ascolta l’orizzonte dissimula lo slancio
che sbalza ricordo e premonizione
in superfici che si guardano appena
nebbie fanno albe fittizie
separata la memoria di ciò che resta da accadere
il vuoto torna suffragi:
che torni in un soffio
pure che niente lo immagini
lo chieda, lo ami
che torni niente dopo niente
e che si veda che cambi
che chiami che pianga soltanto una volta e poi
cresca a scoppiare cicala
a sparire formica
nella curva di un gorgo
a morire il soma
così non esiste dimenticarsi
rimane fin quando anche il luogo
sparisce l’oscillazione nel plesso di un bacio
e abitato articola fusi inquieti
una piccola talpa dissoda volumi di memorie
mentre mi porta il capo tra le mani
schienata la falsa riga dell’orizzonte
non saputa non vista affatto la forma dove confitto l’abbaglio
accostata e compulsa una sorta di catalessi sformava il buio
linee da presso sostenute le spalle, cunei inanimati, vincibili
eretti a sfondo, non siamo che giaciuti, questi corpi di mattino lieve
(inerpicata l’addizione i conati l’immobilità degli atti tristi le parole quiescenti le
empie le infrante i frantumi annidati la bocca spenta)
mima minacce non compreso, il presente, mima gridando tutti giorni solitudini
permeate a tutti gli oli, grida il lascito della sua convulsione fratta di segni canori,
grida i fiati sconnessi che fanno la pelle meno conosciuta
“piccola talpa, abbandona il mio quarto azzurro dividi l’osso che tralcio mentiva
d’esserci dopo che mai dopo che sempre c’ero stata un niente, l’inventario dei silenzi
le cose diradate spente. aperte, ci sono stanze,
il corpo apprende solo
l’istante che scaglia a ritroso il sangue
sulla soglia delle intenzioni”
in quel modo accorto di non amare, io pure non ho amato
sordo come a una fitta continua
il cielo rapprende in una stringa lunga una sola luce
lì tempra una forza amara
senza notte, un risvolto di fattezze inavvertite
una flagranza che non lascia
Con “Genius Loci”, Viviana Scarinci presenta una poesia in cui immagini, suoni, colori, paiono nello stesso tempo separati e fusi in àmbiti esistenziali accennati per via di profili linguistici davvero persistenti.
Dico “separati e fusi”, perché il tema dell’aspetto, della fisionomia, mi pare ben presente in una versificazione capace di soffermarsi, intensamente, sulla parte per alludere a un tutto che, secondo la poetessa, può essere detto soltanto così.
Un dire in cui la memoria svolge un importante ruolo: se gli uomini fossero privi di memoria, concetti come quelli di passato, presente, futuro, non avrebbero senso alcuno.
Ecco, dunque, l’importanza del ricordo quale elemento fondante della stessa idea di tempo, perciò del nostro stesso vivere.
Quella “piccola talpa” che “dissoda volumi di memorie”, insomma, richiama la nostra maniera di stare al mondo per via di un’immagine che sembra essere, nel contempo, prodotta da e produttrice di poesia, ossia indissolubile unione di segno e senso, di lingua e vita.
Occorre aprirsi nei confronti di qualunque aspetto, occorre rendersi disponibili al fascino dell’inedito non con l’arrogante intento di abbandonare gli usuali schemi, ma con l’attenta operosità di chi si sforza di illuminarli dall’interno per renderli maggiormente espressivi.
Questa poesia, insomma, ci invita a una migliore comprensione della nostra esistenza.