In questo nuovo numero di “Carte nel vento” presentiamo otto autori, portatori di diversi momenti del linguaggio, selezionati nell’ambito dell’edizione 2013 del Premio Lorenzo Montano.
Nella varietà delle forme e dei pre-testi, nei mutevoli margini del senso, attraverso le opere inedite di Paola Ballerini, Doris Emilia Bragagnini, Viviane Ciampi, Chetro De Carolis, Llanos Gomez Menéndez, Pietro Pisano, Lisa Sammarco, Antonio Scaturro, questo premio si conferma ancora una volta terreno fertile per la poesia, la prosa, la prosa poetica.
Da altre terre e da un altro tempo giunge la voce di Ghérasim Luca che apre il numero: per Deleuze il più grande poeta del secolo scorso. Da altri mondi, nel rapporto della parola con l’arte e la materia, giungono le “meteoriti” di Oronzo Liuzzi.
Buona lettura, buon 2014 con la nuova 28^ edizione del Premio Lorenzo Montano.
scarica il bando della 28^ edizione
In copertina: Oronzo Liuzzi, “Meteoriti di poesia”
Ghérasim Luca, La Fine del mondo, Joker edizioni, 2012, a cura di Alfredo Riponi, trad. di A. Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai.
Ghérasim Luca (Bucarest 1913 - Parigi 1994), è restato a lungo quasi uno sconosciuto anche in Francia. Fino a che Gilles Deleuze lo definirà il più grande poeta del secolo scorso. “Se la parola di Ghérasim Luca è così eminentemente poetica, è perché egli fa del balbettio un affetto della lingua, non un’affermazione della parola”. Ghérasim Luca si voleva “hors la loi”, nel non essere di nessuna lingua e nel suo essere apolide, perché “nella lingua c’è una funzione conservatrice e chi ne fa uso contribuisce a rafforzare il sistema”. Aveva ripreso con una nuova connotazione l’espressione “hasard objectif” di Breton, facendola diventare parola-chiave della creazione poetica. L’esperienza delirante e ossessiva del poeta, a contatto con alcuni oggetti, gli fa scoprire che “noi forziamo il caso ad apparire, a oggettivarsi, perché le nostre inclinazioni all'amore-odio trovano nel mondo degli oggetti esterni un'equivalenza quasi continua”. I punti di contatto tra l’opera di Ghérasim Luca e quella di André Breton sono molteplici. In primo luogo “L’amour fou” appare come il testo totem. Ma Breton è anche la figura che resta sullo sfondo, che Ghérasim Luca ha sempre voluto tenere a distanza, rifiutandosi di incontrarlo personalmente. La poesia deve “esprimere l’inesprimibile” secondo la formula di Ghérasim Luca. Nuove relazioni appaiono solo in seno ad una sintassi sconvolta. Due parole chiave definiscono l’opera di Ghérasim Luca: silensofono e ontofonia. “Colui che schiude la parola schiude la materia”. “Passionnément” è il testo più famoso di Ghérasim Luca e il primo esempio del “balbettio” e della sua “cabala fonetica”. La parola è smembrata; la vocalità è essenzialmente suono, ripetizione di fonemi: durezza, dolcezza, chiusura, apertura, scivolamenti, collisioni. L’andamento ipnotico è percepibile fin dai primi fonemi lanciati in successione. «pa pa papapa pa / pa ppa ppa papapa / il pa passo il passo falso il pa / papapa il pa il mal / il malva il malvagio pa / pa pa pa il passo il papà / il malvagio papà il malva il pa / pa pa passa papapassa / passa passa esso passa esso pa pa / esso passa il pa del passo del papa / […]». Il poema è un violento invito a sollevarsi contro tutto ciò che nega la passione, dalla figura paterna fino alle microscopiche inclinazioni personali, alle follie delle nazioni.
Le tangage de ma langue. È un testo inedito, costituisce un’arte poetica, ma il suo effetto dirompente è dato dalla recitazione. Una parola sonora, come quella di Artaud. Non fu mai preso in considerazione per una pubblicazione in una raccolta, ma se ne trova traccia scritta in un libretto per una trasmissione radiofonica del 1970 e per il film per la televisione realizzato da Raoul Sangla “Comment s’en sortir sans sortir”. “È come se la lingua intera si mettesse a rollare, a destra e a sinistra, e a beccheggiare, indietro avanti…” (G. Deleuze). “Ho sempre avuto l'impressione di essere pensato come Lautréamont («… on me pense ») e Rimbaud (« je est un autre »), ma mai mi è capitato che questo altro che mi pensa uscisse da me e apparisse davanti a me in maniera concreta e sensibile come qualsiasi oggetto esterno” (Ghérasim Luca).
Al limitare di un bosco. L’ultima raccolta a cui Ghérasim Luca lavorò (La Proie s’ombre), contiene nel titolo la ragione del suo intero percorso poetico. “Il linguaggio poetico ha accesso agli oggetti del mondo come tante prede che s’oscurano” (D. Carlat, Ghérasim Luca l’intempestif). André Breton, in L’amour fou, aveva scritto: “Il surrealismo disdegna, in ultima analisi, sia la preda che l’ombra, per ciò che non è già più ombra e non è ancora preda: l’ombra e la preda fuse in un unico bagliore”. In origine “Al limitare di un bosco” faceva parte di un’opera collettiva: “Les inspirés et leurs demeures” che riuniva testi di B. Péret, G. Luca e C. Tarnaud (cf. D. Carlat, op. cit.). Il testo di Ghérasim Luca ruota attorno alla figura di Joseph Marmin, contadino della Vandea, villaggio di Les Essarts, esperto nell’arte della “topiaria”, taglio degli arbusti fino a far loro assumere una forma zoomorfa. La poesia insegue l'idea del “mito di una specie di giungla utopica” che “sorge nel mondo”, la possibile utopia di una coesistenza uomo-natura, un incrocio, all'interno del cerchio delle forme, di driadi (ninfe dei boschi), druidi (sacerdoti astrologi e maghi) e uomo.
Scarcerazione. Con “Levée d’écrou”, raccolta pubblicata postuma, Ghérasim Luca “propone al lettore l’avventura inaudita e vertiginosa di una liberazione attraverso l’assenza” (D. Carlat, op. cit.). Ventitre lettere indirizzate a uno sconosciuto dal 6 novembre al 2 dicembre 1954. È l’altro, lo sconosciuto, ad essere interpellato; è il destinatario di un discorso che lo convoca di fronte all’inevitabilità del suo esistere e alla sua assenza. È il lettore stesso, destinato a restare anonimo, che si deve riconoscere come il destinatario dello scritto (della lettera). La corrispondenza scrittore-lettore si chiude sul gesto di una doppia separazione, perché ciò che li lega l’uno all’altro è soltanto il linguaggio, legame impossibile che rinvia ognuno alla propria solitudine.
***
IL BECCHEGGIO DELLA MIA LINGUA
Parole duttili
e fin dall’inizio celate:
la conca del silenzio sfiora quella delle scogliere...
perciò questo racconto
Catturato dal magnete del nonsenso
parlo pressappoco di questo
per dire precisamente quello
Io sono ahimè!
dunque mi si pensa
(Il cieco mira all'aquila
e tira su un sordo)
Così io vivo
ciò che vedo
e la mia voce si vota
all'io che s’estingue
Come il «duttile» nel dubbio
sono io il «suono» dei miei sogni?
All’ascolto di quest’’orgia
di parole e di asceti
il mio Demone sonoro agisce
su un mondo che si nega
s’annega e s’annoda
in fondo alla mia gola
Stregone per onde ritmi
orde…
Per il rito della morte delle parole
scrivo le mie grida
le mie risa più che folli: false
e la mia etica fonetica
la getto come un sortilegio
sul linguaggio
Al di qua di questo
e al di là di quello
Fuori fuori di me
Perché essere altrove
strappa prima l'ora
poi il metro
la loro fine è qui
muro del suono
dove si fucila un eroe
infinito
la cui onda invisibile
getta un tessuto di parole
- un infimo drappo funebre -
sul nudo di una muta
sdraiato come un otto
nelle braccia dello zero.
***
AL LIMITARE D’UN BOSCO
Al limitare d’un bosco
i cui alberi sono idee svettanti
e ogni foglia un pensiero allo stremo
il vegetale ci svela
il fondo dannato d’una setta animale
o più precisamente
una remota angoscia d’insetto
che si risveglia uomo
sola via
unica fondamentale arma
per animare il mentale
che mi affretto a scrivere mantale
come mantide
solo per marcare
con un secco riso d’allarme
la parola che divora
Entità e antitesi della boscaglia
una sorta di spazzola organica e selvaggia
spunta nella testa di quest’uomo
che l'eresia dei parchi e delle serre
devasta
come una bella porta
l'orgasmo di una chiave
Così la passività leggendaria
la nobile e stillante passività delle piante
si tramuta ora in odio ozioso
in rabbia folle
in sesso rissa e sfida
la cui attrattiva è linfa sangue lava…
e svelta come il passaggio dalla donna
alla belva
ci lava d’una sporca ferita
ancestrale
e di colpo ci allevia
da questi continui lamenti
da questi falsi rantoli che ci sondano
e che sono i nostri gesti imperturbabili di sepolti
Ora solo il terrore
è ancora in grado d’immettere
nel tropismo del corpo e dello spirito
colpevole
questo prisma a doppia eco
dove cervello e sensi captano
la violenta innocenza
d’una flora e d’una fauna
le cui nozze sono un lungo ratto
e uno stupro lento come l'oro
nel piombo implacabile
Ed è attorno all'equatore mentale
nello spazio delimitato dai tropici
di una testa
all'angolo e nel contorno dell'occhio
che il mito d’una specie di
giungla utopica sorge nel mondo
Vergine come l'inconoscibile
o l'altra «faccia» della luna
e mai a tiro di fucile
o d'ascia
la sua preda è neve
sabbia bilia anca o trappola
che il respiro diffuso d’un sogno
accende
Perché intrecciati
saldati a enormi chiavi come viticci
le liane
i rami i forni e i riti
si fondono
nel cerchio delle forme poste
come per miracolo
all'incrocio delle driadi
dei druidi e dell'uomo
Altrettanti punti di mira
questi nonnulla che
fuori fuori dal tempo
dal luogo e dal peso
scelgono una specie di coppia oasi
e villaggio
per discendere negli dèi
prima delle ere
gli dèi-sito-bestia-isola-cenere-fuoco
usciti dall'accoppiamento dell'uccello
e del ramo
e che gli esiliati dal centro
e dall'ombra di un fogliame d’oro
adoreranno un giorno
tra le mura delle loro città oscure
………………………………………………..
***
SCARCERAZIONE (LEVÉE D’ÉCROU)
13 novembre 19..
Signore,
Anche se avete il coraggio d’affrontare qualsiasi pericolo mortale, non siete tuttavia pronto a versare il vostro inchiostro sull'assoluto. Dalla più tenera infanzia, siete stato torturato da inspiegabili esitazioni, da brividi che raggelavano ogni iniziativa, che vi contraevano nervi e muscoli, per esempio: quando vedevate della biancheria bagnata strizzata da una domestica, eravate letteralmente pietrificato.
Chi siete? Che cosa vi manca? Che cosa dovete fare?
Una sola risposta s’impone: siete inevitabile.
D’accordo, ma qual è, esattamente, il contenuto di una tale affermazione?
Paola Ballerini, poesie inedite da "L’alfabeto, lo sciame"
se non sanno scortare
questo tempo senza minuzie
le sillabe sono nebbia reato
del corpo privo d’asse
esattezza perduta apnea visiva
quella mancata presa
sulla superficie delle cose
proprio mentre falangi
di buio avanzano a ritroso
verso la sponda dell’inizio
da La statura dell'ombra
***
I
il luogo era trascorso
il risveglio una caduta
l’alveare muto
eppure quando l'ora si è curvata
la superficie bianca
ha chiesto di essere interrotta
di circondare la parola
di lambire l’alfabeto
lo sciame
la pagina divenuta parete
ha reclamato il suono che si staglia
contro la nebbia
***
andare a capo è
un tuffo nel respiro
gli occhi abbassati
sullo spazio vertiginoso
della pagina
andare a capo è
contare le vertebre
il bianco che sostiene il passo
la discesa nella parola
senza fretta
fino al coccige
fino al canoro della terra
***
maculopatia
la mappa presenta porzioni
opache dove si disgrega
l’immagine
quando con attenzione
riesci lentamente a
decifrare reticoli di luce
visioni inferte
bellezza scampata
all’atrofia
***
non esistono attrezzi del mestiere
benedire è lavoro nell’ombra
alba stretta di sere
è premere nell’aria la parola
alleanza nascosta tra le cose
sospensione reversibile dei semi
che si muovono tardi
e scuotono la terra
per chi va aperto incontro
all’accadere
Paola Ballerini (16/12/1962) è nata a Firenze dove vive. Laureata in filosofia, ha compiuto studi anche in campo psicologico. Suoi testi sono apparsi sulla rivista ‘Semicerchio’. La sua raccolta ‘Nell’arcipelago cresce l’isola’ ha vinto il premio ClanDestino 2009 per l’opera prima ed è stato pubblicata dall’editore Raffaelli. E’ coautrice insieme ad altri poeti del libro ‘Varianti Urbane – mappa poetica di Firenze e dintorni’’ che ha ottenuto il marchio microeditoria di qualità 2011, ed. Damocle. Nel 2012 alcuni suoi testi sono stati tradotti e pubblicati sulla rivista digitale serba 'Agon'.
Un attimo di chiarezza dura così poco.
L’oscurità resta più a lungo. Vi sono
più oceani che terraferma. Più
ombra che forma. Adam Zagajewski
***
Dentro la piana della notte
il corpo è il confine
stabilito dal peso della perdita,
qui dove l’essere appartiene
al respiro sottratto delle cose, non si muore
che per vivere
in un corpo visitato da sobbalzi,
scosse, intermittenze
interpunzioni: forse
è questo ritrovarsi
nel nudo terrore dell’attimo
disconnessi, domandarsi poi
chi è stato ad arrivare
fin qui. E se in ogni minuto
diventiamo
il fallimento delle parole
nelle parole, perché rimanere
nel calco di questa solitudine
nell’emorragia dei giorni
se la domanda è questo corpo
gettato nella traduzione
di questa musica idiota?
***
Vicino
Ci sono virgole migranti
nei giorni di festa
che entrano nei corpi
sospesi
in una commozione dello spazio
e d’aria, in un ritmo
indovinato appena per una
sola passione del vento: è quella
stessa disposizione delle cose
che aspettavamo
in una luce verde, portarci
il respiro dei giocattoli
nel regno intero dell’attimo
il treno di zucchero
che attraversava l’infanzia
nel mondo moltiplicato
la storia di ciascuno
che eravamo in ogni luogo
e in ogni tempo, avvicinati.
***
Questa stanza che mastica le ore
e sputa ricordi a intermittenza
ci ha donato la forma scura
di un pensiero
nel sonno: è una materia densa
che si versa al mattino,
ultima traccia di un mondo
sommerso dal risveglio.
***
Sette nomi più tardi
Questa asincronia
tra immagine e suono,
tra la voce e le labbra,
e le pagine e il respiro
nel vento di dicembre è tutto
quello che rimane
improvvisamente, si è soli tra le cose
cosa gettata nel vuoto che si apre
nell’andare
anche adesso i nomi
perdono sangue
tra una sillaba e l’altra.
***
La penna del destino è caduta
per terra rompendosi,
ora: ci camminano dentro
gli istanti senza suono
siamo scritti dal sangue
versato sulla pagina:
l’alba delle cose.
***
le parole raccolgono il poco
di ogni giorno
il discorso
incompiuto
che la città scrive
sui nostri sensi, dentro il dolore
dei tendini, dentro i nostri passi
le finestre non ricordano
la pelle si stacca
dal nome, non finisce
la strada dove camminano
i desideri
qui si prolunga all’infinito
la vita e il suo contagio
Pietro Pisano è nato ad Ascoli Piceno nel 1979. Si è laureato in lettere moderne nell’anno 2011/2012 con una tesi sul romanzo di Rilke, I Quaderni di Malte Laurids Brigge. Collabora con la webzine Oubliette magazine. Si è classificato come finalista in diversi concorsi letterari e alcune sue poesie sono presenti nelle seguenti antologie: Navigando nelle Parole Vol. 27 (edizioni Il Filo); Florilegio - Concorso di Poesia OcchiettiNeri 2009 - III^ Edizione (Cosenza, Maggio 2009); Habere artem vol. 13 (Aletti Editore), dicembre 2010; In questo margine di valigie estranee (Perrone Editore), 2011; Fragmenta - II volume, Edizioni Smasher 2012. E’ vincitore del Premio Laurentum per la Poesia 2012, XXVI edizione, sezione social network.
[...]come la storia delle arterie
all’altezza della mia morte[...]
se lo sguardo d’un tratto
(inconsapevolmente) si facesse tatto,
potrei allora - ma solo allora -
cedere al gesto l’angoscia,
le pupille come mani a verificare
il palpitio, il tremolio
che niente sa
e niente dimentica.
il battito lento, significa sul tamburo
dell’occhio
e in nessun altro luogo
che non sia mio, in nessun altro
nome che non sia il mio.
***
se fosse anche solo un osso
una frattura interna congeniale al dicibile
uno scricchiolio che contrasta con il silenzio degli organi,
che si estende a macchia d’olio,
che invade e valuta il cranio,
lo abita.
se fosse la congestione a fare di te
l’altare del freddo sismico
uno slancio verso il pallore
ti amerei, patologia mai verificata.
ma c’è dell’altro: il sonno non vale
come anestetico, e di notte ti penso
come si pensa a una scossa: con tutto il tremolio
del corpo raccolto dalla palpebra.
***
ricordo di quel giorno
che sembrava non contenere nessuna notte;
nessun principio della fine.
in un unico sonno spariscono i secoli, si estinguono
e ricordano le antiche bestie feroci. ritornano, a volte zoppicanti,
con i loro musi tristi a ispezionare il bruciato.
ci si sveglia, come se qualcuno l’avesse chiesto.
nella pesantezza del torace
si scioglie la tosse, nella camminata - sentiero da me al
non so dove - quando sparisci, e rimane il solco,
l’erba pressata, le pietre,
a formare un “forse torno, forse no”.
Nottu(urna)
I testi marciano alla guerra
- il testo al fronte che prediligo è il cecchino -
fuori dalle parentesi la morte si annuncia come
un’esondazione, trabocca dal testo.
“perché quel che racconto questa sera avviene questa sera, a questa stessa ora”
è così naturale la morte frontale, così tirata a lucido
senza sbavature.
la laterale giunge a
spiazzare le ore invece, fa fronte con le fionde,
ci costringe al punto e virgola; morte laterale.
la morte abita ogni girone dell’orologio
Oh gironi orrendi. In così verde etate!
tutti noi, da piccoli,
abbiamo preso quella botta
tra i piedi e la nuca
che ci consegna - un dono nel suo livello massimo di generosità -
la sventura del domani.
quando dormiamo in sospensione, la mattina
(appostata com’è dietro le cose) ci fredda al volo.
spesso la notte ci misura la febbre con un bacio della fronte,
mentre le gambe del letto
affette (come lo sono spesso)
da sproporzione, ci passano la torcia.
il prossimo fuoco dista un sonno. Solo uno.
Il futuro è una fila di bambini nati morti
la morte non è mai stata qui,
tra le cose ancora in corsa.
è sempre stata lì, al riparo:
nel principio di ogni dove.
“essere è essere incastrati”
la violenza di tutte le cose che sono
(fuori dalla nostra portata) ci colpisce, e noi
contiamo i reduci, i residui di questo corpo,
- abbiamo rivendicato anche l’ultimo colpo -.
non è necessario questo peso
questo cuore che impazza
prende sangue, rende marmo.
“mamma mi fa male la morte
all’altezza della vita”.
non siamo mai scivolati, abbiamo da sempre
preteso lo sfregio, l’attrito del corpo contro
tutte le cose.
- noi non siamo che il nostro cadere -
ma ancora prima di cadere non siamo
che le nostre mani disperate
che fiutano il fuoco
e trovano cenere.
Antonio Scaturro è nato a Giaveno il 27 aprile 1992, abita a Orbassano e frequenta il corso di Culture e Letterature del Mondo Moderno presso l’Università degli Studi di Torino.
Finalista del concorso “Opera Prima” edizione 2012.
Anticipiamo la prosa con il testo poetico La parola in corpo
Mi pongo in mezzo
per farmi attraversare
sono una voce tinta
un fondo di bicchiere
la grammatica di un corpo
sono come se fossi
la brevità di un luogo
Io, un falso d’autore
Sabbia. La lingua è sabbia. Che non è come dire che la tua bocca è secca. No, è la lingua a sembrare sgranata. Le papille, o di qualsiasi cosa si tratti, sono grani giganteschi che si muovono disordinatamente. Pesanti, frizionano l’uno contro l’altro al rallentatore. Cercano una compattezza che possa permettere ai suoni di uscire dalla gola. Pensi: S A L I V A. Ne cerchi la sorgente. Dove. Scorri le pagine del tuo sussidiario. Sì, qualcosa di elementare che ti possa dare una mano. SALIVA. GHIANDOLE SALIVARI. È tutto ciò che riesci a mettere a fuoco. C’era qualcosa che volevi dire. Ricordarlo forse potrebbe essere d’aiuto. Potresti trovare acqua e un punto di partenza. Fogli. Hai i tuoi fogli. S’inchiodano però in un disordine che non hai voluto. Affiorano in una sequenza d’improvvisazione. Come mossi da un fremito d’autonomia si accavallano, giocano a nascondino con le tue mani nervose, ne senti il riso di scherno soffocato, ma non sai da dove proviene. Forse sei tu che stai ridendo di te stessa. Non hai tempo. Nella sala invece sembra infinito. Ti accorgi allora che il tempo sei tu, anche se hai dimenticato d’indossare le lancette.
Il silenzio è qualcosa da temere. Poi si spezza. Un suono. Non avevi mai pensato che “spezzare il silenzio” si potesse avvertire fisicamente. Nello stomaco. È che le parole scritte hanno sempre parlato una lingua silenziosa, ora che ci aggiungi il tuo suono sono un’altra cosa. – è voce?- ti chiedi- e se lo è, da dove arriva?-
Intanto ti sfogli. Le domande restano indietro, le riprenderai dopo per sapere chi eri e dove sei stata. Sfogli. Capisci che essere lì è tagliarti a poco a poco la pelle. Brandelli che cadono a terra. Forse ciò che cade non fa neanche rumore. Non sai decidere se è un bene o un male. Non sei sicura neanche che quello sia il tuo posto.
Nella grande sala c’è l’eco di dove eri prima di quel momento. Senti il mare. Lo senti come quando è troppo buio per vederlo. Ma forse sei solo tu a sentirlo, perché in fondo te lo porti sempre dentro come un amuleto. Ti chiedi anche se sei mai stata veramente in qualche posto, un posto con un nome, così da poterlo raccontare ora ad alta voce.
Hai un bisogno urgente di orientarti. Righe sfilacciate. Ogni parola un passo. Incerto. Cammini da una parete all’altra dentro l’aria. Fogli. E sabbia.
Sabbia. La tua voce è sabbia. Ricordati, ti dici mentre prendi fiato, non devi fissare il vuoto. Vuoto? Non c’è il vuoto finché tu esisti. Ma esistere non basta per tenerti ancorata a quella sedia. Il pavimento ti tradisce come una nuvola che ti piaceva e poi scompare.
Qualcosa. O qualcuno. Dovresti cercare qualcosa o qualcuno da guardare. Non sempre, solo di tanto in tanto. La ragazza. La ragazza è lì davanti. Minuta, stretta nella giacca nera. Il verde degli occhi le sta colando sulla sciarpa. La luce la prende di fianco. Sembra un dipinto. Ti sorride. -Ci sei- sembra dire- sei ancora quella di ieri.- Una sigaretta. Fumavate una sigaretta ieri sera. C’era vento. E faceva freddo. Il vento toglieva peso ad ogni cosa. Il freddo era una scusa se volevi tornare a casa. A nascondere il tuo nome sotto il cuscino.
Il ragazzo. Con lui hai fatto un viaggio in macchina con l’autore. Quello vero, uno di quelli che entra nelle sale con il passaporto in regola: titolo, copertina, e una dolce innegabile simpatia nelle mani. Non come te che sei lì da clandestina. Il ragazzo ha un sogno. Te lo ha detto la prima volta che ti ha vista. Tu gli hai raccontato della paura. Ma non tutta. Ma ora se volesse potrebbe attaccarti ad un aquilone e decidere quando è il momento di riavvolgere il filo. Sì, potrebbe tirarti a terra e strappare tutte le tue carte di navigazione, e tu non sapresti mai fin dove ti eri spinta. Saresti un’isola alla deriva. Isola. Isla. Lisa. Coincidenze. Fogli. Aggrappati a tuoi fogli. Nella stanza, tra le luci, gli spazi sembrano elastici. Si accorciano e si allungano. Tu non sai mai dove ti trovi realmente. In verità non sai se sei di carne o di suono. Saperlo potrebbe darti un’indicazione, una coordinata per andare avanti. O fra lo stupore potresti sparire dentro una nota vuota e molesta.
Non sei neanche sicura che la tua voce arrivi fino alla parete in fondo. Non sai neanche se c’è una parete in fondo. Hai occhi troppo piccoli per tendere lo sguardo. Con un dito ti sfiori l’angolo dell’occhio destro. Zoom. No, non funziona. Ogni gesto diventa inevitabilmente una pausa prima di ricominciare. Il tempo sei tu che ti trascini lenta in qualche stagione. Se fosse autunno si prenderebbe tutti i fogli che hai scritto, ti dici. Fossi tu un autunno di vento. Fossi tu un autunno di vento e le tue parole foglie, forse una folata improvvisa le farebbe cadere fra le loro mani. Fra le loro mani, foglie. Fogli.
Fermiamo tutto adesso e aspettiamo. Aspettiamo l’autunno e potremo leggere le foglie. Le tue parole ritornerebbero al silenzio, ma si potrebbero toccare. Amare qualcosa è così, e anche capire è così a volte. Qualcuno te lo ha anche detto tempo fa – ho bisogno di toccare ciò che amo- Amo ciò che tocco. Tocco ciò che amo. E il resto? No, non è così semplice scegliere la via della concretezza. Il resto si tramuta in un rimpianto. A volte, non sempre .
Carta. Inchiostro. No, non come te che ti perdesti quando t’innamorasti di un amante della Cina del Nord . Lui non era te che amava. Lui non esisteva neanche, ma tu non ci dormivi, camminavi su e giù, guardavi il mare, il racconto dei suoi occhi e lo amavi lo stesso. Lo ami anche adesso perché capita che sei tu il tempo e il tempo è sempre.
Carta. Inchiostro. Non sai se è una buona idea pensare a questo ora. Meglio affidarsi a qualche appunto. Li versi dalla gola. Versi. Anche se vorresti ora una matita rossa per le correzioni perché scrivere è così, si possono sempre eliminare gli errori, si può anche imbrogliare, non è come la vita che comunque la racconti, dentro di te sarà sempre solo come l’hai vissuta.
Il suono adesso è indolore. Gli occhi sono anestetizzati da una luce che appare e scompare, non riesci a capire se lo sono anche le gambe, questo lo scoprirai dopo. Dopo scoprirai anche in che modo i tuoi fogli si riordineranno, se mai ci riusciranno ancora. Ma lo farai dopo, quando ritornerai al mare. Al caos delle tue stanze. Al silenzio nel buio. Al vizio della tua vita qualunque.
Poi l’ultima parola cade, ruzzola sul pavimento dopo un interminabile istante in cui credi che non riuscirà mai a toccare terra e riportare anche te a quella che sei. Un’isola. Isla. Lisa.
Lisa Sammarco è nata ad Amalfi.
Di sé afferma: "Considero la presenza di miei testi sia di narrativa che di poesia in alcune antologie del tutto irrilevanti. Mie prose, poesie e traduzioni di alcuni poeti americani fra i quali Frank O’Hara, Jack Spicer, Philip Levine sono state ospitate in alcuni importanti lit-blog come Nazione Indiana, La Poesia e Lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso. Da alcuni anni curo il blog Falso D’Autore. lunamareterra.wordpress.com Ad oggi tutti i miei testi sono inediti".
Lo buon maestro disse: "Omai, figliuolo,
s'appressa la città c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo".
Dante (Inferno, Canto VIII, vv. 67-69)
Accadono le azioni in ogni prisma della figura geometrica sospesa nello spazio che trascorre sfibrando scene del secondo sul secondo. Un uomo e l’altro sempre più alto inghiottirono istanti in due atti e sottomettono i piani alla disciplina temporale, lasciando cadere frammenti.
Piano d’imprimitura: nella benzina, bagnate le mani scivolono in questo asfalto verticale che annuncia il percorso spezzato nell’angolo ultimo, spigolo dello scenario contiguo.
Piano d’imprimitura: leggo impercettibile in grigio immagini in grigio e cerco le impronte nel suono per affondare lo sguardo. Cade nel secondo sul secondo e raggiungo il confine che delimita questo prisma calligramma.
Piano di livello: motore ed esplosione di parole, l’operatore aspira significati, spazi in bianco, foglie secche e l’insetto cresce; tremore, sussurro che abita la macchina, l’attrito del suo esoscheletro in questo feretro meccanico: la divisione del lavoro sociale, De la division du travail social.
Piano ed altro ed altro scivolono sui tuoi occhi senza sguardo, conversazione con i riflessi e ogni sconosciuto sono io, e tu ed il mio nome.
Piano di simmetria: attaccare gli occhi per terra, risuona la cavità del tempo e trattiene un grido che si propaga metallico; dove vai quando ti chiamano e cerchi di sembrare una domanda ed i miei piedi fermi e in fiamme ed i miei piedi fermi.
Nel rovescio, il lampo servo del fango ghiacciato ripete: non vedrai niente e morirai, ti nomino e ti blocchi; il vento e il vetro attraversano la tua respirazione e i tuoi piedi affondano nella terra.
nel suono di brina
riscatto un nome affogato nel mio centro
osservo ripetizioni – sullo specchio della marea –
disegnate nella continuità
dell’immagine luce intermittenti
lo scomparire di sguardi
tra pupille, palpebre
e dimenticanza
Sospesa gira la figura geometrica, i prismi si accumulano e un uomo e l’altro sempre più alto inghiottirono istanti in questo atto e tentano di sottomettere i piani ribelli alla disciplina lineare e la simultaneità vola nell’area. Il servo del fango ghiacciato salta e afferra fortemente lo spigolo del piano di simmetria; quindi, penetra nel piano adiacente e sommerge il suo corpo nella benzina; ascende dopo essersi bagnato con l’asfalto verticale fino a raggiungere l’angolo dal quale precipitare volontariamente sull’operatore. La caduta frattura la macchina aspiratrice degli spazi bianchi, significati e occhi, liberano così l’insetto che in modo accidentale è stato catturato e prigioniero crebbe in quel recinto trasformato in armatura e sepolcro. Il suo corpo sprovvisto di carcassa rimane all’intemperie. L’operatore per terra gira la testa per evitare lo scomodo suono che emette l’animale immobile e che lui riconosce familiare: “Dite, Diteee, Diteeee”. Ecco, lì c’è il motore della sua macchina.
Llanos Gómez Menéndez (Madrid, 1974) è autrice della pièce teatrale Batallón ciclista e del libro Arco voltaico (Amargord, Madrid, 2013). Ha pubblicato gli studi La dramaturgia futurista de Filippo Tommaso Marinetti. El discurso artístico de la modernidad (Academia del Hispanismo, Vigo, 2008) e Expresiones sintéticas del futurismo (DVD, Barcelona, 2008), ha codiretto (con Alessandro Ghignoli) Futurismo. La explosión de la vanguardia (Vaso Roto, Madrid, 2011). Ha inoltre tradotto, tra gli altri, i poeti Antonella Anedda, Gabriele Frasca, Alessandro Ghignoli e i saggisti Adriano Fabbris, Michele Cometa e Stanislaus Von Moss.
Insegna Storia e Teoria del Teatro presso l’Università Nebrija di Madrid. Direttrice del programma radiofonico “Sala de Ensayo” (Círculo de Bellas Artes de Madrid), è direttrice della compagnia di arti sceniche “Loco-motora Teatro”.
L’accès au visage d’autrui est d’emblée éthique
Levinas
ricordati
di quel mistero
in cui
brillano i volti
l’occhio verifica
reinventa
abita
l’imprevisto
ricordati
siamo la folla
che traccia linee
fino a riempire lo spazio
*
mutano
i percorsi
lo sguardo acquisisce
diritti
lungo
il tragitto
*
la cara
immaginazione
quella cagna
d’immaginazione
spinta
più
avanti ancora
fino
al limite
del limite
*
diceva Spicer
a Lorca
i versi
insieme
dovrebbero creare
risonanze
vivere
da soli
non possono
e tu
passante
dimmi se
guarda se
controlla se
dammi un tetto
dammi un titolo
per questo vivere
*
volti
nella colata
del tempo
conoscono l’arte
del cambiamento
la sintassi
avviene
attraverso
un semplice
schiocco di lingua
*
distinti
da maschera
o maquillage
bucano lo schermo
e se ne vanno
a invecchiare altrove
Viviane Ciampi è nata in Francia, a Lione, nel 1946. Vive a Genova dal 1967. È co-fondatrice della rivista d’arte e cultura on line Progettogeum (www.progettogeum.org) e redattrice di Fili d’Aquilone on line (www.filidaquilone.it). Ha tradotto vari saggi dal francese di Bernard Noël, poi apparsi sulla rivista di Donatella Bisutti “Poesia e Spiritualità”, e per la rivista annuale di Jacques Darras e Jean Portante “Inuits dans la Jungle”, Ed. Le Castor Astral, un’ antologia delle poesie di Alda Merini. Ha curato e tradotto l’antologia “Poeti del Québec”, Ed. Fili d’Aquilone 2011. Collabora, dal 1998, come traduttrice da e per il francese al Festival Internazionale di Poesia di Genova e ad Alliance Française della stessa città. Ha pubblicato: Domande Minime Risposte, Ed. le mani 2001; La quercia e la memoria, Ed. Il ponte vecchio 2004; Pareti e Famiglie, Ed. Liberodiscrivere 2006; Inciampi, Ed. Fonopoli 2008; Le ombre di Manosque, Ed. Internòs 2011; Scritto nelle saline, Ed. Genesi 2013. Dirige la collana di poesie “Stelle vagabonde” per le edizioni Internòs, di Chiavari.
claustrofonia
il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii - armati - sottoluce
ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle
la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi
stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora
"... tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky"
Doris Emilia Bragagnini, nata in provincia di Udine, dopo un’iniziale formazione scientifica si diploma all’Istituto Statale d’Arte dello stesso capoluogo. Considera e definisce con queste parole la sua biografia più essenziale: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare con suoi testi in alcune antologie e prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web come: Filosofi Per Caso, Il Giardino Dei Poeti, Neobar, Torno Giovedì, Arte Insieme, Carte Sensibili, Le Vie Poetiche, VDBD, La poesia e lo Spirito. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher, 2011). È redattrice del blog di letteratura e poesia “Neobar”.
Cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi” http://inapparentecremisi.wordpress.com/ .
Hammerklavier
Batte forte le tre.
Meraviglioso cola nella misura il tempo.
Lo marca, con passione, lo scandisce.
Lo tira, lo scompone, lo dilata.
Lascia in sospeso. Disfa, lega, rifà.
E adagio cade netto sul rintocco,
mai disatteso.
Batte forte le sei.
Sbriglia le crome indocili, le sparge, le rincorre,
le sincopa, scompiglia la Via Lattea.
E la sostiene. Fino al nuovo rintocco.
Riempie sempre esatta la misura,
con molto sentimento.
Batte, batte le nove.
Un poco più agitato, altera il metro.
Toglie un accento.
S’inclina l’orbita dell’astro.
Sospiro.
E torna a battere, piano sui tre quarti.
Lento al buio ritarda. Vacilla su una nera
imprevista. La soffoca.
Sprofonda, nell’eclissi della bianca.
Tace.
S’arresta il fiato dell’universo attonito.
Serra, il silenzio,
eterno.
Tlin tlin clin clin tlin tlin clin…
Risale il peso, scintillando ad libitum.
Il pendolo riprende il battito, opalino.
Piena libera l’una.
Chetro De Carolis nasce l’8 gennaio 1972 a Roma, figlia di artisti.
Dottore di ricerca in Letteratura francese (Roma, La Sapienza), specialista delle forme del narrare nel XVIII secolo, ha pubblicato saggi su Prévost, Montesquieu, Godard d’Aucour, Diderot; in maniera più marginale, si è interessata ad autori del XX secolo (Beckett, Queneau) e, nell’ambito del LARC (Laboratorio Ricerche sul Contemporaneo), a testi dell’«estremo contemporaneo». Dal 2005 al 2010 ha insegnato a contratto la Letteratura francese e inglese e la Traduzione letteraria, in diversi atenei italiani (Roma, La Sapienza ; Napoli, L’Orientale ; Salerno). Dal 2005 è membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Sigismondo Malatesta.
Traduttrice. Tra i suoi lavori : A. Hamilton e M.G. Lewis, Les Quatre Facardins / I quattro Facardin, Roma, Bulzoni, «I Libri dell’Associazione Sigismondo Malatesta», 2008 ; Vivant Denon, Point de lendemain / Niente domani, Roma, Portaparole, 2013 ; Molière, Le Misanthrope / Il Misantropo, in Molière, Teatro, a cura di Francesco Fiorentino, Milano, Bompiani, prev. 2014.
Negli ultimi anni si è via via concentrata sulla traduzione poetica, sia a livello pratico che come oggetto di riflessione: per la Revue Italienne d’Études Françaises (www.rief.it), ha tradotto e commentato poesie di Riccardo Held, Valerio Magrelli, Gilberto Sacerdoti (RIEF, 1, 2011) e Jacques Réda (RIEF, 2, 2012).
Attualmente lavora a una nuova traduzione delle Poésies di Mallarmé, per la collana «I fiori blu» di Marsilio, Venezia (prev. 2014).
Tra i suoi work in progress : Abolìa, diario in versi, in italiano; Cellule, poema narrativo, in italiano; Frammenti, poesie in diverse lingue, che si propagano nella materia attraverso una serie di opere d’arte plastica, « Isole »: alcune di queste poesie – «Sibelle», «Entre», «Ein-Fried-Hof» – saranno pubblicate nel prossimo numero della rivista francese Incertain Regard (juin 2013).
Queste "meteoriti" luccicanti e colorate di Oronzo Liuzzi sembrano provenire da un altrove, da una dimensione aliena dei cosmi o delle menti e sembrano farsi portatrici di messaggi muti ma intrecciati a una misteriosa idea di bellezza...
Oronzo, come me, lavora con i sassi e con altri elementi naturali, intervenendo su di essi con discrezione e rispetto. Estrarre, "spremere" poesia dalle cose, dagli oggetti, dalla natura: mi sembra sia questo uno dei fini più alti che gli artisti contemporanei dovrebbero perseguire. (A. L.)
Oronzo Liuzzi (1949), laureato in Filosofia Estetica, vive e lavora a Corato (Ba).
Artista poliedrico, utilizza tecniche espressive diverse. Ha pubblicato una ventina di libri tra poesia e narrativa. Tra gli ultimi volumi editi ricordiamo Plexi (Campanotto 1997), Via dei barbari (L’Arca Felice 2009), In odissea visione (Puntoacapo 2012).