Il nuovo numero di “Carte nel vento” esce un mese prima degli eventi finali del Forum Anterem legato al 32° Premio Lorenzo Montano (edizione del 2018); il prossimo sabato 16 marzo al mattino verrà inaugurata la mostra dei ragazzi del Liceo Artistico di Verona, mentre al pomeriggio si terrà “Editoria e poesia”: venti poeti segnalati e finalisti all’ultimo “Montano” che leggeranno alcuni testi, introdotti da Flavio Ermini e Rosa Pierno, e dieci editori di poesia che racconteranno la loro attività e le loro esperienze.
Abbiamo il piacere di presentare qui i progetti preliminari dei ragazzi dell’Artistico, attraverso le anticipazioni che hanno espresso il 20 ottobre scorso: la loro passione, guidata dalla competenza dei docenti di riferimento, preannuncia anche per quest’anno una mostra ricca e importante sul tema del Forum, “Oltre le apparenze”. Prova ne sono i bozzetti che corredano gli interventi.
Il corpo di questo numero è rappresentato dalle prose e dalle poesie di alcuni degli autori che hanno animato a ottobre scorso la prima giornata del Forum Anterem: Doris Emilia Bragagnini, Giusi Busceti, Martina Campi, Paola Casulli, Enrico De Lea, Fernando Della Posta, Ettore Fobo, Fabia Ghenzovich, Vincenzo Lauria, Giulia Martini, Alessandro Mazzi, Stefania Portaccio, Enea Roversi e Sergio Sichenze, presentati dalla redazione di “Anterem”. L'apertura è dedicata a Franco Ferrara, grazie al contributo di Giorgiomaria Cornelio.
La nuova edizione del “Montano” ha preso il via: scarica il bando della 33^ edizione
In copertina: immagini di Emma Teti dal Forum Anterem, sabato 27 ottobre 2018
Casa di Franco Ferrara e di sua moglie Raffaella, Settembre 2017
Sebbene ogni presenza oscilli nel vento breve di una foglia
E ogni parola disperda la propria luce
Nel letto deserto di un’assenza
E nel gelo di chi ha donato a tal punto
Da credere di non aver mai donato
Franco Ferrara, Questo intendevo dire
Incominciare, perciò, nell’osservanza della parola, facendo l’inventario delle carte in esilio. Insistere a far nascere la ferita del senso. Accertare, in anticipo, l’equivoco, l’inadeguatezza di ogni resoconto, e il filo d’oro del legare insieme i postumi del transito: “questa mia mano, che è della stessa terra della memoria*”. Franco Ferrara (16 marzo 1935 – 23 gennaio 2014) è stato poeta di versi “senza mendicherie di plauso o pitoccando governi, potentati, costanzesche adunanze d’osti, mimi, parolai, orchesse leste al calappio di con buche genitali, o lisciando elisiri di letterari menestrelli o cori di castrati”, e tanto basta a riparare la debile definizione di poesia come pura regione di circostanze: semmai l’enigma all’opera, il fuoco sopra ogni segno.
In una lettera all’editore a proposito della seconda edizione dello PseudoBaudelaire, Corrado Costa scrisse che per “il poeta non c’è nessuna biografia – a tutela della sua immagine.” Per Ferrara parliamo allora d’immemoriale, come se la definizione continuasse a ritrarsi, ad opporsi al certificato d’esistenza che lo volle, allo stesso tempo, docente, critico letterario, esploratore, fondatore di riviste letterarie ed autore televisivo. Prendendo poi a sbrecciare un poco la compagine dei resti, i “cinque continenti strappati al midollo dell’anima”, i quasi 40.000 volumi appigliati ovunque nella sua casa così irrecintata (avendo allora concentrato il nubifragio in unico auto-de-fé: esoterismo, alchimia, letteratura, religioni orientali…), il greto del testo reclama lo studio combinatorio, la vigilanza, il volgersi e il rivolgersi nell’altrove del viaggio e del deserto: non solo quello dell’Africa Sahariana, dove pure Franco Ferrara è stato nel corso delle sue spedizioni seguendo le piste carovaniere utilizzate dai Romani, ma anche quello scavato e innervato
nel corpo delle adunanze, delle reminiscenze fossili, del silenzio che trattiene “l’alba di due eternità”, e custodisce il canto d’amore d’un violino (Imzad, Edizioni Ripostes, poemetto legato alla lingua parlata dai Tuareg dell’Haggar e Premio Gozzano nel 1989).
Ferrara fa del deserto la capitale della moltiplicazione dei due tempi, e del tempo una stagione del sangue: poesia è “allevare l’uragano sulla fronte della siccità”. Qui l’accadimento e la storia sono cause pendenti, e la destinazione del detto è la carie. Sicché da un capo all’altro dello scisma si edifica la galassia nel corpo dell’altro, e l’amore diventa minuta ricreazione del mondo: “Vorrei bruciare incensi di comete per la tua anima (…) e rapire la prima parola di Dio per fartene un nido” (Lettere a Natasha, edizioni Ripostes, 1986, lungo poema in forma di corrispondenza iniziata altrove, come originato senza origine). Qui, infine, la poesia fa luce prima dell’alba, e bisognerebbe ascoltare senza inginocchiare le parole soltanto al sigillo dell’oracolo, ma riconoscere un’altezza che è precedente ad ogni altezza, cioè una formula per rifare il mondo (diciamo, noi ultimogeniti: per uscire dal “postmoderno”):
Mentre anche la natura si ripete, essendo ogni nuova primavera la stessa eterna
primavera (cioè la ripetizione della creazione), la « purezza » dell’uomo arcaico, dopo
l’abolizione periodica del tempo e il ricupero delle sue virtualità intatte, gli permette, alla
soglia di ogni « vita nuova », un’esistenza continua nell’eternità e quindi l’abolizione
definitiva, hic et nunc, del tempo profano. Le « possibilità » intatte della natura a ogni
primavera e le « possibilità » dell’uomo arcaico all’inizio di ogni nuovo anno non sono
quindi omologabili. La natura ritrova soltanto se stessa, mentre l’uomo arcaico ritrova la
possibilità di trascendere definitivamente il tempo e di vivere nell’eternità. Nella misura
in cui fallisce nel farlo, nella misura in-cui egli « pecca », cioè cade nell’esistenza «
storica », nel tempo, sciupa ogni anno questa possibilità. Però conserva la libertà di
abolire queste colpe, di cancellare il ricordo della sua « caduta nella storia » e di
tentare nuovamente una definitiva uscita dal tempo.
(Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno)
La prima pubblicazione di Ferrara, I pascoli della nostra mano, viene fatta risalire al 1960, e a questa fecero seguito, tra gli altri volumi, la “Storia della sorgente del tronco bianco”, traduzione da Tymoteusz Karpowicz come rivolgimento e divagazione, rinvio del senso ed invito a pensare il “testo” come estremità mutevole, da cui sempre si passa, e “Nella polvere d’oro d’una antica stanchezza: manomissioni e licenze” sempre su testi di Timoteusz Karpowicz e di Ursula Koziol.
A metà degli anni 90 Ferrara aveva iniziato a comporre un romanzo rimasto incompiuto, sua “dilettosa narranza”, dal titolo Ritorno all’Indie meridiane
ovvero
sulle vicende realissime e postreme
di Aliotto da Guienna
Lupo Goliante, Ghiandino Colapicco, Livriero di Vega
e Albarello Cometa
che le su dette
narrò.
Sempre continuando ad impietrire la parola, a farne una cera, un nido paretimologico che trattiene la densità dell’andare, cercando così non il governo di un’origine certa, ma lo spazio, la terra eletta del tappeto dove “le figure rovesciate si ricomporranno nel tessuto splendente, nell’atlante perfetto dei significati” (Cristina Campo), Ferrara ha rivolto la sua poesia oltre il letargo delle categorie interiori e del tempo presente: perché “mitologia è ontologia”, mattino di un altro giorno, conferenza sulla caligine, viaggio che non ha fine, canto:
“(…) E aver raccolto il deserto nel cavo della gola
Aver nutrito col sangue l’indifferenza delle pietre
Aver assunto la leggerezza della nebbia
Per confondere ciò che l’assenza ha lasciato
nei miei occhi
Aver piegato parole come ginocchia
Per colmare lo scarto esiguo tra due onde
Aver fissato parole di una solitudine nuda
Come un cuscino sgualcito dall’assenza
Aver scavato parole per alimentare le vene
e disciolto ogni vena per ricomporla in parola
e da labbra umane essere dissolto in suono.
Questo intendevo dire.”
*Tutte le citazioni sono versi di Franco Ferrara, laddove non indicato altrimenti
Giorgiomaria Cornelio (14 Gennaio 1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l’atlante Navegasión, inaugurato nel 2016 con “Ogni roveto un dio che arde”. Il film è stato presentato alla 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ed è stato incluso nella selezione dei Rencontres Internationales Paris/Berlin 2018.
In corrispondenza con il loro secondo lavoro, “Nell’’insonnia di avere in sorte la luce”, i due hanno curato l’esibizione “Come tomba di un sasso, come culla di una stella”, ospitata in Italia alla galleria Philosofarte, al Pesaro Film Festival, al Marienbad Film Festival e al Trinity College di Dublino, dove entrambi studiano.
Tra le altre collaborazioni si segnalano la performance “Playtime” e la mostra “Young at heart, old on the skin”, entrambe realizzate da Franko B.
Giorgiomaria Cornelio è il co-curatore del progetto di ricerca cinematografica “La camera ardente”, ed è anche scrittore: i suoi interventi sono stati ospitati in riviste e blog come “Artnoise”, “Le parole e le cose”, “Il Manifesto”, “Anterem", “Il Tascabile”, “Doppiozero” e “Nazione Indiana”, di cui è anche redattore.
Liceo Artistico statale di Verona “Nani-Boccioni”
PROGETTO “OLTRE LE APPARENZE”
In sette versi Doris Emilia Bragagnini ci dimostra che la poesia, tra le sue varie rappresentazioni, può essere l’istante del pensiero, quel momento colto apparentemente a bruciapelo e che vive per sempre. L’autrice è nella scena, ma in secondo piano: “io” non domina, diventa un “me” quasi accennato. Come ricordare un sogno. Nella brevità del testo, la fase onirica iniziale, tra falco e ballerina, svettare e passo, becco e labbro, introduce l’abisso cui può spingersi la poesia: verso l’insaputo, attraverso “un fiore reclinato sull’eterno”. Come ha scritto Karl Kraus, la poesia è la via più breve per andare da un rigagnolo alla Via Lattea.
determinismo verticale
del falco che t’incideva il passo, lo svettare sulle circostanze
fermo sulle - punte - con la grazia di una ballerina di Doisneau
non ho più sentito il grido lo strappo di becco il varco
che mi sapevi togliere dal labbro
come un fiore reclinato sull’eterno, versato
goccia a goccia disanimata glossia all’orecchio del mondo
il tuo dentro insaputo, il baleno di un cielo inciampato
Doris Emilia Bragagnini: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare con suoi testi in varie antologie (tra cui Il Giardino dei Poeti ed. Historica e Fragmenta premio Ulteriora Mirari ed. Smasher), in blog e siti letterari come Neobar (cui collabora come redattrice), Il Giardino Dei Poeti (vi ha collaborato), Filosofi Per Caso, Torno Giovedì, Linea Carsica, Carte Sensibili, Words Social Forum, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Poetarum Silva. Ha partecipato ai poemetti collettivi “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” e “Un sandalo per Rut” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Menzione speciale per il testo “Claustrofonia” sezione “Una poesia inedita” premio Lorenzo Montano 2013 e per il testo “di fuga Soluta” nel 2016. Premiata con segnalazione la silloge inedita “Claustrofonia” al Premio Lorenzo Montano 2017. Il primo libro edito: OLTREVERSO il latte sulla porta ed. Zona 2012. Presente in alcuni periodici on line e cartacei tra cui Carte nel Vento a cura di Ranieri Teti, EspressoSud a cura di Augusto Benemeglio. Recentissima la pubblicazione di “Claustrofonia” per Ladolfi Editore (dicembre 2018) con prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Laura Caccia.
Il dio della metropoli non si cura delle apparenze, come il poeta che racconta la profonda vita di una reale città trasfigurandone gli abituali connotati.
Le vetrine, alle ore ventidue, sono poesia dell’abbandono, “maglie disabitate”. Con tutto quello che nel giorno è passato, tutto quello che “sembra”, come ciglia finte, o foglie che cadono. Il dio della metropoli, di notte, è sul marciapiede di una città che dopo essersi inchinata al crepuscolo riesce a essere accogliente. Perché “in noi è chi respira”. Non è vero che siamo tutti stati vinti, ci dice Giusi Busceti, dal "sempregiorno".
Vetrine
A vetrine serrate amo i ricami
maglie disabitate scialli spille
richiami strass su sagome, scintille,
micromosse di vacue finte ciglia
vanno sospese alle ventidue
col vento, ora imprevisto il corso taglia
sciame di foglie scontrini sollevati
fogli sperduti al mondo noi in quest’ora
sostiamo, è l’inazione: e l’invenzione
degli occhi trova fine, svela volto
del nulla una corrente che afa oscura
argina ai visi erosi della nausea,
dei condizionatori, mentre avanza
un minuto ogni giorno la stagione
il crepuscolo invade e la città
s’inchina, stoppia secca che si estingue
Europa sotto il velo che non sa
di corpi nuovi d’altro mondo avvolti
ma sorgi, sera di nessuno scopo
munificente frutto ora discendi
arancio verde azzurro gelatina
rosa dai cieli a grappoli nel bianco
firmamento che in noi è chi respira
qui ora dove ha centro il sempregiorno
e la città che scende s’inginocchia
sotto la gemma immobile che veglia
ogni vetrina tacco ritmo tace
e polvere ritorna, torna amore.
Giusi Busceti è nata a Milano, dove risiede. Ha pubblicato Sèstile (Corpo 10, Milano 1991), le plaquette L’innaffiatoio (Signum Edizioni d’Arte, Bollate 2001) e Due Scatti (Madam Web, Milano 2005) e la raccolta A nucleo perso (LietoColle, Faloppio 2007). Suoi testi sono apparsi su riviste italiane e straniere, tra cui: Alfabeta, Anterem, Manocomete, Hebenon, Gradiva, BlocNotes, Chelsea, Il Segnale, Qui, Il Monte Analogo, La Mosca di Milano. E’ presente nell’Antologia “Italian Poetry 1950-1990”, Dante University Press, Boston, 1996; “Nottetempo”, Ed. Di Latta, Milano 2007; finalista al Premio di Poesia “Lorenzo Montano” 2005, ha collaborato all’Antologia Poesia Contro Guerra, a cura di Antonella Doria, Ed. Punto Rosso, Milano 2000-2007; è tra gli autori dell’opera critica Vertigine e Misura, appunti sulla poesia contemporanea, a cura di Marco Ercolani, La Vita Felice 2008 e dell'Antologia Chi ha paura della Bellezza, a cura di Tomaso Kemeny, Arcipelago Edizioni 2010. Nell'Antologia "La poesia del lavoro" compare tra i vincitori del Primo Premio di Poesia bandito nel 2014 dal Sindacato CISL. Del 2017 sono l'antologia Perturbamento, per le Ed. Joker a cura di Marco Ercolani, che include una scelta di suoi testi per la sezione dedicata ai poeti contemporanei, e la plaquette Buio Selvatico, in coppia con un’opera dell’artista Andrea Capucci, per le edizioni Pulcino Elefante di Alberto Casiraghi. E’ in uscita per la collana de Il Verri la sua ultima raccolta, Ufficio del sole, con prefazione di Angelo Lumelli.
Nella redazione della collana di poesia Niebo, diretta da Milo de Angelis, dal 1999 al 2002, è Presidente dell’Associazione Casa della Poesia al Trotter di Milano, che opera dal marzo 2004 per la diffusione della poesia nei suoi più diversi registri, anche nelle periferie multiculturali e nella scuola; da ottobre 2017 è Art director dello Spazio 57events nel quartiere NoLo (North Loreto), Milano.
Spartito liquido
Se cercassimo le parole per dare suono al silenzio, farne parti in musica, orchestrarne i battiti, potremmo seguire la voce di Martina Campi che in Partitura su riga bianca porta l’oralità a confrontarsi con l’assenza sonora. Nell’insieme di parti e di riga, di silenzio e di suono, in un contrappunto poetico dove la sonorità viene intensificata dalle citazioni del cantautorato, soprattutto di lingua inglese, e l’interruzione acustica da pagine bianche e parentesi mute. Anche se, di fatto, musicare il silenzio pare impresa ardua.
Già J.Cage, nella sua famosa composizione 4′33″, aveva evidenziato come la stessa opera non potesse costituirsi come silenzio assoluto, poiché, durante l’assenza di esecuzione strumentale, altri suoni venivano evidenziati, fossero il battito del cuore degli ascoltatori, il loro respiro o i rumori esterni.
C’è un suono nel canto, ma anche nell’assenza di suono, pare dirci l’autrice, “una / modulazione” oppure anche “solo un grido / se mai in cuffia / spacca silenzio / in pezzi / abitati”. E c’è un’inquietudine che chiede sia il nutrimento della voce, per “questo malessere / (dì le) lame nell’essere // una madressere poi, / non accudire… / nutrire”, sia il respiro del silenzio, tra i “nomi che vanno al rumore / del discorrere, a me il silenzio / del dispiacere”.
La sensazione complessiva è che si sia in presenza di una poesia liquida, fortemente sonora e altrettanto intensamente inquieta e sofferente, tale per cui “qui / c’è / l’affogare (/affiorare)”. Dove la frammentazione, la reiterazione e l’uso sospensivo delle parentesi conducono il linguaggio e il pensiero in uno stato di immersione, che assume andamenti oscillanti e onirici, in cui sonorità e sensi si stemperano nello stesso stato fluido in cui si dissolvono assenze sonore e vuoti di senso.
Quasi che l’alternanza suono-silenzio diventi anche corrispettiva di quella tra lo stato di veglia e il sonno-sogno: “ascolto il mondo / svegliarsi / così non disturbo / le scale dei sonni”, così che anche i sonni e i sogni si possano distribuire lungo scale musicali, nelle loro partiture scritte su righe invisibili.
Come il linguaggio poetico, che ha i suoi spartiti inconsci, le sue righe bianche, le sue parole mute. E che riesce per questo, quando emerge nelle parti sonore e nel frammentarsi del dire, a dare risonanza al sommerso. Martina Campi ne ha piena consapevolezza quando esprime “la gratitudine come / attore linguistico / accenno a scelte / non espresse, / attraverso / il frammento riscosso / per linguaggio”.
Una scrittura per frammenti la sua, intensamente sonora anche quando è spezzettata, anche quando è silenziosa. Dove il nome trova spazio nel canto come nell’assenza di nome. Poiché ciò che più conta, in poesia, è “Tenere il nome / nel luogo più caro”.
Dalla sezione “Riga – Suono”
***
nei giorni del vento
ai cambi di stagione
della brezza
che apre la porta
viene a fermarsi
viene a guardare
quel lontano
(piccolo) vibrare
che poi sono i resti
delle foglie smesse
o forse sono s(p)ecchi
per congiunzione addestrati
picchi all’attraversamento
I've been to a minor place*
* Will Oldham
Dalla sezione “Riga – Suono III”
***
s’è tentato con le spezie
a fare come si deve
e una cartolina è sopravvissuta
dallo Sri Lanka
qui, mentre pioveva forte
nel lasciarsi c’era tutta
la neve di gennaio
la musica in macchina
solo anziani che scivolavano
per la via, niente da mangiare
say something once, why say it again?*
*Talking Heads
Dalla sezione “Parti – Silenzio IV”
***
un buio pianura e notte allarga
grovigli di macerie gialle rifiuti e lenzuola
ascolto il mondo
svegliarsi
così non disturbo
le scale dei sonni
Martina Campi autrice e performer, ha pubblicato: La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2016), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi), e la plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraino Edizioni 2015), con il poeta V. Masciullo e opere grafiche di C. Pozzati.
Curatrice, con A. Brusa e V. Grutt, di Centrale di Transito (Perrone Editore 2016).
È stata giurata per alcuni concorsi e membro di redazione della rivista Le Voci della Luna, fa parte del Comitato Bologna in Lettere B.I.L dalla prima edizione.
Da giugno 2017 partecipo a Il banchetto di Rosaspina – Di virtù e maledizioni, Spettacolo di Teatro, Poesia e Favola, di e con Alessandra Gabriela Baldoni; con Giancarlo Sissa, Luna Marie, Mario Sborina.
Co-fondatrice, con il compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono – The poetry music experience, nel quale si fondono reading poetico, elettronica, jazz/ambient, contaminazioni afro e accenni di musica popolare; di Marzo 2016 l’omonimo album. Del 2010 il cd Mani e qualcos’altro. Il progetto Memorie dal SottoSuono è oggi un vero e proprio collettivo di artisti di diversa formazione.
È nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione. Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012). Tra gli autori finalisti al Premio Lorenzo Montano 2014, con la raccolta inedita Manuale d’estinzione, tra segnalati nel 2012 con La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2016) al medesimo premio e menzione d’onore, l’anno successivo, con la raccolta Le metamorfosi della gioia, ora divenuta Cotone (Buonesiepi Libri 2014) e nel 2015 con la silloge inedita Quasi radiante.
Paola Casulli si produce in una prosa apertissima, ricca di parole ora evocative ora forti, priva di punteggiatura, a parte gli indizi depistanti di alcune lettere maiuscole. Una prosa priva di ritmi prefissati o di altri ancoraggi che ne facilitino la lettura e la fruizione. Il risultato è un continuo senso di equilibrio e spaesamento, che accompagna la lettura come un viaggio in mare tempestoso.
In questo viaggio nell’accidia l’autrice si muove attraverso l’oscurità verso una luce.
Per compierlo mediante un’imbarcazione di parole, Paola Casulli opera costantemente pressione su di esse, come per addensarle, ispessirle e renderle ancora più risonanti nella caduta sulla pagina.
Akedia
Nessuno resta inerti come siamo nella bufera Nessuno ha parole in mezzo ai campi inseguiti come siamo dai lupi dai loro artigli rossi una zampa davanti all’altra raggiunti oltre il legno e il ruscello odori teneri noi E subito dopo caprioli di sangue ché il lampo a ferirci è senza pietà che muove i perdonati Nessun suono o rumore separa le ombre restiamo sulle zolle distesi relegati nella storia di esseri invisibili in mezzo a tanta dissacrazione siamo le foglie sopra l’erba La metamorfosi concessa ai fiori che imputridiscono nutriti dal vento torturati dal fango nell’istante dell’ubbidienza restiamo sulle pianure fissi e immobili a conoscere un solo Creato senza spirito che di carne ne abbia il riflesso senza corpo che abbia un residuo flebile tra le mascelle sulle pianure restiamo infiniti nel pianto È la mia calma che ha man- dato via tutti O il mio odio lento di altre piogge Come goccia sull’orlo di una tazza l’ho vi- sta scivolare via Non c’è spiegazione della sua gravità della goccia Essa scivola e basta E così fanno tutti solcando la piaga che non assolve Questa è la carezza del nulla La materia in cui l’attimo freme e si concede all’occhio del meridiano spaventoso quella che (volendo trionfare) si arrampica sulla parete impervia di ogni anticipo e cade nel supplizio di ciò che tutto scorre Noi abbiamo lo stesso supplizio La stessa preghiera ripida linea sonora caduta pesantemente al suolo Qui si spengono tutte le pareti le elegie i mormorii e poi le urla La triplice specie che si chiama - Padre - e dice << prega >> tacendo i salici nel petto più di- stante il Figlio che dice << sii cauto>> flagellandosi nella gloria del ritorno e infine il legge- ro turchino Spirito a sussurrare <<voi siete me>> o forse più esattamente con stizza a chie- dere nella molle grazia di qualche scirocco << voi siete me?>> Ebbene questa piratesca forma di ogni cosa ha molte stanze e tra poco farà buio si sentono sbattere porte cigolii ra- gnatele che pronunciano esili Tu fasciato nella benedizione dell’ametista hai tutto questo nella testa vero? Anche tu incline al gioco dei cenobiti prima del punto bendato sei nel petto della Vergine lo stupore delle pupille riverse ecco siamo simili a Lei la ruga del lungo asse- dio vittime di lunghi balzi nel mondo a rovescio a frantumare le uova molli del demonio Nessuno resta nell’intervallo di attese senza muri a scambiarsi una morte con un’altra bardo sfuggiti di mano A questa prima morte senza peso ho dato pietre per la chiocciola del dive- nire Alla seconda morte senza forma soltanto strazio che è meno di niente Alla terza morte senza storia ho dato scaglie grigie di una devozione di rami Alla quarta morte che dicesse appartenenza o invocasse il frastuono dell’onda che aggredisce la roccia che raggela la rena che si ammassa sugli scogli e li rende lividi di afflizione ho dato ginocchia allentate dalle redini a misurare il sonno e le rose e le ortensie e i gelsomini svanenti Io assolto dalle consonanti di un abbandono Io battezzato nell’incandescenza delle tue costole costretto a sentire la tua voce a dirmi c’è ancora un Est sopra le cascate Ma la bellezza che nessuno comprende una specie di intimità è andarsene all’improvviso come fuco o lombrico e porge- re il buio alla chioma delle candele Creare quel bianco uguale alla mia chiarezza il peso istintivo del Perfetto Nessuno resta in questa aurora obliqua Nessuno ha parole nei solchi della terra dove pure le formiche ci somigliano con i neri dorsi sui crinali e insetti fosforescenti rilucono sui fondali al di là delle foreste Tenere d’occhio la strada ecco questo è l’importante Quel desiderio e l’intelligenza nella spietata nudità di deserto ciò in cui io posso scivolarci dentro e Tu patire il mio sguardo Io torturato gelido fisso nel perdere ogni cosa una preistoria di cancelli aperti sul tuo giardino di liquirizie così oscuro perverso e perduto Esattamente cos’è che voglio vedere? In questo luogo perfetto emisfero? Ha smesso di pio- vere Tu sei geniale quando dici vado a vedere fuori non corri il minimo rischio in tal senso tremi così tanto tu che sembri così veramente vero Nessuno resta in questo paradiso che aggrega la pelle alla velocità trattenuta del tempo e della terra all’affondo di una spada e Io la vedo fuoriuscire dalle maniche troppo larghe a tradirmi a colpirmi polvere fine di gesso Non temere sopravvivi alle poche cose alle storie e agli addii ai polpacci di tessuto alla carnagione di acero a renderti lieve al vento e al declino E così ora conto fino a dieci prima di entrare nella penombra nel crepuscolo color fumo dei miei gomiti dei miei fianchi delle mie mani in quel vento australe arrendevole quasi in quel fioco esserci in quella colomba da poterla tenere nel palmo di una mano sola l'unica che mi è rimasta L'altra è sulla corteccia di un albero a scolpire il grido degli agnelli Nessuno resta È questo sedersi come nuvola spazio che coincide sulle nostre schiene impure le ali sui cardini sospese Questo è ciò che affama in quell’aria scolorita dal sole un orlo scucito in una vicinanza apparente E non lo sai mai con certezza se saltare lo steccato o andare a salti giù per il ripido sentiero semplicemente con la testa piena di stupore restare avvinghiato al fruscio delle foglie sentire sotto i piedi l’erba che circonda le caviglie che risale placida sul tuo ventre mentre tutto ciò a cui tieni siede nel vecchio inverno spento delle litanie di una voce che imita la pioggia con quel cadere giù confusa prima del risveglio sono i sogni che annegano con le narici piene di muschio azzurrate in grigio-verdi una notte dopo l’altra in avvelenamento progressivo assumiamo ridicole ali da cornacchia indossiamo maldestri sguardi da combattere e dirci catene ho visto quel filo grigio appeso al collo una sfilza di croci tra le mani a chiederti Con la bocca chiusa perlopiù Senza mai smettere di pensare certe cose non sembrano vita mentre le fai.
Paola Casulli nasce a Ischia ma vive da poco più di un anno tra le colline del Monferrato. Poetessa, fotografa, giornalista, pubblica 4 raccolte di poesie, “Mundus Novus” ed. Del leone, “Pithekoussai, racconti di un’isola”, ed. Kairos, “Di là dagli alberi e per stagioni om- brose”, ed.Kolibris, “Sartie, lune e altri bastimenti” ed. La Vita Felice. Pubblica anche 2 poemetti brevi, “Lontano da Itaca” e “MitoGrafie”. Il poemetto "Lontano da Itaca", è stato portato a teatro con successo a Verona, con coreografia della stessa Casulli.
Una raccolta di racconti, “7 racconti del vento immobile”, è in editing.
Si avvicina alla fotografia tanti anni fa con una Nikon reflex analogica e poi con una D3100 e solo un paio di obiettivi. Con questo piccolo bagaglio comincia la sua avventura artistica e spirituale. Inizia infatti a viaggiare in tutto il mondo cercando di catturare volti, colori e impressioni di quei luoghi lontani. I ritratti e il colore sono la sua ricerca artistica. Nei gesti, negli sguardi di persone lontane migliaia di km dal suo vissuto quotidiano, Paola ritrova un’umanità fatta di grazia e di bellezza. Ora le fotocamere e gli obiettivi sono ben altri, ma rimane intatta la sua voglia di scoprire e viaggiare. Organizza eventi culturali che uniscano la poesia con la fotografia e scrive reportage di viaggio su riviste culturali.
Il suo blog, "Incanto Errante”, é il suo blog di poesia e fotografia, reportage e racconti di viaggio.
www.incantoerrante.com
Rosario laico
Si snoda per tappe di memoria e di pensiero, nel suo percorso dedicato a persone e luoghi cari, la raccolta Anacoretico cartiglio di Enrico De Lea. Un percorso intriso di meditazioni e di cammino, attento all’alterità e alla pluralità del sentire, poiché “Ci sono versi, / Ed anche versi della bocca, / Che vogliono il sentiero / La pietra che si tocca e il passo / Ed un "noi" sempre, / Almeno sottinteso”. Dove la parola cerca, nello sgranarsi del pensiero, di riprendere la rotta di un dire in movimento verso il proprio senso.
Quasi un rosario laico, in cui brevi testi datati scandiscono ricordi familiari, paesaggi, figure poetiche e letterarie incontrate realmente o vissute attraverso intense letture, nello scorrere della ghirlanda dei nomi di Raboni, Sciascia, Cattafi, Sereni, Carducci e nel susseguirsi di passi e ancora passi, come grani, orazioni.
Che si tratti di sgranare il movimento in piccole parti, quasi una necessità di concentrazione chiaramente espressa dalla brevità dei testi, come viene esplicitato anche da un titolo interno ripetuto “tre passi sgranati di un rosario”, o che si tratti di un atteggiamento di devozione e contemplazione che accompagna la memoria di paesaggi e di affetti, come indica l’autore: “mi recito e dico, invano / forse, per le mie mute, inesauribili orazioni”, la raccolta ci mostra le due azioni complementari, di cui necessita il pensiero: l’erranza e la meditazione, il moto e la riflessione.
Il verso è già, in sé, movimento, vertigine di suono e di senso. E questi versi in rima, spesso endecasillabi, mettono a fuoco, nell’illuminare ogni tappa del cammino, il loro moto inesausto in cerca di senso. Forse un senso che è stato sottratto, celato. Forse il mistero che si cela nell’esistere. Che richiede un percorso di riflessione su come possa la parola, quella poetica soprattutto, essere in grado di avvicinarne l’enigma, di arrivare all’essenza del tutto.
Da un lato, per l’autore, la parola resta all’estremità, sul ciglio della sua solitudine: “A margine freddamente si tratteggia / La parola che c'è, il finto foglio, / La rinuncia schizzata, in una scheggia / Di estremo anacoretico cartiglio”. Dall’altro, è forse nell’astenersi dal pronunciare i nomi dell’apparenza, nel rinunciare a nominare la molteplicità che le è possibile giungere all’essenza delle cose: “Così, senza nominare, senza evocare, scendere / alla dimensione dei muri a secco, con le mani”.
Dove si trovino allora i nomi del vero, possiamo chiederci con l’autore, che, insieme alla ricerca del senso esistenziale, non cessa di farne inesausta domanda. E in quale luogo straniero o sommerso, in quale significato maiuscolo o minuscolo si nasconda il loro segreto. Forse possiamo dire che il mistero che racchiude il rosario laico di Enrico De Lea consista proprio nell’ignoto che li cela, come emerge dalla potente interrogazione: “e se tutto in minuscolo il mondo / tutti celasse i Nomi, in fondo in fondo?”
(amabili mezze)
dire a metà l'intero
della vita, a misura del vero
fino a metà saperla definire,
la mezza birra o la mezza
con panna, per la granita,
arrivo di magi, ma senza
oro incenso mirra
(26 Dicembre 2015)
(prova per silenzio)
il silenzio di mio padre nascondeva la diserzione –
dal mondo, dalla vita quotidiana, financo
dalla storia, con una battuta al solito banco
del caffè – una sorta di vittoria per omissione,
una passeggiata per lenta sottrazione
(6 Luglio 2016)
(palinsesti filiali)
giorni che resteranno palinsesti da raschiare
ove scoprire riscrivere i padri andati
i loro nomi le loro parole nel camminare
da un versante all’altro delle contrade;
sarà sempre un’opera filiale, si voglia o no,
una parola sfuggita, un detto sfuggito all’oblìo,
ovunque ci sia tempo e lentezza dell’occhio,
sulla terra dei loro passi, nel resto che non è addìo
(28 Marzo 2017)
(a margine)
A margine freddamente si tratteggia
La parola che c'è, il finto foglio,
La rinuncia schizzata, in una scheggia
Di estremo anacoretico cartiglio.
(07 novembre 2017)
Enrico De Lea (Messina, 1958), originario del territorio tra Casalvecchio Siculo, nella Valle d’Agrò, la riviera jonica, Messina e lo Stretto, vive e lavora in Lombardia.
Ha pubblicato le raccolte di poesia Pause (1992, Edizioni del Leone), Ruderi del Tauro (2009, L'arcolaio ed.), Dall'intramata tessitura (2011, Ed. Smasher), la sequenza- poemetto Da un'urgenza della terra-luce (2012, Ass. La Luna, nella collana diretta da Eugenio De Signoribus) e la raccolta La furia refurtiva (2016, Vydia editore).
Suoi testi sono apparsi sulle riviste Wimbledon, Specchio (de La Stampa), Sud, Atelier, Tuttolibri, Registro di Poesia (Editore D'If), Caffé Michelangiolo.
E’ presente nell’antologia “Poesia di strada 2010- Licenze Poetiche” – Vydia editore, 2011, Macerata, e nel volume collettaneo Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – per Emilio Villa – a cura di Enzo Campi – DotCom Press edizioni, 2013.
E' stato finalista o segnalato al Premio Licenze Poetiche- Poesia di strada – Città di Macerata (vinto nel 2010), al Premio Miosotis-D'If editore (Napoli), al Premio Lorenzo Montano (Verona), al Premio Tirinnanzi (Legnano), al Premio Interferenze – Bologna in Lettere.
Ha pubblicato in rete in vari siti e blog, tra cui Rebstein, Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, Compitu re vivi, Poetarum silva, Carteggi Letterari, Arcipelago Itaca, Atelier, Carte nel vento- Anterem, pubblicando anche su un proprio blog, da presso e nei dintorni.
Alchimie d’inciampo
Quasi seguendo le orme del dio della rigenerazione, nella raccolta Gli anelli di Saturno Fernando Della Posta pare mosso dall’esigenza di uscire da asfissie e indifferenze, di trovare altri spazi oltre le apparenze, come dichiara nel testo di apertura, fino ad “ascoltare lo scroscio di cascate che non si vedono … / erodere il contrafforte / con la discesa al baratro… / Incontrare i folli / di queste vastità… / dimenticare i sunti dei sentieri più battuti”.
Una rigenerazione che prevede il superamento dei confini e delle limitazioni e che richiede l’assunzione della sofferenza quale modo di possibile rinascita. E che necessita, all’interno di una raccolta molto concentrata sulle vicende terrene, di fare i conti con il senso del dire, chiedendosi cosa sia poetico e cosa sottenda confrontarsi con la ricerca estetica, rispetto alle connesse connotazioni etiche.
Per cui se, da un lato, “si deve fare / dell’impoetico il poeticissimo, / estrarre la bellezza da tutte le cose”, dall’altro è forte la tensione tra il senso del bello e lo stato di pena: “quella bellezza / che a notarla ci vuole una certa noncuranza / per la sofferenza / che pochi dimostrano di avere / e che spesso può sapere / d'impietoso guardare”.
Allora, come si colloca la parola poetica? Fino a che punto può portarci a seguire le meraviglie del cosmo e della natura e fino a che punto costringerci a fare i conti con le esperienze terrene dell’umano?
Scrive l’autore: “Il gioco del poeta è saltellare / da una nuvola all'altra del cielo / cercando l’inciampo dell’ingiuria / che riporta a terra”, dove, nell’insieme di stati onirici e di dura realtà, può trovare “quella voce / come unica, incandescente luna di salvezza”.
Vi è come un girare intorno al reale rimanendo in sospensione, quasi a ricordarci gli anelli di Saturno, quando leggiamo come per l’autore vi siano “imprevedibili alchimie / che tengono salde le cose” e come gli sia necessario porsi “nei luoghi dei passaggi di stato / non appartenere né all’uno né all’altro / per fare di tutte le fioriture / un’epifania”.
Vi sono, però, anche l’urto, l’inciampo, l’esigenza di rovesciare le certezze, di capovolgere le apparenze. Siano esse legate alla realtà o agli assiomi del pensiero. Siano esse legate alla percezione di sé o all’idea dell’altro in una rifrazione continua che mette in evidenza gli opposti, poiché “spesso noi non siamo altro / che l’altro di noi stessi”.
“Scrivere è ritrovarsi in una casa altra” allora, possiamo affermare con l’autore, soprattutto uscire da noi stessi, urtare negli ostacoli e negli impedimenti che possono rendere autentica ogni parola poetica: “Poesia non fa sconti.”, come ci indica Fernando Della Posta, “Il noi che resta imprigionato / dentro poche pennellate / si avvale soprattutto / del diritto d’inciampare”.
Dalla sezione “Spazio profondo”
***
Stare nei luoghi dei passaggi di stato
non appartenere né all’uno né all’altro
per fare di tutte le fioriture
un’epifania. Un gioco pericoloso:
le corsie preferenziali possono tradire
e i trivi possono fare da falsa prigione,
ma si può scoprire
che non esiste un tradimento più dolce.
Dalla sezione “Gli anelli di Saturno”
***
Essenza del punk (trick or treat?)
Il punk non è poesia
ma la poesia contiene il punk.
Il punk vero non è punk. Solo quando è vero, è poesia.
La sua motivazione è un grande inganno
ma un inganno assestato col cuore.
***
marcoPolo con scrittura cammellare
cercò di attraversare
il fiume alla chetichella
ma vi cadde con un tonfo sonoro.
Tu, come tuo solito
non ti voltasti in tempo.
Poesia non fa sconti.
Il noi che resta imprigionato
dentro poche pennellate
si avvale soprattutto
del diritto d’inciampare.
Fernando Della Posta è nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, è laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico. Si interessa di poesia e fotografia. La poesia per lui è il manifestarsi di un pensiero vitale comune che, immancabilmente, si fa spazio nelle destrezze quotidiane degli uomini, in ogni luogo e in ogni epoca. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2014 ha ricevuto una menzione d’onore al premio di poesia e teatro “Città di Valenzano” e si è classificato secondo al premio nazionale di poesia “L’incontro – Salice d’oro”; nel 2015 è stata selezionato per la pubblicazione al concorso “Pubblica con noi 2015” di Fara Editore ed è risultato tra i finalisti del concorso letterario "Sistemi d'Attrazione", legato al festival "Bologna in lettere 2015", nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 si classifica tra i segnalati al premio letterario “Ponte Vecchio” nella sezione “Saggistica”, vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero, ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita e ottiene il secondo posto nella poesia inedita al premio letterario “L’albero di Rose” di Accettura in provincia di Matera. Nel 2017 si è classificato secondo nella sezione poesia a tema sulla città di Roma e ha ottenuto la menzione d’onore nella sezione poesia a tema libero al premio “Divagazioni D’Arte”, ha ottenuto una menzione speciale al XXXI premio Lorenzo Montano nella silloge inedita e ha vinto il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita. Numerose solo le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva e Il Giardino dei Poeti. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 "Gli aloni del vapore d'Inverno" per Divinafollia Edizioni e nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni.
“Gli anelli di Saturno” è diventato libro nel 2018, presso Ensemble Edizioni.
Questa scrittura si sviluppa come una continua corrente di parole che mirabilmente dispiega la coscienza del nostro comune destino: il vuoto, la dissoluzione, la fine, mediante tutti i simboli che ne caratterizzano la percezione e il pensiero. La prosa poetica di Ettore Fobo ha il dono di unire la precisione della scrittura in versi con le possibilità narrative della prosa, in un ritmo incalzante che rende ancora più intenso il senso di tutta l'operazione. Per mezzo "di una parola che illumina, moltiplica, ama il silenzio", dice l'autore. Tra distanze percorse e vicinanze del sentire, possiamo camminare al fianco di sogni e segni, tra citazioni chiare e crittate, tra conoscenza e idealità. In una scrittura che si rinnova a ogni passo del vagare nomade su questa terra.
La sapienza degli erranti
I
Per ora siamo coloro che abbinano il deserto alla sua eco ma quando saremo polvere, chi agiterà i nostri nomi, come gli stracci di un’antica gloria, troppo nascosta per suscitare invidia, ma fiabesca e cara agli dei, che nessuna lingua più nomina? Quando il nostro passo avrà esaurito il suo viaggio e la nostra voce sfiorato la danza fino a dissolversi in essa, chi saprà evocare un sogno dai nostri zeri e vedrà cifrato l’urlo che un verso paziente ha tessuto? Vittoria dionisiaca o squarcio di Munch, riecheggiante vastità; ora chi disseppellisce il canto, vanto del vuoto? Da quale anima sarò sfiorato quando la mia voce di polvere avrà detto il suo ultimo, e dunque più intimo, deserto? Quale sguardo congelerà le mie ossessioni in materia incandescente da spartire con le notti più enigmatiche?
Non potrò mai sapere quanta luce avrò sparso dentro il buio secolare, dove una magia maledetta dispone il suo caos, nel cuore disumano dell’ordine, io sveglio eternità dissolte nel tempo e celebro il vento che onora la pelle arsa dal sole e la sapienza dei vagabondi. La loro meta è la sfida della libertà, talvolta l’incantesimo di una parola che illumina, moltiplica, ama il silenzio, venera la notte che ti nomina poeta, il signore del labirinto, che sogna le lacrime di un dio che cadono nel mare di tutti gli attimi. Perché poesia è il nostro modo di sentici eterni, perché poesia è il nostro modo di sentirci, perché poesia è il nostro modo.
Vagare sì in cerca dell’attimo, in cerca del sogno o del segno; sotto un sole infernale che ci benedice, nell’atmosfera che riecheggia il fiume che stupì Eraclito.
II
Così se tutto scorre e non ritorna, il mare saprà accogliere anche la sorgente del nostro primo grido nella fase rem di questa esplosione, quando feti si galleggiava nell’enorme, apeiron di galassie vegetali, minerali, nimbo di un fulmine inespresso, sobillando attimi senza aggettivi, esplorando vertigini, monopolio del Tempo, si scavava in cerca del fiume carsico di tutta l’ebrezza, lontanando spazi, evacuando memorie quantiche di impressioni e misteriosa filogenesi di anfibi, illuminati da dentro da una forza cosmica abissale, formulando frattaliche epopee e chissà cosa; si navigava oltre le colonne d’Ercole dell’ Io sono io.
Molto prima che il pensiero imprimesse le sue orbite e la parola immaginasse il mondo ma non prima del tempo, del divenire e di tutta la cenciosa apparenza, la Maya dei tumulti e la paura. Prima che Dio unificasse il corpo e il pensiero ci esiliasse nella Dualità e la paranoia scrivesse il suo elogio funebre alla vitalità e alla gioia, prima che il carnefice umiliasse la nostra infanzia e la Grande Macchina imponesse il suo Tempo senza speranza. Prima che la parola dettasse la Legge dell’Automa e configurasse il labirinto di Babele e prima che il Programma Uomo fosse installato.
Cosa si era? Se non la grandiosa frase non scritta nel libro del destino, il maestoso silenzio che nella cattedrale sfida i ghiacci, il monologo senza pensiero di un viandante che segue solo il movimento di una musica terrestre, il vulcano segreto del sangue e dei nervi, il basalto inviolabile di un’ombra senza codici, un niente, soprattutto, impossibile da raccontare. Così, sarà stato come udire una musica e il frastuono d’acciaio dell’epoca.
Dentro la carezza senza mano il tuono che fortifica. Dentro l’incomprensibile tutte le risposte.
III
Ora che la fugacità insegna a tramontare, tramontiamo con un’ebrezza in fondo nuova.
Noi, che abbiamo ereditato la luna, non sappiamo più ritrovare là la nostra follia.
Lo specchio dove ci inoltriamo è una terra deserta. Il deserto è uno specchio che raddoppia il vuoto. La nostra maschera tradisce un volto assente. Dove non c’è più volto, il deserto regna. È il momento di disfarsi di maschere che troppo hanno atteso. È ora che il grido che gettammo alla nascita trafigga il cielo. È ora che il cielo si accorga di noi che siamo il suo specchio. La solitudine riconquistata è la prova che non hai sognato.
Sia fatta la volontà degli specchi!
IV
Soffio via i marosi del sentimento, mentre sbuffa il vento della redenzione, secco come terra arsa, lucido come la mezzanotte in cui l’altro ci appare in tutta la sua estraneità di sfinge. Poi scavo, forme esatte, le parole, per un teorema da scagliare nel tempo. Divengo la pietra e miagolo di notti mal spese, di rotte inclini al naufragio esistenziale, di attimi di sangue sparsi nel fango, di suole arroventate dall’asfalto.
In questa periferia in cui il mondo si decanta, per un momento sembra che ai margini della visione l’occhio mappi una strada non tortuosa, che le sillabe rincorrano aquiloni, proprio in questo cielo di seconda mano, intravisto danzare tuttavia al metro giambico, al sussulto dell’endecasillabo. Nella sfarzosa metropoli, la vita continua ad accadere, incerta; ora fragile, ora brutale, sempre contradditoria, mentre la spazzatura della Storia si riempie di idoli di plastica, farmaci scaduti, cieli vuoti, dei dal profilo di fuoco, ombre di vaghi e sognanti crepuscoli. La mezzanotte è irta di nascite, è il momento in cui la solitudine diventa sacra e il silenzio apre la mente per accogliere la musica esaltante dell’universo in espansione.
Siamo tra sogni e tra segni in quel luogo dove lo specchio ha mille occhi. Attendo la rivelazione che muove il mondo e so che ogni stella è una ferita di luce e che ogni ombra è un inno in cui il lamento degli esseri viventi è dissolto come l’essenza di un profumo.
Così ho abbandonato la mia faccia e sono maschera. Me stesso rimane sullo sfondo a interpretare sul palco la parte assegnata dell’assente.
Lo specchio sa che mi rifletto in lui per conoscere il mondo delle ombre. E con questo? Non sarò mai ombra abbastanza per partorire un dio, un labirinto, o una stella danzante. Torniamo allora all’oggettività della musica, alla sua ritmata odissea in cerca dell’origine riconquistata a ciò che smisurato ci eccede.
Ettore Fobo è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni “ (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015). Alcune sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT”(Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan” e con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta”. Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, in francese e in inglese.
Leggere, e soprattutto rileggere questa poesia di Fabia Ghenzovich tocca in profondità. Tocca le corde più sensibili dell’agire in versi: infatti Nudità non è solo una poesia ma anche una dichiarazione di poetica. Nudi, come veniamo al mondo, scriviamo; anche se la nostra voce aurorale nasce sotto “strati e strati” di deteriorate parole rese vane e vassalle da un uso sempre più strumentale e utilitaristico. La poesia, quando è tale, è voce dal fondo che per contrasto illumina le tenebre.
Nudità
Dico - la nudità -
qualcosa di integro insomma
come alba o natale ma corporale
dico ecco la voce pulita sotto strati e strati
la voce dal fondo che spiazza
ogni parola vassalla che non suona
che non filtra più la luce.
Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. Ha pubblicato “Giro di boa” (Joker edizioni 2007), “Il cielo aperto del corpo” (Kolibris 2011- menzione speciale al premio Astrolabio 2013), riproposto in ebook su La Recherche, “Totem”( Puntoacapo Editrice 2015 – II° premio nazionale Anna Osti 2016, finalista al premio internazionale “Sulle orme di Leopold Sèdar Senghor” 2015, finalista al premio nazionale “Tra Secchia e Panaro” 2016, menzione speciale al premio Lorenzo Montano 2016 ). Ha avuto premi a concorsi di poesia: secondo premio per la silloge inedita al concorso Guido Gozzano 2009, terzo premio al concorso nazionale poesia scientifica Charles Darwin 2014. È inserita in numerose antologie tra le quali: “Blanc de ta Nuque” – uno sguardo dalla rete sulla poesia italiana contemporanea – a cura di Stefano Guglielmin (edizioni Le Voci della luna 2016) e nel Tomo II° “Il Fiore della poesia contemporanea” (Puntoacapo editrice 2016). Ha partecipato a numerosi festival tra i quali: Festival Internacional Palabra en el Mundo (Venezia 2013 e 2016). E diverse sono state, nel corso degli anni, le adesioni e partecipazioni a eventi di Milanocosa, tra le quali Menti e Mondi della Giornata Mondiale della Poesia del 2005, e Quintocortile del 2007.
Visioni d’altrove
Si nutre delle suggestioni delle opere di Salvador Dalì, in dialogo poetico con le stesse, la raccolta Dalìrium (In Dalì’s rooms) di Vincenzo Lauria. Propriamente in comunicazione diretta con l’artista, considerato dall’autore, in uno dei tanti giochi linguistici sparsi tra i testi, “mia Salvazione”, nel sentirsi parte delle visioni, o meglio delle ultra-visioni, che i suoi lavori spalancano sull’altro e sull’oltre, come leggiamo nei quattro testi bilingue che aprono la raccolta, a lui dedicati, nel colloquio con i suoi mondi e con le sue parole: “Attraverso la porta delle tue Visioni / la mente amplifica mondi…./ proiezioni multiple attendono / il non dove…/ immagini di altri Noi”. Così le immagini, multiple e in continua rifrazione, costellano i testi, nel loro intensificarsi, senza schemi razionali, in una erranza fluttuante: “Perché ti cerchi / se non c’è approdo? / E’ nel perdersi / - magico - un delirio”.
E se delirare è propriamente, dal suo significato etimologico, uscire dal solco, non è altro che a questo che veniamo condotti: nei fuori-immagine, nei fuori-cornice, nei fuori-confine, oltre l’apparenza, in quello che, per l’autore, è “il viver mio in un altrove”. Questo andare oltre appare caratterizzare la poetica di tutta la raccolta, in tensione continua verso una diversa realtà: “Accolti nell’inverosimile / sappiamo di un’altra dimensione / evocazione di un essere oltre misura”.
Ed è la dismisura a connotare la molteplicità delle proiezioni a cui assistiamo, in una tensione inarrestabile verso “l’estremo oltre”, protesa, nelle sue immagini vertiginose, ad un altrove collocato al di fuori della realtà e insieme nell’interiorità più profonda.
“Il surreale sta dentro / nel forse capovolto / che sa di certezze altre”, dichiara l’autore, alla ricerca di ciò che appare inconoscibile e oscuro, per il quale occorre uscire dal controllo della ragione e tendere a livelli di pensiero e linguaggio più profondi e più veri: “Eppure basterebbe perdersi nell’imperdibile / e carpire l’incompreso / del non senso / andando a senso. / Lì in quel punto dell’impossibile / sta l’abbandono / il precipizio buono”. E proprio in questo la parola poetica, come l’arte, può riuscire ad esprimere la sua massima tensione: nella ricerca del vero oltre la realtà visibile.
“In mano d’arte / sta la Poesia”, ci indica l’autore, nel cogliere quanto le due modalità tendano allo stesso fine: fare delle immagini e delle parole l’atto creativo che consenta di accedere all’impensabile, di avvicinarsi al senso delle cose, per quella, come scrive, “verità che è il ritrovarsi in arte”.
Una verità che Vincenzo Lauria ricerca, attraverso i suoi versi, nel delirio che conduce oltre, nella fluttuazione che non conosce confine, come dichiara: “Non poter immaginarsi diversamente / perché è in questo non confine / che giace / la meraviglia tutta / dell’essenza / essenza”.
Cieli
Esterrefatto all’abbandono
non batter ciglio
la fissità dello sguardo
rammenta
il viver mio in un altrove.
Tremante
ravvicinarsi
per un incontro nuovo
un toccarsi
per dita in punte,
un dir di parole mute
m’avvolge in quadro
e sono raffigurazione esterna
per quel che di me
è dato di( )svelarmi
sussurro a porte chiuse
intorno al cielo.
Gusci
In guscio
l’incubazione di un nuovo dove
traspare,
liquida costellazione
a farsi fissità stellare
un mangiarsi le carni
in autoriproduzione.
E’ nell’anelito la salvazione
un varcar la soglia
per non sapere dove.
Bruciano i tempi dell’infinito
e nel non bastarsi
si crepano le protezioni
viver d’altro di sé
in proiezioni.
Poesia
In coda al destino
è un’unica parola
a dir della magnificenza
del gioco.
Né mai vidi a sufficienza
per dir di tua grandezza
ché pure il tempo
si scioglie in alcunché
per passar dell'oltre.
In mano d’arte
sta la Poesia
e sedendo in te
l’ascolto
di pura voce
seduce.
Vincenzo Lauria, nato nel 1970, inizia la condivisione del suo percorso nel 2001 all’interno di “Stanzevolute” gruppo di 11 poeti selezionati da Domenico De Martino (collaboratore storico dell'Accademia della Crusca e docente universitario di Filologia Dantesca a Udine).
Dal 2010 collabora con Liliana Ugolini ai progetti multimediali Oltre Infinito, Oltre Infinito 2.0, OL3 Infinito, Oltre Infinito 4 (Le stanze della mente). Dal 2012 Collabora con l’Associazione Multimedia91- Archivio Voce dei Poeti.
Ha partecipato a più di 40 reading e stampato in proprio 4 sillogi.
“Teatr/azioni” è stata pubblicata, con prefazione di Laura Caccia, da Puntoacapo nel 2018.
Riconoscimenti:
Mar 18: Premio “I Murazzi” 7° edizione è tra i 26 selezionati con la raccolta inedita “L’In/cubo di Rubik”
Lug 17: Premio Lorenzo Montano 31° edizione è tra i 5 finalisti con la raccolta inedita “Teatr/azioni”
Giu 17: Premio Letterario Casentino 42° edizione è tra i finalisti e riceve il Premio Speciale della Giuria con la raccolta inedita “Alberi Improbabili”
Set 16: Premio Casa Museo Alda Merini I edizione è tra i 20 finalisti con la raccolta inedita "INF – INFernità IN Fieri”
Lug 16: Premio Lorenzo Montano 30° edizione segnalazione per la raccolta inedita "Oltre Infinito” scritta con Liliana Ugolini
Giu 16: Premio Nazionale Elio Pagliarani II Edizione - la silloge inedita “Teatr/azioni” è tra le 9 semifinaliste.
Giu 16: Premio Internazionale Città di Como – III Edizione: la videopoesia “FEDRA” (in 3 minuti) è tra le 3 selezionate (video: Vincenzo Lauria, musiche: Tommaso Pedani, testi: Liliana Ugolini, voce: Gaia Nanni)
Mag 16: Festival Visioni Shakespeariane 2016 selezione e proiezione del video blob “OFELIA – (Rilettura)”, testi poetici di Liliana Ugolini, Montaggio video: Vincenzo Lauria.
Nov 15: Premio Lorenzo Montano 29° edizione segnalazione ricevuta per la raccolta inedita "Le stanze della mente” scritta con Liliana Ugolini
In questa prova saggistica lo sguardo acuto di Giulia Martini coglie la presenza del termine “gora“ in quattro grandi testi poetici e da qui costruisce un saggio sull‘abbandono, sul senso di estraneità, in cui convergono Dante, Pascoli, Montale e Luzi. Le connessioni trovate da Giulia Martini sono straordinarie e arrivano a superare l’assunto iniziale; da uno stato d’animo di abbandono, di solitudine, di perdita, si cambia piano: “I quattro testi sembrano ritrovarsi su un altro livello ancora, afferente non più a uno stato (d’animo, a un ritrovarsi lì come una cosa), ma a un verbo, e il verbo è guardare”. Il passaggio avviene attraverso l’uso rigoroso e puntuale delle citazioni, ma soprattutto grazie al sentire poetico dell’autrice. Grazie a questo sentire poetico Giulia Martini ci conduce a un terzo, ulteriore livello, come in un’ascesa dantesca. La poesia, alla fine, è proprio questo guardare la rivelazione improvvisa delle cose.
La gora e l'abbandono
Mi trovo qui a questa età che sai, né giovane né vecchio, attendo, guardo questa vicissitudine sospesa; non so più quel che volli o mi fu imposto, entri nei miei pensieri e n’esci illesa. (Mario Luzi, da Notizie a Giuseppina dopo tanti anni).1
La parola «gora» ricorre in quattro testi indimenticabili della nostra letteratura: l’ottavo canto dell’Inferno di Dante, Lavandare di Pascoli,2 Notizie dall’Amiata di Montale3 e Presso il Bisenzio di Mario Luzi.4 Ma se tale occorrenza è il primo punto di contatto, questi quattro testi si riuniscono più profondamente, nel grande tema dell’abbandono.
L’ottavo dell’Inferno è il canto in cui Dante si appressa alla città rossa di Dite, in uno scenario non molto diverso da quello di Notizie dall’Amiata: «Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro / è di chi va solitario e altro non vede / che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe»; e ancora le «architetture / annerite», le «vampate di magnesio», «il lungo colloquio coi poveri morti», «la morte che vive».
Qui Dante viene apostrofato dallo spirito di Filippo Argenti, che gli si fa incontro e gli domanda chi è:
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?»
Domanda che prelude alla vera e propria accusa di estraneità, di cui Dante verrà tacciato in capo a neanche cinquanta versi:
Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte
va per lo regno de la morta gente?»
1 Primizie del deserto, 1952.
2 Myricae, 1891.
3 Le occasioni, 1951.
4 Nel magma, 1963.
Ed è lo stesso tipo d’incontro e la stessa accusa di estraneità con cui si apre Presso il Bisenzio di Mario Luzi:
La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».
Ma l’ottavo dell’Inferno è anche il canto in cui Dante rimane senza guida, quando Virgilio si allontana per trattare coi diavoli, con quel verso memorabile, «Così sen va, e quivi m’abbandona».
E non può che trattarsi di una solitudine cosmica, come cosmica sembra la solitudine di quel «tavolo / remoto» in una «sfera lanciata nello spazio» di Montale; analogamente anche l’«aratro senza buoi» di Pascoli, oggetto di uso quotidiano, viene subito caricato di una valenza universale e diventa emblema di una solitudine assoluta – che difatti si trasferisce subito alla donna che intona cantilena in chiusura, abbandonata «come l’aratro in mezzo alla maggese». Inoltre, proprio l’attività a cui il testo fa riferimento, lavare i panni, è una mise en abyme dell’oblio, del rapporto fra passato e presente: lavare una macchia è anche cancellare un trascorso, riazzerare il vissuto.
Senza contare che i due testi condividono lo stesso tipo di enjambement: «tavolo / remoto», «pare / dimenticato»: un enjambement aggettivale, che pone l’accento sulla solitudine dell’oggetto, il tavolo, l’aratro.
Quindi la gora, l’estraneità, l’abbandono – eppure la storia non finisce qui. I quattro testi sembrano ritrovarsi su un altro livello ancora, afferente non più a uno stato (d’animo, a un ritrovarsi lì come una cosa), ma a un verbo, e il verbo è guardare. Chi scrive infatti si fa spettatore di un quadro naturale, che inizia a descrivere e continua finché una nebbia non gli obnubila la vista.
L’ottavo dell’Inferno si svolge in una palude nebbiosa, e quando Dante domanda a Virgilio l’entità del segnale che scorge da lontano, Virgilio risponde che lo vedrà da solo, purché le esalazioni che salgono dal terreno non glielo impediscano («se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde», VIII, 12).
In Pascoli, questo fumo diventa «vapor leggero»: «Nel campo mezzo grigio e mezzo nero / resta un aratro senza buoi che pare / dimenticato nel vapor leggero».
In Montale, questo vapore leggero diventa «fumate morbide»: «Le fumate / morbide che risalgono una valle / d’elfi e di funghi fino al collo diafano / della cima m’intorbidano i vetri».
In Luzi infine, sarà «nebbia ghiacciata»: «La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia / e il viottolo che segue la proda».
Questo impedimento visivo sembra un pretesto per far scattare l’udito, che finirà con l’essere il senso privilegiato per continuare la descrizione di partenza.
Così Inf. IX, 4-6:
Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.
La scarsa visibilità di «fuori» sarà per Montale l’occasione di descrivere il suo interno:
Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al collo diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio
Stesso discorso per Luzi, dalla cui «nebbia ghiacciata» «escono quattro» e gli rivolgono la parola.
Il caso più evidente di questo passaggio rimane però Lavandare, madrigale diviso in due terzine e in una quartina, la prima terzina intermante dedicata alla vista, la seconda all’udito:
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.
Ma proprio Lavandare permette una considerazione ulteriore: che c’è anche un terzo tempo, o meglio, una terza modalità percettiva, che viene dopo la vista, che viene dopo l’udito – un altro tipo di sentire, quasi “miracoloso”: e il miracolo è proprio la lunga cantilena, vale a dire, la poesia stessa.
Questo terzo sentire sarà adoperato nei quattro testi (ennesima e più profonda comunanza) in un contesto d’attesa, per rimarcare la speranza che arrivi qualcuno che sta tardando.
Dante:
Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.
«Pur a noi converrà vincer la punga»,
cominciò el, «se non... Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
Pascoli:
lunghe cantilene:
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Montale:
Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al collo diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio –
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affabula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
Luzi:
Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un passo
ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
«O Mario» dice e mi si mette accanto.
Sempre in Luzi, poco più avanti, «il più giovane» dice questa cosa, che sembra d’importanza capitale:
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Cosa richiede questo tempo? La ripetizione di parole, la mimesi dei gesti – vale a dire, «tonfi spessi e lunghe cantilene». Tout se tient.
In altre parole. Il primo obiettivo sembra il mondo: la realtà, l’onore del vero; ma il significato è fumoso, non si vede tanto bene – di qui la necessità di affidarsi al significante (l’ipotesi della relatività linguistica di Sapir-Whorf: il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che il sistema linguistico tenta di carpire). Capire è il miracolo della poesia, la rivelazione improvvisa delle cose, l’apparizione attesa del senso.
Quello che sembra è che questi testi non siano mai, più o meno consciamente, esonerati dalla loro stessa poetica, da una riflessione che ricada sui meccanismi che li hanno generati.
E la poesia sembra essere proprio questo, l’attesa di un miracolo per cui uno è stato a lungo all’erta: che qualcuno esca dalla nebbia e parli, che un suono ne preceda l’apparizione.
Infine, in Un brindisi5 Luzi fa una rilettura pazzesca della rossa città di Dite, e parla degli «occhi troppo grevi», del «cuore umano gonfio ed assordito» ma anche di «calme primavere inattuate».
Ora, una primavera è inattuata quando non dà frutti, e non dà frutti un campo “a maggese”: il maggese infatti è un anno di riposo, in cui il terreno viene arato e mosso, per restituirgli la fertilità.
Il maggese è una «vicissitudine sospesa».
5 1946.
Giulia Martini è nata a Pistoia nel 1993 e vive a Firenze. Dopo una prima laurea in Lettere moderne, con una tesi su La figlia di Babilonia di Piero Bigongiari (Firenze, Parenti 1942), sta conseguendo una laurea magistrale in Filologia con un commento a Pigre divinità e pigra sorte di Patrizia Cavalli (Torino, Einaudi 2006). Ha partecipato al XXI Congresso dell’Associazione degli Italianisti con uno studio su Donna di dolori di Patrizia Valduga (Milano, Mondadori 1991). A gennaio 2015 ha raccolto 38 componimenti sotto il titolo Manuale d’Istruzioni (Roma, Gruppo Albatros Il Filo); a gennaio 2016 sono uscite Ventitré poesie sul mensile «Poesia»; altre, sulle riviste «Gradiva» e «Pelagos» e sulle antologie Secolo donna 2017: Almanacco di poesia italiana al femminile (Francavilla Marittima, Macabor 2017) e Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse Millennial degli anni 90 (Milano, LietoColle 2018). Ha partecipato con successo a numerosi concorsi letterari e sta dedicandosi a una seconda raccolta poetica, che prenderà nome Coppie minime.
Alessandro Mazzi costruisce questo testo come si costruisce un atlante del pensiero. C’è tutto: filosofia, poesia, pittura, psicanalisi. È in realtà una sorta di flusso ininterrotto di conoscenza, fatto di citazioni, rimandi, brevi sintesi teoriche, a volte organizzato con momenti di pura letteratura, spesso con il tono dell’esortazione, pensato in crescendo.
Abbiamo di fronte un testo prosastico scritto con l’esattezza linguistica del poeta, che si configura come un vastissimo orizzonte di senso ricco di reperti: un’area monumentale.
Il mito del nostro Tempo
Logos e mythos sono i due movimenti che Platone ha scisso all’alba della filosofia occidentale, condannando il discorso e il poetico a impegnarsi nella riconciliazione. Se la filosofia è «un farsi più divino da parte dell’uomo, una tensione oltre di sé», va riunita al mitico in una filosofia della sensibilità, così sente Susanna Mati.
Portare fuori le immagini poetiche, le nostre immagini, che nel profeta sono anche immagini del Tempo, senza bruciarle al Sole, è possibile? Certo, se ci facciamo ombra con le palme raccolte all’oasi vicina, perché se anche Nietzsche ammoniva nel suo Zarathustra «Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé!», non è detto che invece proprio nella massima aridità non possa sgorgare il petalo più sacro.
Il pensiero e la poesia si incontrano, due fiumi che come il Tigri e l’Eufrate nutrono la Mezzaluna fertile dell’umanità, generano la nostra comprensione in una ierogamia filomitica. Così nasce un uomo nuovo, più consapevole, più vasto, e con lui nasce una nuova civiltà. Viviamo il mythos così come vuole essere vissuto. Ricorda Cvetaeva che il poeta non crea, ma dà ascolto a qualcosa che in lui indica e ordina.
Come specie simbolica, Animal Symbolicum ci definì Cassirer, è passata fin troppa acqua sotto i ponti per ignorare la capacità psicopoietica del mythos di essere Storia. La nostra epoca vuole consapevolezza. Chiediamoci allora, qual è il mito del nostro Tempo?
Veniamo incontro alla sophia, ricorda Mati, il femminino universale che ci bagna. Porgiamole l’orecchio bisognoso, come Odino che si reca dalla veggente per conoscere gli eventi che verranno, per esserne educati, da educěre, trarre fuori e allevare le immagini dalla tenebra inconscia, a noi affidate come novelli Mosé. Raffiniamo con arte di maniscalco il materiale sorto, dando voce al pensiero poetante.
Dirigendosi verso il ‘900, questo secolo bifronte, Aivazovsky dipinge i suoi mari tempestosi. Sono quadri abissali nel senso più puro del termine, perché attingono allo spirito orizzontale del Moderno, pongono l’uomo di fronte all’imminente cataclisma di fine secolo. In La nona onda del 1850, sei naufraghi chiedono asilo alle onde pur sapendo che ne verranno travolti, mentre il Sole è sospeso in un tramonto albeggiante.
Nel Nietzsche della Gaia Scienza abbiamo bisogno di farci Noè improvvisati e costruire navi che permettano di imbarcarci ed esser-ci (gegangen) in un mondo in diluvio, mentre salpiamo per nuove terre (Land) all’inabissarsi di Dio. Come nella visione della barca nel Libro Rosso di Jung, il Dio deve iniziare il suo viaggio nell’aldilà per rinascere rinnovato nel nuovo eone, e noi con Lui.
Scrive Rilke nella prima elegia duinese del 1912 che «L’eterna corrente/ trascina attraverso entrambi i regni ogni età,/ sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo suono». Possiamo solo approntarci e sperare che la nostra arca regga.
Il poeta Yeats nel 1919 compone La seconda venuta, un poema spartiacque tra le due guerre. Siamo alla fine dei tempi e gli elementi si fanno mostri biblici, «E quale bestia orrenda [...] striscia verso Betlemme per venire al mondo?». Al leontocefalo non si comanda,
e nessuna lancia potrà ucciderlo. Schmitt pure deve ritrovare lo spazio in Terra e Mare, dove irrompono il Leviatano e il Behemoth.
Heidegger cerca la risposta alla mancanza di fondamento (Grund) nei fiumi di Hölderlin, così come il Siddhartha di Hesse impara dal fiume. L’acqua che scorre, la transitorietà (Wanderschaft) che ha nella sua radice il migrare (Wanderung). Nei tempi si entra navigando, come rifugiati che attraversano il Mediterraneo.
In Aion Jung parla dell’uomo con la brocca menzionato nel Vangelo di Luca, l’Acquario. Può essere che in questi interregni per cui si passa da un mese platonico all’altro, ci sia sempre un barlume della prossima era, che riaffiora in questo tempo presente portando con sé una scintilla di ciò che verrà?
Jung esprimeva le sue curiosità sull’Età del Capricorno, che sarebbe succeduta all’Età dell’Acquario. Ma se l’Acquario è un simbolo del Sé che ci chiede la soluzione degli opposti dell’Età dei Pesci, se è lui a rovesciare con le sue brocche d’oro la corrente iperborea che ci sovrasta, che cosa ci chiederà il Capricorno? Interroghiamo la Pizia.
Nel secondo libro della Mitologia Astrale di Igino, troviamo il mito di Tifone, sposo di Echidna, che scatena il panico fra gli dèi; ognuno fuggendo muta in un proprio animale. Questa dispersione degli dèi, il loro assumere una forma diversa di fronte al cataclisma, non è la condizione postmoderna in cui ci troviamo oggi? Non abbiamo vissuto finora l’incapacità della Storia di poter attingere a una grande narrazione, perché impegnati a scappare dal vortice del nichilismo, l’ombra di Dio che genera disastri?
Hillmann considerava Pan l’origine del panico. Cumont nel suo Zodiaco dice che nella fuga da Tifone i Greci trasformarono il dio Pan nel segno del Capricorno, creatura duplice e una. Forse le correnti transumaniste, l’euforia di creare esseri cibernetici, il rapporto uomo-robot-intelligenza artificiale, la necessità di nuove ontologie sfumate, non sono sprazzi del Capricorno?
Difficile dirlo. Nessun oracolo pre-cristiano avrebbe potuto predire che l’Età dei Pesci avrebbe generato la Chiesa cattolica, o che l’Apocalisse si sarebbe consumata nei campi di concentramento. De Santillana, nel Mulino di Amleto, ricorda la veggenza del poeta antico. Ma andare troppo a fondo ha un costo, come Odino che sacrifica un occhio alla fonte di Mímir. La virtù del poeta è saper riconoscere i limiti della propria visione.
Seguiamo la ninfa, ma attenzione! Il confine dell’uomo è un’arcata di pietra, oltre la quale si staglia l’indefinito. Metaxis, intimava Diotima nel Simposio di Platone, che significa avere il coraggio di stare nel mezzo! Hölderlin e Nietzsche hanno pagato caro il prezzo degli intuitivi introversi. Il divino pugnala le teste d’oro e smuove le viscere in forti spasmi.
Possiamo solo dire che il monte capricornino ci chiama, e che dobbiamo scalarlo. È il tempo dell’approdo.
Alessandro Mazzi nasce a Pompei il 17 Aprile 1990. Si laurea in Estetica all’Università “L’Orientale” di Napoli con una tesi originale su Hölderlin e il Taoismo, sotto la supervisione del prof. Giampiero Moretti. Dopo un periodo in Islanda, continua lo studio della filosofia e delle scienze pure all’Università di Urbino, dove è attualmente laureando. Collabora con diverse testate online, tra cui La Tigre di Carta e L’Indiscreto, e tiene seminari filosofici all’università.
Tra misura e dismisura
C’è un momento ben preciso, una cesura o una percezione del limite, che separa la piena espansione di sé, del sentire, del dire e la consapevolezza dello stato di esilio della condizione umana e della lingua che la esprime: il limite evidenziato dallo scacco e dalla sconfitta che attende al varco gli atti umani, sia esistenziali che poetici, e che Stefania Portaccio porta alla luce nella raccolta dal titolo emblematico Waterloo.
L’autrice ci parla “dall’orlo”, come evidenzia, fin dall’inizio, il titolo della prima sezione. Da un bordo che segna la misura precaria della condizione umana e, insieme, l’essenza più chiara del luogo poetico per eccellenza, tra lo slancio e l’erranza, l’impeto e l’abbandono, il desiderio e la stortura, la misura e la dismisura. Da un lato la passione, l’aspirazione a tendere a grandi cose, soprattutto lo spingersi a oltranza, come ben evidenzia l’autrice nella poesia dedicata a Marina Cvetaeva, nella cui libertà infuocata si riconosce: “una vita che so la dismisura”. Dall’altro lo sguardo sulla quotidianità, proprio su quelle piccole cose che sostengono in qualche modo le difficoltà di un vivere e di un dire esiliati: “tutto serve in mancanza / di un’estasi in cui sciogliersi / di un segno che ci scriva”.
Ed è soprattutto la riflessione sul dire poetico, o meglio sul mestiere di fare poesia, che pervade la raccolta: in particolare nella prima parte, l’autrice ci permette di condividere la sofferenza e lo sconforto, comuni a chi scrive, nel non poter esprimere appieno l’intensità del sentire, nel non riuscire a dare quella risonanza alla passione e alla ricerca espressiva così profondamente voluta, chiedendosi, da un lato, “come daremo conto della gioia / respiro luce pelle albero mano” e, dall’altro riconoscendone l’impossibilità: “solo non ho l’arte / di cantare gli incanti e dare nome / all’inclusione”.
Una difficoltà che, nelle altre parti della raccolta, coinvolge fortemente il rapporto amoroso, contrassegnando la vita in tutte le sue sfaccettature, dalla condizione esistenziale a quella poetica: “esserti limite esserti centro // epicentro del sisma farmi e smania / di confine // colmare con mia terra la forra / tra le lingue // volevo e sono caduta nel fossato - Waterloo”.
Una sconfitta, sia amorosa che poetica, che ci consegna all’erranza e all’esilio, nella ricerca di un senso che non si lascia approcciare, se non attraverso la scelta dell’inciampo e della stortura: “M’importa la faccenda storta”, dichiara l’autrice, “Scelgo lo sbaglio”.
Una sconfitta scelta più che subita, che caratterizza la condizione umana, come quella del fare poesia. Soprattutto del fare poesia, che costringe, per dirsi tale, a contemplare lo scacco come suo elemento di forza, intrinseco ed ineliminabile.
Stefania Portaccio ci ricorda infatti come ogni sforzo, sia esistenziale che poetico, per essere autentico debba far vivere, nelle piccole come nelle grandi cose, nella misura come nella dismisura, la sua passione e la sua impossibilità, la sua grandezza e la sua Waterloo.
Dalla sezione “Dall’orlo”
Per dare conto della reminiscenza
per preservare quello
che per dimenticanza andrebbe perso
che morirebbe senza
quello che a testa china vai
e senti alla bocca della mente
un sapore salino adolescente
oppure guidi e a vanvera sorridi
***
tutto serve pure i panni stesi
le sfumature lilla il segno nero
storto dei pini contro il cielo
tutto serve in mancanza
di un’estasi in cui sciogliersi
di un segno che ci scriva
Poi c’è la pace
a strappi, a tratti, breccia
tregua a scomparsa come
la linea di carico di un cargo
come la stella cadente e tu il cielo
la bianca bandiera e tu un campo
di contrasti sanguinanti rossi
(da O lost, di Thomas Wolfe)
Nota per il lettore:
Alcune poesie hanno in calce l’indicazione di un romanzo, perché è da quella prosa che è nata
Stefania Portaccio è nata a Lecce e vive a Roma. Nel 1986 sue poesie appaiono nel volume collettivo 7 poeti del premio Montale (All’insegna del pesce d’oro); nel 1987 un’altra silloge nel volume collettivo Testarda Tregua (Sciascia) e nel 1993 venti testi sulla rivista Poesia (Crocetti), presentati da Milo De Angelis.
Nel 1996 pubblica Contraria Pentecoste (I Quaderni del Battello Ebbro). E’ del 2007 la seconda raccolta di poesie, Continenti (Empiria). Nel 2011 pubblica un nuovo libro di poesie, La mattina dopo (Passigli).
Nel 2016 pubblica, con Manni, Il padre di Cenerentola e altre storie, riscrittura di dodici fiabe dei Grimm, in forma di prosa e ballate, corredate da 12 disegni di Stefano Levi Della Torre.
Nel 2017 pubblica con Mimesis Pane per i denti, racconti di letture, raccolta di saggi narrativi intorno all’esperienza del leggere.
Sempre nel 2017 un suo racconto, Dortmund, riceve il premio InediTO - Colline di Torino, bandito dall’associazione culturale Il Camaleonte.
Le mutazioni
Si snoda come una sequenza di inquadrature, insieme statiche e mosse da trasformazioni, la raccolta Coleoptera di Enea Roversi, in tensione tra stagnazione e cambiamento, immobilismo e mutazione.
Ci si trova su uno sfondo che contempla la compresenza degli stati opposti sia della figurazione che del vivere, come ci evidenzia quella “immagine immota e mutante” di cui scrive l’autore, così come, in un ambito più ampio, l’affermazione: “nulla è cambiato tutto / si è trasformato”. E, insieme, dentro piani di ripresa e di pensiero che mettono a fuoco, nel loro incrocio, immagini filmiche e riflessioni esistenziali.
Le inquadrature spalancano continue domande di senso sul vivere, o meglio sul sopravvivere, di fronte all’inquietudine e al disorientamento generati dalla stagnazione culturale e sociale attuale, oltre che dagli stati, impliciti nella condizione umana, del dolore e della morte. La domanda di senso più pregnante riguarda espressamente la condizione esistenziale, stretta e quasi soffocata dalle mutazioni determinate dalla natura e da quelle imposte dalle odierne insensatezze, portando l’autore ad affermare “tutto ha un prezzo anche l’essere / umano è questo il conto da pagare” e a chiedersi: “che cosa sarà / se diverremo noi stessi una catastrofe / che cosa di noi ma siamo ancora umani / ?”.
Di fronte a tale assillo, restano diverse possibilità, come possiamo intravedere, per trovare una qualche risposta, per uscire dal disorientamento e per anticipare o contrastare le mutazioni che ci riguardano e di cui non conosciamo gli sviluppi.
La più evidente, quella di tipo metamorfico che dà titolo alla raccolta, è la necessità di farsi altro, mutare anzitempo, come scrive l’autore: “forse la soluzione potrebbe stare nel / vivere come un coleottero qualunque / … sorvolare inquietudini e tormenti”, in una danza lontana dalle sofferenze del vivere. Una mutazione di forma liberatoria, una metamorfosi distante dai miti di Ovidio e dal senso angosciante di alienazione di Kafka.
Altra, umanamente, è quella di cercare di “ritrovare il bandolo” in un terreno precario “oltre le / nostre idee oltre i confini ripassati / oltre le mai arrivate risposte”, anche se viene dichiarato esplicitamente un parere pessimistico al riguardo, così come il disprezzo per un pensiero positivo sul futuro e sul destino del mondo e della specie umana.
E altra infine, poeticamente, è quella di portarsi nel cuore della mutazione per cogliere l’essenza delle cose. Anche se afferma che “han perso di significato le parole / tutte o quasi anche i pensieri anzi / il pensiero”, anche se invoca sconfortato “il senso perduto”, Enea Roversi pare mantenere piena fiducia nel dire poetico, che ci permette di guardare al fondo del mutare, nelle forme del vivere e del deperire, dell’essere e del non essere, come indica chiaramente: “solamente un fiore appassito un / rigurgito di natura da eliminare / probabilmente ma sta lì in quel / non essere sta lì l’essenza”.
Dalla sezione Presenze/Presente
fuori tempo massimo
rinviare ogni cosa a quando
ci sarà più tempo rimanere a
guardare dall’alto del ponte
verso il fiume che scorre e scava
osservare dal basso della strada
verso le finestre illuminate
dal novilunio i balconi le colonne
il marmo freddo al tatto gli sguardi
le incertezze ora rinvenute sempre
rinviare ogni decisione al giorno
in fondo al calendario in fondo al
pensiero minimo et morale al
centro delle scorie avanzate rinviare
non hai analizzato il contenuto
peccato sei già fuori tempo
massimo
blu intenso
il taglio della visuale ridefinisce
l’orizzonte ora verticale il suo
blu intenso di termosfera tascabile
muovono le figure (intorno) al
riparo dai venti dalla rosa eccole
abbracciate in un fiato elettrico
sono due parti di uno due parti
metà esatte che scavano
la pietra levigata del giorno
che percorrono curve tortuose
prima di giungere all’arrivo
hanno respiri nelle pieghe del cuore
intersecano ora innocenti
l’orizzonte il suo blu intenso
di antica riemersa profondità
Dalla sezione Il futuro del mondo
coleotteri
forse la soluzione potrebbe stare nel
vivere come un coleottero qualunque
tra miliardi di simili incompresi e vacui
con la disinvoltura del saprofago
che sceglie con cura ogni sostanza
sorvolare inquietudini e tormenti
disegnando nell’aria la naturale
linea di voli radenti e ben calibrati
un organismo anonimo e ronzante
sbeffeggiatore di teste umane
inopportuno trasvolatore in cerca
di
Enea Roversi vive a Bologna, dove è nato nel 1960.
Ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni in vari concorsi nazionali di poesia ed è stato pubblicato su riviste, antologie e siti web.
Tra le pubblicazioni: la raccolta Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), uscita in versione e-book nella collana Nuovi Echi per la casa editrice La Scuola di Pitagora e la silloge Asfissia, pubblicata nel volume Contatti edito da Edizioni Smasher.
Più volte segnalato o menzionato al “Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano” organizzato dalla rivista Anterem, ha partecipato ad alcune edizioni della Biennale di Poesia di Verona e ad altre rassegne letterarie.
Fa parte della redazione della rivista Versante Ripido e figura nello staff organizzativo del Festival Letterario Bologna in Lettere.
Cura il sito web www.enearoversi.it, interamente dedicato alla propria attività letteraria e pittorica e il blog Tragico Alverman – Scrittura e altro.
Il primo capitolo, l'origine di un ipotetico atlante di gesta celesti e terrene, viene dispiegato in questa poesia di Sergio Sichenze. Siamo all’incipit, l’Arcadia. Sono gesta che solo il poeta può avvertire e mettere in atto: qui anche la forma è sostanza, come lo spostamento del verbo o del participio alla fine della strofa, slegato e lontano dal soggetto, per offrire un aumento di percezione; come l’uso dell’enjambement che consente, nello stesso verso, oltre l’oscillazione del senso, variazioni di genere che rendono nell’effetto spiazzante (“freddoloso la vegetale”) il piacere di leggere poesia. Sono gesta che pian piano si modificano in gesti, soprattutto naturali. Ma la grandezza del poeta, che non si limita a registrare, riesce a portarci un po’ più in là, dove pulsa il seppellito, il segregato, il disincanto.
Et in Arcadia ego
Caste
matasse di stradicciole
all'alba: implume
sole, inoperoso
fuoco, di luce
contrattile
svestito.
Crepitio
di pergole
sconnesse, da residuo
vento
percosse. Notturna
bufera l’attacco
sferrò da lancieri
fulminei
preceduta; l’afa
nel buio
s’estinse, cumulonembi
traversò. Alito
freddoloso la vegetale
seta della senna
buca. I lassi
racemi d’iracondo
giallo
sfioriscono.
Sgomberi
i nostri gesti di rissa
acuta, di squarci
e alterchi degli ansimanti
petti: l’adrenalina
cheta.
Il nostro
intrico sciolto, il garbuglio
secato delle braccia.
Burrasca
sedata: acceso
artiglio
seppellito.
Ancora la falena
segregata: nel disincanto
della fine l’uscita
cerca.
Sergio Sichenze è nato a Napoli.
Ha pubblicato il racconto “L’attesa” (KV ed., 2007); la raccolta di poesie “Nero Mediterraneo” (Campanotto ed., 2008); il racconto “BOBBIO Y MOSTAR”(Marcos y Marcos ed., 2011); cinque inediti nel n.8 dell’ottobre 2016 di Versante Ripido; la raccolta di poesie con Elisabetta Salvador “Nei chiaroscuri del tango” (Campanotto ed., 2017). Collabora con l’associazione Versante Ripido per la diffusione della poesia dal 2017.