Ne “I camminatori” di Italo Testa, in cui il protagonista segue dei prsonaggi che dichiara essere differenti dagli umani pur avendone la sembianza, con ciò indicando quanto in loro vi è di dissimile da un comportamento usuale, si percepisce nettamente l’altro come simbolo di incomunicabilità e di estraneità. Ma è lo stesso autore a metterci sull’avviso perché l’altro potrebbe essere anche un bluff “ se pensano / sempre a qualcosa / o fingono”. Infatti, potrebbero voler sfuggire a qualsiasi tentativo di definizione. Evitano gli ostacoli che l’autore sembra immettere sul loro cammino, ma d’altra parte costringono l’autore a un monologo, infatti, in tale traumatica situazione, l’autore pone a se stesso domande: sono fra loro solidali, presentano in qualche occasione un tallone d’Achille che manifesti il loro pensiero o la ragione del loro essere refrattari all’umanità? Gli altri sembrano causare alla voce narrante anche una sorta di invidia perché: “ non danno mai l’idea / di perdersi / padroni di se stessi / e vigili / in ogni situazione”. Egli li pedina e finisce con il fare la loro medesima vita, diventando, di fatto, come loro: “ho provato a seguirli / in incognito / a pedinarli / percorrere / i loro itinerari erratici / a stargli alle spalle / unisono / marciando al loro passo / a vivere / andando sulle strade”. E l’inevitabile – prevedibile – finale è: “ovunque tu cammini / camminano”. Nient’altro se ne può dire e, però, sembra già tutto detto.
“I camminatori” sembrerebbe, pertanto, essere un testo che rifiuti il commento: non costringerebbe altrimenti il critico a seguirlo pedissequamente quanto inutilmente in una sorta di grado zero della scrittura (lì dove già la poesia risulta volutamente priva di qualsiasi accensione lirica). Ci ricorda un quadro nel quadro, un’azione che innesca negli altri una reiterazione, una scena filmica (pensiamo a quel Buster Keaton così amato da Beckett e ad alcuni recenti film di fantascienza). Si tratterebbe, dunque, di qualcosa che appartiene al nostro bagaglio d’immagini, ma che non richiede necessariamente un’interpretazione. Ecco, si direbbe che il bersaglio polemico sia proprio il senso, che l’autore vuole tenere fisso, puntare con gli spilli, quasi rendere asfittico, trattandosi qui di un testo surrettizio, in cui viene cioè taciuta intenzionalmente qualche circostanza fondamentale, in questo caso, la macchina testuale stessa: volontariamente azzerata, quanto più esposta allo sguardo, si direbbe. Se però il senso è sotto accusa, l’appunto iniziale sull’illeggibilità dell’altro fa da contraltare ricordandoci che la ricerca del senso è una necessità insopprimibile. (r. p.)
***
camminano
rasenti ai muri
sugli autobus
si siedono tra i primi
non parlano
tenendosi le mani
si voltano
di scatto a un tratto
ti guardano
gli occhi grigi
campeggiano
poi scartano di lato
si alzano
serrando i pugni
e scendono
***
non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano
Italo Testa vive attualmente a Milano. Ha pubblicato La divisione della gioia (2010), canti ostili (2007), Biometrie (2005), Gli aspri inganni (2004).
Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo e tedesco. Ha scritto diversi saggi sul pensiero contemporaneo e sulla teoria critica.