Dalla carta, attraverso la voce, alla rete. La poesia declinata al presente. Il presente (quello nascosto, quello assente, quello vero) detto in poesia. Senza stereotipi, nella libertà delle differenze. Come nei pressi di un confine. “Al di qua c’è lo scacco, la morte del soggetto, al di là c’è il Nomos, la Necessità. La poiesis si fa nella miseria e nella caducità dell’esserci, per portarsi nel regno intermedio, oltre il quale c’è il nulla” ci ricorda Aldo Trione.
Primerio Bellomo, Martina Campi, Mauro Caselli, Alessandro Catà, Rita Florit & Alfredo Riponi, Carlo Invernizzi, Michele Porsia, Viviana Scarinci, Italo Testa, Silvia Tripodi, Paola Zallio ci conducono in questo luogo sorvegliato dal silenzio, in cui è possibile prolungare il sentire.
Molti dei poeti di questo nuovo numero di “Carte nel vento”, tutti finalisti e vincitori del “Montano 2014”, sono stati presenti al “Forum di Anterem” del novembre scorso. Tutti sono introdotti dai redattori della rivista. In attesa degli autori del 2015, ricordando che fino al 15 aprile è possibile inviare i materiali al Premio (scarica il bando della 29^ edizione), auguriamo buona lettura.
In copertina: Laura Fortin, L’absence
Le forme del poema
“La rosa dell’assenza”, di Primerio Bellomo, è un elegante componimento la cui agilità espressiva non va a scapito di una pregnante intensità.
I tre versi
“ultimo esilio
di un fragile e sorgivo
unico dire”
rivelano, in modo non ambiguo, l’atteggiamento assunto dal poeta nei confronti del linguaggio.
Un linguaggio ritenuto “fragile”, “sorgivo” e “unico”, ossia delicato, di continuo nascente e, perciò, appunto, unico.
Usando quest’ultimo aggettivo, Primerio non ha certo inteso negare l’ampia gamma delle possibili umane maniere di esprimersi, ma ha voluto porre l’accento sull’attitudine al dire propria della specie umana.
Un dire che proviene da silenziose assenze e che di queste ultime reca indelebili tracce.
Costruito volta per volta, parola per parola, il discorso - quello poetico in particolare -pone in essere, assieme a sé, la vita medesima, consentendo (o, almeno, potendo consentire) una continua rinascita.
Siamo dunque al cospetto di una fragilità sorgiva davvero feconda, tale da promuovere ulteriori passi avanti sulla via della conoscenza.
Il poeta propone ritmi alternati di tre e di due versi ciascuno, creando così una musicalità visiva in grado di concedere anche all’occhio che ancora non ha letto la possibilità di accostarsi alla forma poetica.
Potrebbe apparire un aspetto secondario ma non lo è, poiché l’impronta del primo sguardo persiste in una lettura che riesce in tal modo a coniugare gli aspetti specificatamente linguistici con l’immagine complessiva degli stessi.
A coniugare?
Meglio, a fondere in un’organicità in cui l’elemento iconico e quello letterale si riflettono l’uno nell’altro promuovendo una feconda riflessione sulla natura del segno verbale e del suo non univoco uso. (m. f.)
La rosa dell’assenza
non più effimero
di una roccia l’immenso
vuoto dell’ora
si china e affida all’ombra
la sostanza del cielo
ultimo esilio
di un fragile e sorgivo
unico dire
albale e vacuo altrove
è respiro e radura
di spazi evasi
l’alta marea del tempo
e oscura vita
tra trame cune e cigli
d’acque e remote terre
priva di nomi
e fulgida di abissi
s’apre alla notte
rada nube ed oblìo
la rosa dell’assenza
Primerio Bellomo, laureato in Architettura, è nato nel 1958 a Palestrina (Rm) dove risiede. Ha pubblicato L’ombra del dire (2005), Chorale e Al fuoco dell’origine (2009), Primo vere (2011), Notte siriana (2013).
In poesia distinguere tra voce e scrittura è un’operazione ardua, sia dal punto di vista concettuale sia da quello materiale. Si dice ciò che si scrive o viceversa? Probabilmente non è la distinzione nella manifestazione esterna che apre al fare poetico, ma forse, e più sottilmente, è riuscire a togliere, a nascondere, o ancor meglio a far scomparire la differenza, che nel procedere di un linguaggio così teso come quello della poesia, fa sostanza e conduce il senso. Martina Campi ha una scrittura vocale che assume l’esperienza del dire incuneandola direttamente nel corpo percettivo della lingua, svuotandola da ogni “intenzione premeditata”e arricchendola di trasformazioni e sovversioni istintive. Manuale d’estinzione si muove proprio intorno a ciò che fa assenza – di luce, di suono, di movimento, di struttura – cercando, nell’immersione in ciò che viene meno, di recuperare almeno dei frammenti presi dalla “densità del buio” o dal “moto del respiro”, e con questi provare a ridare forma, visibilità, ricordanza a ciò che per esistere deve imparare a sottrarre e a sottrarsi. E lo fa con un disporsi, spezzato in parole, che sembrano scorrere sulla pagina con un moto intimo, a volte lineare, a volte a salti e a scatti, a volte quasi inciampando, come per distrazione, contro una realtà (spigoli, oggetti, rimorsi) che frena la materialità dell’essere e dello stare lì, in concomitanza con il mondo. Ma questo trovarsi non può non frantumarsi quando il senso del mondo ordinario viene sparpagliato e rivissuto al centro della solitudine poetica. Allora bisogna rendere visibile ciò che per l’autrice è una scelta di forma: e in quanto scelta è fisicamente udibile nel “vibrare della gola”. Lì dove la parola cercano di trasformarsi in ciò che esiste fuori, nel turbinio delle trasmutazioni che la lingua attua. Ma questo referente esterno è solo apparenza. Ciò che è effettivamente reale viene invece sprigionato da una significazione sorgiva che rende metaforico, e dunque più vero, anche un cuore fantasmatico ma vivente. Un cuore che traspare in esistenza tra le sillabe, che accadono e conseguono verso una qualità speciale della conoscenza che ci è ignota, eppure sentita come un attrito nuovo, come all’origine dei suoni e dei segni, nella sintesi dei sensi. E Martina Campi è capace, in queste pagine, di versi semplicemente luminosi, come cenni sfuggiti ai primordi di una leggerezza rara e chiara. Versi che hanno l’andamento di un haiku, che puoi trovare dispersi nei testi e quasi incogniti, ma quando si incontrano manifestano immediatamente la loro disposizione, il loro”guizzo di luce” dove “la gazza/ladra del sonno/ubriaca il chiarore”. Ma ciò che sta al centro di questo poema, aperto a flussi di propagazione ma anche a necessari cedimenti, è far sì che la parola possa posarsi e smuovere il vuoto e il bianco della pagina, disarticolando la struttura rigida di quel pensiero arido, falsamente veritiero che blocca la vicinanza al dire che rischia e che brucia in poesia. Lì, e solo lì, la voce può perdersi in un pulviscolo di significazioni che diramano dal corpo presente, teso al limite del sentirsi. Perché presenza e assenza, articolate in combinazioni lucidamente emotive, hanno regole che si manifestano solo dopo gli accadimenti. Ma la poesia impara, e l’alfabeto imprime le sue connessioni fino al punto in cui “finisci per credere al movimento/ degli alberi” e a ciò che dev’essere: dare voce e consistenza alle cose e insieme ricevere da loro sostanza e parola. Una risonanza che è vita, con la sua dedizione al gesto di consegnarsi al luogo dove può capitare che le cose pronuncino da sole la loro lingua coscientemente folle. L’autrice indaga con precisione questa buona anomalia, che rende la parola poetica - né veritiera né verosimile né verità – ma semplicemente vera. Perché il suono delle cose è voce che prende dal silenzio il suo ascolto, in attesa del senso inaspettato, lì dove “forse basterebbe lasciarsi/pensare”. (g. b.)
Da Manuale d’estinzione
2.22
aframmento pop del centellinante-
alle 2.22 speri in un futuro non troppo futuro show dei cure e speri di trovare in rete proprio la mail di robert smith per scrivergli qualcosa d’importante tipo di dormire senza paura o che gli vuoi bene e non solo immaginare di volergliene ma davvero come le parole che non si perdono e si scrivono sempre e ci scrivono come l’andare del sogno e ti sembrava d’aver trovato qualcosa di davvero davvero importante da dirgli che non poteva aspettare di dimenticarsi come i tanti pensieri e le idee che diventano millimetri o meno di millimetri tra i chilometri delle strade di tutte le città messe insieme tutte in un posto le luci che sequestrano gli occhi le luci t’incasinano tutto perché era spontaneo e non l’avevi preparato e intorno quando c’è il buio le luci sono indicazioni a frammento e sono richiamo per tutto quello che non hai mai raccolto prima o se hai fame ti dicono qui puoi venire e qui è dentro e le 2.22 continuano a saperlo come allungarsi e distrarsi da quello che volevi dire quello che avevi capito
di tanto importante proprio allora
ascoltando
che ti fa pensare sempre a come risolvere il problema cure che se ci pensi è un controsenso ma neanche tanto se invece entro in scena anche io e mi metto a pensare alle gocce che poi quello delle gocce che scendono è il mio pensiero notturno più centellinato
Da “Estinzione 02”
***
Eravamo luce di corvo
in volo: la vista sfuoca
la distanza in gocce
che ci separa
e la mancanza
che fa sentire
se pare un volo nero
a svanire.
***
Quel bussare era ieri
un cuore fantasma
sperduto senza memoria
cosa potremmo dire
che non sia verità
è il vuoto che si prende le stanze
e ogni parola dagli scaffali.
Da “Estinzione 05”
Dire:
sì.
Può salvare la vita.
Fare voce
fare destino
accettare la natura
persino quando tramonta.
Emerge, fin dalle prime pagine, la questione che Caselli intende affrontare: la verità definita in sede logica non è adeguata in sede esistenziale. Con un richiamo subitaneo al potere incontrollabile della parola: “ C’è solo la parola, che tradisce / anche se stessa e, crudele, richiama / alla maternità della bellezza”. Ma contemporaneamente si deve aggiungere a tale impianto la percezione di una nota molto insistente di rassegnata adesione, sorta di mancanza di illusione denunciata dalla serie aggettivale: ‘ irrilevanti’, ‘vani’, ‘secondari’, in questo caso a carico dei particolari che non formerebbero mai una figura finita. Quasi una nostalgia dell’intero e un dispregio per il frammento a cui vengono invece associate “le cose volgari”. Ciò che è ideale non si adatta a ciò che è reale e questo causa all’autore un profondo disagio che gli fa perdere anche la positiva energia del momento iniziale di ogni esperienza: “E poi, al di là di ogni immaginazione, / non rimane che un po’ di malumore / per avere tentato il sentimento / con parole importune e idee buone”. Ogni tentativo di alimentare il presente con la forza della verità pare destinato a inabissarsi nella menzogna. Nella relazione con un altro essere non ci sarà spazio per “un consenso che perdona / ai contenuti di verità il danno / e la beffa”. L’impossibilità di conciliare il bene con il bello, secondo platonico intendimento, dissolve persino l’amore, annegandolo nel nulla. Che Caselli intenda non cedere e che si ponga incessantemente il problema del modo con cui ricollocare sul binario giusto la traiettoria delle proprie aspettative determina la formulazione di un testo che ha il rovello come nucleo propulsivo dello sviluppo testuale. “E se alle volte sembra differente / poi dopo è sempre la solita storia, / la variazione diviene un momento / di ritorno alle forme del presente / e un cenno appena fatto è già memoria”. Le pratiche strategiche che consentono di non rigettare completamente la relazione con gli altri sono tutte esaminate: viene stilato il regesto del dare e dall’avere con cinica precisione. Ne è causa un mondo senza scopo ove il linguaggio invece persegue motivi e valori, e di questa frattura l’autore denuncia la non ricomponibilità. Adottare modelli assoluti rispetto a un mondo frammentato è un errore che genera confusione e la variazione incessante ne è la conseguenza anche testuale. In ogni caso, forse l’amore è ancora “una figura di risposta, / perciò non ama far troppe domande”. Seppure, Caselli individui due vie percorribili: “si decide di stare con le cose / o, diversamente, con le parole”, l’ultima poesia, inevitabilmente, lo vede rilanciare la posta sperando in una terza via. (r. p.)
***
Nelle parole si cerca il segreto,
la completa risposta alla domanda
sull’inizio, perché la verità
è certamente cosa buona e giusta,
e non ci può essere niente di meglio.
Se il risultato ogni volta è una fine,
la tappa conclusiva di un percorso,
accade tuttavia che il conto non torni,
in quanto un compimento senza resto
è solamente se stesso, il rifiuto
dell’idea che esista un’occasione
per il presente, per il tempo dato.
No, tutta questa faccenda è il ricatto
d’un calcolo, necessario ed esatto.
***
Le cose che non si possono dire
rimangono in attesa, e poi dissolvono
in vicinanza. Lasciano frangenti
di viva assenza e l’indicazione
d’un movimento nelle oscurità
della memoria, in quello spazio
dove ciò che esiste torna e nasconde.
Ed ecco allora la solita storia,
quella dei tentativi di partenza
tra le insistenze della novità
ed il continuo imbarazzo del vero.
C’è solo la parola, che tradisce
anche se stessa e, crudele, richiama
alla maternità della bellezza.
Mauro Caselli, oltre che poeta, è critico letterario.
Ha scritto saggi su Marin, Saba, Svevo, Penna, Dickinson, Shakespeare. I suoi ultimi libri sono Il giogo (2004), Per un caso o per allegra vendetta (2007), Il banderaro importuno (2013).
I testi di Alessandro Catà sono caratterizzati in maniera preponderante dalle marche temporali e dai luoghi. Naturalmente lo spazio implica il tempo e anch’esso è definito dalle direzioni: avanti e indietro, eppure, una spola mentale tenta di tessere fra gli oggetti una continuità che resta in ogni caso difficile a reperirsi. “Sei troppo avanti / o indietro, ma non ricordi / più, strana lingua di frasi / dette al contrario, cerchio / sull’acqua che non viene da / un sasso, ma si restringe”. L’andare e il venire riguarda oggetti concreti e astratti: la lingua, gli stati interiori, la posizione nello spazio, la variazione della forma. Dunque, non lo spazio e il tempo in quanto essenze, ma entità registrate nel vissuto dell’io lirico, impregnate di sé, formulate in un linguaggio polito e come disossato. Ed è in questo senso che il moto denuncia immediatamente la sua prossimità con l’immobile. Da tutti questi movimenti si evince che nulla al fine cambia: “Invoco il punto più lontano dall’acqua / ma scopro le imperfezioni / della desolazione, quel rivelarsi / in fondo solo un intreccio / di frenesie”. Il mondo è affetto da frenetico, disordinato moto, si vive per vedere le cose cambiare e allo stesso tempo che mai nulla cambi, in un insensato gioco che però viene comunque compitamente registrato dall’autore. Gli oggetti vengono assunti come simboli e dunque se gli alberi sono grandi come fiammiferi, ciò comporterà una variazione in qualche altro oggetto o stato (nessun senso essendo univocamente isolabile se non in ambito scientifico). L’autore non può non esserne il testimone e non certo un testimone che non alteri la scena percepita! La consapevolezza che la scena si modifichi senza che comunque ciò comporti un diverso esito nella vicenda non ferma l’autore (e qui apriremmo un inciso sulla ricerca di un senso locale anche in mancanza di un senso finale). La coppia senso / non senso è lo spazio di libertà entro cui il testo viene giocato, ciò con cui si costruisce lessicalmente una rete che ha lo scopo di catturare l’io. Tale cattura non potrebbe darsi se ogni oggetto non trascinasse con sé anche il corrispettivo astratto: “l’estetica di un lamento”, “la scultura del peccato, “il significato notturno dell’oro”. La caccia al corrispettivo prosegue fino a sfidare l’accostabilità, ma in fondo non è ancora e sempre che un muoversi all’interno del linguaggio. Persino la funzione mnemonica non consiste che in un riportare alla mente parole. E la memoria, è per Catà, forse, la sola la macchina che tutto muove e che nondimeno produce anche il nulla: “La verità / fuori mano / lontana dalle voci dove / finisce un paese”. (r. p.)
Dalla sezione “Il punto più lontano dall’acqua”
***
Ti parlo dal carbonio,
da uno scempio di me
che ha decapitato serpenti
e binari e la mia voce
ha un’estensione di polvere
e macchine senza volere.
Per la tua lealtà
soldato io mi avvicino
al linguaggio di ferro:
le travi... la carne lassù
ovale dei piccioni.
Dieci ore dopo.
Cento anni dopo.
Dalla sezione “L’aria che tu chiamavi cielo”
Giant steps
Cosa vai a pensare
le pietre parlanti
il giovane mercurio
che salta
appare e scompare nei
boschi
se avesse un suono sarebbe
di campanelli
un agitarsi di metalli minimi
che lasciano le ombre
indietro
ferma la stanza delle
voci pallide
e sopra i giorni sta
la domenica
acuta è la mattina
il latte rotondo di una perla
si è perso tra le pieghe
è rotolato nella sintassi
delle cose sparse
sembra un’allegoria
e invece
è la pressione
di tutta la casa
un forte getto d’acqua
perpendicolare al disordine.
Alessandro Catà (1951), è autore dei libri di poesia Blocco riassunto (1991) e L’ordine del respiro (2007). Ha pubblicato la prosa Ascoli nel 2008, con foto di Mario Dondero.
Come in Un homme qui dort di Georges Perec, troviamo in Agrimensure una sorta di sfocatura, di dissoluzione percettiva .
La scrittura allora dimentica il suo essere atto comunicativo e diventa meccanismo e segnale di presenza, un’ossessione tattile e olfattiva indispensabile a delimitare memorie e stagioni, paesaggi e desideri.
Quando le mani strofinano parole sulla pelle si attiva la misura delle cose che, tra luce e ombra, permette di accennare a qualcosa della nostra realtà imperfetta. (m. c.)
Rita R. Florit ha pubblicato “Lezioni inevitabili” (Lietocolle, 2005), “Passo nel fuoco” (Edizioni d'if, 2010 - Premio Mazzacurati-Russo, IV edizione). E’ presente in varie antologie tra cui “Registro di Poesia n.2” (Edizioni d’if, 2009) e “Parabol(ich)e dell’ultimo giorno. Per Emilio Villa” (Dot.com Press-Le voci della Luna 2013). Ha co-tradotto l'antologia poetica “Ghérasim Luca, La Fine del mondo” (Joker edizioni, 2012). Ha tradotto Benoît Gréan per l'annuario di poesia “Punto” (Puntoacapo editrice, 2013).
Alfredo Riponi ha curato e co-tradotto “Ghérasim Luca, La Fine del mondo” (Joker edizioni,2012). Ha tradotto Benoît Gréan per l'annuario di poesia “Punto” (Puntoacapo editrice, 2013). Sue poesie sono contenute nel “Registro di poesia n.2” (Edizioni d'if, 2009). È presente nel libro in uscita per Manifesto Libri “Louis Wolfson, Cronache da un pianeta infernale”.
Uno degli aspetti più straordinari di questa raccolta di poesie è la compattezza e totale coerenza di un uso della lingua che cerca non solo una significazione generativa di meraviglia, ma tenta la trasformazione di sé in ciò che dice. E lo dice con una parola che vuole essere vista per essere ascoltata, in una visione sonora che attraversa il lessico per vedere ciò che il linguaggio comunemente non dice e dire ciò che la percezione ordinaria non vede. Lucentizie è un poema della luce che percorre le ombre di una natura che sembra apparire in trasparenza e dileguarsi, per venire però raggiunta da una poesia sempre al limite, che si muove sul suo stesso bordo e contemporaneamente sul limite concettuale che pensa il mondo. Le figure che si incontrano – siano esse minerali, vegetali, animali; palpabili o impalpabili; evidenti o nascoste – sono figure d’aria sfuggenti, che “irrompono nei cunicoli/sfrecciano imprevedibili”e che si rendono fisicamente presenti solo nella tensione che le parole intrecciano tra loro. L’autore non descrive la luminosità o l’oscurità, ma lascia che scintillii fonici scrivano se stessi, che germi di buio crescano fisicamente tra gli interstizi delle lettere. E nessuna ingenua raffigurazione prende il sopravvento, ma sempre e solo un’adesione alle figure luminescenti che dissipano la loro presenza per riformarsi in angoli e scorci visti di sbieco, ma sentiti come ciò che sono: parolecose che solo la scrittura poetica (o almeno questa scrittura) può immaginare. Una tensione che, pur nascendo dal fondo di un’ immersione impossibile, emerge al margine reale di una natura vera. Le parole si intrecciano fra loro, e si fondono a dar vita alla significazione che si prova nel toccare fisicamente la materia, nel sentire l’energia costitutiva di ciò che è e in cui siamo. E ciò che esiste e vive può manifestarsi anche in semplici “prati d’altura/cianoscurilucenti/arsi/tra impicchi di muri/nudi/”a cui Invernizzi dà questa speciale voce che li concretizza.
Ma ecco allora quanti germi d’arte, vita e sostanza sprigiona la semplicità polimorfa che naturalmente ci circonda; e quanto la trasformazione interna e, diremmo anche intima, che il poema opera sulla struttura linguistica, condensando grafemi e fonemi, può portare a una deflagrazione della normale conoscenza mediata, in direzione di nuove, multiformi ma precise definizioni. Così questi testi sono la prova che lo stupore generato dalla formazione di parole non abusate, non guastate, non compromesse, ma che aderiscono (perché devono necessariamente farlo se vogliono parlare nuovamente) agli elementi che la natura ci offre, possono portare la visione ad altezze vertiginose dove ”s’infulgono ioniluce/verdeplendenti”; ma possono andare anche verso voragini abissali dove “tutto è riverbero di stenti”, “urgenti catastrofi/ in entropia del niente”. Due percezioni apparentemente opposte si presentano, allora, nitide ai nostri occhi di lettori: una trascendente, che pensa un mistero oscuro e lo sente dileguarsi indestinabile nel tempo; l’altra immanente che ode nel mattino cantare monotono ma prodigioso il cuculo. Ma è la poesia a farsi carico di non disgiungere le contrapposizioni: e lo fa oltrepassando in scrittura forse la sua stessa consapevolezza, lì dove intravede un’ alternativa alla lingua ordinaria che solo descrive la natura, mentre lei la scrive. Ecco allora dare visione al volo in luce di uccellilucentineri: dove è ambivalente il nero che prende la sua lucentezza dal brillio del sole (uccelli lucenti neri) e la luminescenza che il nero in sé produce (uccelli lucentìneri). Un esempio per dire come, questo poema, raggiunge il suo scopo di dire e dare vita. (g. b.)
Da Lucentizie
***
Sui muri della mente
offuschi scuri
scivolano riverberi
oblique trasparenze
ombre vacue che vacillano
disperse parvenze.
***
Lucentizie sempre apparenti
mai non recessive
come sempre gl’innevi d’inverno
sono altitanti e vallivi.
Lucentizie elitranti
eppure impercettibili
che pulsano nel ventale diafano
e dileguano invisibili.
Lucentizie di fulgidi albori
che di colle in colle rifrangono
e nella chiarità vibrando
lucciolano.
***
Addentro
sempre invano più addentro
senza fine il disintegro
del vuotoinfolto del niente.
Dove senza vita
s’incede
il misterio della vita
e senza luce
s’ingermina nell’oscurità
il canto
del ventoluce.
Carlo Invernizzi è nato nel 1932, vive e lavora a Milano e Morterone.
Il suo ultimo volume pubblicato è Secretizie, Mimesis 2009.
Scegliere come antagonista della parola la morte è una scelta di campo che lascia all’interno dell’insieme scelto l’esistenza tutta. D’altronde, già Epicuro aveva detto che se c’era lui non c’era la morte e viceversa. Questa sorta di limite, di alterità, serve più a valorizzare l’esistente che il nulla. Porsia accosta ogni oggetto e persona con una delicatezza che diviene raffinata già solo perché rara: le briciole, i posacenere, i cucchiaini valgono in quanto segni disseminati nello spazio domestico e condividono o simboleggiano il destino umano. Nonostante il linguaggio sia sempre in campo, incessantemente nominato il suo potere, non è esso a dominare con la sua legislazione. Solo a sprazzi. La questione sembra essere aperta e tale rimanere. La lotta ingaggiata con la parola per trascinare la morte fra le cose vive né è come l’emblema: “- io con la morte ci faccio l’amore - // l’amore con la morte in allitterazione”. Ma la parola sembra avere anche una sua materialità: funzionare come residuo: qualcosa che resta dell’uomo pur dopo che è sparito. Un’archeologia della parola che fa rinvenire, ma per un istante solo: “bocca a bocca respira / per spirare”.
Dapprima, pare che non si attui nessuna sostituzione tra le parole e gli oggetti o eventi dell’esistenza, pare che scorrano su binari paralleli, non intersecantisi nemmeno all’infinito: strana geometria non-euclidea che vuole infilzare un’unica meta, di volta in volta differita o perduta: “E mentre il significato sfugge, appare chiaro / l’alone della luce / l’ostensione di questa sindrome interna”. Il senso viene equiparato a una slavina: “ - le parole e le rocce contengono un linguaggio / che segue una sintassi di sfaldamenti e di fratture”. Se ogni parola “contiene il proprio vuoto”, in ogni caso l’equivalenza con la morte non è congettura da doversi accettare in maniera dogmatica. L’autore sembra ricercare ciò che renda inconfrontabili i due oggetti che ha posto in opposizione: nello svolgimento della sua ricerca assistiamo, a volta, anche a tentativi di paludamento, di mimesi (si pensi ad alcune poesie visive all’interno del volume, ove la parola gingko biloba, ad esempio, si trova in un testo che ha la forma di tale foglia). Persino la voce viene coinvolta in questa sorta di confronti, di ricerca di somiglianze formali o sostanziali: “dei segni contorti sul bloc-notes, / un viluppo di bianchi girari, figure fitomorfe / della voce”. Ma, viene alfine raggiunta una sorta di ricomposizione tramite visioni in cui collassano forme vegetali, culturali, esistenziali, materiali di risulta, reperti archeologici, epidermici proliferando uno dall’altro incessantemente: “ Parola / esci come parola / dalla radice / o dall’osso, la costola del libro”…. (r. p.)
Dalla sezione Bocca a bocca
(è un prestito di voce
questa cauzione da lasciare tra le pagine.
Un palmo dallo sterno, il torace scoperto,
il corpo morto
sotto il massaggio cardiaco.
E riprende vita per un istante solo,
bocca a bocca respira
per spirare)
Dalla sezione Il niente che è
ecco la scomparsa diurna,
un diluvio sceso come in ogni poema nelle cavità terrene,
una restituzione
del suono tenuto tra le costole.
Fiato
lasciato sulla mano, la sinistra, la pietra fredda
e un battito d’acqua a riempire le lacune.
E’ stato un rito di passaggio
Dalla sezione Muschi
X.
(...)
Parola
esci come parola
dalla radice
o dall’osso,
la costola
del libro,
cresci
lo stesso
sottopelle,
se non puoi salire
esci e cresci in sotto
cresci comunque cresci
Altri testi da questa raccolta, allora inedita e in prima stesura, pubblicati in “Carte nel vento”:
https://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_13_porsia
Michele Porsia (1982). La prima raccolta di poesie, Sintomi di Alofilia, è stata pubblicata dalla Giulio Perrone Editrice nel 2009. Dopo “Bianchi girari” è stato compreso nell’antologia “Poeti della lontananza” edita da Marco Saya Edizioni.
Viviana Scarinci, da “Piccole estensioni”, Anterem Edizioni, 2014, nota critica di Giorgio Bonacini
www.anteremedizioni.it/piccole_estensioni_di_viviana_scarinci
Ne “I camminatori” di Italo Testa, in cui il protagonista segue dei prsonaggi che dichiara essere differenti dagli umani pur avendone la sembianza, con ciò indicando quanto in loro vi è di dissimile da un comportamento usuale, si percepisce nettamente l’altro come simbolo di incomunicabilità e di estraneità. Ma è lo stesso autore a metterci sull’avviso perché l’altro potrebbe essere anche un bluff “ se pensano / sempre a qualcosa / o fingono”. Infatti, potrebbero voler sfuggire a qualsiasi tentativo di definizione. Evitano gli ostacoli che l’autore sembra immettere sul loro cammino, ma d’altra parte costringono l’autore a un monologo, infatti, in tale traumatica situazione, l’autore pone a se stesso domande: sono fra loro solidali, presentano in qualche occasione un tallone d’Achille che manifesti il loro pensiero o la ragione del loro essere refrattari all’umanità? Gli altri sembrano causare alla voce narrante anche una sorta di invidia perché: “ non danno mai l’idea / di perdersi / padroni di se stessi / e vigili / in ogni situazione”. Egli li pedina e finisce con il fare la loro medesima vita, diventando, di fatto, come loro: “ho provato a seguirli / in incognito / a pedinarli / percorrere / i loro itinerari erratici / a stargli alle spalle / unisono / marciando al loro passo / a vivere / andando sulle strade”. E l’inevitabile – prevedibile – finale è: “ovunque tu cammini / camminano”. Nient’altro se ne può dire e, però, sembra già tutto detto.
“I camminatori” sembrerebbe, pertanto, essere un testo che rifiuti il commento: non costringerebbe altrimenti il critico a seguirlo pedissequamente quanto inutilmente in una sorta di grado zero della scrittura (lì dove già la poesia risulta volutamente priva di qualsiasi accensione lirica). Ci ricorda un quadro nel quadro, un’azione che innesca negli altri una reiterazione, una scena filmica (pensiamo a quel Buster Keaton così amato da Beckett e ad alcuni recenti film di fantascienza). Si tratterebbe, dunque, di qualcosa che appartiene al nostro bagaglio d’immagini, ma che non richiede necessariamente un’interpretazione. Ecco, si direbbe che il bersaglio polemico sia proprio il senso, che l’autore vuole tenere fisso, puntare con gli spilli, quasi rendere asfittico, trattandosi qui di un testo surrettizio, in cui viene cioè taciuta intenzionalmente qualche circostanza fondamentale, in questo caso, la macchina testuale stessa: volontariamente azzerata, quanto più esposta allo sguardo, si direbbe. Se però il senso è sotto accusa, l’appunto iniziale sull’illeggibilità dell’altro fa da contraltare ricordandoci che la ricerca del senso è una necessità insopprimibile. (r. p.)
***
camminano
rasenti ai muri
sugli autobus
si siedono tra i primi
non parlano
tenendosi le mani
si voltano
di scatto a un tratto
ti guardano
gli occhi grigi
campeggiano
poi scartano di lato
si alzano
serrando i pugni
e scendono
***
non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano
Italo Testa vive attualmente a Milano. Ha pubblicato La divisione della gioia (2010), canti ostili (2007), Biometrie (2005), Gli aspri inganni (2004).
Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo e tedesco. Ha scritto diversi saggi sul pensiero contemporaneo e sulla teoria critica.
Un’empatica analisi
I primi due versi della poesia di Silvia Tripodi
“Facendo della sua stessa forma
forma altra che uguale a sé sempre si conforma”
si riferiscono, in maniera palese, al concetto di “forma”, ponendo in essere un’articolata pronuncia in cui il lettore si trova quasi imprigionato.
Ma simile verbale prigione allarga subito le sue sbarre e permette di gettare lo sguardo su un ampio spazio poetico di cui, tuttavia
“l’occhio non distingue che una parte”.
Il dire della poetessa cattura la nostra attenzione e noi non possiamo fare a meno di sentirci circondati dalla sua intensa persistenza.
Ci accorgiamo, così, che la stringatezza del testo è in grado di assumere dimensioni immense, tali da comprendere la nostra intera esistenza: siamo lì, tra quelle parole, non possiamo prescindere da esse, eppure avvertiamo di essere a contatto con qualcosa d’infinitamente esteso.
Non si tratta, nel caso di Silvia, di un misterioso incantesimo, bensì di una genuina vena poetica perfettamente in grado d’inserire nei suoi grumi idiomatici l’intero universo lasciandolo intatto.
Non siamo ottenebrati né estasiati, piuttosto siamo indotti a mantenere ben alto il livello della vigilanza poiché i lineamenti linguistici proposti c’invitano a cercare risposte.
“l’analisi ora è cosa decisiva”
dice la poetessa indicando la via di una comprensione che non riguarda soltanto i suoi versi.
Se il destino dell’uomo è conoscere, ogni vera conoscenza – suggerisce l’autrice – non consiste nel mero uso di fredde grammatiche, bensì in quell’intelligenza del vivere fondata sull’illuminante coinvolgimento.
Da qui, l’importanza dell’ “alga appiattita”, della “lunghezza esatta”, dell’ “intenzione”, ossia di un essere che aspira assiduamente a un sempre più compiuto esserci.
Anche in virtù del lavoro dei poeti, senza dubbio. (m. f.)
***
Facendo della sua stessa forma
forma altra che uguale a sé sempre si conforma
uguale, diseguale, unica e doppia
l'occhio non distingue che una parte
di quello spazio non umano sempre fisso alle mani.
Da una prospettiva compiuta in uno scatto
l'analisi ora è cosa decisiva,
l'alga appiattita, lunghezza esatta dello stare
dell'intenzione al verso.
Silvia Tripodi (1974). Vive e lavora a Palermo. Laureata in Architettura, è educatrice presso un istituto statale. Si è occupata di fotografia e nel 2010 alcuni suoi lavori sono stati esposti a Roma in una mostra organizzata dai redattori della rivista Tutto Digitale. Ha partecipato alla sesta edizione RicercaBo 2013 (laboratorio di nuove scritture - San Lazzaro di Savena); alcuni suoi testi sono stati inseriti sul sito GAMMM tra il 2013 e il 2014; ha collaborato al "progetto Gianni Toti - Totilogia" su Floema; sue poesie sono state inserite nella rivista “l’immaginazione” (marzo-aprile 2014). Collabora ai blog eexxiitt e transcriptiones. Il suo blog è partage du sensible.
L’acqua, la insegna la sete
Emily Dickinson
L’acqua non può tornare alla sorgente…e la parola detta non può tornare in bocca…il sangue ha le sue vie di scorrimento obbligate. Sono le vie naturali, insite nella pulsazione stessa che viene impressa dalla nascita ai viventi.
Scrivere invece non è un atto naturale, servono appigli alle parole. Serve apprendimento e cura.
In questo testo di Zallio pare esserci un continuo confronto tra un corpo che pulsa per fede, per naturale movimento e un corpo linguistico che per fede accompagna gli affetti, le scoperte, il flusso degli eventi. Una continua percezione tra interno ed esterno, un fluido di libero scambio di un mondo con l’altro. Abbandonarsi alla lingua non è mai operazione scontata, c’è una ricerca, c’è una fatica: l’acqua, la insegna la sete. (m. c.)
pdf del testo , incipit
Paola Zallio vive a Genova. Con Lingua Acqua ha vinto il Premio Lorenzo Montano nel 2002 per la “raccolta inedita”.
Il segno e il gesto sono gli elementi narrativi dell'astratto.
Il mio personale approccio alla rappresentazione dei messaggi che il pensiero esprime è affermativo.
L'opera è soprattutto un atto di forza della mente, un momento di analisi e verifica su quanto accade nel proprio personale percorso di ricerca della affinità con le differenti fonti di bellezza e significato, un esercizio in cui la matematica delle manifestazioni è il primo soggetto.
L'astrazione è uno tra i più efficaci mezzi con cui si consegna il pensiero al pubblico.
E' una pittura in qualche misura democratica, popolare: la ricerca, la ratio, il pensiero che costituisce un opera può essere stravolto e amato in egual misura.
Questa ambiguità ritengo sia la cosa più stimolante. Ecco che il non detto, il non finito, l'impreciso sono cifre stilistiche calibrate, sono definitive opportunità di una poetica che non ha paura di fare i conti col passato, non insegue certezze, semplicemente si evolve, come la vita.
L'opera.
ricominciare, i motivi sono impronte, sono necessari, sono battiti, colpi, scontri.
andare è definitivo, è un gesto d’amore, di pace, un filo d’erba che svetta.
il tempo è costruzione di pensiero, di frammenti senza storia apparente, di bicchieri rotti, tappeti impolverati e cementi incuranti.
ma questa casa è la mia testa, una mano che stringe, il cuore che pulsa come una notte incessante, in verticale specchio.
poco contano gli scorni, il fluire è l’opera.
L’opera non è mai detta. L’opera è viva.
Esposizioni.
2012: mostra presso L’ex Macello di Padova, in collaborazione con il comune di Padova
2014: mostra presso l’Officina delle zattere di Venezia a cura di Barbara Vincenzi
2014-2015 mostra presso la galleria del Carbone di Ferrara a cura di Paolo Volta.
2015: mostra presso il caffè tomaselli di Milano.
Link:
http://laurabfortin.wix.com/laura-fortin
https://laurafortin.wordpress.com/
Mi sono avvicinata alla pittura nel 2000, anno in cui i miei genitori decisero, vista la mia passione innata per le arti figurative, di regalarmi un cavalletto da studio.
Iniziai con la riproduzione della figura umana da autoritratti, per poi proseguire con una reinterpretazione libera del corpo e della figura.
Nel corso del tempo mi avvicinai all’astrazione, che divenne il veicolo a me più consono per raccontare la mia idea di bellezza e di poesia.
Quella che negli anni era stata solo una passione divenne la mia principale attività nel 2011, quando decisi di approcciarmi allo studio della storia dell’arte contemporanea e investire le mie risorse e le mie energie in un personale percorso di espressione quotidiano.
Lo studio dei grandi maestri da un lato e il confronto quotidiano con gli artisti viventi da un altro hanno contribuito in modo decisivo a una svolta nel mio linguaggio espressivo.
Dal 2014 e soprattutto nel 2015 ho deciso di affiancare all’attività pittorica su tela uno studio e una produzione importante sul disegno, ritenendolo veicolo efficace di poetica e contenuti nuovi e fonte di ricerca incessante su quello che sta alla base del linguaggio delle arti figurative: il segno. Partendo dall’astratto e arrivando alla “meta-figurazione”.
A oggi il filo conduttore di questa ricerca è aperto ed è improntato alla sperimentazione nell’uso dei media e all’espressione dei contenuti, senza perdere di vista il segno nella sua immediatezza e primordialità, che è ciò che caratterizza la mia cifra stilistica.