Appaiono molteplici gli sguardi con cui Domenico Lombardini accompagna le sue meditate immersioni lungo l’arco temporale del vissuto nella raccolta Fuori dalla città, portandoci, tra apnee ansanti e respiri distesi, all’interno e all’esterno dell’ambiente urbano e insieme della realtà nel suo complesso.
All’interno: dove la città e un presente colmo di elementi sconcertanti vengono declinati in un testo fitto, senza pause, con un ritmo martellante e un finale accelerato, evidenziando tutta l’insensatezza consumistica dell’ineluttabilità cittadina: “Ché si dovrebbe ribaltare / Iniziar d’accapo / Emendare / Certi furiosamente / Almeno per evitare / Che tutto sia / Tutto / Senza scampo”.
All’esterno: dove l’infanzia e il passato, il paesaggio e il futuro vengono al contrario evocati in testi più brevi e dal ritmo disteso, a partire dalla premessa: “Fuori dalla città - nulla / Questo nulla è l’infanzia”, dove il fuori si configura come il luogo incorruttibile del primo vissuto e, insieme, come possibilità etica di delineare una realtà nuova.
Il tema della città che, nei suoi aspetti di degrado e di spersonalizzazione, ha trovato largo spazio nella poetica e nella letteratura a partire dalle prime urbanizzazioni, viene nella raccolta enfatizzato del contrasto con il fuori, dove “tutto si presenta senza pretesa / d’essere separato” e dove è possibile l’abbandono che la natura consente.
Il contrasto dentro-fuori appare però riguardare un ambito più ampio del rapporto urbano-extraurbano, in particolare quello tra il visibile e l’invisibile, in una riflessione che l’autore conduce sul mostrarsi delle cose, sull’apparenza e sull’essenza del reale: “Forse volevamo che fossero / Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! - / Non fare che tutto sia come appare / Che tutto sia come sembra essere”.
Così come viene condotta una riflessione sul senso del dire, sulla necessità di trovare una lingua in grado anch’essa di farsi altro, di generare parole “più magma che pomice, / gettate perché nascenti”. E se, eticamente, il mondo chiede spazi nuovi, più umani, dal punto di vista del pensiero richiede una realtà altra e altri nomi, sorgenti e iniziali: “Si sta / nel continuo stupore / nella verginità nominalistica / di ogni cosa - / pure il silenzio del mondo / pretende nomi nuovi”.
Domenico Lombardini ci ricorda allora come la parola poetica debba continuamente tendere a farsi forza nascente, capace, di fronte all’esigenza di aprirsi ad un’altra realtà, di fondare “la nuova città / altrove” e di dare vita ad una lingua altra che riesca a pronunciare “sottovoce / il nome segreto della nuova città”.
***
Tu sei quel tempo immobile
Lo iato sospeso
Tra due estremi scoscesi –
La proiezione del presente
all’eterno, l’istante consumato
E ora viva presenza
Ma impostura, simulacro
***
Segni di vite aliene
Chimeriche trasfigurazioni
Quelle foglie setose
Cadute dagli alberi
Chissà come
Probabilmente perse
Come involucri da esseri
La cui assenza contemplavamo
Nell’attesa dell’epifania
Della loro forma metamorfica.
O forse ci ingannavamo
Forse volevamo che fossero
Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! –
Non fare che tutto sia come appare
Che tutto sia come sembra essere
***
Ho fatto il vuoto
nella tecnologia –
nel passaggio al bosco
indebitamente è trascorso
troppo tempo
troppi passi non ben misurati
a separarmi dal riposo
o dal consumo
o dal lavoro
mi inselvatichiscono
e addolciscono e sciolgono
il pensiero antinomico –
tutto si presenta senza pretesa
d’essere separato..
***
Si sta
nel continuo stupore
nella verginità nominalistica
di ogni cosa –
pure il silenzio del mondo
pretende nomi nuovi.
***
Silenzio:
la semiosfera è collassata –
il gracidio
e questo suono senza nome
fondano la nuova città
altrove.
L’ecista nel sacello
ierofante analfabeta
velato capite
ha il lituo nella mano sinistra
e designa il pomerio e il mundus
e profferisce sottovoce
il nome segreto della nuova città.
Domenico Lombardini (Albenga, 1980), laureato in biologia, ha lavorato nella ricerca biomedica. È fondatore e proprietario di ASTW (http://www.a-stw.com/), agenzia di traduzione, scrittura e formazione. Si è occupato di giornalismo scientifico, filosofia, intervento culturale su quotidiani, riviste, blog letterari.
Pubblicazioni di poesia in volume:
Legenda (Fara editore, 2009 – antologia del premio; primo classificato); Economia (raccolta poetica; Puntoacapo editore, 2010); testi pubblicati nella rivista Trivio (n.1, 2013, a cura di Marco Berisso e Antonio Loreto. Antologia di poeti liguri e lombardi. Editrice Oèdipus); L’abitante (raccolta poetica, Italic Editore, 2015).
Premi:
Segnalato per la raccolta Matrici al concorso Montano 2010 di Anterem Edizioni.
Premiato con segnalazione alla XXIII edizione (2011) del Premio Nazionale di poesia “Sandro Penna”.
Premiato con Menzione d’onore al concorso Montano 2012 di Anterem Edizioni.
Premiato con Segnalazione per la raccolta inedita L’abitante al concorso Montano 2014 di Anterem Edizioni.