…à rebours, una leggera vertigine ci prende alla lettura, di questo Rovescio.
Una norma acquisita ci porta a pensare a uno svolgimento in avanti del racconto, in avanti anche se parla del passato. Una parola scritta al contrario ci spiazza, ci rende di nuovo principianti se non analfabeti. E così una pellicola riavvolta, una animazione riportata al fotogramma iniziale, una storia che finisce con il suo principio.
Il testo di Michele Cappetta, che la giuria del Premio Montano ha premiato per la sezione Una prosa inedita 2016, ricorda per certi versi il racconto di Tobias Wolff “Una pallottola nel cervello”: La pallottola fracassò il cranio… indietro verso i gangli basali, e in basso fino all’ipotalamo… innescò una crepitante catena di ioni e di neurotrasmissioni… entrò nel tempo cerebrale… *
In Rovescio un cortocircuito temporale ci riporta indietro e indietro, dagli esiti finali dell’azione alle sue cause, dal nucleo fluido della scrittura, ai suoi gangli basali, alla materia ancora informe, al nero di un inchiostro ancora da versare.
*Tobias Wolff, Una pallottola nel cervello in Proprio quella notte, Torino, 2001
Il sangue fluisce nel cranio, il cuscino si sbianca, le schegge d’ossa si saldano, la pallottola esce, segue una linea retta, s’infila nella canna del fucile, l’indice abbandona il grilletto, il cane viene disarmato, l’arma si abbassa lenta, pende lungo il fianco, dal letto il respiro è regolare, l’uomo ha pupille dilatate, occhi vitrei e scarlatti, il lenzuolo si sposta appena, l’acqua lambisce i piedi nudi, si ritira nel bicchiere, il bicchiere riecheggia, disegna un semicerchio sul parquet, si solleva ricolmo, il piede si allontana, l’uomo cammina all’indietro, si avvicina alla porta, percorre il corridoio, il silenzio dilaga, le narici si dilatano, il viso è contratto, bagliori alla finestra, lui entra nel buio, la porta lo incornicia, la oltrepassa deciso, afferra la maniglia, la trascina con sé, attraversa il giardino, un piede si solleva, l’erba si anima, giunge al capanno, entra di spalle, estrae il proiettile, lo mescola con gli altri, si separa dal fucile, chiude il lucchetto, si allontana risoluto, il bosco ronza, la luna dondola, la casa tace, l’uomo l’aggira, varca l’uscio sul retro, accende la luce, si avvicina al lavello, afferra uno straccio, le mani si bagnano, apre il rubinetto, prende la spugna, un piatto pulito, lo strofina, lo sporca, ne prende un altro, l’acqua fluisce, torna nel tubo, il getto s’arresta, lui percorre la cucina, poi il corridoio, una porta è socchiusa, s’infila nella stanza, si accosta al lettino, le labbra sono ceree, le guance umide, sul pavimento un bicchiere, un piede lo sfiora, il liquido vibra, l’uomo allunga una mano, scorre fra i capelli, avvicina il volto, dà un bacio lieve, discosta le dita, indietreggia cauto, chiude la porta, raggiunge il salotto, si siede in poltrona, fissa il camino, le rughe sono crepe, le lacrime le tagliano, il pianto è muto, nel fuoco cenere, si addensa piano, si reintegra in scoppi, il bianco dilaga, acquisisce volume, le fiamme s’attenuano, diventa una palla, la carta schizza, fugge dai ciocchi, sfreccia violenta, torna all’uomo, le mani si uniscono, le dita si rilassano, il foglio si distende, i denti stridono, il respiro è ansimante, il foglio è un documento, il fulgore lo incornicia, le parole sottili, gli occhi braci, sono lucidi e cerchiati, una frase risplende:
-Affidamento esclusivo a carico della madre-. L’inchiostro è nero.
Michele Cappetta è nato a La Spezia il 21 luglio 1988. Dopo una carriera scolastica movimentata si è iscritto a Psicologia a Parma. Ma, per caso, si è imbattuto in un corso di scrittura creativa online, che lo ha condotto ad un corso di narrazione fiction, che lo ha fatto approdare alla Scuola Holden di Torino. Di colpo si è trovato a suo agio nel costruire altri mondi, nell’immergersi nelle parole e nel tentare di riordinarle, organizzarle.
Ora lavora come bibliotecario e coglie le opportunità che si presentano.
E scrive.