Contro comodi oblii
Le battenti sequenze proposte da Giovanni Campi richiamano un universo poetico come sospeso in una sorta di statico dinamismo che apre varchi nella lingua per chiuderli subito dopo.
“nessun giorno senza notte”
è il titolo immediatamente replicato dal primo verso nel suo quasi identico contrario
“nessuna notte senza notte, e tutte”.
Primo verso che presenta sul finire quelle due brevi parole “e tutte” capaci di dare l’avvio all’intero, articolato, meccanismo compositivo di un testo che si sofferma ma non si ferma, che indugia eppure corre.
La forma è allusiva e tenacemente enigmatica.
Un enigma davvero complesso, quello di Giovanni, che riguarda
“la luce e ’l bujo, se di sole o luna”
ossia l’universo inteso come cosmo, congiunto, per via poetica, con l’umano linguaggio vissuto quale necessità espressiva mancante d’inizio e fine e, perciò, quale divenire della comunicazione nel suo stesso farsi, tra certezza e incertezza, suono e silenzio, splendore e oscurità.
Leggendo questi versi, avvertiamo un coinvolgimento inconsueto, una sensibile partecipazione rivolta verso l’esterno come verso l’interno e, alla fine, riconosciamo che il nostro stare al mondo è parziale e totalizzante, minimo e immenso, specifico e generale.
L’ossimoro quale forma di vita?
No, perché in questo caso è espressione di un’integrità maggiore in grado di opporsi a quel rigido determinismo che spesso si nutre di comoda disattenzione, di opportunistico disinteresse.
Emerge, così, in maniera netta, la radice etica di una versificazione il cui originale (quasi provocante) dire getta luce sulla complice superficialità di tanti atteggiamenti quotidiani tesi a mantenere nell’ombra taluni tratti non proprio edificanti.
Siamo al cospetto di una poesia morale?
Sì e anche coraggiosa. (m. f.)
nessun giorno senza giorno
(detti sdetti di gc)
nessuna notte senza notte, e tutte
l'insonni, come suoni sono – nulli
e nullannulla giorno men trastulli
la data tolta e stolta a voci sdutte
e quale sorge come giorno senza
essendo desta d'esso stesso giorno
la luce, adesso, d'esto bujo 'ntorno
contorno e non ritorno d'un'assenza?
dischiuso 'l chiuso d'uso sen consumi
il senno 'n sonninsonni, senza sogni
per ciò, né men che meno men bisogni
l'abuso 'l giorno 'n notti grumo a grumi
dissimulando símile la notte
a 'l giorno 'n copia o quasi 'l ver a' falsi
' sentieri d'ieri l'oggi pone 'nvalsi
a cosa? forse torre torri rotte?
fortezza 'ndéboli babèlbabèlica
minuta derivata 'n dismisura
di nulla sfigurando ogni figura
di giorni e notti, e spira – la matèrica
in spira e spira 'n fuga 'l moto immoto
opposta uguale ne ricerca diastole
la luce e 'l bujo 'n spera: spera 'n sistole
allora 'l frullo d'ali qual tremuoto?
innebulando senni e segni 'n vaghi
sentieri detti per errarerranze
di rada forma ' verbi ' nomi dianz'e
dipoi, se sdetti – van, e 'nvan divaghi
di giorno o notte non saper saperne
la luce e 'l bujo, se di sole o luna
l'imago: vago 'l dire d'altro o d'una
allora, e se superne o forse inferne
se forse nera o forse no, la luce
non bianca: allora come dire l'una
o l'altra, e l'un'e l'altr'o se? nessuna,
nessuna luce d'ora in poi, né 'n nuce
la luce allora nera come dire?
la volta avvolta nella notte senza
il giorno, senza luce, pura assenza,
cosí di notti e giorni a non finire
fino alla fine della notte – solo
che non finisce, giorni senza giorno
nascendo, senza luce, - tutto - attorno
s'intenebri 'n nonnulla: cielo e suolo
ma l'ultima non dire né tacere,
ascolta: ché ' silenzj forse parlano:
improprj verbi non comuni cavano
vocando – suoni, e vocj e cerchi 'n spere
perché per cosa 'l giorno dopo notti
insonni o quasi, come prima, allora,
essendo l'esser luce – nera dire d'ora
in poi la notte, l'una, e tutte, innotti
finché la fine possa non poterne
ancora, d'esser sé, ma come? e quale
di questa fine 'l fine? forse 'l male?
non c'è la fine, no, per cosa averne?
aver d'averne cose cosa come dire
di giorni e notti senza fin finiti
non piú cælicoli, gli dèi, se miti
'nqujeti, non equorei, e senza mire
se quasi bujo 'l giorno nel finirsi
la notte dir che incombe – come cosa?
s'incúba forse d'íncubi? non posa
di sé che tènebre? e mai da sfinirsi?
dirada 'l bujo 'l giorno ne gl'inizj
di che símile al símile s'assímili:
lo vedi o non ancora? le invisibili
visioni ne risveglj, e ' precipizj
vertiginando immoto moto d'ess'o
non esser copie o quasi d'esemplare
esempio l'émpia d'émpiti émpj 'l dare
tra l'una traccia e l'altre 'l voto 'l fesso
che come cosa dire d'ogni giorno
se non che come se non fosse notte
di poi, tra poco: dopo 'l giorno, rotte
che sian le rotte, via, non c'è via 'ntorno
ricorda: non di men dimenticare
di ricordare – cosa? non ricordi
di cosa, non di chi, dei suoni sordi
d'allora 'n voci di ora da invocare
che d'ogni giorno non si attenda niente
se non il giorno stesso, o d'esso giorno
la luce, ché la notte tutto intorno
la luce par sparire, e tutto e niente
ma quale giorno 'n cielo, o se: che forse
la terra 'n terra non di sé ricopra
talun talaltro corp'o cosa? ad opra
di chi, questa opera? non sen accorse?
e pure, a volte, 'n cielo, c'è, di giorno,
come una luce, non si dica questa,
del sole, no, non è soltanto questa,
la luce, forse quella – del ritorno?
ancora non ancora, se la notte
non c'è ritorno: l'ultima, da farsi
disfatta, e dirsi sdetta, 'n giorni apparsi
spariti, 'n sonni insonni, questa notte
ascolta: cosa ascosa 'l tuo volere
accolga pure giorni e notti quali
che sono adesso, e d'essi – tali ' mali
Giovanni Campi (Caserta, 1964). Suoi testi sono in rete (La dimora del tempo sospeso, Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, etc.) e in varie antologie; vincitore della settima edizione del premio MAZZACURATI-RUSSO “i miosotìs” delle Edizioni d'if, è in attesa di pubblicazione del volumetto "babbeleoteca minuta" nella collana medesima; di prossima pubblicazione è anche il dialogo "l'irragionevole prova del nove" per i tipi della Smasher Edizioni nella collana "orme di teatro".