Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
a cura della redazione di "Anterem"
Dal presente numero “Carte nel vento” non avrà più un solo curatore ma diventa un collettivo di redazione: d’ora in poi il periodico sarà prodotto, in ogni fase di realizzazione, dall’intero corpo redazionale di “Anterem”, costituito da Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Mara Cini, Flavio Ermini, Rosa Pierno, Ranieri Teti.
Nella visione e nella condivisione di un’idea comune che dura da decenni, dall’esperienza di “Anterem” a quella del “Montano”, si rinsalda ancor più l’elemento distintivo di questo premio: la completa coincidenza tra la redazione della rivista e la giuria storica.
Durante i cinque mesi appena passati, questo gruppo privo del suo direttore è riuscito con un grande lavoro collettivo a portare avanti tutto quanto intrapreso, in cartaceo e in rete, superando ogni ostacolo.
In tempi così difficili ritengo sia giusto ancorarci tutti alla stessa passione e condividere il più possibile, il più possibile vicini e radicati nella certezza che insieme ogni atto sia maggiormente consapevole e fecondo, senza arretramenti né pause.
Con questo numero di “Carte nel vento” si conclude la presentazione delle opere segnalate e finaliste al 32° Premio Lorenzo Montano, edizione 2018. Abbiamo il piacere di proporre testi che, nella varietà dei temi e delle forme, offrono uno sguardo inedito sul senso del nostro esistere poeticamente. Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali.
Abbiamo inoltre il piacere di ospitare in copertina Miro Gabriele, non solo poeta e traduttore, ma anche fotografo: un fotografo con la visione del poeta.
Ma tutto questo non è che una breve sosta, il tempo di un respiro… l’edizione 2020 è in corso, per nuovi sguardi e per altri versi e prose che sarà un grande piacere raccontare e pubblicare.
Scarica il bando del 34° “Montano” (2020)
Ranieri Teti
In copertina: “Campidoglio”, fotografia di Miro Gabriele
Si presenta in modo sensoriale questa poesia.
Sensorialmente ci permette di percepire una materia.
Come l’odore di “quell’albero”. Tanto precisamente indicato, perché è proprio quello,
quanto vagamente citato solo per il suo profumo invernale. Come il sapore del cibo.
In postura di ascolto attivo, questa poesia di Alessandro Ramberti si dispiega nel crocevia delle sensazioni.
E dopo l’olfatto attraversa l’udito, che sembra evolvere in una percezione che aumenta.
In una sorta di crescendo, il testo ci conduce fino a un senso ulteriore che solo il poeta può riconoscere, solo il poeta può dire.
Un senso inedito, il sesto del poeta, quel senso che, a differenza degli altri, non ha bisogno dell’aria per essere trasmesso.
Ma solo di vicinanza, di contatto, di quello stringersi che diventa scarica, energia per proseguire un cammino, andare avanti.
La presenza è un profumo che nutre
Nello stare acquattati
si decantano
le sensazioni
infilandosi nelle teche
le immagini rilasciano
pian piano
le forme colorate trattenendo
il sapore di quel cibo semplicissimo
l’odore di quell’albero
che emana il suo profumo
quando è inverno.
È un’archiviazione più profonda
che sembra fare a meno
del suono – o lo condensa?
forse mette in moto
i liquidi vitali
la dinamica
dell’elettricità
non ha bisogno d’etere
ma solo di contatto
e vicinanza
magari con un po’ di simpatia.
Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna, 1960) è laureato in Lingue orientali a Venezia, ha vinto una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Animatore delle Edizioni Fara, ha pubblicato qualche saggio, Racconti su un chicco di riso (Pisa, Tacchi), La simmetria imperfetta con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson (1996) e alcune sillogi: In cerca (2004, Premio Alfonso Gatto opera prima e altri), Pietrisco (2006, premi Poesi@&Rete e Cluvium), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012, Premio speciale Firenze Capitale d’Europa e altri riconoscimenti), Orme intangibili (2015, Premio Speciale Casentino, II class. Tra Secchia e Panaro, ecc.), Al largo (2017). Con l’Arca Felice di Salerno ha pubblicato la plaquette Inoltramenti e tradotto 4 poesie di Du Fu. Con la poesia Il saio di Francesco ha vinto il Pennino d’oro del concorso “Enrico Zorzi” 2017.
Un’altra danza
Appare, a prima vista, come un potente ossimoro, che spalanca domande di senso, il titolo della raccolta di Andrea Rompianesi Ermeneutica imprevista. Induce a chiedersi come possa l’esito di un processo, che richiede metodologie razionali e sforzi interpretativi, mostrarsi in modo inatteso, quasi a sgorgare da un inciampo o da un’illuminazione.
I testi ne sono esempio. Poiché articolare il linguaggio poetico, in modo da consentire che qualcosa di imprevisto emerga dai versi, è la scelta dell’autore che ci presenta il tentativo di mettere in atto una inaspettata ermeneutica: una diversa e altra modalità di interpretazione del reale che richiede un pensiero diverso e altro, dove, nelle possibilità aperte dalla rifrazione, la lingua si deformi e assuma significati distorti e plurimi.
Una rifrazione che, nella raccolta, si mostra colma di risonanze e di forme ripetute, sia negli echi interni ad ogni testo, sia nelle duplici stesure di molti di essi, di cui alle versioni successive della seconda sezione. A partire dal rinunciare ad ogni intento, in presenza di “irti di sassi anemici adagi edulcorati armeggi /se / ogni eco discinta concede intenzione gravosa o estinta”, per abbandonarsi piuttosto alla sonorità e alla pluralità dei sensi che nei testi si rifrangono, si contrappongono e, nello stesso tempo, si riflettono e si illuminano.
Testi che escludono i modi formali di coesione, con uso prevalente di forme sostantivate e aggettivali, e che mettono in luce neologismi, reiterazioni di termini, coppie oppositive e assonanze suono-senso. Testi ottenuti attraverso un’esplicita azione di sottrazione, sia eliminando le forme grammaticali di coesione, sia riducendo le prime versioni alle scritture brevi delle seconde stesure, in entrambi i casi rimuovendo il superfluo dell’apparenza ai fini di una ermeneutica che apra all’essenza delle cose, di cui ha chiara consapevolezza l’autore: “- di altra parola ? - potrei / [ esporre diatriba affossata] / -dici nei tagli?”.
In questo modo la parola poetica può essere in grado di condurci nelle danze e nei gorghi mossi dalle speranze e dai dolori della condizione umana, in particolare “nei meandri di dolci speranzose guide cirri lasciati / del tutto opposti al quanto dobbiamo spendere per essere amati”, così come “ricercare il verso (che passion s’adira) in oltremodo fuori / non rassicura / se non esclude del quotidiano il subir dolori”.
E, soprattutto, la parola sottratta di Andrea Rompianesi può riuscire a mostrarci in tutte le sue sfaccettature, nei suoi echi franti e rifranti, nelle sue sonorità così come nelle sue riduzioni ai minimi termini, la ricerca e la messa in atto di una, accuratamente specificata in doppia parentesi, “[[ ermeneutica ulteriore e ampia / di ben altra danza ]]”.
***
[di altra parola ? - potrei
[ esporre diatriba affossata]
-dici nei tagli?-
“corrusco s’inonda l’exemplum riscossa” [ossa]
possibile anticipo in/fantile appannaggio drenaggio
l’arrota la chioma silvestre (e mancina)
[ la cima raggiunta
d’arrocco menaggio ] (1)
(1) maggio/faggio/raggio
***
nere le scarpe a emettere passi (di certo) in sull’uscio
e strada novella attesa di fioco sudore cartone/come
scatole tenenti buste ossidiane/vetuste echi risvolti
apportati ai tonici tolti e impressi negletti auspici
irti di sassi anemici adagi edulcorati armeggi/se
ogni eco discinta concede intenzione gravosa o estinta
***
se sia un sentire a)adirato
b)esteso
c)sollevato
[ altro passaggio ]
a)d’amor filiale
b)di tradizione evasa
c)d’identità lacquale
(dovremo passare attraverso la domanda ingenua emozionale
generando il distico che tale acconsente altro rigor formale)
***
forse che i tempi inverosimili di perpetua infanzia
confondono l’aromatico sentore (una zuppa inglese/
ripiena di cioccolatini) conducente impegno tarlo
domestico estenuante obliterato in seguito/sporto
nei meandri di dolci speranzose guide cirri lasciati
del tutto opposti al quanto dobbiamo spendere per essere amati
***
[ deriva d’epilogo ]
metrica: struttura strofica di dodici versi suddivisi
in distici a rima baciata con schema AA/BB/CC/DD/EE/FF.
quale premura tempo comporta il dato la cucitura
l’estenuata organza di fine tramite o/impalcatura
eccesso sfida di tenzon diverse le stesse agenti
coniate a corpo/setoso dramma contornato a denti
capaci a disputa di lontana voce astrusa inarca
l’abbandono il solo solitario esborso da tale barca
l’accesso oltraggio dell’acquisire servo di smistamento
riprovato/suolo calpestato occluso dal traverso vento
rimodellato l’affannato verbo contendente l’uso
solitudine a giorno e notte chiari passivo/attivo abuso
ricercare il verso (che passion s’adira) in oltremodo fuori
non rassicura/se non esclude del quotidiano il subir dolori
***
[[ ermeneutica ulteriore e ampia
di ben altra danza ]]
Andrea Rompianesi nasce nel 1963 a Modena. Già nel settembre del 1979 inizia la sua attività di scrittura in poesia. Compie gli studi presso l’Università di Bologna, laureandosi in Filosofia e approfondendo l’ambito della letteratura italiana contemporanea. E’ del 1986 il suo primo libro che ottiene riscontri da nomi come Luciano Anceschi, Paolo Ruffilli, Raffaele Crovi, Valerio Magrelli, Giorgio Bàrberi Squarotti, Cesare Vivaldi. Inizia così un percorso che incontra negli anni l’apprezzamento di molti addetti ai lavori, in Italia e all’estero. E’ presente in varie antologie. Dal 1990 svolge attività di operatore culturale; nel 1998 fonda Scrittura Creativa Edizioni, sigla editoriale impegnata sul fronte stilistico. Ha realizzato interventi di critica letteraria per il sito “scrittura nomade”. Risiede attualmente in provincia di Novara. Ha pubblicato, in poesia: “Orione”(1986), “Vascello da Occidente”(1992), “Punti cardinali”(1993), “Scendevi lungo la strada”(1994), “Momenti minimi”(1994;1999), “Apparenze in siti di trame”(1996), “I giorni di Orta”(1996), “La quercia alta del buon consiglio”(1999), “Scritti e frammenti”(1999), “Ratio”(2001), “Versi civili”(2003), “Metrò:Madeleine”(2004), “Gustav von Aschenbach”(2006), “Rimbaud Larme”(2007), “Il grido”(2008), “Fides”(2009), “Dietro tutti i colori del blu”(2013), “Quote di non proletariato”(2017); in prosa: “Il pane quotidiano”(1990), “Quella dei Beati Angeli”(1994), “Il killer”(1995;2000), “Venti e lune”(1995), “In odore di terre”(1998), “La notte dei grandi ladri”(2003), “Strada di pausa e di viaggio”(2012), “Avinguda del Paral-lel”(2014).
Protagonista di questa prosa poetica è la figura del Diòcreme (nome proprio che si costituisce come anagramma di “mediocre”).
Questa figura sta occupando una posizione preminente in questa nostra società.
E Cesare Vergati ne è consapevole. Tanto da dare vita a una vera e propria “guida” per difendersi dalla mediocrità.
Una guida che orienta il lettore tra le varie categorie di “mediocri”, accomunate dalla volontà di eliminare ogni complessità dalla loro vita.
Una guida per liberare il volto umano dal ghigno dell’ignoranza, per aprirlo al sorriso che è proprio della conoscenza.
Cesare Vergati lucidamente ci avverte che la mediocrità ci sta portando vicinissimi al baratro morale.
Pagina bianca
Dal lembo bianco e silenzioso di uno spazio sospeso e incompiuto tra la vita e la morte giungono le Cronache dal limbo di Claudio Zanini.
Sul contorno, sull’orlo: la poesia si colloca già nel limbo, nel suo significato etimologico, ma quello descritto dall’autore fa chiaro riferimento alla condizione delle anime, quale formulata dalla teologia cristiana o narrata nel canto quarto dell’inferno nella Comedia dantesca. Anche il titolo, quasi un ossimoro, pare essere posto sul bordo precario di un annuncio, anticipando una narrazione dettagliata di fatti e la loro collocazione, invece, in un luogo non fisico, un “non-luogo”.
Ci si trova sul confine tra i vivi e i morti, tra essere e non essere, dove tutto appare esangue, senza forza vitale e solo apparentemente riverberato da un lucore scolorito e insignificante, in cui presenze e assenze restano come sospese e indecifrate.
Nello stesso tempo il luogo, o meglio il non-luogo, viene descritto in modo preciso e dettagliato e, quanto più la narrazione indugia sui particolari, tanto più il senso di inquietudine emerge con forza lasciando risuonare e rimbalzare gli interrogativi che dolorosamente vengono posti con la “domanda informulata / ma fissa nella mente: perché siamo qui?” , così come: “perché tutto accade, / senza requie e per sempre ripetuto?”.
Il silenzio, il bianco dominante e un dolore appena accennato caratterizzano il limbo, generando sensi di precarietà, di incompiutezza e di attesa. E pensieri che, tra chi vi si trova collocato, così come nell’autore, generano domande di senso sull’essere e sul non essere, sull’impassibilità dell’eterno e sulla temporalità e sui palpiti dell’esistere
Le cronache, che nei vari passaggi illuminano quadri evanescenti di assenza insieme a dettagli messi a fuoco con rigorosa precisione, ci riservano però un finale tipico del colpo di scena teatrale. “Ora non c’è più, il Limbo” , scrive l’autore nell’ultimo testo, esplicitando “alfine, siamo tornati, immemori e assonnati” , per subito precisare in nota: (Tornati? Ciondoliamo in una terra di confine / …. siamo profughi in precario esilio illimitato)” . Il limbo era e non è più: quasi sul crinale tra un non-luogo e il luogo di cui non si è conservata traccia, metafora della nostra condizione esistenziale di erranza e incompiutezza.
Se il limbo però fosse anche altro? Se si spalancasse anche un diverso, implicito, colpo di scena? Se il limbo, nel suo chiarore colmo di assenza, fosse la pagina bianca di chi scrive?
Forse il luogo dell’altrove e dell’indicibile. Forse lo spazio del silenzio e di un qualche possibile, benché frammentato, manifestarsi. Su quel bianco offuscato “da macchie e segni d’indecifrabile grafia” , come abbozza Claudio Zanini, su quella pagina bianca, dove “parole ansiose” e “sillabe stridenti” lasciano posto al silenzio e a “qualcosa che, appena silente oscilla, / non l’illimitato, ma una sua scheggia / luminescente, che l’animo trafigge”.
2
Niente d’irreparabile, in questa quieta attesa;
è un luogo d'aria persa, di momentanea resa.
Ciondoliamo il capo nell'ombra della sera,
perduto lo sguardo negli occhi del vicino.
L’un l'altro accanto ci stendiamo, tarda è l'ora,
luce tersa si scolora in fuliggine sospesa.
Una cosa inquieta, tuttavia: è l'elusione
sempre presente, alla domanda informulata
ma fissa nella mente: perché siamo qui?
17
Il bianco non è mai benevolo, si sa.
Simula ovattata morbidezza o
dolce candore di zuccherato velo.
Può vantare un’apatica pigrizia,
una soffice apparenza, ma algida
in sostanza, e diventar spietato
quando si cerca di scalfirne appena
quell’involucro d’eleganza sopraffina
che il pallore dissimula del vuoto.
50
L’illimitato è enorme, curvo vuoto
su cui tracciamo delle croci, barre,
segni d’interpunzione, parentesi quadrate.
Sulla pagina bianca, parole ansiose,
di qualche vocale l’ondulazione,
leggeri nastri, sillabe stridenti.
Poi, silenzio. Rimane, tra le dita,
qualcosa che, appena silente oscilla,
non l’illimitato, ma una sua scheggia
luminescente, che l’animo trafigge.
52
L’eterno è impassibile, intatto,
ricurva superficie sconfinata
che al tocco suona d’echi puri.
Ci atterriscono le sue aporie
sfiorate appena col pensiero,
ma strappa gemiti l’esistere
entro quella faglia schiusa che
distilla del tempo gocce buie.
68
Lo si deve ammettere a malincuore:
è partecipe, il Limbo, suo malgrado
d’una metafisica minore, irrilevante.
Lo si direbbe oscillare incardinato
in un’intercapedine spaziotemporale
d’obliquità sottile e microscopica.
Apatico com’è, a nulla allude.
73
Vorremmo ci fosse data l’occasione,
disorientati esuli dell’espunto luogo,
d’essere ancora prossimi al non-essere,
quasi al contrarsi discreto dei non-nati,
tanto inerti, entro quelle camerate vuote
da non poterle attraversare intatti,
quanto sensibili ai lievi palpiti del cuore
nell’estrema coincidenza di inizio e fine.
Claudio Zanini è nato a Trieste. Finalista al Premio Guido Morselli di Varese per il romanzo, nel 2009, nel 2010, nel 2011, vincitore dell’edizione 2012 con “Il polittico della città di T” , edito per il tipi di Nuova Magenta Editrice. Ha pubblicato vari racconti, tra cui, per bambini, “Il talento di Uk” (Vita Comunicazione – Comune di Milano). Con la casa editrice Bietti di Milano, “Il posto cieco” (2009), “Nero di seppia” (2010), e “La scimmia matematica” (2013). Nel medesimo anno ha vinto il Premio Fogazzaro 2013 con tre brevi racconti. Selezionato al Premio Letterario Città di Como 2014 e terzo classificato al Premio Fogazzaro 2016. Vincitore dell’iniziativa Opera prima 2018, con la pubblicazione della raccolta di poesie “Ansiose geometrie”, Cierre grafica – Anterem edizioni . Suoi versi appaiono, tradotti in inglese da Claudia Azzola, su Tradizione/traduzione , e in altre riviste. Collabora con la rivista culturale ODISSEA
Il seme dell’etica
Nel movimento avvolgente, con cui si snodano i versi della raccolta Piccolo globo di Fausta Squatriti, le sequenze interroganti e le forme reiterate paiono condurci a ruotare insieme a quella sfera indicata dal titolo. E, insieme, a far ruotare il nostro pensiero sul suo stato attuale e sulle sue sorti, a partire dalla sconfortata constatazione che questo “piccolo globo soffre / contorni sfrangiati / lento progresso / voragine”, e ancora più chiaramente “tutta ferita la Terra rimargina male / nell’indifferenza”, arrivando a chiederci, insieme all’autrice: “Rimettere a posto il piccolo globo?”.
Nel loro andamento a spirale, si sviluppano continue domande di senso sulla possibilità o meno che ragione e bellezza, etica e parola possano riuscire nell’intento, come evidenziano gli stralci interroganti: “come sopravvivere / alla morte delle idee?”, cosi come “Basterà salvare il salvabile?”.
Pone semi nel terreno dell’etica l’interrogazione poetica dell’autrice, conficcando la parola, come a dissodare il terreno, sui temi del bene e del male, dell’innocenza e dell’offesa, della carità e del crimine.
Un bene visto in agonia, cercato tuttavia nel dialogo e nella pietà, il cui “seme / a fatica sgomita / nel solco stretto” e per il quale ci si interroga sulla necessità di mettere in atto un processo di ricostruzione: “ridisegnare la mappa del bene?”. Un male, invece, ben presente e che, nelle forme del delitto e del castigo, del diavolo e di Caronte, non dà tregua al mondo, così come ai versi, che non ne trascurano l’esistenza.
Così, nella compresenza di morale e amorale, la raccolta declina il piccolo globo stretto tra l’immoralità, in questo simile al pascoliano atomo opaco del male, e l’etica da far rifiorire, tra la “morte delle idee” e la “sapienza residua”.
Che non si riesca però a coltivare il seme della sapienza e del bene attraverso la parola poetica pare essere l’afflizione dell’autrice: “Rimugina aggettivi / cerca il Verbo / dove non si trova”. Non solo: i poeti vengono accomunati ai despoti, entrambi considerati incapaci, che “tracciano nuovo confine / e dell’orto secco / non si curano”, così come la bellezza che “non sa accudire / dell’emergenza / il grido”.
Chi possa essere in grado allora di coltivare l’orto, di farne fiorire il dire e, nello stesso tempo, di salvare il globo, è la domanda inespressa che cogliamo sullo sfondo di tutti i versi. E in che modo, e se, sia possibile, a partire dallo sconforto con cui Fausta Squatriti dichiara: “Nessuno ascolta le mie parole”.
Forse nel collocarsi in un grado “Quasi zero / nella ingorda civiltà del pieno”, forse portandosi oltre, oltre la malasorte e la bontà spersa e derisa, oltre il male-dire e il bene-dire, in quel liberatorio, benché disilluso, “Ridere” con cui si conclude la raccolta.
***
Nessuno ricorda
indicibile nome bestemmia
debole annaspa
nel marasma di fluidi
inciampa sui sassi più aspri.
Bellezza faticata
soverchia
marcisce nel pozzo
orba di riflesso.
Soccorso da tempo assegnato
impiega malafede
in maglie molli.
Speriamo e aspettiamo.
Della pietà il seme
a fatica sgomita
nel solco stretto.
Rimettere a posto il piccolo globo?
***
Contorni
Pochi ricordano
gloria di dono non richiesto:
piccolo globo soffre
contorni sfrangiati
lento progresso
voragine.
Anime belle
rubano spazio e misura
sull’orlo si affacciano incerte.
All’origine a mani nude
tornare.
Dimenticare
chi è rimasto indietro.
***
Desiderio fino al collo
nei debiti
per transumare aspetta
prepara ben chiuse valigie e bauli.
Dèspoti e poeti
dell’orto secco non si curano
confondono le stagioni.
Semplice Bellezza
passeggia
di rigogliosa fronda vestita
alza il capo innocente:
non sa accudire
dell’emergenza
il grido.
***
Si espande nella notte chiara
di nostalgia il profumo:
del Diavolo il trillo
incassa l’applauso e sviene.
Cibo della mente
smaltito come tossico rifiuto.
Malasorte
notte e giorno si prende tutto
sassi piatti belli consunti
sull’acqua
farli scivolare
seguire la corsa
con la curva del corpo.
Ridere.
Fausta Squatriti, nata a Milano nel 1941, è artista, poeta, narratrice, saggista. A casa della madre, la poetessa Lina Angioletti, negli anni ’50 si riunivano i più interessanti artisti e poeti che a Milano vivevano, da Lucio Fontana a Salvatore Quasimodo, e una Fausta adolescente si nutriva dei loro discorsi, appassionata fin da allora all’arte e alla poesia, i cui primi esiti compiuti risalgono al 1960, sebbene siano stati pubblicati da Book soltanto nel 2003. Dopo gli studi accademici Squatriti, tra il 1964 e il 1998, dapprima in collaborazione con Sergio Tosi e in seguito da sola, da vita a una piccola ma importante casa editrice dedicata alle edizioni numerate e multipli, realizzati con grandi maestri del '900, Man Ray, Fontana, Twombly, Nevelson, Tinguely, Niki de saint Phalle, e tanti altri. Negli stessi anni l’artista compie la propria ricerca visiva, scultura e grafica. Nel 1968 espone a Stoccolma nella storica Galerie Pierre, proseguendo nel ’69 a New York, (Barnett Newman da lei conosciuto il giorno prima presenzierà alla vernice della mostra presso la giovane Barbara Koz). Seguono mostre a Caracas, Ciudad Bolivar, Tel Aviv, Huston, Mexico City, Ginevra, Dusseldorf, Parigi, Mosca. A partire dal 1979, espone anche in Italia. Nell'85 è stata curatrice della sezione ‘Arte e scienza: colore’, alla Biennale di Venezia. Ha insegnato per trent’anni nelle Accademie di Belle Arti di Carrara, Venezia e Milano, contribuendo a diffondere l’arte del Libro d’Artista e della grafica. E’ stata più volte visiting professor alla University at Manoa, Honolulu, ha tenuto seminari e conferenze in Italia e all'estero. Ha esposto nel 2009 in una personale al Moscow Museum of Modern Art, a cura di Evelina Shatz, e nel 2009/11 a Parigi nella mostra“Elle¢repompidou”, una piccola sala le era dedicata. Nel 2017 una mostra “Se il mondo fosse quadro saprei dove andare…” a cura di Elisabetta Longari, rende omaggio al suo percorso creativo in due importanti sedi museali milanesi, “Triennale”, “Gallerie d’Italia”, e presso la “Nuova galleria Morone”. Sue opere fanno parte di musei e istituzioni pubbliche e private.
Poesia, narrativa e saggistica sono state pubblicate in singoli libri, in antologie e riviste specializzate quali Lettere, Alfabeta, Meta, Il Verri, La Mosca, Testuale, Graphie, Kiliagono, Concertino, e altre. Per Vanni Scheiwiller ha diretto, con Gaetano Delli Santi, la rivista Kiliagono, uscita tra il '93 e il '95. Nell'85 ha vinto il Premio Montale per l’inedito, nel 2010 il Premio Scrivere donna, con la pubblicazione di Filo a piombo, nel 2017, per Olio Santo il Premio Tassoni.
Ha pubblicato poesia, dal 1979 ad oggi: Temperatura ambiente, La natura del desiderio, Della Discordia e del suo credo, Carnazzeria, Male al male, Gesto azzurro alla sua sinistra, Filo a piombo, Vietato entrare, Olio santo. Ha pubblicato in prosa: La villeggiatura, ovvero Breviario sentimentale, Crampi, La Cana. Una sua ricerca storica è stata pubblicata: Pollice verso, storia di un arazzo. Sue poesie sono state tradotte in ebraico e in inglese, queste ultime pubblicate ad Amsterdam, nella rivista internazionale Incontri. In francese presso L’Harmattan è pubblicata Anthologie1960-2012. Presso Gradiva Publications , nel 2018 è uscita un’antologia di poesie tradotte in inglese “At Pen-Point”.
POESIA E PROSA :
1979 “Temperatura ambiente”, Il Laboratorio delle Arti
1987 “La natura del desiderio”, All’insegna del pesce d’oro, Vanni Scheiwiller
1994 “Della discordia e del suo credo”, All’insegna del pesce d’oro, Vanni Scheiwiller
1999 “Male al male”, Piero Manni
2003 “Gesto azzurro alla tua sinistra”, Book
2004 “Carnazzeria”, Testuale critica
2010 “Filo a piombo”, Tracce
2012 “Vietato entrare”, La Vita felice
2015 “Une anthologie 1961/2012”, traduzione in francese di Biancamaria Altomare e Alberto Lombardo, L’Harmattan
2017 “Olio santo”, NPe Poesia
2018 “At Pen – Point “ Poems 1960-2017, traduzione in inglese di Anthony Robbin, Gradiva Publications
Prosa:
1994 “La villeggiatura, ovvero breviario sentimentale”, Terre del fuoco editore
2006 “Crampi”, Abramo Editore
2015 “La Cana”, Puntoacapo editore
2015 “Pollice verso: Storia di un arazzo”, contributi di autori vari,
a cura di Fausta Squatriti, Nardini editore
Non è più tempo di distrarsi, è necessario rilanciare il potere della dissidenza. Questo ci dice Filippo Ravizza.
Le sue poesie sono insorgenze, riflessioni, nuclei erratici di pensiero, apparizioni.
Sono territorialità da condividere con il lettore.
Una disseminazione di unità spazio-temporali irrompe sulla scena dominante e mette in gioco l’apatia del pensiero.
Torniamo a noi, dice il poeta, sapendo di rivolgersi al lettore, attendendolo al varco con parole appartenenti alla sovversione.
Diciamolo con chiarezza: fondamentale nella poesia è preservare la parola da esiti smaterializzanti.
Evaporare gli anni
Disperdere dunque la coscienza
del tempo evaporare gli anni
così senza pietà correre correre
lontani dal qui e dall’ora non
esistere sapendolo mentre
incessante risuona tra le tempie
e queste campagne la certezza
che dice: “Tutto è impossibile,
ma tu ricordati, ricorda il desiderio
offeso del tuo pur mutilato amare”.
Dalla sezione L’enigma nell’enigma
Tutte le forze
Possedere nelle carte tutte le forze
ondulate campagne e irti annunci
le tremende canzoni l’aria calda
che investe e secca le gole aperte
come invocazioni come annunci
che dicono ti dicono è qui è qui
è adesso solo adesso è il destino
il tuo destino.
Dalla sezione Tutto ciò che lo precede
Hegel
Sulle alzate carezze le paratie
del mondo, le spalle alate invece
qui, dove hai potuto pensare toccando
la terra di essere dentro, stare
stare dentro le cose, essere loro,
parlare di tutti a tutti avanzare
un poco di Storia collettiva quasi
memoria, un’illusione solo amata:
che si potesse toccare, sì toccare,
spingere un poco almeno più
in là l’idea, l’esperienza terribile,
vera, della totalità.
Filippo Ravizza è nato a Milano, ove risiede, nel 1951. Poeta e critico letterario, è autore, prima de “La coscienza del tempo”, di sette raccolte di versi: l’ultima in ordine di apparizione è la silloge “Nel secolo fragile”, uscita nel febbraio 2014 (la seconda edizione è del novembre 2015) presso La Vita Felice Editore. Prima di “Nel secolo fragile” è uscito “La quiete del mistero” (Amici del Libro d’Artista, 2012), preceduta da “Turista” (Lieto Colle, 2008)” Prigionieri del tempo” (Lieto Colle 2005), “Bambini delle onde” (Campanotto, 2000), “Vesti del pomeriggio” ( Campanotto, 1995), “Le porte” (Schema Editore, 1987). Nella sua città ha tra l’altro ideato e realizzato, insieme al docente e critico letterario Gianmarco Gaspari, “Lezioni della Storia – Dopo un secolo quale memoria”, un ciclo di conferenze iniziato nel 2011, lettura della Storia italiana ed europea attraverso la letteratura. Tra le altre vanno segnalate le conferenze che Gaspari e Ravizza hanno tenuto su Alessandro Manzoni, su Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Umberto Saba, Italo Svevo e Giovanni Pascoli. Nel 1995, insieme al poeta Franco Manzoni, Filippo Ravizza ha redatto il “Manifesto in difesa della lingua italiana”, oggi parte del programma orale (cours de production orale) per il conseguimento del dottorato specialistico del Dipartimento di Italianistica dell’Université Paris 8 (Paris – Saint Denis, docente Laura Fournier). E’ stato chiamato a rappresentare la poesia italiana contemporanea alla XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano (1996). Attualmente coordina le iniziative culturali di una grande organizzazione di rappresentanza economico – sindacale milanese.
Un vivere alterno, nella visione del poeta, porta a trasformare il particolare di minimi accadimenti
in un universale che riguarda ogni vivente che abbia stilato, negli anni, nella trama della vita, un archivio degli incubi.
Parliamo, grazie a Giuseppe Schembari, di ogni vivente che conservi memoria e abbia attenzione.
In questa poesia l’alterno si materializza in maniera evidente nel passaggio da un significativo verso universale,
“ma le ferite riscrivono la storia”, a un verso successivo molto personale “ricordo avevo ancora le ginocchia sbucciate”.
Tutto continua, e si concretizza, subito dopo: “poi un’onda ha travolto la memoria”.
Quest’ultimo verso restituisce un senso definitivo: le ferite non sono correlate alle ginocchia del poeta,
ma grazie a questo ricordo indicano un lungo arco temporale, dimostrano il troppo tempo che dura una pena nell’esistenza.
Anche se ne sono state cancellate le tracce.
Nell’abbozzo di una cronaca taciuta
traccio l’identikit di un’inquietudine
dura a morire
che squassa e scontorna
le vere ragioni del mio folle arrancare
Esisto aldilà di questo gap
oltre la trincea delle cose taciute
dei tanti ritardi accumulati
dei giorni nati già malati
nascosti nella tasca del pigiama
Anche adesso la trama un po’ si scuce
l’archivio dei miei incubi riluce
di una paura senza età
che non lascia traccia
ma lentamente la pancia mi squarcia
Le impronte sono state cancellate
ma le ferite riscrivono la storia
ricordo avevo ancora le ginocchia sbucciate
poi un’onda ha travolto la memoria
Non la vivo come un debito la mia assenza
neppure un vivere alterno
in questo non luogo eterno
dal quale spesso riemergo sgualcito
come da un torbido sonno inghiottito
Giuseppe Schembari (Ragusa, 1963) ha pubblicato nel 1989 “Al di sotto dello zero” e nel 2015 “Naufragi”, entrambi con l’editore Sicilia Punto L.
Vincitore di numerosi premi, collaboratore di giornali e riviste, è compreso in varie antologie: tra queste, “Bisogna armare d’acciaio i canti del nostro tempo”, curata da Gian Luigi Nespoli e Pino Angione.
I versi di Irene Santori sembrano scottare, investiti da una febbre d’amore, una visionarietà che sigilla il corpo con la memoria; meglio sarebbe dire che dissigilla la memoria; che mette in contatto l’amore per i propri figli con la storia della città, ma anche con gli dei. Alla risalita memoriale nulla si oppone. Il sentimento è un liquido che si spande e marchia. La lingua è fiato prima ancora che parola. Non c’è nulla che possa opporsi all’appropriabile. Pittura, storia, città, malattia, i versi sono un’onda che riporta tutto in superficie. Un suono persistente spira tra le poesie, rendendo la lettura un’esperienza sensoriale che travasa dal cerchio della vita e della morte (la madre, la figlia, a sua volta madre) ma che a ogni passaggio porta con sé segni, parole, oggetti, testimoni non inerti, ma attivi, quasi simbolicamente co-protagonisti: “apro una pesca e non c’è nocciolo”. Il pericolo è l’altro versante: perdere la vita, perdere le cose, le persone, ogni cosa: la mente può controllare solo anticipando gli eventi, coagulando un verso che serva a saldare materia organica e mentale assieme.
Sembrerebbe non esserci alcuna categoria utile a incasellare conoscenza: “spalanco le porte / e le immagini si annullano / fermo gli occhi / e le immagini si schiudono”, tant’è che si è costretti a verificare anche le più elementari percezioni, per fabbricarsi, caso per caso, l’ambito di riferimento. Difficile tenersi a qualcosa che sia saldo, anche ciò che si crede di conoscere è non fondato e forse, per Italo Testa, nemmeno nel gioco di famiglia wittgensteniano c’è qualcosa che possa fondare una credenza. Persino il sé è totalmente azionato dagli altri. Nessun limite da nessuna parte. Nessuna cosa uguale a un’altra. Eppure una costante inversione fra ciò che accade in un interno e ciò che accade in un esterno: “cammino nella casa / e raccolgo i rami caduti”, oppure tra immobilità e movimento, ci avvisa che è possibile ancorarsi a qualcosa, non fosse che per il principio di opposizione. Quel che si esperisce con il corpo non è stabile allo stesso modo poiché la mente è scettica rispetto al corpo o almeno sembra potersi astrarre anche da esso o volerlo disperatamente fare senza riuscirci. In ogni caso è un io bloccato, alienato che non ha un codice condiviso di comunicazione, vive nell’arbitrarietà più totale. O forse nell’adesione a sé più completa.
Dalla sezione La casa perfetta
TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE
sono seduta
e mi muovo verso una porta
sono seduta
e scivolo nel corridoio
TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE
la foglia dell’albero nel giardino
cade sul mio tappeto
la foglia dell’albero nel giardino
trema sulle mie mani
anche oggi ho visto qualcosa
che spero di comprendere tra due giorni
anche oggi ho visto qualcosa
che spero di arrivare a comprendere
TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE
le pareti bianche
si curvano sulla stanza
le pareti bianche del cielo
si curvano dentro la mente
TUTTO ACCADE SIMULTANEAMENTE
spalanco le porte
e le immagini si annullano
fermo gli occhi
e le immagini si chiudono
Dalla sezione I camminatori
camminano
rasenti ai muri
sugli autobus
si siedono tra i primi
non parlano
tenendosi le mani
si voltano
di scatto a un tratto
ti guardano
gli occhi grigi
campeggiano
poi scartano di lato
si alzano
serrando i pugni
e scendono
Italo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia. Tra i suoi libri di poesia: L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018); Tutto accade ovunque (Aragno, 2016); i camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013; La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010), canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005); Gli aspri inganni (LietoColle, 2004). Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident dj su «Le parole e le cose» e collabora con altri lit-blog. Pubblica la rivista/poster «2×2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.
L’itinerario che segue questo libro si svolge tra poesia e saggistica, mentre l’atto su cui si fonda è quello del guardare.
E ciò che Liliana Ugolini vede lo afferra fin nell’intimo. Lo coglie nelle figure che incontra, nei valori che in esse vengono realizzati o negati.
Questo libro segue itinerari che incrociano il destino dell’umano e il modo in cui tale destino si compie.
Su questo tratto di strada, grazie a un linguaggio che non maschera e non nasconde, riprende vita la teoria dell’essere umano come marionetta, guidata da un ignoto burattinaio.
Ogni momento della nostra giornata è inesorabilmente già scritto.
Accettare questo senso dell’esistenza senza sgomento, senza ambiguità, senza indecisioni e lontano da ogni dissipazione, è uno dei compiti dell’essere umano.
Margherita Orsino ci racconta una traversata che dal molteplice porta «fino al limite ultimo», ovvero fino all’uno aurorale. Si tratta di una traversata all’interno di due colori possibili: quelli che si vedono perché sono davanti a noi e quelli che si inventano in quanto non esistono in natura.
In questo libro tutto concorre a immaginare infiniti passaggi di un percorso che l’occhio deve saper nutrire e la voce nominare. Un percorso che coinvolge parole pronunciate in lingua italiana da Margherita Orsino, unitamente a ulteriori parole mormorate in lingua spagnola da Maria Troiano. Un percorso che affida alle immagini di José Scacco il compito di allargare la dimensione del visibile e di mettere in gioco la matrice inconscia del vedere, «pietra dopo pietra», parola per parola.
Nel frattempo “La traversata infinita” è diventata un libro pubblicato da Anterem Edizioni nel 2019.
Un approfondimento, con un testo, un’immagine e notizie biografiche qui: https://www.anteremedizioni.it/margherita_orsino
Più che descrittivi, sono definitori i versi di Maria Luisa Vezzali: gli elementi vi sono scolpiti insieme alla loro funzione: “mantici che pompano costanza”, “sfinge scava senza fine nel petto”. Reali o mentali che siano, tali elementi compiono un’azione che diresti eterna. Il tempo, pertanto, in questo limpido scenario, è appena la successione di tali definizioni. Un dialogo si accampa a tratti nel quadro poetico rinforzando la convinzione che si tratti di una poesia gravata da un viraggio morale che finisce con lo svelare che il teatrino ha un meccanismo e che la botola al di sotto del palco può scattare fino a imporre una completa trasformazione di ciò che è in scena: “sono senza gola / esplosa d’alba / sono / la linea / della tua ombra”. La trasformazione individuale è anche collettiva e l’autrice attraversa temi contemporanei (le stragi, l’immigrazione, le crisi economiche) adottando stili anche molto diversi, appartenenti anche ad altre culture. Ecco che ci pare perfetta la scelta di una sua chiusa: “Sfasatura obliqua dove è valore il linguaggio”.
Dalla sezione Versi di esperienza e di amnesia
Della bellezza
bellezza è quell'armonia dolcemente
crocefissa nel rilievo dell'onda
che riconosci come un luogo
frequentato a lungo in un passato
che non è nel tempo
ma sul tetto della piramide
sfinge scava senza fine nel petto
il pozzo del dono che non fa rumore
Dalla sezione Scuola d’ossa
Arnaut
ogni giorno trovi in fiamme il percorso
del tram il gioco a nascondino
della ressa all’interno
le scale sepolte da grida la forza
centripeta del banco in prima fila
hai l’odore dei treni che partono
come partono le carovane
nella desertificazione della rena
radici notturne nel sangue
e un pugno che protrude dalla carta
sei così irto, brina e roccia
che il tuo sguardo arabesca il vetro
ora preparati a vestiti diversi
se questa è casa
e casa devi chiamarla
preparati a disegni diversi
tutto smotta, cambia e si drena
il fiume per quanta onda lo gonfi
neppure si tende come la linea
retta della tua schiena
quando scoppiano sassi nel silenzio
sotto la pelle e un pugno che sfonda
la storia sale e scende senza luogo
corso senza riva per rimanere intatto
ora preparati a suoni diversi
se pure è lingua
e lingua devi sentirla
a diversi sapori
sui denti strappati dall’alveo
e tu fermati fermati mattino
se deve avere un senso
anche in questo scarno
granaio di vento
anche contro la marea
Dalla sezione Cartoline metafisiche
3. (dalla lavagna)
Allo scafo appartiene il timone o alla mano, ai tendini di vento che hanno provato lo strappo delle partenze, il nuoto che stringe i denti nell’ambiente lunare estraneo che fa resistenza? Cosa parla alle foreste di bambini con gli arti arruffati, nati al volo, accucciati nel fondo muschioso del tempo, la materia smemore molle al sacrificio o la testa fresca caparbia di bellezza di un corpo non estenuato, una fame inconsumabile di cominciare imbracciare la rotta?
5. (da Gatwick)
Ci fosse un confine in fondo ci sarebbe un passaggio di stato un transito una dogana. Come si fa con i paesi quando si fruga la propria identità dentro la valigia e i cancelli elettronici non riconoscono i segni naturalissimi graffiati dal tempo sul volto. Ma i confini dentro gli occhi sono così fragili. Si sbriciolano al minimo impatto con la vita. Noi siamo qui fumi di fucina, poi particole gemmate dall’incendio. Non si cambia valuta, semplicemente non si spende, si è spesi.
Affondare, sprofondare, interrarsi sono movimenti che si intrecciano con un montare,
un salire, uno stare ritto su qualcosa che è ignoto.
Con Declini siamo al cospetto di una parola attraverso la quale ci congiungiamo a un’ultimità,
un fare insieme soglia ed enigma, apertura e chiusura.
La morte, ci dice Marina Pizzi, è un soffio che, a dispetto delle durezze, tiene il luogo di un io che sta declinando.
Questa ricerca poetica perpetua un logorarsi e uno spegnersi
che ci spingono a diffidare delle verità univoche e assolute, che finiscono con il rivelarsi morali di tutto comodo.
***
coprimi con l’era in forse
con le stampelle vuote
e dimmi un atrio grande come una scossa
dentro la darsena l’ingombro della rotta
questa temibile pena in foggia da ecatombe
eco del lutto torto di fandonia
nella faccenda il rogo della malia
***
quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda
una spada di fionda come ad intristire
senza dire ché rimanenze di senso
da abluzioni di scritture e oralità
oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo
***
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso alla riva.
qui si perfeziona l’avanzo del superstite
l’acqua scaduta al centro della zattera
la musa in attonito che non dice più
***
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva
qui si perfeziona l’avanzo del superstite
lo stipite duro della tana
***
pentimenti del seno averti accanto
bracconiere dei sensi limite del tempo
tempo tu stesso e sillabario panico
addentro alle urla di chi lascia scia di sé
le sciorinate scosse
Marina Pizzi ha pubblicato i libri Il giornale dell'esule (Crocetti, 1986), Gli angioli patrioti (Crocetti, 1988), Acquerugiole (Crocetti, 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente, 1993: pubblicazione del Premio), La devozione di stare (Anterem, 1994: Premio Lorenzo Montano), Le arsure (LietoColle, 2004), L'acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa, 2006), Dallo stesso altrove (La Camera Verde, 2008, selezione), L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011) Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012); Cantico di stasi (Cantarena, 2013: edizione parziale), Segnacoli di mendicità (CFR, 2014); Plettro di compieta (LietoColle, 2015); Cantico di stasi (Oèdipus, 2016: edizione definitiva), Declini (Macabor, 2017) e Miserere asfalto. Afasie dell’attitudine, 2007-2017 (La linea dell’Equatore, 2017).
In formato digitale, on line, ha pubblicato - interamente o parzialmente - le raccolte La passione della fine, Intimità delle lontananze, Dissesti per il tramonto, Una camera di conforto, Sconforti di consorte, Brindisi e cipressi, Sorprese del pane nero, Staffetta irenica, Il solicello del basto, Sotto le ghiande delle querce, Pecca di espianto, Arsenici, Rughe d'inserviente, Ricette del sottopiatto, Dallo stesso altrove, Miserere asfalto (afasie dell'attitudine), Declini, Esecuzioni, Davanzali di pietà, L’eremo del foglio, L’inchino del predone, Il sonno della ruggine, L’invadenza del relitto, Vigilia di sorpasso, Il cantiere delle parvenze, Soqquadri del pane vieto, Cantico di stasi, La cena del verbo, Estinzione di chiarìa, Il vestitino bizantino, L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba.
Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124-Poetry Wave. Electronic Center of Arts”, coordinata da Emilio Piccolo (1951-2012), ha nominato Marina Pizzi poeta dell’anno. Fa parte - insieme a Massimo Bacigalupo, Milo De Angelis, Franco Loi, Tomas Tranströmer, Derek Walcott e altri autori - del Comitato di redazione della rivista internazionale Poesia. È redattrice del litblog collettivo "La poesia e lo spirito" e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Lavora presso la Biblioteca di Area umanistica Giorgio Petrocchi dell'Università degli studi Roma Tre. È stata tradotta in persiano, inglese e tedesco.
È martellante l’interrogare di Mario Pezzella sul secolo da poco trascorso.
È un lavoro di interpretazione e di confronto con le grandi ideologie e i drammi del Novecento.
È un collocarsi su una soglia che registra la dissoluzione di tante certezze.
C’è un’impressione di quiete in questi testi ed è resa spesso con l’impressione di un movimento, che orienta la parola poetica sul dettaglio.
Nel poema vi è l’impeto di una lingua liberatrice, trasparente, simbolo della verità, verso la quale il linguaggio del poeta naviga senza affanno;
seguendo il soffio vitale di ciò che era nascosto e ora – all’inizio di un nuovo secolo – si va facendo trasparente.
La poesia di Pezzella si situa in quel punto in cui si incrociano linee temporali di sensibilità entrate in risonanza l’una con l’altra.
Il Secolo è finito
Era buia
era vera
trasparenza di sangue
una sezione di menti
su vene scoperte
atridi funesti giullari sovrani
chi resisteva,
nel buio
nel vero.
Dalla sezione II. Padre
Moneta rovente –
scambio di viatico in bocca
di padre in morto
di figlio in madre
ciondolante capitale invariabile.
***
Di padre in figlio
il nome dell’assassino
si tramanda saldo
c’indebita l’Oscuro
tu stai;
nell’oscuro pulsare,
nell’alone di tempo.
Dalla sezione III. Frasario
***
Il tuo solofono8
suona – dicevi –
per tutta la notte
nella stanza in disparte,
non senti il murmure di voci
insorgere
in giardini lontani.
La tua voce
dialoga gli Oscuri
tra le nubi di Bor.
8 Le nubi di Bor è un quadro di Klee.
Mario Pezzella si laurea a Pisa nel 1973 con una tesi sul pensiero di Walter Benjamin. Presso la Scuola Normale Superiore diviene ricercatore di ruolo, e lo rimane fino al 2014, anno in cui la sua mediocre fortuna accademica lo induce a dimissioni anticipate. Nel 1979-1980 ha collaborato a un seminario di Jacques Derrida presso l’Ecole Normale di Parigi. Ha conseguito con la tutela di Louis Marin il Doctorat de Troisième Cycle en Philosophie nel 1984, preso l’EHESS di Parigi e il DEA in Réalisation cinématographique seguendo i corsi diretti dal documentarista Jean Rouch a Nanterre. Ha insegnato Estetica ed Estetica del cinema, con affidamenti annuali provvisori, in diverse università italiane. Ha tenuto, su invito, un seminario presso l’EHESS di Parigi, in collaborazione con il Prof. Eric Michaud. E’ attualmente redattore della rivista Il Ponte, di Altra parola e collabora col Centro per la riforma dello Stato nella sede di Firenze.
OPERE PRINCIPALI
L’impossibilità di aderire alla realtà quotidiana spinge Nicola Vitale a cercare verità non effimere. É necessario perché ciò avvenga, mettere il silenziatore, spegnere monitor e cellulare, cercando dentro se stessi non il nuovo, ma il perenne: quello ad esempio di un filo d’erba che si rinnova a ogni primavera. La ricerca del sé, dei propri ricordi, dell’infanzia, porta inevitabilmente alla scoperta dell’”imponderabile” dei passaggi, a “pesare le parole”, ad aprirsi a sguardi, a sopportare il silenzio. Il mondo allora cambia radicalmente aspetto come in quelle figurine per bambini che mutano disegno per la diversa incidenza della luce. Sfuggire il caso, l’abitudine, la convenzione apre i mondi del sogno e del progetto, ci libera dal “dover scegliere tra questo e quello”. Non più illusorie soluzioni se si ha il coraggio di guardare con occhi svelanti; é con essi che Nicola Vitale indaga la pittura, la musica per raggiungere il noi comune.
***
Distratti da canzoni d’autore, nel dormiveglia internazionale non è che nessuno ascolta, è che non c’è modo, non regge più la figura che puoi disegnare al centro del progetto: il nome, l’ora, l’indirizzo non coincidono. Gli appassionati conviventi (anche per poco) non si incrociano, gli affari intempestivi fanno debiti. Anche le cose prescritte per riuscire, non riescono.
Un errore, due errori, tre errori
dovremmo con calma ricapitolare
tacere per un po’, fare il punto.
Non parlare: ascolta.
Non ci sono soluzioni sulla carta
sembra svanito il segnale,
il monitor non risponde.
Guarda nel nulla.
Dopo tentativi irrisolti mi chiedo
cosa potrebbe sollevarci
questa estate che non abbiamo fatto progetti
quando il calcolo delle probabilità viene meno
e non si attende altro.
Potremmo allontanarci di poco
valicare il limitare di questa corta memoria
e rivedere i luoghi dell’infanzia.
Potremmo scoprire che qui
gli stessi paesaggi
si stendono ancora nell’imponderabile.
Dopo secoli di menti affaticate
dopo avere scritto e dipinto
da rovinare la digestione
si vuole tornare alla vita normale
parlare dell’umano
dell’uomo in gabbia per strano malumore.
Si vuole… si vuole
insomma non ne va bene una.
E se non volessimo nulla
se smettessimo di cercare di farla franca
di spuntarla
da questa circoscritta spirale?
Nicola Vitale (Milano 1956) è un poeta, saggista e pittore italiano. Ha pubblicato, in poesia, Progresso nelle nostre voci (Mondadori 1998), La forma innocente (Stampa 2001), Condominio delle sorprese (Mondadori 2008); il romanzo Il dodicesimo mese (Moretti & Vitali 2016) e vari saggi.
Luce. Attesa. Esistenza. Nuovo giorno.
Già i titoli delle quattro parti in cui si articola il libro di Roberto Piperno segnalano un movimento di emersione dall’interiorità
per dissolversi in un molteplice senza identità, per disseminarsi nel mondo.
Un movimento che non induce a fermarsi alla dualità del dialogo, ma porta a comprendere (e a parlare)
le innumerevoli lingue che si rincorrono e si concatenano come se il centro fosse ovunque.
Roberto Piperno si affida a quella parola che pone in causa la quotidianità.
Dice di uno stato liminare, un interstizio, dove un’ombra appena percettibile transita sulla permanenza del tempo.
Apre a un’ulteriorità tanto imprevedibile quanto necessaria.
Dalla sezione Esistenza
Perplesso e disarmato
Sono seduto qui perplesso e disarmato
sperando di sopravvivere a troppe risonanze
di silenzi profondi e d’incomprensibili voci
che chiamano e richiamano ancora
per ritrovare la strada una volta intrapresa
più volte perduta verso una terra nuova
dove volano illuminati uccelli del sapere
e uscire dal silenzio senza echi
di un passato trascorso alla costante ricerca
di più felicità comune nella soddisfazione
di aver raggiunto mete sempre sperate
per più bene comune e personale.
Ora mi giro e sfoglio un nuovo libro
stracarico di strofe e di racconti
di pensieri e parole
che cercano la strada del sapere
e l’inizio di un percorso più sano
per ritrovare il lontano piacere
d’essere ancora vivo
aspirando sempre a respirare
anche senza mondani successi
né mi accontento soltanto di bere
speranze che non diventino vere
nella realtà di un prossimo giorno.
Roberto Piperno è stato Docente di francese e inglese e poi Dirigente del Dipartimento Cultura della Provincia di Roma e Consulente per la Cultura dell'Unione delle Province. Ha pubblicato cinque libri di poesia (Frattali, Al Tempo stesso, Sala d'Attesa, Esseri, Andare per giomz). Ha collaborato con il Prof. Filippo Bettini per rassegne di poesia, ricerche e pubblicazioni di poesia; in particolare "Roma nella poesia del mondo". Cura da molti anni "l'Isola dei Poeti " all'Isola Tiberina e ''Bibliopoesia'' nelle Biblioteche Comunali di Roma Capitale.
Inseguire i colori e le ombre di una città senza tempo, perché Roma è il tempo stesso, il mutamento dentro l'eternità, un'unica multiforme visione. La luce modula i mille volti del paesaggio urbano, concedendo ad ogni luogo, ad ogni oggetto, anche il più umile, l'ora di massimo splendore.
Per me che pratico la fotografia a fianco della letteratura, fotografare Roma vuol dire sottomettermi alle apparizioni e alle sorprese di un viaggio, un lungo viaggio fra le infinite angolazioni della luce, che passa su ogni cosa come una carezza. M.G.
Miro Gabriele vive a Roma. Ha pubblicato per l’editrice Ianua, Edizione del Giano Roma 1988, Odi et amo, una traduzione di poesie di Catullo, con prefazione di Luca Canali. Presso lo stesso editore nel 1992 ha pubblicato Il Gaio Verso, antologia di poeti latini.
E’ stato inserito da Luca Canali nella raccolta I poeti della ginestra, Lalli editore 1989. Assieme a Maria Luisa Spaziani ha partecipato al primo Reading di poesia contemporanea tenutosi ad Agnone nel maggio 1991, da cui è stato tratto il volume Ad alta voce, editore Enne 1992.
Ha vinto il premio Montale per la poesia 1992, e compare nell’antologia Scheiwiller Sette poeti del premio Montale, Milano 1993. Compare anche in Vent’anni di poesia Passigli Editori 2002.
Ha pubblicato il romanzo La vita incerta Valter Casini editore 2004. Ha pubblicato inoltre, con Anna Maria Giannetto, Navigare - Versioni e temi di lingua e cultura latina, Zanichelli 2006, testo di latino per i licei.
Nel 2014 è uscito Le Città Antiche ed altre poesie Ginevra Bentivoglio Editoria, con prefazione di Alessandro Fo.
E’ presente nell’antologia “Poesia luce del mondo” a cura di Francesca Farina, Bertoni editore, pubblicata in occasione della Giornata mondiale della poesia 2019.
Premessa
Lo scritto che segue è frutto degli scambi avuti nei decenni con l’amico fraterno Gio Ferri. Un carteggio di riflessioni teoriche, collaterali ai saggi scritti da entrambi. È un omaggio sollecitato anche da varie richieste di una mia testimonianza dedicata alla eredità culturale di Gio. Richieste che mi hanno spinto a riprendere le carte suddette e a trarne un testo sintetico, che potesse far capire la serie di stimoli derivanti dalle ricerche straordinarie della sua La ragione poetica. Offrire e far conoscere il confronto teorico, appassionato, consonante e a tratti divergente, avuto su alcuni nodi fondanti la sua Ragione e quelli della mia Adiacenza, credo sia il miglior modo di sottolineare il suo valore e la sua memoria.
Gio Ferri è stato per me un compagno di viaggio umano e culturale insostituibile, dentro e fuori Milanocosa, in un arco di circa quattro decenni.
)°(
Risulta evidente quanto la ricerca di Gio Ferri possa interessare l’approfondimento delle analisi da me condotte nei termini dell’Adiacenza. L’impostazione e il percorso sono largamente coincidenti, fino perlomeno all’individuazione del nodo complesso dell’operatività mentale, intesa da me come software operativo del definito (da Rita Levi Montalcini) cervello bagnato, quindi di tutto il corpo.
Ogni specialista tende a totalizzare il proprio mezzo e chi scrive non fa eccezione; un esempio è fornito da una citazione (La ragione poetica, in seguito RP, p.39) di J. Kristeva, la quale dice: “tutte le complessità dell’amore derivano dal fatto che il linguaggio ci mette radici”. Da tale frase appare scontato che l’oggetto è il linguaggio e non i linguaggi, sia come diverse modalità mentali di rapportarsi alle lingue, sia come altri linguaggi (da quello gestuale a quelli dei singoli sensi, ecc.); tutti linguaggi operati dalla mente, quale universo operatore (luogo della possibilità di “una verità di comunione universale”, RP, p.115) di tutte le funzioni del corpo.
L’operatività mentale multiforme e globale così intesa, va dunque dal pre al post di ogni lingua, in un circuito di scambi dove è impossibile individuare inizio e fine, né separatezze o dicotomie (inventate dal platonismus perennis e dai dogmatismi del pensiero religioso o scientista). La mia ricerca si ferma e si sviluppa in tale nodo, ritenendolo già ai limiti dell’impossibile per la sua complessità. Da questa cerco nell’interminato e interminabile intreccio di lingue del testo poetico, tracce e forme della tensione adiacente tra le varie aree della mappa mentale (spazio né uni né tri, ma polidimensionato, al pari degli universi esterni), di un Soggetto Scrivente (SS) quali tracce e forme per sentire, assorbire e metabolizzare l’interminabilità del Tutto.
Rispetto all’adiacenza mentale da me cercata (e considerata quale luogo di frontiera per collegarsi col Resto), l’adiacenza che tendo a qualificare biologica di Gio Ferri, guarda il testo come organismo biologico per cercarvi “analogie tra la codificazione genetica vitale e la norma biologico-scritturale (semantico-retorica)” (RP, p.194), micro e macro forme testuali (o genotesti) che si riproducono seguendo le stesse leggi della riproduzione cellulare o della doppia elica del DNA, seguendo in definitiva gli stessi meccanismi della incessante riproduzione vitale. Non so dire quanto la mia ricerca possa fornire elementi utili a quella di Gio Ferri, che va al di là del crinale mentale per coinvolgere il versante fisico, neuronale e biologico. Questo può comportare alcune differenze o varianze.
Una di queste, è per es., che L’adiacenza mentale guarda al testo poetico come organismo nato dalla tensione adiacente tra le varie aree mentali, arrivando persino a poterlo considerare, nel suo complesso, metafora di tale tensione. L’adiacenza biologica di Gio Ferri non lo consente, perché alla circolarità biologica si sovrappone un salto che, come vedremo, colloca il testo (poetico) quale sovra-sistema del Tutto. È un salto che genera in me riserve, per l’alone di ideologia del testo che può comportare. Rimango tuttavia fortemente stimolato da tali differenze; interessato a fruire di tutti i loro possibili apporti.
Le analisi innovative si trovano ad affrontare (anche) problemi terminologici. Per quel che mi riguarda non sono riuscito ad es. (nelle ricerche dell’Adiacenza), a trovare di meglio che utilizzare simbologie tratte dalla psicoanalisi, pur riferendomi all’operatività mentale. Mano a mano che ci siamo addentrati nella ricerca di Gio Ferri, ne abbiamo misurato la rilevanza e lo spessore che, a mio parere, la qualifica tra le poche realmente nuove degli ultimi decenni, capaci di proporre un’uscita dal circuito soffocante e illusorio delle analisi concluse nel solo ambito linguistico.
L’approccio nuovo, ambizioso e interdisciplinare dell’adiacenza biologica di Ferri non può non coinvolgere molti crinali, che come abbiamo visto incontrano problemi anche terminologici (che, è noto, in genere vanno al di là della terminologia), guardandoli ovviamente dal punto di vista della mia ricerca di una adiacenza mentale.
Tra questi, ce n’è uno che almeno per me è fonte – come accennato – di riserve e domande: è il nucleo costituito dalla serie di definizioni incrociate che ruotano intorno al concetto di sovra-forma o forma delle forme della poesia; intorno cioè al crinale costituito dal passaggio dalla circolarità e dal materialismo biologico (che a me non pone alcun quesito) alla meta-fisica della poesia, che invece sollecita quesiti per l’alone di ideologia del testo che può condurre – in particolare verso i tanti adepti di una visione sacrale, “metafisica…e spirituale” (Leopardi) della “facultà poetica” (G. B. Vico).
Partiamo da una serie di ripetute affermazioni rintracciabili ne La ragione poetica: “la vita è cosa ed evento” (p.60); “Tutto è materia e forma della materia, e materia della forma” (p.19); La poesia è forma e al tempo stesso cosa (intesa come sensitivo grumo energetico), per cui “non si può cogliere la poesia fuori dal “generale” materialismo della vita” (p.51); inoltre, per “il fatto (fondamentale e specifico) di essere spazio nello spazio, la poesia ha tutto il diritto di porsi come oggetto spaziale sensitivo e plastico” (p.31). Tutte affermazioni da me totalmente condivise. I quesiti possono nascere dal transito (o salto) nelle seguenti altre: “Ma la poesia come cosa può essere solo una sovra-cosa, una cosa delle cose…sovra-sistema cosale” (p.49)…meta-sistema reale” (p.48); “nel discorso la parola-segno rimanda a un significato altro. Nella poesia, invece, la parola rimanda solo a se stessa (p.30); per cui se “la vita è cosa ed evento. La poesia è il vertice puntiforme di quella cosa e di quell’evento. La vita è fisica. La poesia è, materialisticamente, meta-fisica” (p.60); La poesia è forma delle forme.
Sono affermazioni implicanti una forma di assoluto che tende a raggiungere un nonluogo, divino ed esterno agli enne possibili universi, punta di un crinale, fonte e lievito per me di vitali domande. Perché sono affermazioni che potrebbero in buona parte essere fatte per mille altre cose, animate e no.
La forma delle forme non conduce inevitabilmente alla forma di Dio e non comporta una questione di fede? Inoltre, se l’universo è multiforme, perché la forma delle forme è la poesia, e non (anche) la musica, o la luce, o l’uovo, l’acqua, il mare, il fuoco, l’eros, il DNA, la cellula, la conchiglia, la lumaca, il serpente, l’elefante, perfino il maiale, la gallina…e, scendendo a forme inanimate (ma se la materia è energia…), i cristalli, la sfera, i buchi neri…Non possono ognuna di esse, sedere come forma delle forme sul trono di Dio?
Non possono. A ognuna di queste bellissime e uniche forme manca qualcosa di essenziale per essere la forma delle forme. Lo sappiamo (credo) molto bene. Manca il pensiero, il pensiero che pensa se stesso. Non può esserci la forma delle forme senza il pensiero che pensa se stesso: l’energia al lavoro che è la fonte dell’estetica (parafrasando Schopenhauer). Non bastano i ritmi, non basta la musica, i giochi e l’eros.
Forse. Ma non c’è in questa pretesa una forma di demoniaco manniano, sempre oscillante tra il furore di una costruzione perfetta e una distruzione totale? Se le nuove scienze hanno definitivamente smontato ogni possibilità di affermazione dogmatica del pensiero e della scienza precedenti, la negazione di ogni possibilità di assoluto non ci fa rientrare in esso (ho sempre ritenuto fosse questa la debolezza del pensiero debole; ricordo di aver pubblicamente posto il quesito a Gianni Vattimo, ricevendone la disarmata confessione di “non averci ancora pensato”), non è un altro modo di nominare Dio?
Forse. Eppure può essere un modo di nominare Dio senza l’ideologia – o almeno più leggeri di ideologia. Che è forse il dio più resistente sul trono.
Cercando allora il perché certe punte mi frenano così…irrefrenabilmente, dovrei forse ricollegarmi all’esperienza generazionale di troppe ebbrezze ideologiche. Che sono le nemiche irriducibili del Sé e di suoi possibili momenti di unità adiacente, alias poesia: “nella comunione, con sé…con l’altro” (RP, p.38). Forse per questo il quesito resiste: al posto del “Dio tomistico” (RP, p.43) dantesco, e dell’ipotesi della sua “creazione estroversa e finalizzata”, non ci ritroviamo a veder volare – sul disegno, pur materialistico, di una poesia sovra-cosa meta-fisica – un dio-poesia con la sua “creazione introversa e gratuita” (ibid.)? Sia pure in bilico, ma resistente sul “vertice puntiforme” (RP, p.60) di una materialità meta-fisica (dechirichiano segno-cosa che riesce a rimanere autonomo rispetto alle varie modalità di linguaggio) svanito in una metafisica materialistica (in cui la parola-cosa ritorna dominata dall’astrattismo e dalla metaforizzazione delle Mod-Io)?
Stiamo parlando beninteso del disegno (o visione di idee) e non del corpo di una poesia, che o è, e allora è materialisticamente vivo; o non è, e allora è flatulenza più o meno maleodorante.
Un altro crinale toccato ripetutamente (ossessivamente, ma le passioni vere devono essere ossessive) dall’Adiacenza biologica di G. Ferri è quello dell’utilità/inutilità della poesia: “la poesia è l’evento non finalizzato e inutile per eccellenza” (RP, p.39). Come opera su tale crinale l’incrocio tra la mia Adiacenza mentale e la relatività delle scienze moderne?
Il massimo di utilità per una parte (di sé) è il massimo di inutilità per la totalità. Al contrario il massimo di utilità per la totalità del Sé, è il massimo di inutilità per la parte prammatica, che deve fare i conti (in senso letterale) con ciò che impone l’altro-da-sé che storicamente c’è.
Quindi, se l’utilità prammatica coincide con l’alienazione rispetto alla propria totalità, l’utilità di quest’ultima coincide con tutto ciò che fa vivere momenti di unità della propria totalità; momenti assolutamente necessari e utili all’autopoiesi, quali momenti di comunione, scambio energetico tra le varie aree mentali, rinnovamento e sorta di manutenzione attiva della propria identità. Momenti, come dire, di igiene mentale, rientranti in un universo di utilità antimaterico, rispetto a quello dell’utilità alienata e prammatica. Quanto più questa tende ad assorbire spazi crescenti di tempo mentale, tanto più cresce il bisogno di una prassi utile per-sé (per la propria totalità e ‘sostanza’).
La poesia è cioè, finalmente, una possibilità (fortunatamente non la sola!) dell’esperienza di fusione tra le varie aree mentali dell’identità, rispetto alla prevalente (utilitaristica) esperienza di divisione tra loro, prodotta dalla “prassi assorbente della quotidianità” (RP, p.43).
Da parte mia c’è dunque una visione in termini relativi dei due contrapposti concetti di utilità/inutilità, che le ripetute affermazioni assolute di inutilità sembrano escludere. Affermazioni peraltro contraddittorie con tutto l’impianto relativistico del pensiero neo-scientista di Gio Ferri. Che infatti aggiunge, sempre riguardo alla poesia: “per (corsivo mio) rappresentarsi comunque ed essere comunque recepita” (RP, pp.43-44). Una specificazione che dice implicitamente questo fine per-sé, ovviamente opposto a quello della “comunicazione retorica” (RP, p.43). Che dunque dice che, in una circolarità biologica di ogni soggetto e oggetto (compreso l’”oggetto poetico come sistema vivente”, RP, p.45), non può non essere immediatamente e intimamente contraddittoria ogni attribuzione di autosufficienza, persino del Tutto (dunque anche di Dio, di cui con ciò viene negata in sostanza…la sostanza) e di ogni forma che voglia presentificarlo.
Un ulteriore crinale che mi sollecita quesiti e creative differenziazioni è quello che riguarda la semanticità/asemanticità (vedi, in particolare, RP, pp.35-36). Per l’Adiacenza la poesia è, in quanto tensione (beninteso se fatta percepire) all’unione interna/esterna del soggetto nel Tutto, fino a produrre uno stato modificato di coscienza rispetto a quella ordinaria; fino a ridurre il controllo del limite individuale per acquisire spazi inusuali di adiacenza con l’Altro da sé. Questo vuol dire una forma capace di contenere sia il valore della sematicità che dell’asemanticità. Precisando però che nell’Adiacenza anche i sensi di questi termini sono resi reciprocamente relativi dal rapporto con l’altro (operante già all’interno del SS). Semanticità/asemanticità sono normalmente termini qualificati dalle Mod-Io; ma ciò che è definito asemantico da queste ultime è l’esplosione della semanticità se visto dalle Mod-Es. Viceversa, ovviamente, se il punto di vista è di queste ultime.
Il fatto che una parte debba “’per forza di cose’” entrare nell’altra, non è dunque “il dramma vitale della parola poetica” (RP, p.36), ma è la sua ricchezza, la sua festa, la condizione specifica della sua complessità. L’una parte senza l’altra non dà poesia, ma due ipotesi: o parola prammatica, piena di significati ideologici (in particolare ideologia della Verità); o, come già detto, flatulenze verbali, fatte d’aria più o meno malsana con (probabile) ideologia del Testo.
Solo lo spazio poetico (ma non solo, come già sottolineato) porta l’una e l’altra a intrecciarsi in fraternità, facendo scoprire, rispetto all’altro, una pratica che riduce e insieme esalta. La poesia è perciò, non solo una pratica di igiene mentale, ma anche un esercizio civile (non voglio usare il termine iperideologico di democrazia) di scambio con l’altro, a cominciare dall’altro che è già in noi.
Nell’Adiacenza il versante asemantico è (se il punto di vista è quello delle Mod-Io) “l’infinito limite di asemanticità” (RP, ibid.) nel buco nero del proprio “collassamento di sensitività” (RP, p.28), da cui deriva fra l’altro l’impossibilità della parafrasi della poesia; perché vorrebbe semplicemente dire ricondurla sul terreno della metafora e sul “piano…del quotidiano” (RP, p.65). Ma proviamo a non buttare via nel cestino questa apparentemente indiscutibile impossibilità.
L’ipotesi contraria implicherebbe che il senso complesso di un testo poetico, dopo essere collassato in un buco nero di antimateria (rispetto alla supposta materialità del “senso comune”, RP, p.59), riesca a riemergere nuovamente, attraverso un buco bianco, nella materialità così come normalmente percepita (mi pare che la traduzione di un testo poetico tocchi questo nodo). Possibile? Il successo, la fruizione e la circolazione sociale di un testo non dovrebbero essere altro che questa verifica. Ma la sua complessità e la sua aleatorietà, sappiamo come vengano ulteriormente intricate da mercato e dominio. Siamo perciò (forse) sullo stesso piano delle ipotesi (finora non verificabili) fatte dall’astrofisica degli ultimi decenni su materia/antimateria, universi paralleli, ecc, argomenti piuttosto divulgati e riproposti nel capitolo “L’altro universo” de La ragione poetica (RP, pp.56-66). A tale capitolo, particolarmente interessante, tendono dunque a ricondursi queste estrapolazioni.
In sintesi, l’applicazione da parte di Gio Ferri della teoria dei buchi neri al testo poetico – come capacità di questo di bucare lo spazio tridimensionale del quotidiano, riuscendo così a produrre uno “’spazio (mentale, ndr) quadridimensionale’” (RP, p.53) – implica l’altrettanta teorica possibilità di uscita da questi tramite un buco bianco; al pari di quanto ipotizzato dagli astrofisici per l’universo esterno. L’ipotesi, pur trattata con cordiale distanza, mi sembra che trovi qualche rispondenza in un brano particolarmente luminescente (RP, pp. 53-54) che Gio Ferri trae da Le forme del desiderio di Giuliano Gramigna.
Gramigna, richiamandosi al “Compendio di psicoanalisi di Freud”, ricorda “’due forme, una liberamente mobile e l’altra più legata…” che operano nella vita psichica. Se passiamo a un “’testo poetico, qualsiasi testo poetico’”, possiamo rilevare che la “’significazione opera…attraverso una dinamica di forze libere e forze legate, forze libere che diventano legate e, viceversa, forze che si slegano da stati o forme relativamente stabili in cui si erano costituite…’”
Mi paiono splendidamente rappresentate le modalità sopra indicate di mobilità e relatività degli spazi mentali, che a saperle cogliere, ci dicono – in particolare attraverso la poesia, ma ripeto tediosamente, non solo – la loro biologica tensione a rifuggire ogni categorizzazione assoluta. Così, ciò che pare rinserrato e infruibile (vedi le giare dell’inconscio proustiano) viene aperto e liberato, e ciò che pare libero, come il pensiero cosciente, ci lega coi suoi legacci. Assolutamente e relativamente necessari, tuttavia, l’uno all’altro; se ammaliati dalla magia costruttrice di quell’oggetto chiamato poesia, che come la vita ci sembra a volte di prendere, e poi nuovamente sfugge.
Milano, giugno 2000-2019
Adam Vaccaro
Popola queste poesie una vasta schiera di momenti legati a un misterioso personaggio.
A ogni gesto Alessandro Assiri si rivolge senza attendere risposta. Nemmeno per ipotesi.
Guadagnarsi il diritto di sopravvivere è già un buon risultato. Per farlo, osserva Assiri, significa starsene ritto e immobile di fronte a un muro, forse invalicabile.
Poesia in forma epistolare, perché? Perché non c’è sistema, sia pure imperfetto, che sia creato una volta per tutte.
E quale forma allora è meglio di una lettera? materia mutabile e sempre mutante? e che vive soprattutto nello slancio esecutivo?
La poesia per Assiri è viva materia in movimento; è testo mai concluso, indirizzato a un destinatario chiamato a esserne l’esecutore.
A D. Che non butta via niente
facevi una vetrina coi tuoi sogni
soggiornavi nelle tue regioni senza orizzonte
chiamavi ogni cosa come da dietro una parete.
Mi facevano sorridere le tue inutili manovre per rimediare ai disastri
sembravi un bambino che per pulire allargava la macchia
un dito che stuzzicando allarga il buco.
Restavamo sempre lì come fossimo la prima parte di qualcosa da completare
restavamo insieme ad aspettare gli anni
così come si aspettano le idee per sempre inconcludenti
per timore di concluderci. Avevamo ancora un nome per ogni rivoluzione
stavamo a margine di tutto con quel modo inconsueto che hanno solo
i vecchi di rimanere in disparte
le battaglie perdute in un mazzo di carte.
A D. Che sovrappone le caviglie
ascoltavo il nostro silenzio
il rumore dei gesti ripetuti e della tua stanchezza
ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni
lo sciogliersi lento della schiuma della birra.
Ti guardavo bellissimo e falso
zona mediana del grigio
fingevi argomenti e diventavi aggressivo acchiappando
un pensiero di carne e pelle.
A D. Che attraversa al semaforo
lo sai perfettamente che c’è sempre
un mondo per cui non si è stati previsti
ma tu non ci badare nemmeno fosse vero
nemmeno se non torneranno i conti del fare e quelli del subire
o ti chiederanno per quanto è durato questo poco da mozzare il fiato.
Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962. Vive e lavora a Trento. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Scrive da anni opere in versi.
Vanni Bianconi ci parla delle tante quotidianità che viviamo. Sì, perché di quotidianità non ce n’è solo una.
Ci sono più cicli di vita che ci accompagnano nel corso della giornata. E così accade giorno dopo giorno.
Le parole alle quali Bianconi si affida sono veri e propri strumenti di scavo.
Niente esitazioni, né inciampi nella sua lingua, la quale, provando a dire, viene a interrogarsi in merito allo statuto del soggetto che ha preso la parola.
Esprimendo così – di fronte al moltiplicarsi delle quotidianità – tanto l’incertezza e il valore dubitativo, quanto la difficoltà di accogliere una vicinanza senza conciliazione.
Dalla sezione Si muore in la minore
Poesia in settembre
Se fossi stato qui l’avresti visto,
il cenno di saluto tra gli amici
che hanno passato insieme un giorno, o anche una sera
anche qualunque, e il tempo morto
prima che tutti si allontanino; si svuoterà
la casa, il teatro, il prato, la città – qualcuno
ancora insieme sale al lago Ritom
tra nebbia cinese, nubi d’Aberdeen
e marmotte di Piora, fa il giro dell’acqua,
coglie un mirtillo, la willowherb
e scende sulla seconda funicolare più ripida d’Europa,
senza tenersi al palo con il palmo
tremando nel capofitto dell’istante che si supera
sonda la leggerezza dell’aria della valle
sonda la leggerezza dell’aria della valle
di Levantina, Altanca e delle Antille.
L’amore sotto l’amore
Ecco cos’era, che mi spinge a soddisfare
il suo bisogno di parole aeree e sfrontate
che travalicano le povere cose che ci diamo
prevaricano su cosa non immaginiamo;
ecco cos’era a farle sfinire cosa la circonda
mentre rivelato come lei l’ha visto risponde
con avarizia, bisogno, servilità vendicativa,
cosa la porta a definirsi pazza, drogata e cattiva;
ecco cos’era che la ingombra in ogni azione,
giù gli scuri, sfondo di televisione,
la schiaccia a letto sveglia i giorni e le notti;
ecco cos’era che lucida i suoi discorsi molli
così che lo scontro di slogan contraddice
quel che ha fatto della sua vita cimice
e getta un riflesso impossibile e lo prendo per vero
e qualche volta ho pregato; ecco cos’era
che dispiega il suo corpo sotto il mio e infinita
fa roteare la voglia di lei e crescere in picchiata
il mio nel suo sesso la lingua nella bocca dell’ano.
L’opprimente ala buia dell’angelo.
(Le bruissement de l’aile de Gabriel).
(Fruscio dell’ala di Gabriele).
Vivere all’ombra divina del mostruoso. Non si può.
Senza non posso continuare ad amare. Potrò –
e si ride e ci si accetta cercandosi ansiosi,
le parole ghirigori d’anima, sensuali, animosi –
stringermi alle gambe di femmina d’umano
ma con il suo perdono.
Come vetro soffiato
Traspare un’incandescenza intensa nei versi asciutti e cristallini di Canzone del padre di Luca Bresciani. Un’incandescenza intrisa di sofferenza, nella memoria ardente di incendi familiari, che non viene lasciata ardere e divampare, quanto piuttosto circoscrivere e coltivare attraverso il soffio della parola poetica.
“Scrivere in versi / è fare un cerchio di sassi / dove allevare una fiamma / sfregando il cielo nella terra”, dichiara l’autore, nell’accogliere interamente il fuoco e le vertigini che ne agitano la storia personale, poiché “Il fumo serve solamente / a chi non crede nelle scintille / e ha bisogno di un indizio / per sfogliare il nostro incendio”.
E l’incendio, che ne scuote il sentire, appare desideroso di parole di salvezza che la poesia può essere in grado di pronunciare: parole che ritroviamo costanti tra i versi e che paiono capaci di esaudire l’esigenza dell’autore di elaborare sentimenti e rapporti complessi, nel tentativo di “disarmare il proprio passato”, e, nello stesso tempo, di soddisfare la necessità della poesia di dare forma all’incandescenza che la anima.
Lungo percorsi complementari, sul piano personale e su quello poetico, che muovono dal magma alla trasparenza, dalla sofferenza alla pacificazione. Facendo leva, da un lato, su crepe e spiragli in grado di spezzare oscurità e ostilità, di aprire ad un nuovo dialogo. Mettendo in moto, dall’altro, un movimento in levare che può trovare, nella diradazione del dolore, nel soffio e nella luminosità, una possibilità di salvezza.
Cercano un soffio i versi della raccolta. Colmi di un’incandescenza rarefatta che ha preso forma e trasparenza, sembrano lavorati come vetro soffiato, dentro un processo mentale e affettivo in cui la temperatura elevata pare abbia consentito di rendere il materiale malleabile, di plasmare i sentimenti infuocati, di trasformare le tensioni in una parola in grado di toccare e trasformare il dolore: “Ti devo mostrare / la pace nelle parole: / i verbi a formare una conca / come dita attorno a una fiamma”.
Come dire: raggiungere il sentire nel punto in cui prende forma, trovare quella pacificazione che consenta eticamente di recuperare ferite e cicatrici e poeticamente di farne emozione nuova, disponibile ad un nuovo inizio, come ci indica chiaramente Luca Bresciani a conclusione della raccolta: “A volte si danza / solo per restare in vita / mulinando le braccia / per risalire la sofferenza. // Il primo respiro / sarà un atto osceno / in un luogo salvo / tra noi e il mondo”.
Dalla sezione: Il diritto di esplodere
***
Sto tentando di elaborare
gli articoli di una costituzione.
In questi scritti in colonna
c’è il ripudio alla mia guerra
e il diritto inviolabile di un uomo
di disarmare il proprio passato.
***
Scrivere in versi
è fare un cerchio di sassi
dove allevare una fiamma
sfregando il cielo nella terra.
Il fumo serve solamente
a chi non crede nelle scintille
e ha bisogno di un indizio
per sfogliare il nostro incendio.
Dalla sezione Un luogo salvo
***
Un calore che non esiste
piega a metà le mie orme
mentre raggiungo il bordo
di un grido mai risolto.
E’ un dovere precipitare
riscoprendo il peso del cuore
incontro a un uomo sconfitto
dal più minuscolo se stesso.
E prima di lasciarmi cadere
nel cielo traccio la mia esplosione:
una proiezione spirituale
che dona alla luce ogni dimensione.
***
Voglio spendere i domani
per risolvere le mie espressioni
ma non cerco una cifra sfinita
a cui promettere la mia memoria.
Se compierò degli sforzi
sarà per piegare le mie parentesi
diventando una fortezza che sogna
abbracciata a una soffice conquista.
La presa della bellezza
di chi vive con una sola risorsa:
disegnare nel proprio labirinto
una crepa che invita il mondo.
***
Una liquida canzone
che sutura le crepe
e sale verso il soffitto
sfiorando il lampadario.
A volte si danza
solo per restare in vita
mulinando le braccia
per risalire la sofferenza.
Il primo respiro
sarà un atto osceno
in un luogo salvo
tra noi e il mondo.
Luca Bresciani è nato a Pietrasanta (LU) nel 1978. E’ presidente dell’associazione culturale Vita alla Vita e fondatore del concorso di poesia under30 “Vita alla Vita”. Nel corso degli anni ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Lucertola (2011) Edizioni del leone e cura di Paolo Ruffilli, Modigliani (2015) Lietocolle, L’elaborazione del tutto (2017) Interno Poesia con la prefazione di Davide Rondoni. Le sue poesie sono ospitate su molti siti letterari tra cui Poetarum Silva, Atelier Poesia, Versante Ripido, Pioggia Obliqua e Interno Poesia.
Per scrivere su Barbablu di Allì Caracciolo prendo dalla mia libreria "Morfologia della fiaba" e "Le radici storiche dei racconti di fate".
Poi cerco anche "Pietre che cantano".
Forse quest’ultimo libro non mi servirà ma le sgranate arenarie, gli scolpiti profili di capra, angelo, fanciulla e un’arcata… di ali o di corna
non richiamano forse i capitelli di chiostro di cui parla l’etnomusicologo Marius Schneider?
Nel testo di Caracciolo sono evidenti alcune figure e corrispondenze indicate dalle analisi di
Propp: la foresta, il ciclo dell’iniziazione, i divieti, la segregazione, la sorellina, la
rappresentazione della morte…Nel contempo i lamentevoli gemiti, le urla stridenti dei muri
rimandano proprio alle pietre che cantano, alle figure simboliche del grido e del
linguaggio, ai suoni rituali scolpiti nella pietra.
Proseguendo nella lettura di Barbablu, seguendo l’autrice nel corridoio impercorribile,
aprendo le pesanti pareti minerali, gli sbarramenti, i velari e tutto il mondo calcareo,
fossile, metallico, ferruginoso che, attraverso trasformazioni alchemiche, prefigura l’arrivo
e la rinascita, abbandono l’idea di analisi colte. Mi ritrovo esattamente, anch’io, nel
racconto di bimba (…racconti storie come la bimba, si dice in Barbablu). Ricordo: l’anello
cade nel lago, o nel ruscello, e inizia il sub-acqueo, ansioso, periglioso, viaggio per
recuperarlo, incontro dopo incontro, prova dopo prova, porta dopo porta…
Roberto Capuzzo pone con la sua poesia la questione teoretica del contenuto di verità della parola.
Pone la domanda circa la possibilità della parola poetica di essere evento veritativo, luogo del dis-velamento, del senso nascosto.
C’è un pensare che accade nel linguaggio e questo pensare si schiude solo a chi inizia a muoversi mimeticamente entrando con esso in sintonia.
Come se per scrivere poesia si dovesse prima danzare insieme alle parole.
Tanto da far pensare che l’essenziale – come suggeriscono le tavole di Carlo Guarienti – non vada cercato, bensì atteso.
Da qui nasce il nostro dovere di rendere accogliente la nostra casa poetica.
***
Inspira, espira
esposta oltre il margine
ristabilizza l’equilibrio.
Per un solo attimo ha inseguito
la sagoma dentro il profondo,
quegl’istanti
sospendono il respiro.
***
Violagiallo il colore
sgranato per punti
sulla costa.
Da lontano lo stesso luogo
è macchia, oltre ancora, volto.
Nascosto nella sabbia
hanno sguardo gli occhi
la mano sospesa
del corpo divenuto crosta.
Dello stare rovente fino al mare
la traccia è impercettibile.
Un dialogo con la morte o meglio con la putredine a cui il corpo malato si avvia è tutto giocato in Ex-voto di Alessandra Carnaroli attraverso l’uso di un linguaggio a cui viene inferto un lavoro di associazione anche automatica: “sondaggi / drenaggi e sofismi”, “una calza/ (collant) / e collante”.
E nel frattempo il tentativo di adeguarsi / abituarsi sempre sperando nel meglio a dispetto di ogni evidenza, anche grazie a innesti prelevati dalla cultura di massa (i Pooh, i pacs, Cinecittà o le invocazioni per sfuggire al melanoma).
Appare evidentissimo il salto esistente tra il crudo referto e l’indisponibilità mentale ad accettarlo, dove il linguaggio ha anche un ruolo liberatorio e a tratti ironico.
***
che mentre muoio tu mi
stia di fianco
come innesto da cui
parte quanto
di me resta
su questa
rete metallica detta
terra
dove si registrano
bestemmie e demolizioni:
grandi imprese dunque
le nostre
rese :
***
Oh luce di maria governami
mentre mi stratifico in vermi
per sempre Custodisci
questa cipria d’ossi
dammi aria
come coperta
***
Piove
dove avevi
bagnato
E adesso siedi
accanto a dio nostro
padre
Doneremo il
respiratore
all’ospedale
I super pannoloni
agli anziani
Non ci resta che cambiare
la fiat doblò
per handicappati
con una mini
Alessandra Carnaroli (1979) pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poetica Scartata è finalista al premio "A. Delfini".
Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, d’If edizioni. Pubblica nel 2011 FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri, nel 2015 Elsamatta, collana «Syn. Scritture di ricerca» diretta da M. Giovenale, ikonaLíber, finalista al Premio Pagliarani 2016 e nel 2017 Primine, edizioni del verri, con una nota di A. Cortellessa, finalista al premio Pagliarani 2017 e Ex-voto, collana croma K diretta da I. Schiavone, Oèdipus. Il Verri dedica al suo lavoro la sezione monografica di Ottobre 2017. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti, antologie e riviste.
Davide Castiglione, ascolta l'audio di “Domantė”
Il testo, con la premessa di Ranieri Teti, è stato pubblicato nel precedente numero di “Carte nel vento”
Nel corso di questi ultimi anni, Lia Cucconi ha allenato le nostre percezioni all’ascolto di tutto quello che si muove sotterraneamente.
Il nostro sentire, se prestiamo attenzione alla voce e soprattutto al sottovoce che distingue questa poesia, nel tempo della lettura ne risulterà alterato.
Grazie ad accorti spaesamenti semantici, improvvisi linguistici che accadono nel corpo del testo, grazie a un acuto neologismo, "Riflesso",
partendo proprio da un oggettivo e forse reale frammento ottico, ci sorprende con la sua evoluzione.
Quello che “s’apparta nell’incastro” ci conduce alla “periferia dell’inconscio” e da qui, fino ai suoi ultimi sviluppi, a “dove ha luogo la nostra irrealtà”.
Il dono che ci porta questa poesia è quello di farci intravvedere la natura del lavoro poetico, quel superamento del noto,
per mezzo di un riflesso che nello svolgersi del testo diventa riflessione, congiunzione di forma e senso.
Riflesso
S’apparta all’incastro
nel vetro d’angolo s’elegge
in periferia dell’inconscio
per serra d’ombra lunga
a inserto senza corpo:
a leggera leggenda d’alibi omesso
in pallide calende
che patteggiano parole
da verbilabbra d’un reato a metà prezzo
per romanzo riscaldato
all’ossessione del dopo:
forgiata preda d’orizzonte sparso
sul pulviscolo complice del vuoto
là dove ha luogo
la nostra irrealtà.
Lia Cucconi, docente di Attività Espressive, ha pubblicato 9 libri in Italiano e 10 nel Dialetto di Carpi (Modena). Ha ricevuto critiche e riconoscimenti nelle due espressioni linguistiche, fra i quali: 1° Premio Noventa-Pascutto, 1° Premio Paolo Bertolani-LericiPea, 1° Premio Carlo Levi, 1° Premio Salva la tua lingua locale Campidoglio-Roma, 1° Premio Poesia in forma Landays Torino. Ha pubblicato poesie in antologie e riviste nazionali e sulla rete nelle due forme linguistiche sostenuta da critici del settore, esprimendosi volgendo la sua sensibilità artistica nella Poesia lirica, civile e sperimentale, completandola con l’insegnamento.
Colui che parla cerca qualcuno presso cui stare e da cui rifugiarsi.
Colui che parla cerca la realtà più autentica. Cerca il limite.
L’assoluto non rappresenta più la meta immediata del movimento dell’esistenza.
Il limite del quale ci parla Annamaria De Pietro trasforma il commiato in un arrivo.
È un vuoto oscuro che si ritira in se stesso, accogliendo l’elemento della passione, ospitando echi di profondità inaspettata.
Accade a chi parla che la notte della casa si trasferisca nella notte della natura.
Più precisamente in quella parte della natura che è immagine del caos e che forse solo la forma chiusa della quartina può rivelare, svelando che ci sono sempre altre cose da dire.
Risarcimento in sé
Ripeti chiaro sintagma ripeti
fino a che il senso dentro ti si sfasci
sfasciandoti, e soltanto un filo lasci
che sia sutura ai frammenti discreti.
È esperienza comune (nei due sensi del termine), eppure ogni volta straniante di sorpresa, che ripetendo molte volte e rapidamente una parola questa perda alla fine il suo significato e diventi una pura sequenza di suoni insensati. Non sempre dunque repetita juvant. O forse è vero il contrario. Forse massimamente juvat risentire ogni tanto la fresca e franca quintessenza del suono fra i denti, come un filo d’erba matta.
La riconversione
Tanto ad imperfezione cresce crosta
arra dei tempi dispersa congiura
che nel tempo che cresce monta e dura
perfezione di scaglie sovrapposte.
L’inizio di tutti gl’inizi – Tutto è relativo.
Item – Anche l’imperfetto ha la sua perfezione, la perfezione dell’imperfezione.
Item – L’elogio dell’imperfezione si compiace con una certa sua qual civetteria
di una certa sua qual perfezione per quanto si riferisce all’originalità
del pensiero.
Item – Il tempo è galantuomo.
Per svago
M’inventerò con il filo e con l’ago
una forma possibile a ricamo
di fiori e tinte, con la lenza e l’amo
il balzo da acqua ad aria, argento e drago.
So cucire (ricamare poco, dal tempo dei tentamina adolescenziali, imparaticci di competenze); non so pescare. Ma fingendo di saper fare benissimo sia l’altra sia l’una cosa, ebbene le farò e le faccio entrambe con l’ago-amo della bic, la freccetta cursora del computer. E così vedi che non tu, non io saremo senza.
L’approssimazione
Morte non parla che in breve quartina,
approssimata prova di silenzio,
nebula azzurra in calice d’assenzio,
arco voltaico alla seconda spina.
Scrissi questa quartina anni fa, in un tempo assai difficile da vivere, tristissimo, nel quale, così era, riuscivo a produrre quasi soltanto quartine: una quantità strabocchevole, da vergognarsene – me ne vergognavo. Allora pensai che la quartina potrebbe essere vista come una prova tecnica e puntuale di afasia, non proprio ancora la morte ma l’officiatura ben replicata e ligia dei suoi dispositivi preparatori – come dire un rito a ripetizione potenzialmente senza fine.
Non sbagliavo: l’afasia, quella compatta e intera, seguì qualche tempo dopo, e durò a lungo, privata del sia pur gramo alito di una quartina.
Ma. Palinodia. Ben venga (senza esagerare) la quartina, che in un assai esiguo spazio, proprio per l’esiguità e strettura di quello spazio prossimo al niente, deve (e lo fa) non rinunciando contenere un intero esatto di significato e senso; che è libera in sé medesima, in debito soltanto con la sua stessa norma numerale; che è a sé bastante, e superba, e disposta a tutto – anche, e precipuamente, quando il carcere è scuro, a morire.
Resti forse, a epitaffio, prosa amica di glosse che guardano indietro, rivolte avanti, a vivere – la mano lunga, la voce lunga del commento, l’aria serena che fugge via dal ventaglio. Aria di analogie pensate dopo, persone e libri e figure, e compleanni, e viaggi, e cinema, e grammatiche, fiancheggiatori elastici di quei rettangoli sfrangiati a oriente. E sono forse loro, le erranze erratiche, il pi greco?
Annamaria De Pietro è nata a Napoli. Vive a Milano. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario, Dominioni Editore, Como 1997. Sono seguiti Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000; La madrevite, Piero Manni, Lecce 2000; Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002. Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino, Book Editore, Castel Maggiore 2005. Nel 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni, Trezzano S/N 2012. Ultima pubblicazione, Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine, Marco Saya Edizioni, Milano 2015.
Franco Falasca ci dice che la poesia ha luogo dappertutto.
Non c’è anfratto ove non possa arrivare.
In “Luoghi diversi” l’autore aggiorna la nozione di poesia civile. Lo fa con una mozione:
la mozione di un poeta che contrasta una falsa civiltà, ne smaschera il travestimento proprio dove questa pensa di essere al sicuro,
nelle convenienze che ormai regolano ogni nostro pensiero, ogni nostro rapporto.
Da molti anni Falasca teorizza un’idea di immaginazione preventiva, totalizzante e recentemente assurta a pubblica consacrazione.
La poesia qui proposta non si discosta da questo assunto, nella sua lucida rappresentazione di uno stato dell’essere che ha pre-visto,
ha anticipato “il tempo che scorre”, preconizzato tutto quello che vanamente accadrà, anche nel nostro piccolo mondo poetico.
Luoghi diversi
Non abitare luoghi diversi dal tuo
già il tuo sapere
soddisfa il tempo che scorre
e la malsana frenesia
ha come suo rifugio
il negativo.
Sembra che il tuo amore
sia utile alla sofferenza
percepita nell’eleganza
alternata delle movenze morbose.
Non è utile al tuo implorare
impegnare il carattere
in trascurabili pose
se più utile è assecondare
la moltitudine dei rumori
percepiti all’incipit
e poi addormentati
nella saggezza civile
che brutalizza le incognite
per un avvenire di poetica
arbitraria convenienza
deserta ma tuttavia
dannatamente utile
al travestimento.
Nato a Civita Castellana (VT), Franco Falasca vive a Roma. Ha prodotto, oltre a poesie e racconti, anche poesie visive, films super 8, video, fotografie, performances. Ha organizzato rassegne e manifestazioni.
Nel 1973 fonda (con Carlo Maurizio Benveduti e Tullio Catalano) l’Ufficio per la Immaginazione Preventiva con cui collabora fino al 1979; partecipa come artista alla Biennale di Venezia 1976.
Suoi testi e materiali vari sono stati pubblicati, oltre che nei cataloghi delle mostre alle quali ha partecipato, anche su varie riviste ed antologie e nei volumi:
"UNA CASA NEL BOSCO Prose e racconti", Edizioni Latium/Ouasar, Roma, 1990, vincitore del Premio Letterario OrientExpress 1990
“NATURE IMPROPRIE (poesie 1976-2000)”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2004, vincitore del Premio di Poesia Lorenzo Montano XIX edizione (2004-2005) della Provincia di Verona
“LA FELICITA E LE ABERRAZIONI (poesie 2001-2010)”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2011
“LA CREAZIONE NOTA”, Fabio D'Ambrosio Editore, Milano, 2017
Poema etico
Rovesciando i contenuti dei poemi classici, ma tenendone fermo l’impianto narrativo, con Historia Medica Roberto Fassina mette in scena l’epopea degli eroi della ricerca scientifica e della medicina, così come la saga quotidiana dei pazienti, eroi o antieroi, in lotta contro i propri mali. Una narrazione epica, quasi un’opera teatrale, insieme serissima ed ironica, dettagliata e satirica, sulla nascita e sugli sviluppi della ricerca medica, sulle invenzioni tecnologiche e sul prezioso rapporto tra medico e paziente.
All’eroismo e alle ossessioni dei protagonisti dei poemi omerici e cavallereschi, l’autore sovrappone chi, in modi e tempi diversi, ha condotto la medicina alle sue grandi scoperte e, insieme, chi affronta quotidianamente patologie e turbamenti fisici e psichici.
A partire dal prologo: “Dei figli d’Asclepio narrami o Musa / l’historia peccatosa d’anime ribelli // audaci eretici curiosi”, attraverso distici in rima, spesso in latino, nell’alternanza di lingua colta e parlata discorsiva, di ritmi spezzati e di periodi riflessivi, veniamo condotti lungo il percorso affascinante della storia della medicina, dal mito alla tecnologia, fino all’ultimo fondamentale passaggio, “dal metodo rigoroso all’empatia creativa”, nel quale l’autore declina l’essenza dell’etica medica: l’attenzione partecipe, non solo clinica, ai pazienti e alle loro persone.
Un poema antieroico o eroico a suo modo: in fondo, cosa separa la ricerca del senno sulla luna o la guerra epica interminabile dai tentativi audaci, interminabili anch’essi, di medici e scienziati rispetto agli enigmi del corpo umano e allo stato turbato del paziente, dove “lo incarto della mente / ossessa e incatenata // l’intruglio esistenziale / s’ingorga senza fondo // (…corrode l’anima …)”?
E la poesia? Perché fare uso della parola poetica, anziché del linguaggio scientifico, per narrare l’evolversi della ricerca medica? Possiamo trovare un’immediata risposta, oltre che nella scelta del componimento epico, già nei primi testi della raccolta: la medicina agli esordi appare esattamente come la parola di fronte alle contrapposizioni visibili dell’apparenza e ai misteri celati nell’ignoto: “Lo sintomo saputo / d’opposte qualità // recita e insegna / indizi e congetture //…mirando / ignoto il donde e il quia // per ignoti saperi / et aspera via” e ancora: “Indugiando sui bordi // del buio / scrutando l’ignoto respiro // (il passo della voce / lenisce il tatto…)”. Così come, nello snodarsi del poema, appare spesso sovrapponibile a quello del poeta il ruolo del medico che “interpreta fragmenti / portando senso // al vivere inquinato / dal tempo e dalla sete”.
La parola del medico, come quella del poeta, porta senso: con Historia Medica, nello snodarsi dei diversi linguaggi scientifici ed epici, filosofici e teatrali, Roberto Fassina riesce a dare nome e valore alla storia dell’umanità e del suo sforzo etico, intriso di conoscenza e di poesia, di fronte al dolore e all’enigma dell’esistere.
Dalla sezione DAL MYTHOS AL LOGOS
(dalle cause divine alle cause naturali delle malattie)
ALCMEONE (…o dei primi vagiti medicali)
Lo sintomo saputo
d’opposte qualità
recita e insegna
indizi e congetture
(umidus et siccus
frigidus et calidus
dulcis et amarus
in copia et rigore)
fisiologista primus
d’isonomia(1) cultore
al pro e contro mirando
ignoto il donde e il quia
per ignoti saperi
et aspera via.
(la borsa mercuriale
consunta di tracolla)
(1) Isonomia: stesso diritto, equilibrio fra le parti.
Dalla sezione DAL LOGOS ALL’EXPERIMENTO
(dal testo galenico al cadavere, dalla metafisica alla fisica secondo forma e funzione)
PARACELSO (…o dello Lutero medico)
« Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit.
Dosis sola facit, ut venenum non fit »
Di metalla cultore et cabalista
alchimista curioso
a trasmutar sostanza
ribelle e rivoltoso
a perigliose lotte
fra micro et macrocosmo
(...maravigliato et strabilio
de lo mondo foemina)
domina donna
polposa et bona
di saggezza dogliosa et plena
appo di te la giusta vita
disiosa et generosa
mater d’incantamenti
alchemiche pozioni centellate
mischiute et ingollate
de salubri germogli
dragoncello et melissa
(similia similibus
iperica natura)
il ventre tuo diletto
recipiens loco delizioso
descripto
laudato e intemerato
in tota muliere matrix misteria
perfettissimo balsamo
(amor medicinae princeps)
Nel frattempo la raccolta inedita Historia medica è stata pubblicata nel marzo 2019 da Anterem Edizioni, con prefazione di Carlo Rao.
Roberto Fassina è nato a Curtarolo (Padova) il 18/12/50. Dopo la maturità classica, conseguita nel 1968 presso il Collegio Salesiano Manfredini di Este, si è iscritto alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, dove si è laureato nel 1975 e poi specializzato in Ginecologia nel 1979. Dal 1979 vive e lavora a Curtarolo come Medico di Famiglia.
Nel 1991 ha pubblicato “Nihilissimo Canto” (poesia) per i tipi delle Edizioni del Leone di Venezia. In quel periodo ha collaborato con poesie e racconti nella rivista milanese ‘Alla Bottega’.
Nel 1998 ha pubblicato il romanzo “Equazione Ultima”per i tipi delle Edizioni Amadeus di Treviso.
Nel 2003 ha pubblicato la silloge poetica “pesca sabèa” con la Casa Editrice ‘all’antico mercato saraceno’, di Treviso. Sue poesie sono presenti in varie antologie poetiche.
Suoi testi teatrali satirici, aventi per oggetto il mondo medico, sono stati rappresentati a Piove di Sacco e a Padova, nel 2005, nel 2006, nel 2007, nel 2012 e nel 2016.
Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Tangheide – lapsus in fabula” con la Casa Editrice ‘all’antico mercato saraceno’, di Treviso.
Nel 2015 ha pubblicato il romanzo “Il pensiero verticale” per i tipi di Ibiskos Editrice Risolo di Firenze.
Scrive saggi e note critiche nella pagina culturale del Bollettino dell’Ordine dei Medici di Padova.
Che la parola possa, nella sua eco che pare non avere fine, eternare il pensiero e la vita o, quanto meno, consentire di “morir un po’ di meno”, come recita il sottotitolo di Piccoleprose di Paolo Ferrari, sembra essere il filo conduttore del testo.
Parte di un’opera più ampia, in progress, indica l’autore in nota, a conferma di quell’assenza di finale, cum-Ausklang in-Absentia, segnalata in copertina, e del ripetersi di ETERNAMENTE, con cui sono titolati i 25 Quasimprovvisi che costituiscono il testo ridotto.
Nella stessa nota viene precisato come la partitura comprenda molteplici creazioni di neologismi. Parole composte, specifiche per ogni testo, presentate con due differenti caratteri: una prima parte, della stessa intensità del resto della scrittura, legata a processi consapevoli e razionali, e una seconda, di altra tonalità e diverso timbro, connessa a processi non consapevoli, inconsci.
Una parola duale, che intende amplificare in profondità il suo risuonare, evocando, nella “mentevoce”, l’apertura all’alterità, la pluralità dei significati, il volgersi in infinitudine, l’oralità musicante. E che chiama in causa il lettore, in quanto interprete di un dire sollecitante e aperto.
Ce lo conferma la parte di ETERNAMENTE, che risuona in ogni sottotitolo fino al suo musicare inconscio: quel/la “mente” che apre alla disposizione all’eternare e che si fa, insieme, pensiero e immagine, riflessione e finzione, specchio e simulacro, oltrevisione e parvenza, sconfinamento e sogno.
La parola di Paolo Ferrari ci conduce oltre la nominazione, forzando, con i suoi abbinamenti duali, la comunicazione ordinaria.
Una parola che muove sentimenti, echi inconsci, evocazioni sonore. Che si affida non solo al pensiero, ma soprattutto al risuonare interiore. I neologismi sono composti infatti da termini sequenziali, non oppositivi né inediti. Se non venissero uniti ed evidenziati dal diverso carattere, non si avvertirebbero infatti come tali. E solo l’intonazione, che richiede una diversa risonanza, una musica altra, da parte di scrittore e lettore, può consentire di dare loro voce: “Viene prima il pensiero o la musica?” si chiede l’autore, evidenziando “l’antisuono/antimusica che si appaia al gesto del pensare/pensaare: questo si apparta e la trascende, e da quella è trasceso”.
Spetta allora al lettore completare la partitura. Farne musica.
Entrare in questi versi è fare un viaggio in immersione ascensionale, in un’ interna esteriorità, similmente oscura e luminosa. Le profondità intime dell’umana natura rovesciate verso il cosmo interstellare. Antropologia cosmologica che trasborda l’intelletto poetico “ all’ istante nel chiostro di nebulose segrete”. Così, nelle parole in apertura di questa raccolta, l’autrice fa parlare le figure che agiscono nello spazio tumultuoso che osserviamo e ci contiene: stelle, telescopi orbitanti, programmi di ricezione spaziale, nebulose e teorie dell’ inizio e della fine.
Il tutto avvolto da una scrittura poetica dove lo sguardo immaginativo mette a fuoco e deflagra: poi fluttua, vortica, spezza e ricompone investigazioni labirintiche roventi d’estasi. In questo modo, Marica Larocchi, trasporta i versi dentro un poema che fa dello sguardo il suo propulsore significante. Proprio lì dove la natura della mente amplifica la visione e “ogni fulcro si connette”. La compenetrazione si espande e la voce interiore scava l’alveo nello stesso momento in cui scorre. Così la poesia che leggiamo è una corrente di figurazioni vocali senza sosta. Nervi e ritmi, sillabe e misteri del profondo vengono a galla con onde di sensi visivi e concettuali che danno al sintagma un sentimento inestricabile ma chiaro. E l’ approdo, pur controvoglia, potrebbe arrivare, nota l’autrice, con un’impetuosa zoppia di versi, ma senza per questo perdere vigore. Anzi, sboccia in curiosità e tenerezze lessicali, in cui una biografia minima di sè e della scrittura è figurata e trasfigurata in un riverbero di musica: sostanze di fonemi e pulsazioni dilatate. Dunque un mondo di poesia che ha senso in ogni suono.
Siamo su una lunga strada che probabilmente ci porta al punto di partenza.
Siamo gettati in questa vita, osserva Leandro, guidati da un’ombra che ci precede.
L’ombra indica che c’è luce dietro di noi.
Quell’ombra dischiude l’esperienza dell’allontanamento, senza mai rivelare la fine del nostro errare.
Eppure una fine c’è; ed è data dalla metamorfosi di luce e ombra.
Una fine c’è; e costituisce un evento che fissa opacità e trasparenze, per trovare la forza di districarsi tra amore e “atto di dolore”.
Un sistematico linguaggio della sottrazione che trasforma ogni luogo attraversato o sorvolato in piani e volumi purissimi.
E’ che le parole sono straordinariamente ingannevoli, sono paradossale concetto, sempre manipolabile.
E’ che con le parole si può giocare, un gioco un po’ inquietante, nel tempo della vita – la vita degli uomini s’intende –
dove il sempre, l’amore, l’eterno hanno qualche possibilità di dare un senso di vertigine.
All’illusorio sempre definitivo si accompagna un più “comprensibile” sempre storico o il sempre scorrente della natura, del ciclo delle stagioni, il mito dell’eterno ritorno.
La nostra è una forma provvisoria, è una memoria labile dove il sempre concettuale sbiadisce come un infinito.
Un SEMPRE graffito su qualche muro, tracciato con mano o utensile, visibile agli occhi, può durare un po’ di più.
Nicola Licciardello, saggista e poeta, ha tradotto da Gary Snyder, José Lezama Lima, Armando Romero, Cintio Vitier, Fina Garcia Marruz (La spada intatta di María Zambrano, Marietti 2007). Ha promosso performances collettive a Padova con l’associazione “Shunyata”, e pubblicato le raccolte poetiche Il Ballo Immune (Fermenti, Roma 1994), La gioia dell’impossibile (Sinopia, Venezia 2007), Padova un fiume di poesia (2011). Collaboratore di riviste trans-culturali quali “Angelus Novus”, “l’Immaginale”, “Dharma”, “Anterem”, “Poesia”, “Semicerchio”, “Viceversa” (Montreal), “Italianistica” (São Paulo) – alcuni suoi lavori sono presenti su You-Tube e Academia.edu. La “Rivista di Studi Indo-Mediterranei” (Università di Bologna) ospita i suoi più recenti saggi su Dante e la mistica indiana. Estasi.com (Mimesis 2016) è un volume di 400 pagine (100 foto in bianco e nero, indice dei nomi e glossario sanscrito) sui suoi viaggi in India e Tahiti.
Appaiono molteplici gli sguardi con cui Domenico Lombardini accompagna le sue meditate immersioni lungo l’arco temporale del vissuto nella raccolta Fuori dalla città, portandoci, tra apnee ansanti e respiri distesi, all’interno e all’esterno dell’ambiente urbano e insieme della realtà nel suo complesso.
All’interno: dove la città e un presente colmo di elementi sconcertanti vengono declinati in un testo fitto, senza pause, con un ritmo martellante e un finale accelerato, evidenziando tutta l’insensatezza consumistica dell’ineluttabilità cittadina: “Ché si dovrebbe ribaltare / Iniziar d’accapo / Emendare / Certi furiosamente / Almeno per evitare / Che tutto sia / Tutto / Senza scampo”.
All’esterno: dove l’infanzia e il passato, il paesaggio e il futuro vengono al contrario evocati in testi più brevi e dal ritmo disteso, a partire dalla premessa: “Fuori dalla città - nulla / Questo nulla è l’infanzia”, dove il fuori si configura come il luogo incorruttibile del primo vissuto e, insieme, come possibilità etica di delineare una realtà nuova.
Il tema della città che, nei suoi aspetti di degrado e di spersonalizzazione, ha trovato largo spazio nella poetica e nella letteratura a partire dalle prime urbanizzazioni, viene nella raccolta enfatizzato del contrasto con il fuori, dove “tutto si presenta senza pretesa / d’essere separato” e dove è possibile l’abbandono che la natura consente.
Il contrasto dentro-fuori appare però riguardare un ambito più ampio del rapporto urbano-extraurbano, in particolare quello tra il visibile e l’invisibile, in una riflessione che l’autore conduce sul mostrarsi delle cose, sull’apparenza e sull’essenza del reale: “Forse volevamo che fossero / Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! - / Non fare che tutto sia come appare / Che tutto sia come sembra essere”.
Così come viene condotta una riflessione sul senso del dire, sulla necessità di trovare una lingua in grado anch’essa di farsi altro, di generare parole “più magma che pomice, / gettate perché nascenti”. E se, eticamente, il mondo chiede spazi nuovi, più umani, dal punto di vista del pensiero richiede una realtà altra e altri nomi, sorgenti e iniziali: “Si sta / nel continuo stupore / nella verginità nominalistica / di ogni cosa - / pure il silenzio del mondo / pretende nomi nuovi”.
Domenico Lombardini ci ricorda allora come la parola poetica debba continuamente tendere a farsi forza nascente, capace, di fronte all’esigenza di aprirsi ad un’altra realtà, di fondare “la nuova città / altrove” e di dare vita ad una lingua altra che riesca a pronunciare “sottovoce / il nome segreto della nuova città”.
***
Tu sei quel tempo immobile
Lo iato sospeso
Tra due estremi scoscesi –
La proiezione del presente
all’eterno, l’istante consumato
E ora viva presenza
Ma impostura, simulacro
***
Segni di vite aliene
Chimeriche trasfigurazioni
Quelle foglie setose
Cadute dagli alberi
Chissà come
Probabilmente perse
Come involucri da esseri
La cui assenza contemplavamo
Nell’attesa dell’epifania
Della loro forma metamorfica.
O forse ci ingannavamo
Forse volevamo che fossero
Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! –
Non fare che tutto sia come appare
Che tutto sia come sembra essere
***
Ho fatto il vuoto
nella tecnologia –
nel passaggio al bosco
indebitamente è trascorso
troppo tempo
troppi passi non ben misurati
a separarmi dal riposo
o dal consumo
o dal lavoro
mi inselvatichiscono
e addolciscono e sciolgono
il pensiero antinomico –
tutto si presenta senza pretesa
d’essere separato..
***
Si sta
nel continuo stupore
nella verginità nominalistica
di ogni cosa –
pure il silenzio del mondo
pretende nomi nuovi.
***
Silenzio:
la semiosfera è collassata –
il gracidio
e questo suono senza nome
fondano la nuova città
altrove.
L’ecista nel sacello
ierofante analfabeta
velato capite
ha il lituo nella mano sinistra
e designa il pomerio e il mundus
e profferisce sottovoce
il nome segreto della nuova città.
Domenico Lombardini (Albenga, 1980), laureato in biologia, ha lavorato nella ricerca biomedica. È fondatore e proprietario di ASTW (http://www.a-stw.com/), agenzia di traduzione, scrittura e formazione. Si è occupato di giornalismo scientifico, filosofia, intervento culturale su quotidiani, riviste, blog letterari.
Pubblicazioni di poesia in volume:
Legenda (Fara editore, 2009 – antologia del premio; primo classificato); Economia (raccolta poetica; Puntoacapo editore, 2010); testi pubblicati nella rivista Trivio (n.1, 2013, a cura di Marco Berisso e Antonio Loreto. Antologia di poeti liguri e lombardi. Editrice Oèdipus); L’abitante (raccolta poetica, Italic Editore, 2015).
Premi:
Segnalato per la raccolta Matrici al concorso Montano 2010 di Anterem Edizioni.
Premiato con segnalazione alla XXIII edizione (2011) del Premio Nazionale di poesia “Sandro Penna”.
Premiato con Menzione d’onore al concorso Montano 2012 di Anterem Edizioni.
Premiato con Segnalazione per la raccolta inedita L’abitante al concorso Montano 2014 di Anterem Edizioni.
C’è una geografia che può essere descritta solo da un poeta.
Forse è proprio la nostra, questa geografia: un luogo perduto che ha riferimenti altri.
Marco Mioli racconta la parte attiva della nostra consapevolezza, ponendo a tema da più prospettive
svariate condizioni che fondono, nel ritmo dei versi, pensiero e osservazioni.
L’autore pone a tema cose colte nel momento della loro debolezza, quando hanno ceduto le loro intrinseche certezze e sfumano nell'indistinto.
Eppure nel testo ci sono l’inverno, le nevi, le colline, l’alba, i tramonti. Ma tutto questo concorre a un poetico senza infingimenti, sotto l’impulso di un “tempo riflessivo”.
Tutto si trasforma sempre in altro, si deforma nelle metamorfosi, come ad esempio un accogliente e rassicurante lido, che diventa “il posto più lontano in cui essere”.
- MMXVIII
era stato l'inverno più piovoso di tutti
che non sta per vendetta
anche se ne ha la forma
in tempo riflessivo
il muso duro
non si scrosta
neanche con i saluti
niente
neanche con le grandinate
e le nevi
muta
ma almeno è un colpo
soffio di compressore
trattenere il carattere
fino a tirare dentro
quelle poche cose uscite
grammatica dell'omologazione
conforto dell'infinito noi
spruzzi di dio
le apprensioni materne
per i figli senza posto
la persistenza è una forma sghemba
una deformazione temporale
un sasso bianco pietra bianca
ricavata dalle colline vicine
i fori i trafori i sottopassi
le gallerie le funivie
le ovovie
districano rette parallele
che nemmeno euclide
che nemmeno l'alba i tramonti
le stelle
niente
cielo distrutto
per mancanza d'arcangeli
è come il lido
il posto più lontano in cui essere
l'italiano spalmato nel suolo
disperso
il passato è morto per sempre
come l'inizio di questa poesia
Marco Mioli (Montecchio Maggiore 1982) si laurea in Architettura presso l'Università IUAV di Venezia e successivamente studia Scienze e Tecniche del Teatro approfondendo una ricerca sulla relazione tra suono, spazio e scenografia.
Come critico d'arte ha pubblicato testi per artisti e mostre tra cui un'esposizione di arte contemporanea al Museo Archeologico di Napoli.
Le sue poesie sono finaliste al Premio Lorenzo Montano e al concorso Opera Prima.
Vive e lavora a Trissino (Vi) e Pola (Hr).
L’opera di Umberto Morello si apre fin da subito con una dichiarazione esplicita: il volo della mente è rondine che fatica a tenere a distanza la tempesta. Una scena che concentra in sé la sostanza di un attraversamento poetico verso un diverso livello di reale. In queste poesie, l’idea figurativa e concettuale della nuvola, che è simbolo di leggera pesantezza, porta senso e sensi dentro una nebulosa di microparticelle (logiche, cognitive, semantiche, emozionali, vocali) che ricadono a destrutturare e ricomporre i significati linguistici e immaginativi di chi “brilla fuori da quel nembo/impensierito”.
Lì dove contano le risonanze del sentimento che si fa amore oltre se stesso, al di là del ritmo che pure ne misura il passo. Infatti il verso, a un certo punto, si spezza e la sonorità della frase viene sostituita da una prosa distesa: non più nuvola di vapore parola per parola, sillaba con sillaba, ma di colpo in una ”pozza d’acqua”. Ma quando il racconto, nella sua piana modulazione, quasi autofigurativa, sembra andare verso l'esaurimento, la scrittura ritorna alla poesia, all’oscillazione del senso per incertezza di suoni, al vacillamento della voce, all'incostanza del corpo che scrive, in quell’altalenante esistenza linguistica a cui il poeta si affida. Perché il tempo del pensiero poetico, che ondeggia tra ciò che è stato e ciò che sarà, disaggregando il presente, riesce a far sentire la grana e l’attrito delle persone, dei pensieri, delle cose.
E’ questo lo stupore che la scrittura raccoglie in sé e dona: la meraviglia di meravigliarsi, che Morello espone e segna con precisione. Attento a ogni implicazione intima, e portando in superficie solo ciò che brilla nell’oscurità intensa. Perché l’abisso e la tenebra possono certamente essere luoghi in cui perdersi, ma trascinati non dalla paura, bensì da un desiderio speciale: il coraggio della felicità. E non per allontanare forzatamente il dolore e la tristezza, ma perchè nella mente poetica felicità e infelicità di sovrappongono per dare consistenza all’ incanto di chi sospirando salva l’infinito.
Nel Frattempo, la raccolta inedita “Nuvolas”, vincitrice del 32° “Montano”, è stata pubblicata nel 2018 da Anterem Edizioni.
Per un approfondimento con testi, notizia biografica e riflessione critica:
Nella poesia di Riccardo Olivieri assistiamo alla condizione di un passato che lotta per trovare vita nel presente.
Ci viene segnalato che dietro il velo del presente c’è la memoria; ci sono i ricordi da rivivere; una realtà da cambiare.
La scrittura si fa densa al ricordo del padre. Segna un confine e deborda.
Si affaccia sull’impossibilità di rendere abitabile un sorriso che si è spento, uno sguardo che si annebbia.
La morte di una persona, soprattutto nel caso che la si ami, comporta la fine non di questo o quel mondo, ma di tutto il mondo, di tutti i mondi possibili.
È una ferita aperta, lacerante. È una lingua che separa e marca un limite invalicabile.
Dalla sezione Monte dei pegni
13.30
Istituto Bancario San Paolo
A quest’ora chiude
il monte dei pegni,
i tuoi segreti là
celati insieme
agli altri,
tutto un brillare
di lacrime
nei loro
tiretti-caveaux.
Sgombero
smontando i tuoi scaffali, gli anni
Casa crollata aperta
riaperta ferita,
rivista vostra vita
in ogni istante,
detesto il carteggio
che ho visto – anche dell’aspirante
suicida –
mi è tornato in volo tutto il monte allontanato,
tutto il nostro
– e prima vostro –
quarantacinquennio insanguinato.
Dalla sezione Abisso e la parola qui
Per Hermann Hesse
leggendo “La nevrosi si può vincere”
Tutta questa pioggia viene serenamente
come un fiore che si apre
Finalmente,
salendo le scale dice questo
al male
per mano,
l’altro lo lascia,
si rimpicciolisce,
sotto le gocce di tutta questa pioggia
forse
sparisce
***
Perch’io sono uno
a cui è stato fatto tanto male
perch’io son uno
ch’è poi almeno due,
e uno è il mio nemico primo.
Riccardo Olivieri, nato a Sanremo nel 1969, vive a Torino. Le sue precedenti raccolte sono: Diario di Knokke (prefazione di Davide Rondoni, "Poeti di Clandestino" , 2001, segnalata al Premio Montale), Il risultato d'azienda (con prefazione di Stefano Verdino, Passigli, 2006 - premi Maestrale, Città di Chieri e Antica Badia di S. Savino), Il disgelo (Raffaelli, 2008) e Difesa dei sensibili (con prefazione di Davide Rondoni e una nota di Massimo Morasso, Passigli, 2012). Numerosi anche gli altri riconoscimenti ottenuti, tra i quali il Premio Dario Bellezza e, nel 2013, il Premio Lerici Pea per la sezione dedicata alla poesia inedita).