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la morte che dovevi diventare che dovevi mangiare che dovevi dividere
come odio dal pane ogni gesto del tuo giorno ogni giorno del nostro anno
in tutte le nostre case di sentenza e redenzione dove dovevi ritornare
dove dovevi restare in posizione di artiglio e convalescenza
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la morte che dovevi conservare che dovevi tossire paziente come l’attesa dei laghi
che dovevi pregare in posizione di violenza e comprensione per restituire ai padri
corpi di figlio senza circoncisione senza colpa senza generazione
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la morte che capivi al buio nascosto nella parte impazzita delle leggi che ti scavavi
tra le gambe lungo l’arteria femorale quando mentire era salvare non avevamo altro
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sono storia la nuda madre la sana viscere e lana sono pane
conio bilancia olio sulla pelle dei primi strappata ai testimoni conosciuta
alle croci sconosciuta alla morte addestrata
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sono morte la chiara velocissima e immorale bestia feconda
festa cardinale acrobata superstite destino senza il male
sono il figlio tribunale e la madre altare muscolo visibile del vuoto
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allora sono io il muro io il nascerti io che muoio sono
il tribunale quotidiano in ogni buio in ogni volta che parliamo
al nostro male chiuso ai chiodi addosso al nostro addio supremo
sulle mani piene di calore ottuso che più a nessuno sarà dato
o ricordato negli anni che questa colpa superiore non trattiene
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allora sono io che ho perduto gli occhi che confidavano tutto
fino al sangue o nello scontro quasi incesto che domandavano tutto
senza un gesto o ringraziamento che scrutavano dentro il braccio teso
la forza della terra in tutte le obbedienze
Si apre, la raccolta “Serie del ritorno” di Stefano Massari, con un gesto che fa spazio all’imminente, paventandolo, ma anche con la rinata consapevolezza di sentirsi forti (si è più forti se si deve difendere qualcuno che si ama). La volontà può avere un ruolo fondante e dunque è individuato anche l’orizzonte in cui il gesto si attua: “come sempre è la legge”. Nello spazio diradato della notte, mentre la sua lei gli dorme accanto, il poeta verifica la dislocazione degli oggetti percepiti e conosciuti. Se è presentissima l’influenza di Nietzsche, lo è in maniera del tutto originale. Parole che appaiono più simboli che termini costellano il testo poetico: eterno, danza, inizio, anello, enigma, vendetta, serva s’innestano in un tessuto esistenziale in cui si ha il coraggio di affrontare l’aspetto in ombra delle cose, la sua alterità, la sua macchia: “Tutto il tuo corpo pane bianco e inerme / tutto questo mio sporco a cui acconsenti / nascondiamo tutti un male vivente per sempre / nascondiamo tutti una vita altra e qualunque”, per giungere a una scrittura in cui la sintassi si frange sempre più sotto la spinta del molteplice e dell’inevitabile emergere della contraddizione. Una profondissima umanità che risale come un anelito fomentato dall’amore, e in continuo colloquio con la morte. Naturalmente umanità è inseparabile dagli orrori che essa subisce e compie. Ma è sempre lei, la donna amata, la sua presenza, la sua voce a fare da contraltare, a spronare all’azione. L’amore si colloca come unica forza attiva possibile nella strategia e non solo per resistere, ma per essere diversi: “non sanno quale dio del loro perfetto mondo stiamo finalmente lasciando / non sanno che noi noi due adesso stiamo nascendo”. Una scrittura, dunque, che è analisi, ma anche progetto. Apertura all’evento.