In attesa di ascoltare “dal vivo” i protagonisti dell’edizione 2014 del Premio Lorenzo Montano, avvenimento che accadrà tra l’8 e il 16 novembre prossimi nell’ambito del Forum Di un altro dire organizzato da “Anterem”, nel presente numero di “Carte nel vento” concludiamo la pubblicazione dei testi più significativi dell’edizione 2013 del “Montano”. Ideale sèguito dei tre numeri precedenti, questo nuovo “Carte nel vento” propone finalisti e vincitori per “Raccolta inedita”, “Una prosa inedita”, “Una poesia inedita”, attraverso opere che esprimono da un lato l’articolata attualità della poesia italiana contemporanea, dall’altro il fascino della prosa breve e dell’indagine saggistica rivolta a temi sempre vivissimi.
Ciascun autore, poeta, prosatore o saggista, viene presentato da un redattore di “Anterem”. In chiusura, piccolissimo omaggio di un grande poeta totale scomparso da poco: Pierre Garnier.
Immagine di copertina: locandina del Forum di “Anterem” 2014
Teneri e trepidi sussurri intendono i pensieri
e hanno accorte mani per fare e per disfare
il senso comune del divenire, attendono ciò
che non è dato ancora di sapere, tese le
palme al dono dell’esistere e dell’accadere.
Come foglie d’oro che fluttuano nel vento e
nella luce splende la caduta piano piano
come per resistere e fermare il tempo del morire
così noi inesorabilmente increduli e volenti siamo.
“Teneri e trepidi sussurri intendono i pensieri” è breve componimento in cui Stefania
Negro mostra una compostezza verbale attraversata da una sorta di esistenzialismo
estetico.
La successione dei versi, compatta e vibrante, segue il suo corso fino quasi a divenire
racconto senza essere mai dimentica del fascino interno esercitato dal linguaggio.
Un linguaggio che è proprio quello, che deve essere proprio quello se intende
raggiungere certi esiti poetici.
È come se una necessità, cogente e, nello stesso tempo, liberatoria, fosse sottesa alle
parole, ossia è come se ciò che non è discorso in senso stretto suscitasse l’interesse
dell’autrice in maniera costrittiva eppure non vincolante.
Stefania è libera di dire, ma secondo una certa forma stilistica.
Ora – si penserà – siffatto dire è pur frutto della scrittura dell’autrice medesima e,
dunque, non è ravvisabile alcun obbligo esterno.
Affermazione, quest’ultima, condivisibile soltanto in parte, poiché la poetessa,
certamente, scrive ma anche descrive, ossia offre immagini riferite a un mondo che
esiste in quanto da lei percepito.
Il pericolo dell’autoreferenzialità viene evitato proprio per via di un’evidente valenza
estetica non fine a se stessa, dotata d’intensa fisionomia.
“Come foglie d’oro che fluttuano nel vento e
nella luce splende la caduta piano piano”
sono due versi in cui la lingua assume il valore di un bello che aspira a essere, a
divenire lineamento di vita.
Insomma, Stefania si rivolge a noi, quasi dicendo: “Sono stata là e voi dovete credere
alla mia testimonianza”.
Perché non dovremmo crederle?
Perché non dovremmo ravvisare nelle sue parole la presenza di quell’estetico
conoscere proprio della poesia? Marco Furia.
Stefania Negro, poetessa e saggista. Ha pubblicato Fili di luce compresi negli archi del divenire,
Cierre Grafica, 2007, Erranze nel divenire, Anterem Edizioni, 2009, La geometria della luce,
Anterem Edizioni, 2009, Risonanze, Manni 2010. Ideatrice e organizzatrice di eventi culturali
multimediali.
Non semplicemente una prosa inedita ma una raccolta di notazioni diaristiche che accompagna il viaggio di una vita intera.
All’apertura del “cassetto” troviamo foulards e tovaglie, aspirine, lettere, giorni e stagioni e i libri i libri i libri i libri…i libri. Per sempre.
Pagine che fanno un po’ tremare, soprattutto le donne, credo, che si riconoscono in quegli accessori vintage, in quelle trasmissioni televisive, in quel paese-Italia dove scrivere e star male è già un conforto. Mara Cini
Biografia di Letizia Dimartino
Ti scrivo da un posto dove non sei mai stata
dove i treni non passano, gli aerei
non atterrano, un luogo a occidente…
Mark Strand
Se mai qualcuno ci sarà che chieda della mia vita,
gli dirai che vivo, ma non gli dirai che sono salvo.
Ovidio, Tristia
***
L'arrivo alla stazione nel ferro nel nero di una cupola binari lungo l'Italia del mare dei filari degli scogli delle pietre della neve alta delle colline ampie il bar nel giallo del neon i giornali dai colori lucidi il velluto del treno sulla pelle le dita nere di viaggio la fame la sete il dondolio alle gambe il marmo delle scale i taxi gialli di desiderio le piazze che si aprono ventagli di strade città di nebbia il sonno sulle palpebre l'isola nel corpo gli anni che verranno sirene che squillano nel loro solito suono l'urlo del traffico il capo a poggiare l'aria che entra dalla striscia sottile del vetro auto troppo calda. Il Nord ed io.
***
L'auto posteggiata al sole i palazzi chiari le scale che salgono in un infinito scappo dai corridoi dai pavimenti scheggiati dalle voci dei ragazzi dai libri dietro i vetri i discorsi che non sento la borsa da stringere il verde di una vallata verde di un treno che non passa binari vuoti uccelli a litigare su rami su foglie il caldo al finestrino la fuga per il grigio della via le stanze ad accogliere la casa che apre la paura che si perde l'odore del conosciuto tutto avvolge tutto acquieta finalmente.
***
Scrivo nel disordine fra liste della spesa farmaci sparsi letto che mi attende computer sempre acceso trilli del cellulare finestre aperte sulla strada capelli da lavare vestiti da riporre armadi aperti foto da guardare dolci sul tavolo odori di cibo a cucinare libri sempre aperti musica sul fondo rossetti in prova specchi in cui guardare per piangere matite pronte per la tempera cielo dentro le stanze luce sulle poltrone riviste sfogliate desideri sepolti preghiere fra una email e l'altra mamma malata cui rimboccare la coperta cantandole una vecchia canzone lacrime sulle ciglia per ogni ricordo che passa veloce amori che vorrei avere amori amareggianti telefonate sussurrate dolori che vado a coricare poggiando la giornata sul cuscino. Perché giunga una notte qualsiasi.
***
Sul letto parlo guardo specchi rossetti sulle mensole scarpe che non devono essere usate strade da non calpestare profumi sul collo creme sul petto giornali sopra lenzuola di lino stanza bianca stanza blu divano rosso la tenda trasparente nuvole ai vetri vento che spinge una fetta di torta comodino ingombro segnalibri fra le pagine iPod sul guanciale lettere da spedire abiti appesi da provare da non mettere un amore che non c'è quel che potrebbe essere le unghie sbrecciate il grigio dei capelli che si posano sul cuscino il bianco di un letto che sa accogliere e di una pillola a calmare a dare requie alla ragione al mistero di quel che sento.
Biografia di Daniela Monreale
da Ascoltare vento
***
Ascoltare vento/ ascoltare pioggia/ ascoltare
sguardo muto dal finestrino/ canzone ultima
corona dell’amore/ e dirti il filo rosso che
ricama le cadute/ dirti gli eccessi e le ansie
premature/ il finale della mossa non è regina/
non è torre bastione muro dentato in cima/
fino a quando vivrò, vorrò essere parola
***
Vorrò tessere la ragnatela del mio dire/ per
catturare volti dall’eco metropolitana/ e voglio
una parola che mi attraversi tutta/ che faccia
amore e condivisione/ che faccia differenza/
prodigio e ribellione
***
Spezza i copioni e la dura maschera /
l’invenzione del mare / la duna del braccio /
che ribelle ti chiude/ ti stringe nel piacere del
poi/ dell’immagine folle di un’impronta /
calco di sale e di lingua/ la friabile pelle si
perde/ si perde nell’acqua
Per entrare dentro la voce poetica di questa raccolta, possiamo partire dal titolo e da una piccola, ma molto importante particolarità lessicale: l’assenza di determinazione nella mancanza dell’articolo il. Ben diverso sarebbe stato “Ascoltare il vento” che suggerisce e precisa, seppur in modo astratto, quel determinato vento. Mentre “Ascoltare vento” concretizza, anche in una paradossale aleatorietà, il suo essere che permea tutta la dimensione intenzionale, sia intima sia esterna, più necessaria che voluta, di questa scrittura di parola in ascolto.
Per l’autrice, infatti, prima dello scrivere c’è l’ascolto a trasformare l’esistenza in una voce che, finché vive, vuole “essere parola ”. Ascoltare poesia, dunque, diventa l’essenza di un desiderio totale: un attraversamento nella condivisione di un dire lieve ma preciso, evocativo ma centrale nella prodigiosità dell’atto poetico. E questo è il dato reale, che si scontra con una realtà fatta di lingua pensierosa e veritiera, ma non pensante e vera, non nella leggerezza infinita di una mente quando sta nella poesia. E se questa ha una ragione d’essere, è proprio nella natura tutta umana, interiore, sognante del sentimento a cui dà forma e da cui prende sostanza. Ma ben più determinante è la volontà per cui nasce e in cui si trasforma, una lingua fortemente individuale che si oppone, senza sforzo, alla banalità delle emozioni ordinariamente emotive. Quelle che percorrono il tracciato di una norma che parla ma non sente “l’urto dell’indicibile...la ferita della carezza”.
Perché è al cuore delle parole che bisogna andare: tagliarle, aprirle, svuotare il loro sembrare qualcosa per cercare l’essere della cosa che è, che portano in sé e trasportano con sé. Ed è sufficiente anche solo il loro suono per comprendere, in una sospensione che può a volte essere dolorosa, anche la loro oscurità. Daniela Monreale ci dice che la poesia concentra un mare di significazioni in un battito che sfugge alla frase: un’epifania, un frammento di senso che, se anche semplicemente sfiorato, è percepito come una direzione offerta ai pensieri e agli sguardi. Un dono che rende consapevoli di ciò che si cerca con la scrittura: non un oggetto di sollievo, “non la primavera”, ma un segno che ci accompagni e diventi segnale per una semina della parola, e anche un precipizio nella stessa. Chi pensa in poesia sa che non si esce indenni dalla sua pratica costante: perché la materia che in essa fluttua è continuamente trasformata e può affiorare in trepidazioni o dilagare in festa, in ogni caso è il portento di una mente che ascoltando anche le piccole cose vive, i baffi di una gatta ad esempio, invogliano un sorriso e alleggeriscono tristezze.
E ancora più, possono portare a ridere e a desiderare un sonno gelido o infuocato, perché la fantasia e l’immaginazione “fanno muovere brividi”, fanno “fare farfalle”. Così si arriva con la poesia a dimenticare il sé per essere parte ed essere tutto. Essere il movimento che la parola crea con una vibrazione fisica, un’ondulazione che ha percorsi immensurabili e sembra perdere la visione, per poi ritrovarla reinventandola in una multiformità che l’autrice designa con piccoli gesti, accenni, profili che portano, con meraviglia e grandezza della semplicità, anche a chiacchierare con Dio. E dove i reticoli di conoscenza, anche se ignoti, anche se altrove conducono, con la severità del silenzio, alle delizie del poco: dove nient’ altro si è, negli interstizi del senso, che “una particella che muove l’incanto”. Giorgio Bonacini
Dare visibilità ai movimenti del pensiero che emerge in scrittura, vuol dire avere una precisa idea di ciò che la propria poesia desidera o è in grado di fare e, nello stesso tempo, mostrare, pur in forma di metafora segnica, i modi in cui il percorso sintetizza i suoi sentieri. L’opera di Bertollo, alla terza prova di questa sua visualizzazione pensante, sembra proprio avere consapevolezza che la sua non è un’arte rappresentativa e nemmeno una poesia espressiva, ma una voce che fonda in sé le sue parole e la direzione dei suoi gesti. E lo fa inseguendo i fili del pensiero, del sentire, del dire e del vedere, con la leggerezza che viene dalla sostanza del respiro. Il fulcro di questa prova d’arte e di parola è l’evento primigenio, che dà origine a ciò che l’essere è e diventa: l’acqua. Qui è possibile ondulare il pensiero e trovare la coordinazione poetica che dilata i sensi: sia quelli del sentire fisico sia quelli del significare, nella “mappatura della presenza galleggiante”.
Questo significa dare sonorità e visività all’atto poetico gestuale e meditativo, per realizzare sulla pagina ciò che dall’interiorità dell’autore affiora. E la registrazione di ciò che dal fondo ritorna, con profili e spezzettature, prende fiato e segnala, non solo un’aderenza al movimento poetico che incessante si fa sulla pagina, ma un’adesione esistenziale che qualifica la scrittura e la vita che sta nella scrittura “attraverso l’esperienza”, andando anche oltre quello che sembra possibile solo vedere. Ed è così che l’autore lascia emergere le figure che stanno all’inizio della concretezza umana: quella materna che ha cura della nascita e quella infantile che ha nuova voce. Due figure che a un certo punto si condensano nella lingua dialettale, nella filastrocca che porta ritmo al nostro essere parlanti e scriventi, e prima ancora nel pianto della nascita: ma all’inizio di tutto c’è il silenzio, che è la via da cui prendono corpo i segni. Ma non un segno che incide, che lascia solchi e a volte lacerazioni, ma un segno sorgente, che nasca, che gorgogli dal fondo e che sia anche fonte vocale per una terra libera di accettare.
Ma questo lasciare e far crescere segni deve avvenire, precisa l’autore, con la forza di un soffio, circoscrivendo il vuoto in leggerezza, “per dire qualcosa appena appena”. Per far sì che il reticolo e il percorso abbiano la possibilità di esplorare anche la sospensione, la pausa che prende la voce col respiro, l’insorgere lento di relazioni che procedono anche e specialmente per contemplazioni. E qui notiamo come, in questa ultima opera, la scrittura e il dinamismo visivo riducano il loro impatto a un’essenziale presenza, sgombrando la partitura con equilibrate aperture, in coerenza formale e sostanziale con quanto nella partitura è detto. Sembra quasi che il percorso fatto da Bertollo da una piena bellezza ribelle del primo libro, passando sul bordo scenico del teatrino nel secondo libro, fino a quest’ultino galleggiamento di vita inaugurale, sia andato man mano ad asciugare le circonvoluzioni della sua parola viandante. Ma non per evocare un di più attraverso la parola-segno precisa, ma più per imprimere la giusta sintonia: che sta anche nel vuoto all’interno del reticolo, nell’invisibile dentro la struttura, nel ritrarsi dall’insorgere.
Quello che ci lascia allora in queste pagine è dunque una sorta di coreogramma fatto di tracce che si sfiorano e si accarezzano, si toccano accogliendo e lasciando vicendevolmente il passaggio, nel poco e nel giusto di un’esperienza linguistica. Giorgio Bonacini
Biografia di Armando Bertollo
Dimenticare il significato: il gesto e il tratto scritto sono livelli di realtà che si dispiegano sulla pagina ancora prima di ogni “lettura”.
Se si scrive amore, amore è quella scia d’inchiostro (inchiostro?) nero-su-bianco, bidimensionale, di diversi caratteri tipografici o chirografici, in differenti alfabeti, che ne traghetta il senso…
L’esperienza del lettore (il poeta sarà il primo lettore delle proprie parole?) innalza o inabissa “la traiettoria di un’andatura incerta e malinconica spremuta dalle dita” per transitare verso una qualche “finitudine” tra noi e il mondo. Mara Cini
I MUTAMENTI DEL RESPIRO
Il segno poetico porta la parola a generare voce e scrittura, con una circolarità nella progressione del suo dire, che non è semplice ricorsività fine a se stessa, ma una sua autonoma capacità di essere, pur senza un cominciamento preciso, indicazione di significazione iniziale, e, con una conclusione indeterminata, di arrivare pur sempre a un momento finale. In altre parole la poesia porta e comporta in sé un pensiero che è origine e costruzione di un mondo. A partire da paradigmi noti, la formazione del testo ne riconsidera la sostanza avviando un processo di conoscenza fino a quel momento sconosciuta. Così, “DINAMICHE DEL DISACCORDO”, crediamo rientri proprio in questa dimensione: per l’atto poetico che mette in opera, dove il “disaccordo” del titolo sembra essere non solo un “dissenso” verso l’apparenza, ma anche una “disarmonia” che slega le prerogative del dire dalla semplificazione referenziale, agganciandole alla possibilità di un pre-inizio dove “abitare il corpo” e un dopo-fine per non “pensare al baratro”: due conseguenze che si corrispondono all’interno del vivere in sé e in scrittura, e che aprono e chiudono il poema.
Questo significa che la scrittura di queste poesie evidenzia, non solo in profondità ma anche alla superficie per la sua apparente lineatura in prosa, una distensione nel respiro interno che una lettura ad alta voce, non solo rende evidente, ma incrementa. E lo fa anche attraverso un’estensione della frase che tende a configurare ciò che è in un dove fuori dai “sintagmi imperscrutabili”, che polverizzano il vero e il reale in un depotenziamento che invece la percezione poetica sa dove cercare, e qualche volta a trovare. Lì dove la figura del vento è centrale. E proprio perché in contrasto (quasi un ossimoro concettuale) con la sua forza dispersiva, fa da cardine e da collante sia della parola sia del silenzio. Ed è così che il vento ritorna, in svariati momenti, come soffio, come danza, come respiro, come disposizione al cambiamento, come dinamica della mente, come traiettoria di un distacco: determinazioni che stanno in una sillabazione dal ritmo impercettibile e volutamente dimesso. Mai però “dismesso”, proprio perché, come precisa l’autore, “le foglie non hanno direzione alcuna, se non l’impronta del vento”.
Ed è davvero in questa assenza di percorso, in questa mancanza, che sta la presenza di una traccia: invisibile agli occhi di un’ordinaria e spenta osservazione, ma ben percepibile dalla metamorfosi che la scrittura opera dentro se stessa, e nei modi che le sono propri – quelli cioè di una pratica della lingua che sgretola e scombina ma continuamente pensa la natura, a dir vero innaturale, della lingua – per riconsiderare il mondo e intravederne un’alternativa. E per farlo bisogna “scrutare sotto la crosta” del visibile, tra le irregolarità e le crepe, tra i vuoti che sembrano riempirsi anche con il nulla di una parola talmente lontana da far pensare, scrive Duminuco, a una poetica del silenzio. E infatti l’ andamento mentale che mette in circolo la geometria morbida di questi testi, sembra veramente andare in cerca di silenzio: o almeno di quella sua parte che non è mutismo, non è mancanza di fiato o sordità delle sillabe o ritmo forzatamente in pausa. Ma è quasi l’assorbire di un vapore della voce; è come rendere più fievole il brusio delle parole che si distendono nell’aria. Non più allora il rumore del verso o della frase che martella con urgenza nella scansione materiale del tempo, ma una leggerezza dolente che “a volte preferisce cancellare”, o lasciare che il senso si produca con una necessità di fuga, o al suo opposto un convenire soffiato, intimo, nella semplicità esistenziale di una visione sospesa.
Ma cosa fa, e cosa vede questa poesia, oltre il disaccordo, sotto il distacco, dentro i procedimenti di un conflitto? Possiamo con certezza dire che l’autore fa esperienza scrivendo (la stessa forse, con differenti modalità, che fa il lettore). Prova il punto di vista che “il mutamento dei nomi” divide tra l’esserci nel mondo e il divenire in poesia. Questione complessa che ingarbuglia il pensiero, ma in questo modo lo riconsegna alla forma sostanziale del vivere il linguaggio: la rappresentazione e ripresentazione sulla pagina di un compimento: smarrire le cose per ritrovarle e riconsiderarle; perderne il senso e poi, come trafitte dalla tenebra, farle rientrare e riconoscerle diverse. Ma l’autore di questi testi è consapevole che non sempre ci si riesce o è possibile; però pur segnati da una “distanza straziante” dobbiamo tutti, autori e lettori, fare la stessa esperienza di smarrimento, accettarne il lamento e prendercene cura, perché solo lì esiste “il verso del perdono”. Giorgio Bonacini
Per una selezione di testi cliccare qui sotto
DINAMICHE DEL DISACCORDO
di Giovanni Duminuco, vincitore per "Raccolta inedita" al premio Montano 2013.
(continuum) Prima luce terrena
Pulì i canali e iniziò la
separazione delle mani
eventualmente a loro volta
allo stesso tempo
una parte del peso del corpo minima o
nulla.
L’attenzione visuale.
Il corpo continua la rotazione
lo spirito visuale parzialmente
simultaneamente
progressivamente sulla spinta.
Fino all’altezza delle sopracciglia
vicino all’orecchio
allora disse: Cadi tra le mie mani e
(che lo rese umano) quanti capelli
a mostrare sposta la parola al lato in ombra
l’altro di sé posseduto.
In seguito si lega (e quadra) il cerchio.
Si comunica il nome.
Si infonde altro tempo.
Alessandra Greco, Crachée de neige dans l'eau pour faire des ronds
da La memoria dell'acqua_ studi inediti _2012/2013
Per parlare dei testi di Alessandra Greco, partiamo (in modo certamente inusuale, ma aderente alla poesia stessa, che non dà concessioni e conoscenze usuali) dalla dichiarazione dell’autrice che vede nella didascalia di una teca dedicata agli squali in un museo, uno dei motivi che ha ispirato la nascita di queste scritture. Ma cosa c’è, o pensiamo che ci sia, di meno evocativo per l’immaginazione, per il pensiero, per la ricerca che correla e comprende in sé direzioni non visitate di conoscenza e metamorfosi del senso, di una didascalia, che normalmente non è fonte di stupore? Ebbene una didascalia come questa (e se l’autrice vuole, mi piacerebbe che fosse lei stessa a leggerla) è così poco didascalica da rappresentare, per via letterale e insieme metaforica, un preciso segno intellettivo di poesia in atto.
E da lì si può cogliere l’esperienza significante di questa poesia così poco allineata, anche con la poesia stessa, nelle forme in cui esplora e va a rovistare nei motivi del suo nascere e del suo essere: la materialità dell’acqua che si presenta in trasformazioni che investono e si insinuano dentro “la cosa sconosciuta” e oltre. Verso un divenire, altro da sé, nella voce del poeta e fuori, nell’estensione di un’eco dalle sonorità a cui la scrittura cerca di dare un corpo di calore, densità e colore. “Punti di un volgimento tridimensionale” vengono definiti, con precisa identificazione, nel corso delle pagine: che sono proprie di una scienza poetica emozionalmente indagatrice. Perché questa scrittura è alimentata da una lingua che proviene da ogni luogo dell’intelletto: cognitivo, esistenziale, descrittivo, lirico, percettivo e ogni altra modalità in cui il senso multiforme disegna il mondo interno e il mondo esterno.
L’esperienza della parola che parte dall’interiorità si spinge a fondo nell’intimità e da lì esce per generare un’emozione in grado, se non di trovare, almeno di cercare una comprensione che sleghi ciò che appare indifferenziato, che faccia risalire il sommerso, che ricongiunga le origini, ma senza le semplificazioni dell’ordinario particolarismo che avvolge la realtà. E l’elemento cardine (insieme alla luce), andamento di questa raccolta e suo fondamento, è l’acqua. Non semplicemente una metafora esemplificativa di uno studio poetico, ma una cosa che agisce nel reale, mobilita memoria ancestrale nell’ universo molteplice e singolare, diffonde percezioni e prospettive, unifica mantenendo illimitate le distinzioni segniche che parlano nel vero, rivelato in “una forma elicoidale/.../chiamata ascolto o linguaggio”.
Ed è lì, nell’origine liquida della nostra nascita, che la parola concentra in sé le potenzialità fisiche che la fanno essere sonorità, voce, sollecitazione uditiva e scrittura: gesto e propagazione cognitiva. Sono i “versetti non verbali” che caratterizzano la lingua embrionale come vera e iniziale respirazione poetica; sono le lacrime e gli sguardi originari che proiettano il movimento pensante (non ancora pensiero) verso l’aperto; è lo stupore da cui non si può prescindere se si vuole imprimere immaginazione, ma anche sconcerto, nel vedere come e in cosa “si mostra la natura”. Che è un traboccamento, un’uscita, un’immissione che non si possono rifiutare se si vuole veramente tracciare “un atto di senso” su ciò che vediamo, pensiamo, tocchiamo.
Ciò però non significa un’esposizione neutra o assillante, ma portare con discrezione, e allo stesso tempo con fermezza, luce sulle cose del mondo, avendo consapevolezza anche di sottrarsi e non lasciare che un destino ineluttabile viva per noi. L’autrice ci dice, in modo
perentorio, “vivi nascosto”, come fonte di saggezza: la stessa che ci lega alla lentezza del percorso naturale della chimica del carbonio. Una natura che per fare nasconde i suoi procedimenti, così come la parola crea il suo nascondimento per completare il senso: che è sempre non finito, che evolve involvendosi continuamente fino a quell’enorme poco che è “la temperatura del punto di rugiada”. Lì dove la scrittura emozionale sporge dall’ombra e compone, anche in una sola lacrima, il suo significato. Ma questo vuol dire spostare il dire verso una forma di lirica senza lirismo, lucida, straordinariamente precisa “sul confine...di una visione niente affatto intangibile”. Una fisicità, dunque, che la voce cattura nella percezione sensibile di un’onda di sguardi che dilatano il proprio sentire. Giorgio Bonacini.
Biografia di Alessandra Greco
Versi dell'assenza
Già con i primi due versi, Gabriele Gabbia pone esplicitamente il tema della sua poesia intitolata “( - presenza? | mancata figura | non perde…)”: per lui “l’assenza” “si manifesta tardiva”.
Il manifestarsi di un’assenza appare evento ambivalente, poiché una mancanza potrebbe sembrare qualcosa di non mostrabile.
Tuttavia, nella vita di tutti i giorni, spesso pronunciamo la parola “assenza”.
Poco soddisfatto dell’uso idiomatico quotidiano, il poeta pare concentrarsi su una circostanza che assume l’aspetto di un esserci per cancellazione la cui presenza appare soltanto nel linguaggio.
Così
“Di quel che non è
potuto essere
non si può dire”
è sequenza che nell’illuminare un tratto enigmatico, si chiude, almeno in apparenza, sull’enigma stesso.
Pare quasi mancare il respiro in simile asserzione attorno alla quale ruota l’intero componimento.
Quella chiusura verbale, nondimeno, è, a ben vedere, in grado di aprirsi in maniera anche ampia per via di un’insistenza esistenziale che la accompagna.
Accanto a quei versi avvertiamo una personalità poetica assidua, partecipe, forse non disperata ma, di certo, preoccupata.
Ciò che non fu e non è in qualche modo c’è?
Dire qualcosa che non esiste può far venire alla luce tale qualcosa?
La negazione e l’assenza, che indubbiamente sono presenti nel linguaggio, lo sono anche nel mondo reale?
Ecco l’immensa apertura, poetica quanto filosofica, che Gabriele offre al lettore mostrando come una breve versificazione possa contenere un intero universo.
E mostrando, anche, di fronte all’enigma, una fiducia espressiva davvero coinvolgente. Marco Furia
Gabriele Gabbia è nato nel 1981 a Brescia, città in cui vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche. Sue poesie sono apparse su riviste cartacee, antologie di premi, blog, websites.
Nel 2011 ha pubblicato la silloge La terra franata dei nomi (edizioni L’arcolaio), con prefazione di Mauro Germani, segnalata alla XXVI edizione del Premio di poesia Lorenzo Montano.
La luce profumata dell'aria
“Quel che venne nel sonno e nella luce”, di Silvia Comoglio, è un’elegante sequenza di versi la cui compostezza non va a scapito di una vivacità linguistica a tratti quasi esuberante.
Ampliando il ritmo, Silvia concede alla luce profumata dell’aria di entrare nelle sue stanze: così, assieme a bagliori e aromi entrano ed emergono immagini, sogni, ricordi, per via di una forma poetica molto attenta e sicura di sé.
Si nota una leggerezza diffusa, un comporre versi che è anche un concedersi ai versi medesimi.
La poetessa crea sequenze di parole e, nello stesso tempo, simili sequenze creano lei, ossia la modificano, le suggeriscono i passaggi seguenti, in qualche modo le parlano, instaurando un fecondo rapporto.
Raffinata e risoluta, Silvia sa che non deve dimenticare di procedere lungo un arduo cammino, tuttavia la preoccupazione del fare poesia riesce a sciogliersi in un gesto poetico i cui esiti consistono in toni d’intensa leggerezza esistenziale.
Così, ad esempio, quell’ ”addio che sgela” appare commiato definitivo in grado di lasciare dietro di sé un non sterile liquefarsi che sa di possibilità, di ulteriore, non arida, contingenza.
L’amore, poi, incontra l’ostacolo di un rispecchiamento tendente a confondersi con il suo stesso esserci:
“in tenue e duro amore: la voce immobile di specchio semplice e risolta
in bocche a stento decifrate e appese alla tua porta”.
L’amore, dunque, è “tenue” eppure “duro”, la “voce” è “immobile” ma è pur sempre tale e le “bocche”, anche se a stento, sono “decifrate”.
In questa simultanea presenza di fisionomie contrastanti cogliamo aspetti non certo sereni del vivere: nondimeno una poetica atmosfera precisa, limpida, permette alla luce e all’aria di entrare, fecondando, assieme al mondo della poetessa, anche il nostro. Marco Furia
Biografia di Silvia Comoglio
L’attualità di Leopardi pensatore è nuovamente rimarcata dalla densa prosa di Vincenzo Guarracino (minimo assaggio degli studi leopardiani dell’autore). Del resto è facile riconoscere ancora il nostro paese in un “paese senza” nel progressivo crepuscolo di ogni illusione e grandezza.
Ma in Sopra i costumi degl’italiani Guarracino individua anche un “lievito diverso”, la necessità , l’urgenza di una “nuova scienza dell’uomo” in un contesto etico-sociale più aperto e consapevole. Mara Cini
Il tempo del nord
RILEGGENDO IL DISCORSO LEOPARDIANO “SOPRA I COSTUMI DEGL’ITALIANI”
Gli Italiani, qualunque sia la classe di appartenenza, alle “classi superiori” non meno che al “popolaccio”, sono oggi i più cinici del mondo: "ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione".
Privi di amor proprio e di orgoglio nazionale, "passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue", presi a combattersi l’un l’altro, in una sorta di bellum omnium contra omnes: questo perché ognuno, trincerato nel suo individualismo, per non essere travolto e oppresso, deve imparare a difendersi e combattere.
Cinismo, disprezzo, indifferenza, superficialità, inettitudine, dissimulazione: qualità, queste ed altre, da “paese senza”, non di un popolo che voglia essere “nazione” o “patria”, conseguenze della mancanza di una "società stretta", di “un commercio più intimo degl’individui fra loro” e della carenza di ogni spinta ideale e di un’etica civile capace di legare l’individuo alla collettività, sottraendolo al rischio della “misantropia” e alla coltivazione del suo “pestifero” particulare di guicciardiniana memoria.
È Leopardi a dire questo ed è bene non sottovalutarlo: tanto più sapendo che proprio nel ‘24, l’anno del Discorso sopra i costumi degl’Italiani (“acutissimo, tumultuoso e spesso paradossale”, l’ha definito Walter Binni), da cui il giudizio è estrapolato, è immerso, da “Eremita degli Appennini”, tra Operette morali e Zibaldone, nel perseguimento di una sua essenziale battaglia di verità, condotta per via fantastica e insieme riflessiva; e che il deserto e la “ruina immensa” del mondo circostante, la vita come desolante “serraglio di disperati” (come lo definirà nel Frammento sul suicidio, 1832), si applica eroicamente ad esplorarli ed esorcizzarli attraverso una scrittura, di volta in volta analitica ed appassionata, gelida e tagliente ma anche calda ed effusiva, incurante di abbellimenti e “cerimonie”, per corrispondere solo ai moti del “sentimento”.
Una battaglia di “verità”, un impegno di “civiltà”, per un “risorgimento” dalla “barbarie”, per contrastare “ragione geometrica”, “cinismo”, “strage delle illusioni”, con le armi di una corrosiva lucidità: davvero un “angelo” dalla spada sguainata, il Leopardi del Discorso, “chiuso nella sua corazza” di intelligenza, come lo vedrà Walter Benjamin in una celebre pagina sui Pensieri.
Attraverso una diagnosi impietosa, condotta con "la libertà e sincerità con cui ne potrebbe scrivere uno straniero", “senz’animosità” e al tempo stesso appassionata: costruttivo, insomma, sorretto dall’ansia di “ravvivare” quell’essenziale “amore verso la patria”, da cui hanno principio “probità e nobiltà” di un popolo degno di questo nome, come dichiara nella Prefazione alle Dieci Canzoni dello stesso anno: una cosa nuova e imprevedibile rispetto a ciò che emergeva da tanti testi in prosa e in versi degli anni precedenti, governati da uno sdegno tra patetico e velleitario dinanzi al “secol di fango” e alla “mediocrità” dei contemporanei, a testimonianza della mobilità dell’orizzonte teorico e morale, tutto in progress, “al presente”, dello scrittore.
Lucido e impietoso, disincantato, il ritratto che ne emerge degli Italiani, nel progressivo crepuscolo di ogni illusione e grandezza, con sullo sfondo le “altre nazioni” europee con “più vita” e con “più società” rispetto all’Italia, istituendo con esse una sorta di confronto-scontro antropologico.
Lucidamente polemico, ma non da non lasciare intravedere dietro la diagnosi dura e spassionata, assieme a una nostalgia di verginità, un lievito diverso, una sollecitudine drammaticamente moderna per la “patria infelice”, proprio mentre si sofferma sgomento di fronte alla “strage delle illusioni”, destinata a riecheggiare lividamente nel “silenzio nudo” del coevo Cantico del gallo silvestre, metafora assoluta dell’”arcano mirabile e spaventoso” dell’esistenza ma anche emblema del deserto morale e culturale dell’Italia.
Un deserto senza consolazione, un “secol morto”, un “secol di fango” oppresso da una greve “nebbia di tedio”, da inguaribile “mediocrità” (Ad Angelo Mai, 1820), davvero: di questa Italia forse davvero è meglio “ridersi” come fanno gl’Italiani, senza bisogno di addentrarsi oltre nell’esegesi leopardiana.
A meno di non soffermarsi su un punto, conclusivo ma non marginale, del Discorso.
Mi riferisco al passaggio dove l’anomalia dell’Italia rispetto ad altri paesi, quelli virtuosi della “rinata civiltà” (Inghilterra e Germania), viene segnalata in termini che rivelano una loro intrigante attualità.
Oggi, dice, “sembra che il tempo del settentrione sia venuto”: come sottrarsi a una sensazione nuova di fronte a questo fantasma della “modernità”, che da qui aleggia e si protende sulla storia, disegnando una sorta di diagramma dell’ineluttabile marcia della civiltà dal Meridione ai paesi del nord dell’Europa, come in una sorta di materialismo dialettico, in nome della “superiorità della loro immaginazione”?
C’è un che di oggettivo e insieme di profetico in questa affermazione. Il rilievo assegnato a un Nord “civile” che sopravanza gli altri paesi, con l’Italia confinata nel confronto in condizioni di oggettiva inferiorità civile non meno che culturale, è l’elevazione del tema della “modernità” a dato necessario oltre ogni negatività.
È in questo che risiede la vera novità, la parte teoricamente più originale del Discorso e l’attualità di questo Leopardi: nella scommessa sulla “modernità”, un fatto che ha i tratti della necessità di una nuova eticità, di una nuova “scienza dell’uomo”, intesa come nuovo modo di porsi di fronte alla vita con la consapevolezza della piccolezza e finitudine umana e insieme l’esigenza di un modo diverso di stare insieme con gli altri esseri, che sembra essere prerogativa dei popoli giovani del Nord che posseggono quanto è necessario per inaugurare una “rigenerazione” civile e morale (“le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura”, Zib. 115).
Oltre “la strage delle illusioni”, oltre il riso illividito di Bruto (un “ridere” per esorcizzare rovine e l’”infinita vanità del tutto”), Leopardi si protende, già “erta la fronte” e “renitente al fato”, nel presagio di nuove consapevolezze ed urgenze sentimentali ed etiche.
Vincenzo Guarracino, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.
Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (ER, Como 1979), Dieci inverni (Book Editore, Castel Maggiore, 1989), Grilli e spilli (Fiori di Torchio, Seregno, 1998), Una visione elementare (Alla Chiara Fonte,Viganello, Svizzera, 2005); Nel nome del Padre (Alla Chiara fonte, Viganello, Svizzera, 2008); Baladas (in lingua spagnola, Signum, Bollate, Mi, 2007); Ballate di attese e di nulla (Alla Chiara fonte, Viganello, Svizzera, 2010).
In prosa, ha pubblicato L’Angelo e il Tempo. Appunti sui dipinti della chiesa di Ceraso, Sa (Myself, Como 1987).
Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (Oscar Mondadori, Milano 1986), Guida alla lettura di Leopardi (Oscar Mondadori, Milano 1987 e 1998) e inoltre presso Bompiani, Milano, le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998). Per Book Editore (Castelmaggiore, Bo) ha pubblicato l’antologia Leopardi, 1991, e l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte, 1993 e 1998. Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, Aisthesis, Milano 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (Aragno, Torino-Milano 2006).
Presso le edizioni della Vita Felice, Milano, ha pubblicato le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).
Per l’Editore Guida (Napoli) ha pubblicato Lario d’arte e di poesia. In gita al lago di Como in compagnia di artisti e scrittori (2010).
Per la Fondazione Zanetto (Montichiari, BS, 2010), ha pubblicato una biografia di Antonio Ranieri, Un nome venerato e caro. La vera storia di Antonio Ranieri oltre il mito del sodalizio con Leopardi.
Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (Bompiani, Milano 1991; nuova edizione 2009), dei Poeti latini (Bompiani, Milano 1993), dei Carmi di Catullo (Bompiani, Milano 1986 e Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005), dei Versi aurei di Pitagora (Bagatt, Bergamo 1988; Medusa, Milano 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (Bagatt, Bergamo 1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (Demetra, Bussolengo, VE, 1996) e del Poema sulla Natura di Parmenide (Medusa, Milano 2006).
Ha curato inoltre le antologie Infinito Leopardi (testi di poeti contemporanei, Aisthesis, Milano 1999), Il verso all’infinito. L’idillio leopardiano e i poeti italiani alla fine del Millennio (Marsilio, Venezia 1999), Interminati spazi sovrumani silenzi. Un infinito commento: critici, filosofi e scrittori alla ricerca dell’Infinito di Leopardi (Stamperia dell’Arancio, Grottammare, AP, 2001), l’antologia Caro Giacomo. Poeti e Pittori per Giacomo Leopardi (Edizioni di Cronache Cilentane, Acciaroli, Sa, 1998) e Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.
Recentemente, una antologia da lui curata della poesia leopardiana, tradotta in spagnolo da Ana Marìa Pinedo Lòpez, El infinito y otros cantos, è stata pubblicata in Italia da LietoColle (Faloppio, 2009) e in Spagna dall’Editore Pigmalion di Madrid (2011). Sempre presso lo stesso Pigmalion di Madrid è uscita l’antologia Giovanni Pascoli. Poesia esencial (Madrid 2012) con traduzione di Ana Marìa Pinedo Lòpez.
Ha curato le antologie Poeti a Como DialogoLibri, Olgiate Comasco 2002) e L’AltroLario (Editoriale Como, Como 2004) e inoltre Ditelo con i fiori. Poeti e poesie nei giardini dell’anima (Zanetto Editore, Montichiari, Bs, 2004) e Parliamo dei fiori (ibidem, 2005).
Ha curato per Book Editore (Ferrara 1995) l’antologia delle poesie di Roberto Sanesi L’incendio di Milano e per La Vita Felice (Milano 2009) Dieci poemetti dello stesso autore. Nel 2010 ha curato l’antologia delle poesie dell’artista Agostino Bonalumi, Alter Ego (Ferrarin Incontri d’Arte, Legnago, VE).
Per la critica d’arte, si è occupato dell’opera, tra gli altri, di Luca Crippa (Castelli di carta. Tra disegni, collages e polimaterici di Luca Crippa, 2002), di Giorgio Larocchi (Sulle tracce di un “disegno perduto”. Giorgio Larocchi pittore, 2007) e di Mario Benedetti (In un regno notturno e labirintico, 2008).
È inoltre autore di una monografia sul regista e drammaturgo Bernardo Malacrida (Il teatro tra passione e missione, 2008) e della biografia di Antonio Ranieri (Zanetto Ed. Montichiari, Bs, 2009).
Nel campo dell’editoria scolastica, ha curato l’antologia latina per i bienni delle Scuole Superiori Giorni e sogni latini (Ediermes, Milano 1994, poi Zanichelli 2000), e, assieme a L. e M.T. Sciolla e a F.Stella, la storia della Letteratura Latina Litterae (Minerva Italica, Milano 1996) e l’edizione commentata dei Carmi di Catullo (Signorelli, Milano 2006). Ha pubblicato per l’Editore Signorelli (2005) un’antologia dei Carmina di Catullo.
È stato responsabile della collana dei Classici Tascabili dell’Editore Bompiani. È Presidente del Comitato comasco della Società Dante Alighieri. Collabora, come critico letterario e d’arte, a quotidiani e periodici.
Creatività e creazione
“dal paesaggio”, di Maria Grazia Calandrone, è intenso componimento che sembra trattare della creazione del mondo.
Una creazione non remota, bensì presente, continua.
Il lettore è coinvolto in un fitto susseguirsi d’immagini che presentano un divenire inarrestabile, privo di soluzione di continuità.
Il mondo, per Maria Grazia, fu ed è creato nello stesso tempo.
Forse, guardando in direzione del mare, potremmo scorgere l’Arca di Noè ancora in navigazione e, forse, certi episodi biblici si stanno ancora verificando.
Non siamo dinanzi a un gioco di gusto surrealista, bensì a un vivido sguardo sulle origini intese quali energie che continuamente si rinnovano.
La cronologia perde importanza quando ci si rivolge al fenomeno dell’esistere puntando a renderne evidente l’intima natura.
Siamo, sempre, le nostre stesse origini?
Sembra, a prima vista, che la risposta della poetessa a simile quesito sia positiva.
Dico “sembra a prima vista”, perché il sincero atteggiamento dell’autrice non è assoluto e, pur gettando luce su certi aspetti, non intende eliminare tutto il resto.
Il trascorrere del tempo è presente, ad esempio, quando vengono proposti precisi riferimenti alla storia sacra e, in ogni modo, non appare estraneo alla stessa sequenza di nove brevi sezioni ciascuna contraddistinta dal proprio titolo.
È presente, poi, una pronuncia davvero chiara:
“chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità”.
Pronuncia che non si può non considerare specifica dichiarazione in cui la “mera funzionalità” del linguaggio è ritenuta insoddisfacente, non sempre adatta alla bisogna, inadeguata.
Talvolta occorre allontanarsi dagli usi idiomatici consueti, come “dal paesaggio” insegna. Marco Furia
Biografia di Maria Grazia Calandrone
Dietro ogni incedere, ogni passo, ogni cammino, c’è una geometria nascosta (a volte oscura).
Dietro ogni segno, ogni scrittura e riscrittura esiste il canovaccio “scientifico” del tempo, il suo disegno, tra strappi del corpo e cuciture della mente.
Dietro ogni oggetto, ogni porta ed ogni pietra esiste una tensione creata dalla presenza / partenza / assenza del “guardante”.
Libri sacri, strumenti musicali, partiture ma anche selciati, siepi e muri sono i supporti di sequenze di memoria, passaggi, indizi di un inciampo. Ora incendio. Ora polvere. Mara Cini
Memorie d’inciampo
Pietre d’inciampo nei luoghi dove sono stati deportati gli uomini per motivi politici o razziali
Le pietre d’inciampo sono un’operazione artistica di Gunter Demnig in memoria di cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’installazione in progress è partita da Colonia nel 1995; nell’anno 2010 già erano state installate 22000 pietre d’inciampo. La memoria consiste in una piccola targa d’ottone dalle dimensioni di un sanpietrino installato davanti alla porta della casa di un deportato. Su di essa sono incisi il nome delle persone deportate, l’anno di nascita, la data e il nome del luogo di deportazione e la data di morte.
II Memoria d’inciampo
La scrittura è simile a una partitura; in essa esiste lo svolgimento del tempo. Ma tale proprietà non vale per l’opera artistica, dice Giovanni di Puria. La scrittura, afferma Joseph, porta alla riscrittura del Giorno del Giudizio.
Oscurato
il potere delle chiavi.
La zanna governa
dai resti del cretaceo
contro l’attimo
mondiale.
(Celan)
Biografia di Paolo Ferrari
Fiat lux
Un tempo che il tempo non era
nell’ àtra assenza
tra macerie di minuti secondi
dall’ombra più fonda del fondo
sussurro del Verbo
alito quantico
gratuita-mente atomi primigeni
nel grembo atonale del Multiverso
perfettissimo Nulla
(…buio da buio
voce da voce
salmo cla-mante
generato et non creato
in folgore picta
misterio pregno)
sine materia sine quid
gettati
nella luce dell’essere
dispnoici perduti piccoli dei
vocis flatus relictae
blandule anime in cerca di senso
sfiatano
nere trachee
(…fragili
aporie di carbonio
in funzione d’onda)
Poetici confini
“Fiat lux”, di Roberto Fassina, è un articolato componimento in cui lucide pronunce si alternano a tratti capaci di ampliare il respiro poetico secondo cadenze esistenziali poco soggettive, tuttavia non prive di efficacia.
Espressioni come
“(buio da buio
voce da voce …”
e
(…fragili
aporie di carbonio
in funzione d’onda”)
mostrano la vivida presenza di un desiderio di dire che riesce a farsi parola poetica ben poco concedendo a propensioni psicologiche.
Siamo al cospetto di una persistenza emotiva proiettata in un àmbito in cui il sentimento e l’affettività, pur non venendo meno, hanno imboccato la via di un’umana esistenza intesa quale vero e proprio cosmo scarsamente introspettivo.
L’atteggiamento del Nostro non permette altro sbocco?
Difficile a dirsi, nondimeno viene da pensare che una sorta di necessaria coerenza sia avvertita in maniera così intensa da divenire intima cifra della poesia in esame.
Una poesia vigile che, pur non lasciandosi andare, è ben consapevole di dover rendere testimonianza anche della dimensione emotiva se intende dar valore a una lucidità altrimenti a rischio di apparire sterile.
Ecco, allora, l’uso della parentesi, quasi a distinguere, a segnare linee di frontiera.
Ma i confini in poesia, si sa, sono nello stesso tempo nitidi e labili, continui e frammentati.
D’altronde i componimenti poetici sono, per loro natura
“gettati
nella luce dell’essere”. Marco Furia
Roberto Fassina è nato a Curtarolo (Padova) il 18/12/50. Dopo la maturità classica, conseguita nel 1968 presso il Collegio Salesiano Manfredini di Este, si è iscritto alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, dove si è laureato nel 1975 e poi specializzato in Ginecologia nel 1979. Dal 1979 vive e lavora a Curtarolo come Medico di Famiglia.
Nel 1991 ha pubblicato “Nihilissimo Canto” (poesia) per i tipi delle Edizioni del Leone di Venezia. In quel periodo ha collaborato con poesie e racconti nella rivista milanese ‘Alla Bottega’.
Nel 1998 ha pubblicato il romanzo “Equazione Ultima”per i tipi delle Edizioni Amadeus di Treviso.
Nel 2003 ha pubblicato la silloge poetica “pesca sabèa” con la casa editrice ‘all’antico mercato saraceno’, di Treviso.
Nel 2011 ha pubblicato, sempre con la casa editrice “all’antico mercato saraceno” di Treviso, la raccolta di poesie “tangheide-lapsus in fabula”.
Sue poesie sono presenti in varie antologie poetiche.
Suoi testi teatrali satirici, aventi per oggetto il mondo medico, sono stati rappresentati a Piove di Sacco e a Padova, nel 2005 e nel 2006 e nel 2007 e nel 2012.
Scrive saggi e note critiche nella pagina culturale del Bollettino dell’Ordine dei Medici di Padova.
Documento (pdf del testo)
La puntuale analisi del racconto di Kafka Das Urteil lascia poco spazio ad ulteriori sovrascritture di presentazione. Sarebbe davvero pretestuoso incidere oltre su questo testo che impone invece di rileggere la storia di George Bendemann e da lì, da Kafka, ripartire per eventuali riflessioni.
E’ questo l’esempio di come al concorso Lorenzo Montano per la prosa ci si trovi di fronte a testi molto diversi tra loro: prosa poetica, frammenti di diario o di racconto, embrioni di saggio o, come nel caso di Andrea Guiducci, una compiuta analisi letteraria che sembra giustamente respingere per la sua propria configurazione inutili “commenti”. Mara Cini
Biografia di Andrea Guiducci
https://www.anteremedizioni.it/memoriale_della_pietà per una selezione di testi e nota biografica di Sandro Varagnolo
Una lingua che riversa in poesia e non altrove o in altro modo le sue sonorità cariche di vibrazioni e riverberi inquieti, e portatrice di una qualità di senso febbrile (per usare un efficace e centrale termine dell’autore), ma nello stesso tempo una lingua sottratta a un uso estraneo a ciò che il dire poetico si prefigge, cioè senza stenti banalmente comunicativi, è una lingua che non può, allora, non “sovvertire i discorsi”. E lo fa con una naturalità interna che, pur nella trasformazione e nel rivolgimento a cui dà luogo nel suo percorso indicativo, riesce ad agganciare il reale, screpolandone la scorza e mettendone in forse le certezze e le virtù credute tali.
La raccolta poetica mette in atto un sommovimento interno alla parola, tale da aprire con fermezza all’esterno, senza però abbracciare nessuna verità (che in quanto tale e ingenuamente pensata essenziale, si presenterebbe come dogmatica), ma che “nell’ambiguità degli strumenti e delle alternative” cerca lucidamente, ma anche emotivamente, il suo pensiero. La parola scritta di Varagnolo sembra non avere mai un attimo di pace, ma è sempre armonicamente in tensione; mai dileguata, mai abbandonata a momenti che non siano sempre accoglimento di una civiltà della poesia, necessaria affinché la voce divenga esperienza della lingua e del suo dire. E la scrittura possa aderire alla vita senza confondersi, ma restare accanto, esplorare, perdersi anche, e congetturare e indignarsi. E se anche la poesia prende avvio da una conoscenza che strapiomba dall’oscurità, e non sempre il sapere a cui conduce è riconoscibile come tale, ma sembra sfuggente o dirottato su sentieri inesplorati e dunque di difficile interpretazione, ebbene anche lì, anche nell’ “imminenza della catastrofe” il fare poetico riesce ad agganciare la perseveranza di un nome o l’eco in lontananza di una memoria o l’inizio apparente di un labirinto di percezioni allusive. E’ allora che dall’affanno si scatena una scintilla che apre all’interrogazione e alla reinvenzione del reale e del vero, demolendo man mano “l’impostura del senso” univoco e compiuto. Per l’autore, ciò che è imprescindibile e che deve essere proprio della poesia è il non dare tregua e continuamente sondare l’inesauribile sentimento pensante che all’essere umano viene dall’ ”infinita cecità della vita”. E nonostante questa ferita, questo dolente sentire, bisogna continuare a perlustrare anche là dove ciò che resta sembra ineffabile, effimero, usurato.“La lingua imprigionata si dissipa”, dice Varagnolo, con ferma consapevolezza che si deve mantenere il dire nel vivo corpo di una musica scritta, che interpreta il mondo e a lui si rivolge opponendosi e cambiandolo.
In questa raccolta sembra porsi con urgenza il tentativo di ricomporre sapienza e saggezza, perché la poesia non si perda e non dimentichi se stessa in qualche recesso sottratto all’ascolto. Ecco allora che il senso si presenta con le sue modalità e pulsioni estetiche ed etiche, nessuna disgiunta dall’altra. E non sono secondarie le citazioni che introducono le parti della raccolta: Dante per il riconoscimento che si deve a un maestro di poesia; Eliot per il dolore prefigurato dall’evocazione; Stevens per la conoscenza percepibile che viene dal pensiero. Pilastri che sostengono il canto, che dal canto sono richiamati e insieme a questo vivono. Giorgio Bonacini
Pierre Garnier (Amiens 1928 - Saisseval, 2014)
Dopo aver studiato in Francia e Germania a cavallo della guerra, esordì in poesia nella scuola di Rochefort con Jean Rousselot . Successivamente entrò nelle Editions André Silvaire che diventeranno, con la rivista Le Lettere, la spina dorsale della poesia spaziale, movimento da lui fondato con la moglie Ilse Garnier . Lo spazialismo in breve diventò internazionale con ramificazioni in Stati Uniti, Germania e Giappone.
Opere principali: Spatialisme et poésie concrète (Gallimard, 1968), L'Immaculée conception (litanie) (En Forêt/Verlag Im Wald, 2001), Une Chronique de la nature civilisée (Éd. des Vanneaux, 2009).