Più che descrittivi, sono definitori i versi di Maria Luisa Vezzali: gli elementi vi sono scolpiti insieme alla loro funzione: “mantici che pompano costanza”, “sfinge scava senza fine nel petto”. Reali o mentali che siano, tali elementi compiono un’azione che diresti eterna. Il tempo, pertanto, in questo limpido scenario, è appena la successione di tali definizioni. Un dialogo si accampa a tratti nel quadro poetico rinforzando la convinzione che si tratti di una poesia gravata da un viraggio morale che finisce con lo svelare che il teatrino ha un meccanismo e che la botola al di sotto del palco può scattare fino a imporre una completa trasformazione di ciò che è in scena: “sono senza gola / esplosa d’alba / sono / la linea / della tua ombra”. La trasformazione individuale è anche collettiva e l’autrice attraversa temi contemporanei (le stragi, l’immigrazione, le crisi economiche) adottando stili anche molto diversi, appartenenti anche ad altre culture. Ecco che ci pare perfetta la scelta di una sua chiusa: “Sfasatura obliqua dove è valore il linguaggio”.
Dalla sezione Versi di esperienza e di amnesia
Della bellezza
bellezza è quell'armonia dolcemente
crocefissa nel rilievo dell'onda
che riconosci come un luogo
frequentato a lungo in un passato
che non è nel tempo
ma sul tetto della piramide
sfinge scava senza fine nel petto
il pozzo del dono che non fa rumore
Dalla sezione Scuola d’ossa
Arnaut
ogni giorno trovi in fiamme il percorso
del tram il gioco a nascondino
della ressa all’interno
le scale sepolte da grida la forza
centripeta del banco in prima fila
hai l’odore dei treni che partono
come partono le carovane
nella desertificazione della rena
radici notturne nel sangue
e un pugno che protrude dalla carta
sei così irto, brina e roccia
che il tuo sguardo arabesca il vetro
ora preparati a vestiti diversi
se questa è casa
e casa devi chiamarla
preparati a disegni diversi
tutto smotta, cambia e si drena
il fiume per quanta onda lo gonfi
neppure si tende come la linea
retta della tua schiena
quando scoppiano sassi nel silenzio
sotto la pelle e un pugno che sfonda
la storia sale e scende senza luogo
corso senza riva per rimanere intatto
ora preparati a suoni diversi
se pure è lingua
e lingua devi sentirla
a diversi sapori
sui denti strappati dall’alveo
e tu fermati fermati mattino
se deve avere un senso
anche in questo scarno
granaio di vento
anche contro la marea
Dalla sezione Cartoline metafisiche
3. (dalla lavagna)
Allo scafo appartiene il timone o alla mano, ai tendini di vento che hanno provato lo strappo delle partenze, il nuoto che stringe i denti nell’ambiente lunare estraneo che fa resistenza? Cosa parla alle foreste di bambini con gli arti arruffati, nati al volo, accucciati nel fondo muschioso del tempo, la materia smemore molle al sacrificio o la testa fresca caparbia di bellezza di un corpo non estenuato, una fame inconsumabile di cominciare imbracciare la rotta?
5. (da Gatwick)
Ci fosse un confine in fondo ci sarebbe un passaggio di stato un transito una dogana. Come si fa con i paesi quando si fruga la propria identità dentro la valigia e i cancelli elettronici non riconoscono i segni naturalissimi graffiati dal tempo sul volto. Ma i confini dentro gli occhi sono così fragili. Si sbriciolano al minimo impatto con la vita. Noi siamo qui fumi di fucina, poi particole gemmate dall’incendio. Non si cambia valuta, semplicemente non si spende, si è spesi.