultime dei tumefatti: queste voci sono nella gola del mondo. E loro: gli afflitti, i perseguitati, gli assetati di giustizia, lo hanno sottovalutato troppo il peso del mondo, questo peccato dei poveri di spirito. La potenza della realtà che sconfigge il loro atavico, il loro grande - di già perduto – sogno di vivere nella vita, la propria vita. Vivere nella pace l'esistenza di sé, e dei propri figli. nella onesta ricerca di un lavoro una casa una patria terra. In un esodo non scelto, ma dovuto alle guerre, alle carestie, alla fame ed alla predazione.
Ora, questo immenso camposanto è marino, l'assenza di pietà umana ha scelto il colore dell’acqua per manifestarsi, un cielo capovolto e profondo pieno dei pesci ora in frotte, ora in fuga. Secondo le parole di Papa Bergoglio questa è la bancarotta dell'umanità che non ha trovato per ora, salvatori e salvezza. "All'interno del relitto, secondo quando accertato dalla Marina italiana, sono stati recuperati :458 corpi senza vita; a questi ne vanno aggiunti altri 169 raccolti sui fondali circostanti altri 48 ritrovati, che si avvicina molto alle 700."(Corriere della sera, 16 luglio 2016, Claudio Del Frate). Ma la scoperta che in cinque, in piedi, stavano in poco meno di un metro quadro disegna bene il come.
Hannina e Omar viaggiano da due lune e imprecisati soli, hanno poco alla volta smesso di parlare, e raccontarsi a parole nell' intreccio delle mani; a sera, quando il vento è calato e l 'acqua del mare da bere è stata sostituita dall' urina, e dal succhiare vecchie bucce sudice, che erano già seccate, o la pelle di frutta. Il loro silenzio è più soave dei pasti infetti della fame, croce che sta dentro il corpo e lo taglia in parte muta e parte che emette strano risucchio, doloroso sempre; i pasti dei bambini e dei più vecchi, non ci sono più né come favoriti né come protetti; né quelle donne che come vele si alzano, da accovacciate e strette, e solo a volte attaccano al nero dei capezzoli i loro piccoli, ma senza cavarne nulla.
Quando la luna si stacca dal fondo del mare, e sorge, è splendente anche per quelle anime di disperazione, e il vento le illumina, lente ombre di tenerezza. Conosciute nella vita dapprima, e sole, era tutto diverso, erano giovani erano vecchi, erano uomini nel fiore degli anni, erano coppie come Hannina ed Omar, e camminavano, avevano strade bianche e sabbiose o piene di terra, camminavano. La secchezza e il non farsi più domande ha fatto posto al miraggio di silenzio e alla rassegnazione. In realtà silenzio non ce n'è mai abbastanza, fra il rumore di acque irreali e immobili e dei venti, delle scie del barcone che trascina sé e loro, noi tutti e nessuno, esclusa questa notte al termine della notte... Gli accenti di tutte le lingue si fondono in un salmo.
Che succede. Staremo qui? ma no, era solo una pressione fra l'aria e il carburante, chi l'ha detto. Perché quel ragazzo piange allora? Ma lo vedi quel punto sotto la luna. È una barca chiede Amina. Ashef batte le mani, ha quasi dieci anni, se è una barca ci salva e ci porta in Italia, vero? No, non lo sappiamo e non ci sono barche qui vicino, risponde la madre.
Non è nessuno, dice Mohammed, è una stella, e tu stai male, vai a dormire. Chi dorme mi stringe un osso della mano fino a farmi malissimo, ma non la sento.
***
Quintavalla è vincitrice del Premio Montano 2019 per la prosa con un testo che già era risultato tra i finalisti in una precedente edizione.
A volte succede. Capita tra le mani qualcosa che abbiamo già letto e ci sembra più lucido, più necessario, più prezioso.
Può essere per quei pochi refusi corretti, per quella disposizione grafica appena ritoccata? O per quella silenziosa insistenza dell’autore e del testo stesso a chiedere ancora attenzione?
Può essere.
E’ lo stesso testo, lo stesso affresco ma lo leggiamo con più riguardo.
Un affresco dalle tinte bluastre, un immenso camposanto marino dove le forme della morte, nell’incessante trasformazione delle cose, diventano di nuovo vita. E’ una vita liquida, germogliante, vibrante nelle correnti profonde di acque ascensionali, in una vertigine che avvolge.
Certe disperate vicende, nella cornice del racconto, luccicano di sacralità e bellezza (donne che come vele si alzano, non è un Compianto di Jacopo della Quercia? morti che volano, non è una scena del Correggio nella Cattedrale di Parma?).
Sono notizie di migrazioni e naufragi che i reportages giornalistici non riescono a descrivere nella loro portata tragica, Quintavalla le ricompone in un contrappunto di immagini fluide attraversate da musica e silenzio, acqua e siccità, luce e buio dove gli accenti di tutte le lingue si fondono in un salmo.
Da qualche parte Maria Pia Quintavalla ha parlato di una sua lingua apneica, una lingua “d’emergenza” e una scrittura che mi sembra ritrovare in questo testo.
Maria Pia Quintavalla è nata a Parma e vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia: Cantare semplice (Tam Tam, 1984), Lettere giovani (Campanotto, 1990), Il Cantare (Campanotto, 1991), Le Moradas (Empiria, 1996), Estranea (canzone) (Piero Manni, 2000, prefazione di Andrea Zanzotto), Corpus solum (Archivi del ’900, 2002), Album feriale (Archinto, 2005), Selected poems (Gradiva N.Y., 2008), China, (Effigie, 2010), I Compianti (Effigie, 2013), Vitae (La Vita felice, 2017), Quinta vez (La collana, Stampa 2009, 2018). Sue poesie sono presenti nelle antologie: Trent’anni di novecento (a cura di A. Bertoni, Book, 2005), Passione poesia (CFR, 2017). Ha vinto numerosi i premi, tra i quali: Tropea, Città S. Vito, Turoldo, Cittadella, Alghero donna, Marazza, Nosside, Alto Jonio, Dario Bellezza, Alda Merini, Città di Como, Europa in versi; nel 2000 è stata finalista in cinquina al Viareggio. Dal 1985 cura la rassegna Donne in poesia e le sue antologie; in seguito proseguita nelle rubriche: Le Silenziose (Book City, Milano), Muse, Autori, Resurrezioni (Casa della cultura, Milano), Essere autrici / essere curatrici. Ha curato il convegno Bambini in rima (Atti su «Alfabeta» 1987). È docente presso l’Università degli Studi di Milano, con laboratori di lingua e scrittura italiana. Sue poesie sono state tradotte in numerose lingue.
La scrittura di Claudio Salvi si presenta in parole nella loro nuda sostanza, avviate verso un percorso che intreccia (con valore esclusivo) il rapporto tra lingua e cosa. Ma ciò che si evidenzia è molto di più: il pensiero che scrive conosce solo l’essenzialità del dire, la sua denotazione libera da ogni sintagma troppo articolato. La parola vuole essere solamente se stessa in quanto cosa. Ma questa apparente semplicità ha bisogno di una concettualità stringente, che affonda all’ interno di una coesione che “afferra con le dita ogni non detto”. Perché al di fuori della lingua che si fa cosa resta solo un senso in-significante del “come se”. La voce dell’autore agisce grazie ad attrazioni minime dove lo sguardo parla, e ogni “configurazione... è una possibilità” di variazione del dato reale da sentire con gli occhi.
Dalla sezione “sequenza nun”
***
parola mano
(sia
sia
preme
per
per
me)
***
preme lontano, da lontano
parola
preme basta —
parole suono
mano
***
sai, non
come cosa
preme
***
prendi,
che rimane
ancora parole date
di’,
parole date
Dalla sezione “corrispondenze”
è più lento di quanto pensavo, è un’attesa
andiamo a san pietroburgo oppure a est in una città di
fabbriche, in transiberiana, prima però dobbiamo
formalizzare la nostra posizione (chi sa cosa vuol dire)
sogni di essere in un paese dove fa bel tempo ascolti un
carosello russo e pretendi di impararlo, chi sa cosa vuol
dire
guardo la villa del conte traverso il parco a pranzo, ho
parlato di te, volevo dirlo
jeu de balle è un piazzale come non ce ne sono da noi,
proporzionato, un piazzale inclinato sembra di utrillo la
gente è come a quel tempo
entro in chiesa, accendo un lumino e sai cosa sta sopra, il
quadro di un incontro tra un maschio e una femmina
Claudio Salvi - pubblicazioni: Album (Arcipelago Itaca Edizioni, 2016) a cura di Renata Morresi, postfazione di Giulio Mozzi.
Pubblicazioni web: gammm.org (polaroid, 2012-2015) – nazioneindiana.com (scritti, 2012-2014) – vibrisse.wordpress.com (tagebuch, 2012-2013) – franco-carlevero.com (non scritto)
testi pubblicati in Nazione Indiana (https://www.nazioneindiana.com/2018/02/18/sequenza_nun/)
testi pubblicati in Argo (http://poesia.argonline.it/sto-fronte-alla-chiarezza-dei-colori-inediti-claudio-salvi/).
Partecipazione a Ricercabo 2016 (taccuino e diario giapponese 2015-2016).
Partecipazione a Riassunto di Ottobre (2016).
Traduttore da inglese e francese: recentemente 12 testi da “Lo spleen di Parigi” di Charles Baudelaire.
Giulia Niccolai e Franco Beltrametti, foto di Antonio Ria
1. Il poeta Franco Beltrametti. Quale legame umano e artistico vi univa?
Ho conosciuto Franco, sua moglie Judy e Giona (che avrà avuto un anno o due), a Trastevere, dove abitavo anch'io con Adriano Spatola, nel 1966, prima che Franco partisse per il Belice terremotato, col programma di lavorare lì come architetto, assieme ad altri, che avevano avuto la sua stessa idea.
Nessuno di loro venne mai utilizzato dal potere locale. Dunque il medesimo idealismo, in questo senso, era stato di diversi architetti, e questo aneddoto ci fa capire anche quanto poco si sapesse, allora, del nostro stesso paese. In Sicilia Franco scrisse "Un altro terremoto" che Spatola volle pubblicargli subito nella piccola casa editrice, la Geiger, che aveva fondato con i due fratelli, Maurizio e Tiziano.
2. L'influenza della cultura asiatica sulla poetica di Franco.
In questo caso è molto importante ricordare che Franco era laureato in architettura e che si sentiva profondamente attratto dal rigore e dall'integrità dell'architettura giapponese. Sempre a questo proposito, è il caso di ricordare che, quando venne a conoscenza dell'opera di Carlo Scarpa, Franco confessò che, se lo avesse conosciuto da giovane, non avrebbe mai abbandonato l'architettura.
3. I rapporti tra testo scritto e immagine. La passione di Franco per l'arte figurativa e il collage.
Se pensiamo al lavoro di Franco, l'aspetto figurativo, anche del semplice testo lineare è sempre presente nelle sue opere, come se non potesse non prenderlo, istintivamente, in considerazione. Si tratta comunque di un comportamento "innato", che, dal mio personale punto di vista, ha a che fare addirittura col suo stesso aspetto fisico di uomo decisamente piacente, bello, che però, per eleganza, non ha mai sfruttato, o messo in risalto, per farsi avanti: fare strada o avere successo con le donne.
4. La sua abitudine di inviare lettere e cartoline agli amici. Un modo per rimanere in contatto al di là delle frontiere e dei confini?
Franco, nella sua vita, ha sempre fatto conoscere i suoi amici agli altri suoi numerosissimi amici! Così, per lui, è anche come: trovandosi con certuni in un determinato paese, questi gli ricordassero sempre anche gli altri, altrove, e che, dunque, gli mancavano... Non c'era sentimentalismo in ciò, era piuttosto una sorta di legge "della natura" per lui. Essere alla presenza di certi amici non poteva non fargli pensare a quelli che non c'erano... Franco era una sorta di "chioccia" mentale di tutti coloro ai quali voleva bene!
Copertina di "Transiberiano"
Il volume di Franco Beltrametti, Transiberiano, pubblicato dalle edizioni sottoscala di Bellinzona nel 2016, del quale fui co-curatore insieme ad Anna Ruchat è, in senso filologico, un affettuoso arbitrio: Franco Beltrametti non scrisse il diario di viaggio da Venezia a Tōkyo via Mosca con l'intenzione di pubblicarlo; ma il taccuino su cui lo redasse è talmente "beltramettiano" che per questa volta la Filologia può chiudere un occhio.
La diaristica di Franco Beltrametti è sempre molto contaminata da disegni, piccoli dipinti, collages di oggetti recuperati dal suo quotidiano; e il Transiberiano non fa eccezione. Beltrametti si dirigeva in Giappone, già affascinato dallo Zen e dalla mistica orientale, e il taccuino è pieno di pagine di esercizi di scrittura giapponese, la cui frequenza dà l'idea di quanto egli fosse ansioso di entrare in contatto con quella cultura sul suolo che l'aveva generata. Tuttavia, durante il viaggio in treno, egli si trovò immerso in un'altra cultura, le cui tracce sono evidenti nelle pagine del taccuino. Affascinato come s'è detto dal segno, grafico e sonoro, Beltrametti si cimenta in diverse occasioni a scrivere in cirillico, per esempio, un indirizzo postale, o a trascrivere a orecchio parole russe afferrate qua e là. Lo accompagnano, dal 9 al 19 maggio 1965, svariati personaggi, alcuni decisamente variopinti, con i quali Franco Beltrametti comunica pur non conoscendo il russo, gioca a scacchi, fa passare il tempo fumando e bevendo vodka. La sua facilità di comunicazione, l'empatia con gli sconosciuti e con le persone amiche, sono tratti fondamentali del suo carattere che affiorano di continuo nella sua opera poetica e grafica; e anche il Transiberiano e la poesia su questo viaggio non fanno eccezione: ce lo dipingono come una persona genuinamente interessata agli Altri. È anche grazie a questo che la "galassia Beltrametti", irta di figure e personaggi anche molto distanti fra loro, di molteplici ambiti artistici e letterari, è a tutt'oggi così variegata e numerosa, e su più grande scala rispecchia il microclima ferrato e rotolante del Transiberiano.
Stefano Stoja, studioso di letteratura italiana del Novecento, è nato a Lecce nel 1965. Ha pubblicato diversi saggi sulle riviste d'italianistica «Cartevive» e «Studi novecenteschi», ed è stato tra il 2010 e il 2019 archivista e bibliotecario presso la Fondazione Franco Beltrametti di Riva San Vitale, nel Canton Ticino.