Carte nel Vento
periodico on-line
del Premio Lorenzo Montano
a cura di Ranieri Teti
Premessa
La lunga strada che ha percorso in 19 anni il Premio Lorenzo Montano, che si sovrappone a quella tracciata in 30 anni di vita dalla rivista “Anterem” che lo organizza, è giunta in un luogo che si pone come punto d’incontro e di reciproco ascolto tra poeti di varie provenienze, geografiche e letterarie.
Questo è il senso primario che vogliamo attribuire alla più rilevante novità nata intorno al Premio, la creazione della Biennale di Poesia di Verona.
Testimone dell’unicità di questo evento, documento cui è demandato conservare traccia e memoria dell’incontro di tanti poeti, sarà l’originale “Antologia della Biennale”.
Come ulteriore senso, questa manifestazione si propone di diventare luogo d’incontro tra anche tra le varie arti, accostando già nel programma di quest’anno la poesia ad altre forme espressive quali danza, musica, recitazione, videoart, cortometraggi, filosofia.
Tutto questo non vuole essere un punto di arrivo ma di nuova partenza, per un lungo viaggio da compiere insieme, continuando a tenere la rotta verso una poesia di pensiero.
In questa direzione ci guidano le note, inserite nel presente notiziario, di Flavio Ermini, Antonio Prete e Tiziano Salari redatte intorno alle opere premiate.
Opere che sono esempi della recente produzione letteraria italiana. Sirio Tommasoli interviene sugli stessi temi dal versante dell’arte visiva.
Il verbale conclusivo riporta le valutazioni delle tre diverse Giurie che operano per determinare l’esito del Premio. Per le sezioni “Raccolta Inedita” e “Opere Scelte” è attiva la Giuria del Premio, composta dal corpo redazionale di “Anterem”, per “Una Poesia Inedita” una Giuria Critica composta da 60 personalità scelte tra docenti, filosofi, poeti, narratori, critici, storici dell’arte, della letteratura e della musica.
La sezione “Opera Edita” si avvale di una Giuria Qualificata composta da esponenti del mondo intelletuale veronese, oltre che dagli studenti di quattro Licei.
Questi ragazzi, coordinati dai rispettivi docenti, oltre a votare producono delle “tesine” sui tre libri vincitori, le migliori delle quali, scelte da una Giuria comprendente docenti liceali e universitari, vengono premiate con buoni-acquisto libri. E pubblicate sul prossimo numero, previsto per gennaio, di “Carte nel Vento”, notiziario-on-line curato dalla Segreteria del Premio Lorenzo Montano.
È desiderio di tutto lo staff che provvede all’organizzazione ringraziare la Regione Veneto, gli Assessorati alla Cultura della Provincia e del Comune di Verona, la Circoscrizione Centro Storico e la Biblioteca Civica di Verona che sostengono questa iniziativa.
In attesa di incontrarVi sabato 24 settembre, dalle ore 9 per la Biennale e alle 17 per la cerimonia conclusiva del Premio, presso il Palazzo della Gran Guardia in Piazza Bra a Verona, Vi auguriamo buona lettura
Ranieri Teti
Centro Studi Internazionale “Lionello Fiumi”
In collaborazione con Associazione culturale Anterem
Verona, Palazzo della Gran Guardia 24 settembre 2005
Giunta alla sua decima edizione, la manifestazione organizzata dalla Biblioteca Civica insieme con “Anterem” continua a mantenere quei presupposti di qualità e innovazione che tanti consensi hanno raccolto negli scorsi anni.
Ancora una volta l’intento è quello di allargare i confini, offrire più occasioni di confronto, di ascolto, dare spazio alle voci dei tanti poeti che accompagnano nel corso delle varie edizioni il premio intitolato a Lorenzo Montano. E insieme con la poesia, la musica, la danza, le arti visive, riflessioni critiche, confronti, spunti per approfondimenti.
Il programma copre un’intera giornata e offre molteplici occasioni per avvicinarsi al mistero della parola pensata, detta, scritta. Tra le molte novità di questa edizione va segnalato il coinvolgimeto nella giuria per la sezione “Opera edita – Provincia di Veriona” degli studenti dei Licei scientifici “G. Fracastoro” di Verona e “E. Medi” di Villafranca, e dei Licei classici “S. Maffei” di Verona e “G. Cotta” di Legnago. Per gli studenti di tali licei è stato istituito da quest’anno premio destinato ai tre lavori ritenuti più significativi. La giuria che sceglierà i lavori più meritevoli è composta da: François Bruzzo, Agostino Contò, Massimo Donà, Stefano Guglielmin, Giampaolo Marchi, Emanuela Raffi, Lorenzo Reggiani.
Coordinamento dei lavori: Agostino Contò, Flavio Ermini, Ranieri Teti
Per informazioni: www.anteremedizioni.it
E-mail: premio.montano@anteremedizioni.it
PROGRAMMA
Sabato 24 settembre 2005, dalle ore 9.00
Rassegna di poesia – I parte
Rassegna di poesia – II parte
Sabato 24 settembre 2005, dalle ore 17.00
Cerimonia di premiazione dei poeti vincitori:
Per la Sezione
“OPERA EDITA – PROVINCIA DI VERONA”
Per la Sezione
“RACCOLTA INEDITA – BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA”
Per la Sezione
“UNA POESIA INEDITA – CIRCOSCRIZIONE CENTRO STORICO DI VERONA”
Per la Sezione
“POESIE SCELTE – REGIONE VENETO”
Interventi delle autorità
Interventi critici di Remo Bodei, Stefano Guglielmin, Tiziano Salari, Vincenzo Vitiello,
Musiche originali di Francesco Bellomi
Letture di Carla Totola e Massimo Totola
Quadri di danza di Michela Oldin
Dal 3 al 9 ottobre si svolgerà a Verona il Festival Verona Poesia, nell’ambito del quale “Anterem” produrrà tre incontri pomeridiani e il grande evento finale.
Rassegna Anterem per Verona Poesia
Titolo della rassegna: PENSARE SENZA BALAUSTRE
[«Denken ohne Geländer» Hanna Arendt]
PRIMA PARTE
Giovedì 6 ottobre, ore 18
Dall’Assoluto all’Eresia
Venerdì 7 ottobre, ore 18
Da New York all’Antiterra
Sabato 8 ottobre, ore 18
Da Zarathustra alla Controparola
SECONDA PARTE
Dalle ore 23 di sabato 8
alle 23 di domenica 9 ottobre
Dalla Musica alla Parola oppure Da Satie alla Voce poetica
Francesco Bellomi e altri pianisti si alterneranno al piano per l’opera di Erik Satie: Vexations. L’opera è stata eseguita poche volte nel mondo, di cui una fortemente voluta da John Cage a New York, e forse solo tre in Italia. Ogni esecuzione ha richiamato un appassionato e numeroso pubblico internazionale.
Sarà inoltre proiettato, in un video a ciclo continuo, il film Entr’acte di René Claire, girato nel 1924 e della durata di 22 minuti con Satie al piano, alcuni poeti che leggono loro poesie (tra cui Picabia) e artisti come attori (Duchamp e Man Ray).
Il dizionario Morandini dice: "Nato su di una traccia di F. Picabia come "intermezzo" di Relache (Riposo), spettacolo che la Compagnia dei Balletti Svedesi di Rolf de Maré mise in scena al Théatre des Champs Elyséees il 22 novembre 1924, è un film sperimentale, uno dei primi esempi di cinema non narrativo, un divertissement dadaista, una serie di immagini in libertà dallo spazio continuamente frantumato e ricostruito sulla base di assonanze plastiche e figurative. Si può parlare di sequenza soltanto per la parte finale del funerale e dell'inseguimento (al rallentatore) del carro funebre.
Questo evento riprende dalla famosa esecuzione newyorchese di Cage una particolarità: saranno al termine dell’esecuzione premiati gli spettatori che avranno seguito l’opera per l’intera durata dell’esecuzione.
Come accade nel film di René Claire, alcuni noti poeti, scelti tra i concorrenti della passata edizione del Premio Lorenzo Montano, saranno chiamati durante l’esecuzione a leggere loro testi.
Sarà creato un “blog” per ospitare in diretta i commenti degli spettatori, dei musicisti e dei poeti.
“VEXATIONS” di ERIK SATIE
sabato 8 ottobre
domenica 9 ottobre
Sirio Tommasoli, Presentazione dei Video della Biennale
La forma dell’arte è come il fiore di Mallarmé che dall’oblio “musicalmente s’innalza, idea incarnata e soave, l’assente da tutti i mazzi”.
L’arte dimora nella stanza dell’oblio, un’area oscura, impermeabile ai processi di conoscenza che indagano e analizzano il contesto oggettivo e soggettivo dell’opera, l’epoca, i referenti esterni, le connessioni riconducibili alla vita e alla psicologia dell’autore. Il segno dell’artista è realtà in sé, non ha significati o riferimenti rintracciabili al di fuori di se stesso, non rappresenta o descrive cosa altra da sé.
È forma e materia, pensiero e conoscenza.
Si relaziona solo con se stesso e in questa autonomia risiede forse l’origine della sua inesauribile energia, della luce che si rivela a chi gli rivolge lo sguardo.
Il segno dell’artista emoziona, ferisce nel profondo, si rivela ma non comunica, non propone e non esige spiegazioni, non genera rapporti di consuetudine, non è utilizzabile, non è consumabile.
L’arte è perfettamente inutile e, come tale, è la più alta espressione della creazione. L’etimologia del verbo poieo rivela che l’azione dell’artista non ha origine o causa, né scopo, obiettivo o effetto collocabili al di fuori di se stessa e del suo percorso. La sua potenza si esprime e si configura sovrapponendosi esattamente alla sua inutilità-valore assoluto, trascende il tempo e lo spazio, non è misurabile.
Se la forma dell’arte si rinnova nella materia di ogni opera, il processo creativo è un’azione originaria che si ripete in un ininterrotto percorso di sapienza e di dubbio.
La sapienza dell’arte si fonda sulla trasparenza del pensiero, sull’incolmabile distanza che lo separa dal contingente, dal mondo delle cose senza luce.
Si manifesta in una lettura impossibile, priva com’è del supporto del significato e aliena dalla costruzione logica. È forma assoluta che inspiegabilmente si ripete e rinnova, coglie e invade tutti i sensi, supera la loro fisicità. È visionaria e contemplativa, non lascia di sé memoria compiuta ma frammenti di conoscenza, illuminazioni che si manifestano a volte improvvise, effimere come il respiro dell’universo quando invade, per un attimo, chi guarda il cielo luminoso della notte e, poi, svanisce con lo svuotarsi dei polmoni.
La sapienza dell’arte appartiene alla linea d’orizzonte, sfumata e confusa, che separa l’essere dalla sua negazione (origine), al dubbio della vita madre e figlia del cosmo, alla forza dell’inconscio che agita i sogni di ogni uomo.
Affidiamo al pubblico della Biennale di Poesia alcuni corti e video d’artista, opere che non narrano e non descrivono cose, ma piuttosto segni che tracciano, incidono, si muovono come echi o presagi.
Il loro tempo è estraneo al divenire di un’azione o di una storia ma piuttosto vicino al ripetersi del respiro, al pulsare di un cuore.
Sirio Tommasoli (1/8/05)
MADISON MORRISON
In 2005 two books about Madison Morrison's oeuvre have appeared:
(1) MM: The Sentence Commuted (Sentence of the Gods Press: Norman, OK), an anthology of five dozen contributions by four dozen contributors in 20 languages
(2) Frank W. Stevenson, Chaos and Cosmos in Morrison's Sentence of the Gods (St. Joseph's Press, Bangalore)
Both books concern those 19 of the 26 volumes in MM's ongoing universal epic already published and include information regarding the author's plans to complete the work. In addition to the books of the Sentence Morrison is author of a collection of essays, Particular and Universal (Crane: Taipei, 1999) translated by Alessio Rosoldi and published in 2004 by Anterem Edizioni as Particolare e universale: riflessioni sulla letteratura in Asia, Africa, Europa e America. In 2004 two books of the Sentence, one based upon the Bible, one based upon Homer's epics and the life of Vergil, appeared in a single volume titled Every Second (The Working Week Press: Alexandria).
IDA TRAVI
Per la casa editrice La Tartaruga - Baldini Castoldi Dalai è uscito il libro di IDA TRAVI Diotima e la suonatrice di flauto atto tragico ( 80 p., e 10,00) con presentazione di Luisa Muraro.
Nel "Simposio" di Platone la suonatrice di flauto che doveva allietare la cena viene allontanata per non disturbare i convitati impegnati a discutere del tema dell'Amore. La donna esce di scena e scompare nel nulla. È in questo momento che inizia il racconto di Ida Travi.
La suonatrice incontra Diotima, quella che Socrate considera la sua maestra, un'altra figura presente solo nelle parole che le attribuisce Platone, e il destino delle due donne si intreccia tragicamente.
Molte figure letterarie femminili "inventate" dagli uomini scompaiono nella nebbia. L'autrice tocca così il tema dell'esclusione dalla Storia usando l'esclusione stessa come leva per un lampo tragico, un imprevedibile ritorno.
ROSA PIERNO
L’ultimo volume pubblicato da Rosa Pierno è Arte da camera edizioni d’if, Napoli 2004, finalista del premio Feronia Città di Fiano 2004. Nella nota che accompagna il volume si legge:
”Un sottilissimo gioco di equilibrio imprevedibilmente condotto sul filo che lega la terminologia musicale e metrica con la carica erotica, con l'amplesso dei corpi. In una prosa affascinante e curatissima è inscenato il rapporto d’amore di un lui e di una lei sfuggenti, ma vivi e reali nello spettacolo della loro corporeità, coincidente con la corporeità stessa della scrittura”.
I suoi precedenti volumi sono: Corpi (Anterem, Verona 1991), Buio e Blu (Anterem, Verona 1993), Didascalie su Baruchello (Roma 1994), Interni d'autore (Edizioni Joyce & Company, Roma 1995, finalista al Premio Feronia Città di Fiano), “Musicale” (Cierre Grafica, finalista al Premio Feronia Città di Fiano 2000).
MARA CINI
Il 6 luglio 2005, nell’ambito della rassegna NOTTI DI LUCE A MONTE SOLE che si svolge annualmente presso il Parco storico regionale e la Scuola di Pace di Marzabotto (Bo), nei luoghi dell’eccidio della 2° guerra mondiale, inedito reading di poesia: testi da “Parole per Monte Sole” di Mara Cini e Alessandro Riccioni sono stati letti da oltre trenta amministratori pubblici (Presidente della Provincia di Bologna, Sindaci, Assessori …).
Le parole “private” della poesia si sono fatte voce sul crinale delle colline, nella terra di Monte Sole, dentro la società civile “perché la memoria è la facoltà di sapere che dobbiamo vivere”.
GIORGIO BONACINI
QUATTRO METAFORE INGENUE, Lecce, Manni editori, 2005.
"In queste poesie la parola prova, nel tentativo di fondere esperienza e linguaggio, a nominare le cose con lo stupore della prima volta, cercando di indicare e imprimere un senso. Forse uno dei tanti."
Libri di poesia pubblicati:
Non distruggete l'immondizia, Correggio, 1976
Teneri acerbi, Anterem, 1988
L'edificio deserto, Parol, 1990
Sotto la luna (Gon Giovanni Infelise), Book, 1991
Il limite, Book, 1993
Falle Farfalle (con i disegni di Alberta Pellacani, Anterem, 1998
Suggestive tavole
Andrea Gigli, Tavole fenotipiche, Cierre grafica, Verona 2005
Un linguaggio denso, a tratti quasi claustrofobico, ricco di termini in uso nella professione medica, ma non ignaro di impronte lessicali, anche minime, vivaci spie di un possibile impegno poetico:
questa, in sintesi, la proposta di “Tavole fenotipiche”.
Il tutto trattenuto entro i precisi schemi imposti da un impulso versificatorio desideroso di definirsi (ed apparire) tale, ben consapevole del fatto che darsi una regola risulta, di frequente, operazione feconda.
Né manca l’ analisi, attenta, del rapporto instaurato col mondo dalla comune maniera di esprimere: proprio da qui, forse, l’ esigenza di rivolgersi ai modi dissimili della poesia. Andrea Gigli, insomma, ci conduce con coerente caparbietà alla ricerca di presenze nascoste, estraendo versi da una sostanza, in apparenza refrattaria, venata da peculiari suggestioni linguistiche.
Si può essere medici e poeti, ma anche medici poeti, senza dubbio.
Marco Furia
Agostino Contò: Ricordo di Franco Cavallo
Franco Cavallo si è spento nella primavera di quest'anno. La stima che abbiamo sempre avuto per il suo lavoro poetico è testimoniata dal premio che gli abbiamo conferito per la "raccolta inedita" nel 1999 nell'ambito del Montano. Ricordiamo questo grande poeta con le affettuose parole di Agostino Contò.
e il mare che bussa
alla porta dell'assente - e c'e una tristezza frammista
a olio & catrame
il sole esce di pista.
e la nottiluca chiama:
voce chiara e distinta
nella sera che s'oscura.
non c'è dunque un futuro.
non è rimasto più niente.
solo un brusio che si spegne.
solo qualcuno che si pente.
"E' il mare che bussa / alla porta dell'assente". Il mare del golfo di Napoli sussurra e chiama, ma Franco Cavallo se ne è andato, non puo più rispondere. I suoi libri di poesia erano Fetiche (1969), I nove sensi (1971), Ziggurat e Frammentazioni (1979), L'alfabeto dei numeri (1981), La nascita del Principe (1988), L'animale anomalo (1992), da ultimo Nuove Frammentazioni (1999), Premio Montano nel 1999 e nel 2000 Premio ferocia;
quelli di narrativa Festival (1982), La forma buia del vento (1983), Le memorie del Professor Zarathustra (1989) e Racconti volanti e altri racconti (1996). Ma poi come non ricordare <Altri Termini>, rivista di punta della poesia italiana tra il 1972n e il 1977; e poi <Colibri>, dal 1979 al 1980.
E la sua opera di promozione culturale, e il suo lavoro di costruzione con le antologie Zero, testi e antitesti di poesia, del 75, Uno, del 1978, o la piu ampia Coscienza & evanescenza. Antologia di poeti degli anni Ottanta, del 1986. E il suo confrontarsi con altri buoni amici poeti campani (Capasso, Piemontese, per tutti).
Poesia la sua (cosi rispose ad un questionario del <Verri>) che si serve del linguaggio come di una sorta di periscopio per scrutare gli angoli piu inesplorati e piu contraddittori della contemporaneita evitando le secche del deja vu. E giocando con sottile ironia tra i flutti del resto della letteratura. Fuori da scuole, fuori da gruppi. Con la precisa consapevolezza che occorre disperatamente continuare a farla, la poesia: perché la parola ha l'intrinseca necessita di essere detta e scritta. E di essere ascoltata, letta, ricordata.
Io non posso non ricordare i suoi Rien ne va plus (1974) e Flusso (1976), che servirono da modello (cosi agili, cosi ricchi, cosi "poveri") a me e a Carlo (Rao) per i libretti di Babbalu: ci diede il permesso di copiarne formato, agilità, povertà (la ricchezza dei testi restava affar nostro).
Né la forte amicizia che ci legava; in poesia, per lettera, infine in un grande commosso ultimo abbraccio a Verona, per il Premio Montano.
"Nella sera che s'oscura / non c'è dunque un futuro /non è rimasto più niente", se non, caro Franco, la tua poesia.
sempre ermo, sempre colle,
sempre infinito che finisce
dietro la dolina, sempre Rebecca
nello sguardo: sempre, sempre...
e si vede - si vede
la lunabianca come una colomba
di vainiglia, si vedono i figli
degli aborigeni tremare
di paura, si vede
Bruce Chatwin andare in giro
con lo zaino e il
quaderno, si vede perfino l'interno
di una chiesa
che vacilla, che oscilla
come un bingoo come un bongo
si vedono
i nani correre sulle mani
e gli ontani gonfiarsi
come le mongolfiere del nulla.
prato niente. ciliegio nessuno.
solo il cupressus fa uno.
PREMIO “OPERA EDITA” PROVINCIA DI VERONA
LA GIURIA DEL PREMIO SI È DAPPRIMA SOFFERMATA SUI SEGUENTI AUTORI: Sebastiano Aglieco, Luigi Ballerini, Maria Grazia Calandrone, Edvige Campadelli, Ettore Campadelli, Alberto Casadei, Roberto Cogo, Silvana Copperi, Albino Crovetto, Vincenzo Della Mea, Pasquale Della Ragione, Maura Del Serra, Mariella De Santis, Giarmando Dimarti, Marco Ercolani, Paolo Fabbri, Franco Falasca, Anna Maria Giancarli, Daniele Gorret, Ermanno Guantini, Renato Minore, Gabriele Pepe, Elena Salibra, Massimo Sannelli, Mirko Servetti, Norma Stramucci, Giovanna Zoboli.
QUESTI SONO I FINALISTI SELEZIONATI: Luigi Ballerini (Cefalonia, Mondadori), Alberto Casadei (I flussi vitali, Editing), Albino Crovetto (Una zona fredda, La Vita Felice - Niebo), Vincenzo Della Mea (Algoritmi, Lietocolle), Maura Del Serra (Congiunzioni, Petite Plaisance), Mariella De Santis (Enoerotìe e altri languori, Periferia), Marco Ercolani (Il tempo di Perseo, Joker), Franco Falasca (Nature improprie, D’Ambrosio), Anna Maria Giancarli (Confinidiversi, Fermenti), Daniele Gorret (Ballata dei tredici mesi, Garzanti), Ermanno Guantini (Aperto a inverni, Edizioni d’if), Renato Minore (Nella notte impenetrabile, Passigli), Elena Salibra (Vers.es, Diabasis), Massimo Sannelli (Santa Cecilia e l’angelo, Atelier).
LA GIURIA DEL PREMIO HA DESIGNATO TRE VINCITORI: Luigi Ballerini, Albino Crovetto, Franco Falasca. Ai tre poeti l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Verona assegnerà la somma di Euro 500,00 ciascuno. Grazie alla collaborazione del quotidiano “L’Arena”, una Giuria popolare ha scelto tra questi poeti il supervincitore: Luigi Ballerini. La Giuria popolare è formata dai grandi lettori delle principali librerie di Verona, della Biblioteca Civica di Verona, della Società Letteraria, dei Licei Classici “Maffei” di Verona e “Cotta” di Legnago (Vr), dei Licei Scientifici “Fracastoro” di Verona e “Medi” di Villafranca (Vr). Al supervincitore, Luigi Ballerini, sarà attribuita dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Verona un’ulteriore somma di Euro 500,00.
PREMIO “RACCOLTA INEDITA”
LA GIURIA DEL PREMIO SI È DAPPRIMA SOFFERMATA SUI SEGUENTI AUTORI: Nicoletta Bidoia, Dome Bulfaro, Chiara Cavagna, Fabio Ciriachi, Adriano de Luna, Paolo Fichera, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Andri Gerber, Mariateresa Giani, Andrea Gigli, Andrea Inglese, Michele Lalla, Eugenio Lucrezi, Emanuela Mariotto, Giulio Marzaioli, Simonetta Masin, Enzo Minarelli, Giovanni Parrini, Giuseppe Pellegrino, Alessandro Pugno, Laura Pugno, Giuseppina Rando, Maurizio Solimine, Luigia Sorrentino, Lina Salvi, Luigi Severi, Liliana Libera Tedeschi, Giorgio Terrone, Alvaro Torchio, Eros Trevisan.
I FINALISTI SELEZIONATI SONO: Bulfaro, Cavagna, Fichera, Fresa, Giani, Mariotto, Marzaioli, Minarelli, Pellegrino, Torchio. Tra le opere da loro presentate, la Giuria del Premio ha designato la raccolta vincitrice, “In re ipsa” di Giulio Marzaioli, che sarà pubblicata nella collezione “La ricerca letteraria” di Anterem Edizioni.
PREMIO “UNA POESIA INEDITA” CIRCOSCRIZIONE CENTRO STORICO DI VERONA
LA GIURIA DEL PREMIO SI È DAPPRIMA SOFFERMATA SUI SEGUENTI AUTORI: Alessandro Agostinelli, Valentina Albi, Primerio Bellomo, Fabrizio Bonci, Massimo Bonifazio, Giusi Busceti, Ernesto Bussola, Giampiero Casagrande, Gaetano Ciao, Mauro Comba, Ned Condini, Marcella Corsi, Gian Matteo Durante, Angelo Ferrante, Sonia Gentili, Marcello Gombos, Marcello Marciani, Francesca Monnetti, Carla Paolini, Daniela Piazza, Luciana Piccolroaz, Marco Pozzi, Maria Pia Quintavalla, Carlo Rao, Monique Sartor, Domenico Settevendemie, Renata Testa, Guido Turco, Maria Grazia Zamparini, Silvia Zoico.
I FINALISTI SELEZIONATI SONO: Bellomo, Bonifazio, Busceti, Ciao, Condini, Gombos, Rao, Zoico. Tra i testi poetici da loro presentati, una Giuria formata da 80 critici letterari, filiosofi, storici della letteratura, dell’arte e della musica, ha designato la poesia vincitrice, “Dagli antichi flutti” di Marcello Gombos. Al vincitore sarà attribuita dalla Circoscrizione Centro Storico di Verona la somma di Euro 500,00.
Luigi Ballerini, Cefalonia,
nota dell’autore, Milano, Mondadori, 2005
Poeta, traduttore e saggista, Luigi Ballerini è nato a Milano nel 1940 e vive a New York. Insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università della California a Los Angeles. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Come teorico della letteratura si è occupato soprattutto delle avanguardie storiche e ha curato numerose antologie di poesia italiana e americana.
È un dialogo in versi quello a cui assistiamo nel libro di Ballerini Cefalonia. Le voci appartengono a una vittima e a un carnefice. Il luogo di cui si parla – e dove forse si svolge il dialogo – è Cefalonia, là dove nel 1943, dopo l’armistizio firmato dall’Italia l’8 settembre, i tedeschi massacrarono la guarnigione italiana che aveva rifiutato di deporre le armi. Perirono oltre 5000 uomini.
In questo libro, due figure, che esprimono visioni della vita tra loro incompatibili, si straziano in un dialogo accanito. O più propriamente in un “monologo a due voci” come suggerisce l’autore stesso. Questa chiamata verso la riflessione è imperiosa, tanto che sottrarvisi è impossibile: sia per il soldato italiano caduto, sia per l’uomo d’affari tedesco.
Frase dopo frase, la luce getta i suoi mutevoli dadi su una contraddizione inconciliabile. L’orrore dell’episodio evocato diventa l’archetipo di mille altri orrori che i violenti meccanismi del potere producono in ogni tempo.
Leggendo Cefalonia, è inevitabile pensare alle guerre tuttora in atto. Così com’è inevitabile sprofondare lo sguardo nella notte del mondo dove nulla è più conoscibile e tutto sembra indurre all’autodistruzione.
Il dialogo si svolge in versi ampi, prossimi alla prosa. Perfettamente aderenti ai congegni della comunicazione messi in atto. È martellante il ritmo interno, tanto che l’affiorare di ogni frase ha l’immediatezza di un colpo di bacchetta sopra un metallo sonoro.
Con questa opera, Ballerini indugia sui crocevia dell’esistenza e ferma lo sguardo sulla modernità. Nel farlo, mostra come l’orrore si lasci annunciare nel dire comune. E per dimostrare ancora una volta che il monumentale disegno del pensiero storico è formato da presenze minime spesso fra loro sconosciute.
La storia sta innanzitutto nei fatti in accadimento. Purché si sappia riconoscerne la portata e si sappia rivoltarli come fanno gli autori a cui Ballerini di tanto in tanto lascia la parola: Tacito, Stein,Celan, Hugo, Pascoli…
Ogni descrizione dei fatti denota la pazienza di Ballerini nel rimanere a lungo all’interno di quelle postazioni che possono fargli apprendere qualche lezione sulla natura dell’essere umano. Egli osserva il Novecento al di là delle sue sconfitte e delle sue fanfare. Per poi spingere lo sguardo ancora oltre. Verso il nostro destino di esseri mortali.
Adotta insomma una visione della vita, in virtù della quale diventa visibile la miseria del presente e la vanità delle sue promesse illusorie.
Flavio Ermini
Albino Crovetto, Una zona fredda,
presentazione di Milo De Angelis, Milano, La Vita Felice - Niebo, 2004
Albino Crovetto è nato a Genova nel 1960. È poeta, artista e fotografo. Ha tradotto la raccolta poetica Arie di Philippe Jaccottet (2000). Collabora a diverse riviste di poesia, tra cui “Origini”, “Poesia”, “Frontiera” e “Arca”. Vive a Pieve Ligure. Una zona fredda è la sua opera prima.
Il mondo che ci è stata assegnato (una “pianura interna” lo chiama Albino Crovetto) si stende quasi interamente dietro di noi.
Davanti, una linea lo delimita. Oltre, è in vista uno spazio indecifrabile. Dove la pianura sta terminando, il nostro passo perde la sua speditezza. Si fa cauto.
Misura ogni tratto che, procedendo, deve annullare. Si fa consapevole.
Non si dà salto, ci dice l’autore, fuori da questa “pianura interna”. Il limite stesso non è pensabile solo come fine, ma anche come limen, che rivela un eccesso situato oltre un regime di conoscenza.
Con questo libro di Crovetto , ci troviamo di fronte a due precipizi che delimitano l’inizio e la fine dell’essere.
Quando la scorreria nel tempo si riduce a una breve memoria, nulla resta da cercare se non un’ulteriore domanda alle insistenti interrogazioni che provengono da quella linea.
La vita, indica Crovetto, sta in questo muoversi per barbagli luminosi, nel sempre diverso innervarsi di forme costantemente uguali. La sera, per esempio, aderisce alle persone come il vapore a un cristallo. Trapassa il pensiero di noi travestiti da vivi. E disegna le nostre ore in modi variabili. Questa dura ombra ha molti sembianti. E nessuna forza ha la capacità di rimuoverla dal cristallo che va piano coprendo. È una vera e propria esperienza del negativo, raccolto nella sua assoluta inesplicabilità. L’uomo, registra Milo De Angelis nella presentazione, “non abita più dove respira”.
La giornata è una pianta formata da rami recisi. Questa pianta riuscirà a staccarsi sempre di poco dalla sua matrice terrestre, anche se sarà chiamata ripetutamente dalla vastità che la sovrasta.
Traccerà lo spazio di un intervallo a partire dal quale tutti i sensi sembreranno possibili. In realtà, nessuna nuova luce si profilerà oltre le fronde, dove la “pianura interna” ha fine.
L’inizio e la fine: Crovetto cerca di portare alla vista umana la linea proibita sulla quale questi limiti tra loro confinano, per poterli poi insieme immaginare. Il nostro pensiero è possessore di mezze verità e poco altro è concesso.
Il nostro pensiero, insiste Crovetto, è la potenza che sposta l’ondata e insieme la barriera che la contrae. O forse è la garanzia del nostro perpetuo oscillare fra momenti che stanno sopra e sotto il rigo delle emozioni abituali.
Ecco cosa ci indica l’opera: ciò che salva la vita è quello stesso elemento che la condanna e le toglie valore: la “zona fredda” dell’esilio.
Flavio Ermini
Franco Falasca, Nature improprie,
postfazione di Francesco Muzzioli, Milano, Fabio D’Ambrosio, 2004
Franco Falasca è nato a Civita Castellana (VT) e vive a Roma. Poeta e narratore, ha prodotto anche poesie visive, film super 8, video, fotografie, performances. Ha partecipato a molte mostre personali e collettive. Suoi testi sono stati pubblicati in volume, oltre che su varie riviste e antologie. Alcune sue opere sono state messe in scena in diversi teatri italiani.
La poesia di Franco Falasca va seguita con la libertà a cui il suo gesto di poeta invita. Si spezza un filo, ma poi viene ricongiunto da un’altra parte. Come la nostra vita, che continua a restituirci al ciglio della finitudine, adeguata al nostro respiro di esseri in transito, bendati dall’incertezza.
Il luogo a cui Franco Falasca fa cenno copre quell’orizzonte silenzioso che sta al di qua e al di là della parola razionale. È l’orizzonte che si sottrae sia alle dinamiche istituzionali della letteratura, sia alla logica del discorso.
Su questo orizzonte, tra razionalità e follia, Falasca ci mostra cosa accade quando su quel confine la parola si assume il compito di tenere insieme i poli di una tensione irriducibile.
Su questo orizzonte il paesaggio è contrassegnato da frammenti di memoria. Il soggetto sfuma in forme di soggettività plurima ed è direttamente a confronto con movimenti sottratti alla chiarezza rassicurante della coscienza.
Qui può farsi visibile l’oltranza, il luogo di caduta e di strapiombamento; qui l’opera si mostra nella forma che precede il senso o addirittura nella forma del congedo da un senso.
Tale esperienza comporta il passaggio più pericoloso: attraversare l’estremo ammutolire, il vuoto in cui la lingua ancora non ha parola o non l’ha più.
Per questo motivo si può dire che la pratica di scrittura di Falasca appartiene a quella particolare concezione del mondo secondo la quale non ci attende che la libertà di testimoniare la nostra appartenenza al niente, fino al punto di riconoscerlo come nostro essere. Non a caso nella postfazione Francesco Muzzioli certifica: “La lotta contro la codifica del linguaggio costituito […] ha sullo sforndo l’ipotesi radicale dell’annullamneto e della cancellazione del senso”.
Il tempo in cui s’inscrive il gesto di Falasca è il presente della creazione; la sua direzione va dal caos all’interminabile congedo dal senso. In questa direzione c’è la parola che pretende di aver assistito alle origini: all’iniziativa inaugurale che stringe insieme i tratti più disparati degli eventi. E dà vita alla scena primaria: alimentata non dalla percezione dell’immenso ma dall’esperienza del limite.
È così che Falasca ci espone al principio della necessità che ci ha fatto pensare. Per effetto di un gesto interiore, testimonia che il problema dell’origine per la parola è una questione capitale: concerne la provenienza della sua essenza.
Flavio Ermini
Tiziano Salari su “In re ipsa” di Giulio Marzaioli, vincitore per “Raccolta Inedita”
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In re ipsa. Nella cosa stessa. Che significa? Trattandosi di versi significa che il poeta intende dirci che si colloca nell’altrove della poesia, cioè dentro la cosa stessa, o all’opposto che ci parla dal cuore della realtà, dal cuore dell’Essere, e quindi la cosa stessa è il rovescio della poesia, la parte in ombra, cioè la vita nella sua oscurità prepoetica, in cui il poeta è immerso anelando all’altrove della poesia? I tre versi iniziali sembra che ci pongano davanti a questa alternativa. Ammira i rami, mira/ dalla terra al cielo./Le radici invece… Da una parte il richiamo allo spazio aperto del cielo, verso cui si protendono, in piena luce, i rami dell’albero: dall’altra le radici che affondano nell’invisibilità della terra. L’opposizione è tra un fuori e un dentro, un sopra e un sotto, tra apertura e chiusura. Proseguendo, Marzaioli insiste nell’antitesi, che diventa la cifra del suo stesso dibattersi in una bipolarità di immagini che si fronteggiano o si mescolano tra loro fino a confondersi ed annullarsi reciprocamente. I quattro versicoli successivi sono apparentemente enigmatici ma in realtà non fanno altro che interrogarsi sul rapporto tra la carta ricavata dalla lavorazione del legno degli alberi e la matita che sopra graffia (che credo voglia dire scrive). E che cosa scrive? Scrivere a sangue l’epitaffio (da lapis, conseguendo). Forse la poesia è scrittura fatta col sangue, una morte in vita, come sembra suggerire l’epitaffio, e quel da lapis conseguendo non è la matita, ma nel suo significato latino, la pietra su cui è incisa l’iscrizione tombale. Ma ecco sopraggiungere la mescolanza, la metamorfosi, per cui rami e radici si uniscono in un unico groviglio, e anche si rivolta in sé, la luce. E la luce che si rivolta in sé è ombra, tenebra. Il poeta sembra sottoporci dei rebus, e allora bisogna sorprenderlo in qualche luogo più scoperto, dove il suo stesso fare poesia è messo al centro della riflessione, e si chiarisce forse che In re ipsa, nella cosa stessa, significa essere nella scrittura stessa che si sta facendo sul foglio, anzi negli strumenti stessi della scrittura. L’inchiostro si annoda tra riga e pausa./È una rete in cui riposa il nero,/quasi un nido se non fosse che la frase/vira in bianco sul foglio, non racchiude. Sorprendersi e poetare sull’atto stesso di scrivere non è soltanto dei moderni. In un sonetto Cavalcanti, riinventando una tradizione che risale all’Antologia Palatina, fa parlare le penne e gli arnesi per temperarle (le triste penne sbigottite,/le cesoiuzze e l’coltellin dolente), “nella geniale metonimia per cui penne, forbici e coltellino” dicono di essere “partiti, ossia dolorosamente separati, al modo di spiriti, core ecc. dal loro autore” (dal commento di Domenico De Robertis, a Guido Cavalcanti, Rime, XVIII. Gli strumenti di scrittura arretrano spaventati di fronte all’alienazione e distruzione del soggetto poetico e sono essi stessi “bisognosi di aiuto e di conforto”. Ora Marzaioli ci dice che l’inchiostro arretra di fronte all’alba pratalia, i prati bianchi, che si aprono a dismisura sul foglio, senza che il negro semen riesca più a racchiudere qualcosa. Che cosa? Probabilmente il senso del folle atto stesso di scrivere. Nella sezione che s’intitola Crepe troviamo altri versi dedicati alla scrittura, in cui le cesoiuzze di Cavalcanti sono diventate un ago che incide la carta, e la carta dunque non può essere altro che la carne del poeta. E qui la traccia d’inchiostro è assimilata a una specie di droga o di atto erotico preliminare e la scrittura stessa all’orgasmo. Nervatura di inchiostro che anticipa/la monta/. Scrittura. Il piacere. Sismografo./La spezzatura. Abbiamo colto il poeta sul fatto e ormai ad ogni passaggio lo vediamo In re ipsa inchiodato. E la contraddizione, l’antitesi, tra sopra e sotto,tra il dentro e il fuori, tra poesia e vita, tra apertura e chiusura, la ferita aperta nel cuore stesso dell’Essere? Il poeta ironizza su se stesso, sulla sua carne ferita dall’ago della scrittura e malamente rimarginata: (notizia – la ferita dall’esterno: il tempo si ricuce nella carne); cioè il tempo nella scrittura non esiste, o è un eterno presente che si rattoppa continuamente nel movimento scrittorio. O ancora: (notizia – la ferita dall’interno:/nascosto nella lama il taglio resta): e cioè , rendendo esplicito il pensiero sotteso o inconscio, sulla pagina la ferita sembra essersi suturata, ma nella vita il male è sempre pronto a colpire. Leggendo l’opera di Giulio Marzaioli partendo da questa interpretazione, in tutta la sezione Spazzatura sembra che il poeta voglia invitarci a raccogliere quello che rimane di lui passato al vaglio della scrittura. Questi i resti: morsi/ arsi,resi, versi. E della Storia (con la S maiuscola) sullo sfondo della Grafia di una storia minore, quindi la sua storia soggettiva. Due facce che interagiscono e che purtroppo ci sono, ineluttabilmente. E il poeta rimesta in questo fondo di spazzatura, di negatività, con l’ossessione della chiusura, che inizio e termine coincidano, sigillati in una bara, ma che, barando, la vita sempre riprenda, e anzi morte e vita, nella scrittura, si confondano l’una nell’altra , e la prefigurazione della morte non prepari che il concime per nuove fioriture. Nel sogno si vede steso. Stessa/posizione in sonno. Terra distesa/ nel concime. Fioritura. Giorno. Giunto a questa nota critica, il lettore sa, tuttavia, che il poeta non ha mai pronunciato una sola volta il pronome “io”, e neppure, a ben vedere, si è proiettato in un “egli”, ma piuttosto ha lasciato che, impersonalmente, assistessimo alla triste orografia di un ossimoro,cioè all’opposizione , In re ipsa, tra due tendenze apparentemente contraddittorie che si abbracciano nello stesso elemento che è il negro semen sparso sulla pagina, discarica come la parte residuale di una spezzatura o di una soggettività abolita. E, concludendo, inchiostro. Non sorprende quindi di trovare nelle ultime pagine del libro , abbandonati i versicoli, delle vere e proprie colate verticali d’inchiostro sulla pagina, discarica, in cui, quanto ci è stato detto in forma criptica, viene replicato attraverso un assillante Riflesso di ipotesi contrapposte che si elidono reciprocamente (…tutto quanto/somiglia al vero, tanto…tutto, somigliando, passa), o disseminato in Vene che amplificano l’ossessione dei prati bianchi, dei fogli , qui assediati dalla neve e dal gelo, nulla nel nulla,(…) solo bianco su bianco a cadere. La pagina dunque come luogo del proprio annullamento (Era e non era, comunque non è; /altro che il sangue gelato dentro) e del proprio disgelo (e ciò che era fuori colato qui/come parole che si sciolgono al sole,/solo parole da sciogliere. Come ?). Marzaioli chiude praticamente con questo interrogativo, cioè su quale strada incamminarsi per riempire lo spazio vuoto nella molteplicità delle sue implicazioni di scrittura destinata a convivere con la propria negatività, il bianco, collaborando, bianco e scrittura, alla stessa perdita/produzione/perdita di senso, facendo combaciare l’uno contro all’altro significante e significato fino a non essere altro che le schiacciate/ righe degli ultimi due versi. E qui potremmo rifarci anche a qualche sublimea esempio classico, come “Le beau papier de mon fantôme/ensemble sépulcre et linceul…” (“Il bel foglio del mio fantasma/Sepolcro e sudario insieme”) di Mallarmé (Hérodiade), nella compressa dimensione del nichilismo contemporaneo, senza vie di fuga nel simbolismo, e costretto a fare della scrittura il luogo di una virtualità, di una pulsionalità originaria e finale al tempo stesso. In re ipsa. Non c’è un altro Dio che possa salvarci.
Antonio Prete su “Metamorfosi” di Ginevra Bompiani, Premio Speciale della Giuria, sezione “Opere Scelte”
Disporre i pensieri perché accolgano presenze. Collocarsi, con lo sguardo, nel cuore di una pianura dove i viventi –animali, uomini, dei- si mostrano in una loro epifania priva di solennità, e tuttavia ancora sorgente di incantamento: prossimi, e ancora immersi in quella lontananza che è enigma. Seguire gesti e voci dei personaggi fin dove il quotidiano incontra l’inatteso, fin al punto in cui l’accadimento lascia intravedere l’arabesco del destino e la favola smaglia la sua tessitura facendo trasparire il patto con la verità. Questo movimento è come il respiro –sapiente e allo stesso tempo naturale- della scrittura di Ginevra Bompiani. Un movimento che ha la sua modalità propria nella descrizione: un dischiudersi piano del paesaggio via via animato da presenze. Presenze sorprese, si direbbe, mentre balzano verso l’apparenza. E nella descrizione si insinua, quasi inavvertita, lenta, ma sempre più nitida, l’allegoria, o meglio una sorta di declinazione anagogica del vedere. Una meditazione sull’esistenza che sembra coincidere con l’alone stesso di quel che appare, con il situarsi dei viventi nella luce del giorno, o nel silenzio della notte. Così il vecchio gatto, che apre questa autoantologia, malandato e privo di potere, ha un’altra sovranità, sostenuta dal vigore di una presenza che per il fatto stesso di stare sulla soglia della malattia e della fine, è sicura, severa, dispiegata nella sua domestica malinconia. La descrizione, variante dell’antica ékphrasis, ospita il tempo nell’atto del vedere, accoglie il visibile nell’orizzonte della parola. Porta, insomma, alla presenza: rappresenta. Sullo sfondo, il supremo nesso, frequentato da Kafka, tra apparenza e apologo. La passione dell’apparenza sa mascherare, in una noncuranza che è ironia e amore, il legame con ciò che è profondo. Nel piacere della descrizione l’enunciazione è sovrana: la sintassi si fa leggera. La sintassi è un pensiero del dire più che una forma del dire. Questo modo della descrizione, che è uno stile e una grazia, appartiene intero a Ginevra Bompiani, è il timbro stesso della sua scrittura. Nel suo svolgersi allude al confine della prosa con la poesia, e per questo ha nella tradizione della scrittura breve –da Hofmannsthal a Walser, per citare solo due nomi- un campo di asciutti mirabili esempi. La scelta dei testi qui disposti racconta, nel succedersi delle sequenze, la tessitura e l’ondulazione di una prosa che è, allo stesso tempo, narrazione e meditazione, fabula ed essai. Nel titolo, Metamorfosi, è detto non solo l’evento che annoda l’apparire con il divenire, l’essere con il suo segreto respiro, ma è anche alluso l’impulso primo della scrittura, che è quello di accogliere il visibile in un’altra forma, sollevandolo in un’altra forma. Fare nella scrittura esperienza di quel “sur-naturel” di cui diceva Baudelaire: “déformer, réformer, surpasser la nature” è il movimento precipuo della poiesis nella modernità. E allora, riflettere sulla metamorfosi è riflettere sul movimento stesso della scrittura. Per questo nelle pagine di Ginevra Bompiani, distese nel piacere discreto ed elegante del narrare, trema il riflesso di una meditazione sulla scrittura. La metamorfosi, questa “scorciatoia dell’eterno”, com’è definita dall’autrice, è condizione animale e umana nella quale permane l’impronta della primitiva appartenenza. Anteriorità silenziosa ed enigmatica. Forse questo intendeva René Char quando scriveva che “gli dei abitano la metafora”: nella lingua che trans-forma, nel movimento della parola che disloca il corpo nel dire, la voce nell’immagine, il sentire nella figura, c’è il respiro di un’appartenenza dei viventi, di tutti i viventi, alla physis. E questo è anche il movimento che porta la prosa di Ginevra Bompiani verso un teatro delle apparenze che allude, in ogni posizione, al mito, dunque all’origine. Un’allusione che non è arretramento nel prima, ma sguardo consapevole e critico sul mondo, sul nostro mondo. Una mitologia che, rifrangendo le sue parvenze nell’oggi, non si mostra secondo i modi classici ma anche consueti della familiarizzazione o della miniaturizzazione, della parodia o della secolarizzazione del sacro, ma si modula come pura presenza. Una presenza che conserva la sua dolce estraneità, la sua lontananza, e tuttavia agisce sul sentire, tanto prossima è alle forme del nostro pensare. Una fascinazione, certo, dell’enigma, ma allo stesso tempo, come accadeva nella prima operetta leopardiana, Storia del genere umano, una meditazione sul limite, sull’umana condizione di finitudine, la quale di tanto in tanto può essere visitata da qualche fantasma dell’origine e poi, con lo svolgersi del tempo, soltanto dal dolce fantasma di Amore. Il mito, come appare nelle pagine di Ginevra Bompiani, è popolato di figure che hanno scavalcato la separatezza contaminandosi, ibridandosi, mescolando i frammenti di cielo con il fango, la purezza del desiderio con l’angoscia del declino. Questa terrestre condizione, che partecipa dell’umano e dell’animale, è la traccia di un’altra magica e silenziosa appartenenza, e avvicina, con un velo ulteriore di teoresi, certe pagine di Ginevra Bompiani alle pagine di Anna Maria Ortese. E ha anche sullo sfondo, per quel confine tra energia della presenza e sfondamento onirico, certi animali della pittura novecentesca, tra Chagall e Franz Marc. Nei bellissimi frammenti provenienti da Le specie del sonno (del 1975), la terra incantata del mito ha velature che, prive di nostalgia, inducono a meditare sulla bellezza, sul desiderio, sull’impossibile. Eracle che insegue la cerva volendo catturare il desiderio, il desiderio nella sua assoluta purezza, è una figurazione del mito che del mito mostra l’essenza: racconto che si apre sulla grande scena della vita e della morte. Dissolte le tracce delle mitografie simboliste -che dal giovane Gide mallarmeano al nostro Pascoli a Valéry e oltre hanno sovraccaricato il mito di domande provenienti dalla sensibilità contemporanea- dissolta anche ogni declinazione estetizzante, queste pagine accolgono del mito una sorta di evidenza metafisica, un gioco di presenze che rinviano, tutte, alla tela fragilissima dell’esistenza, ai bagliori del suo apparire, del suo perdersi. Nel brano tratto da L’amorosa avventura di una pelliccia e di un’armatura sono due confini a farsi linguaggio: il confine del corpo di Franz con l’armatura, il confine del corpo di Murmin –animale e bambina- con la pelliccia. Come se alla superficie del corpo fosse concesso il privilegio di sottrarsi all’opacità della vita per poter percepire il ritmo nascosto delle cose. In una terra desertificata, in un paesaggio postumo, la percezione del vivente, la sua stessa nascita, è affidata al miracolo della metamorfosi: le libellule dissipano, con la loro azzurra trasparenza, il chiuso cerchio dell’aridità. Favola, favella: la vichiana contiguità tra la favola e la lingua, tra il mito e il linguaggio, è narrata, appunto favolisticamente, in Pesci fuor d’acqua. E la narrazione, come nelle Mille e una notte, sospende la morte, ma lungo il dialogo che il pesce preso all’amo intrattiene con il pescatore trascorre, pur velata, una moralità che oppone alla violenza del dire la profondità del tacere. Ancora sul confine -“tremante confine”- tra l’uomo e l’animale si attestano le pagine seguenti, che nel loro ritmo hanno esse stesse il trascolorare proprio della prosa saggistica che unisce narrazione e teoresi. La metamorfosi come passaggio, rovesciamentto, dislocazione, ma anche come scambio tra umano e animale: l’animale al posto dell’uomo. Proprio questa è la “cifra del sacrificio”, dice Ginevra Bompiani, questo è il contenuto stesso del “sacro”. La mano di Abramo è fermata, e il posto di Isacco lo prende una vittima animale. Catena della crudeltà, che ha nel macello, suggerisce l’autrice, in tutti i macelli, la sua mercificata esposizione. Si disegna, nel cuore di questa antologia, una linea di osservazione che cerca una soglia per lo sguardo, una soglia che sia “celeste”, cioè animale, e dunque profondata nello stupore, nel silenzio. Qualcosa di questo stupore ha, nel racconto successivo, Oscar, personaggio stralunato, perso, incantato, che potrebbe appartenere all’ordine di quelle “creature quasi d’altra specie” che il Leopardi dei Pensieri opponeva alla grigia pervasiva astuzia dei “birbanti” , cioè di quelli che “realisticamente” abitano il mondo. Accanto a Oscar, la ballerina meccanica e il professor Gudrùn: personaggi che perdono via via la loro “pesanteur” e sognano una leggerezza che di fatto è incantamento e malinconia insieme, vuoto di pensiero e spensieratezza. Ma l’esistenza, sembra suggerire il racconto nella sua leggera animazione, non consiste poi nella leggerezza, ma nel desiderio che muove verso un punto d’osservazione alto –la Mongolfiera ne è volatile emblema- dinanzi al quale si dispiega il mondo, con le sue atrocità, con la sua bellezza. Tra i bellissimi tableaux narrativi di Ginevra Bompiani questa antologia tiene il luogo di un autoritratto: esposizione di un proprio cammino che certo non sfugge all’arbitrarietà del soggetto ordinatore. Tuttavia, nella sua parzialità e frammentarietà, mostra molto bene il pensiero della fragilità, dell’inatteso, dell’incantamento che trascorre in tutta l’opera della scrittrice. E’ con questa disposizione che la scrittura può ospitare il vivente, può muovere verso una creaturalità che, priva di ogni legame col sacro, si fa prossima a quell’oltre che abita la vita: sentimento dell’impossibile, e, soprattutto, desiderio di dimorare nell’ “aperto”. In quell’aperto –das Offene- che sta sulla soglia dell’Ottava Elegia di Rilke e che mostra la prossimità dello sguardo animale all’essenza del visibile e dell’invisibile. Poter dislocare il nostro sguardo in quella regione che è prossima al respiro delle cose. Sottrarsi, inventando forme e ospitando sogni, alla malinconia del declino: anche solo per un istante. Proprio questa sospensione, che ha la bellezza e l’incanto dell’impossbile, persegue, con pacata cortesia di affabulatrice, Ginevra Bompiani.
Antonio Prete
ANTEREM EDIZIONI
Gli ultimi due volumi pubblicati nella collezione di saggi “Pensare la letteratura” sono:
Nella collezione di scritture “Limina” hanno visto la luce i volumi:
ANTEREM EDIZIONI
E’ stato recentemente distribuito il n. 70 di “Anterem”, rivista di ricerca letteraria che proprio con questo fascicolo compie il suo trentesimo anno di attività.
Riportiamo qui di seguito il sommario di questo importante numero
CIERRE GRAFICA
Gli ultimi volumi pubblicati nella collezione “Via Herakleia” sono:
Gli ultimi tre volumi di “Opera prima” (collezione di cui sono garanti Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti, Andrea Zanzotto) sono di:
CONVERGENZE
Tutto iniziò nell’anno 2000. Dall’incontro tra il fare poetico di Flavio Ermini, direttore di Anterem, poeta e saggista da sempre interessato a dar voce a una poesia pensante che agisca entro il momento pre-logico dell’esperienza e il fare analitico di Stefano Baratta, presidente di Convergenze, psichiatra e psicoterapeuta molto attento alle immagini interiori, all’amplificazione dei simboli, all’ermeneutica dell’interpretazione e alla parola che cura, nacquero i Quaderni di Convergenze.
Di questi si trova ora in libreria - si può anche acquistare mandando una e-mail a baratta@iol.it o dal sito www.convergenze.net - il volume intitolato I nomi comuni dell’Anima, edito da Moretti&Vitali, a cura di Stefano Baratta e Flavio Ermini, dedicato alle tematiche proprie del concetto della psicoanalisi junghiana di Anima e le sue proiezioni, possessioni, identificazioni.
Anima come funzione psichica che facendo da ponte tra conscio e inconscio promuove l’attività simbolica, principio terapeutico che mantiene l’armonia agendo in senso compensatorio, immagine personificata della parte controsessuale della psiche dell’uomo e della donna. Anima che, anche in questo caso, non si è sottratta al suo compito e, da buon complesso autonomo qual è, ha farcito il testo delle sue immagini e dei suoi aggettivi, facendo rivivere la tensione e la numinosità, l’ampiezza di vedute e la contraddittorietà, della sua matrice archetipica.
Collana di scritture fondata nel 1997
da Ida Travi e Flavio Ermini
curata da Flavio Ermini
“Via Herákleia” è una collana di poesia contemporanea curata da Flavio Ermini per la casa editrice Cierre Grafica.
Con questa iniziativa, inaugurata nel 1997, il curatore intende inoltrarsi in zone della poesia fortemente contaminate dall’arte, dalla filosofia e dall’estetica o, più in generale, dalla fusione dei linguaggi della contemporaneità.
Poesia di pensiero, prose poetiche, scritture visive..: opere di frontiera trovano in “Via Herakleia” una precisa collocazione di linea, destinata a mettere in luce quei modi di scrittura che sono lasciati vagare fuori dall’ortodossia letteraria, oltre... le colonne d’Ercole.
“Via Herákleia” si propone di adunare ciò che è sparso in una sorta di archivio del sommerso, costituendosi quale testimonianza di ciò che ferve nella semioscurità di un’epoca.
“Via Herákleia” nasce dalla convinzione che ci sia ancora bisogno di poeti in sintonia con il futuro e perciò indefinibili: oggi come ieri sono loro che stendono la rete attraverso cui transita il sapere e propongono le opere in cui più acutamente è avvertibile la totale libertà d’una poetica.
Perchè questa collana? Per documentare ciò che non è ancora emerso e aprire il nuovo millennio testimoniando di primi capitoli di una nuova opera tutta da scrivere.
“Via Herákleia” si rivolge al poeta già noto che conserva un’opera rimasta inedita per caratteristiche formali inusitate. Ma si rivolge anche al poeta che cerchi con un’opera di particolare valore un colloquio con i lettori.
Recentemente si è concluso un accordo molto vantaggioso con la casa editrice per la pubblicazione di opere degli autori del Premio Lorenzo Montano a un prezzo di assoluto favore. Invitiamo dunque i partecipanti a Premio interessati all’iniziativa a inviarci la loro ultima raccolta di poesie al fine di giungere alla realizzazione di un libro in questa raffinata collana.
Marcello Gombos, Dagli antichi flutti,
poesia vincitrice della sezione “Una poesia inedita –
Circoscrizione Centro storico del Comune di Verona”
La vita è sottoposta a continue trasformazioni. L’essere umano vive costantemente sotto il peso di pericolo incombente che gli impone, ogni volta che si fa reale, di superare una soglia e di mettersi su una nuova strada.
Le trasformazioni di cui Gombos con Dagli antichi flutti ci parla corrispondono alle varie età dell’uomo e si delineano come un precipitare rovinoso verso l’ammutolire. In ogni fase della trasformazione si percorrono strade tra cui è inevitabile smarrirsi.
Ma forte è l’opposizione dell’uomo a tutto ciò che gli impedisce un nuovo inizio. Tanto che l’amarezza per ogni sconfitta non compromette mai la sua aspirazione a trasformazioni positive.
L’uomo si trova nell’impossibilità di uscire dalla sua decorosa prigione. Niente, se non l’illusione, può impedirgli di prendere atto che l’annullamento è il solo possibile esito delle varie trasformazioni imposte dall’esistenza.
Eppure anche l’essere più consapevole rifiuta di credere che l’immortalità sia un’illusione che la luce del vero dissolve.
Con Dagli antichi flutti, Marcello Gombos ci parla proprio della trama illusoria della nostra vita.
Flavio Ermini
Ginevra Bompiani, nota su “Metamorfosi”
Premio Speciale della Giuria, sezione “Opere Scelte”
Quando ho cominciato a pensare a questa autologia, mi sono apparsi due temi possibili: la favola e l’animale. Ora andavo dietro all’uno, ora all’altro, finché un’amica non mi suggerì il modo di unirli insieme, chiamandola metamorfosi. Ogni storia, si può dire, racconta una metamorfosi. E dal vecchio gatto che aspetta la sua metamofosi finale, all’impacciato messia che non sa trasformare i segni divini in un significato, tutte queste favole ne raccontano una. Ma la metamorfosi, da Ovidio a Kafka, è legata in modo particolare al mondo animale: a quel passaggio da animale a umano e da umano a animale che, pur compiendosi continuamente, viene continuamente disdetto e dimenticato.
Un giorno ci vergogneremo di aver obliterato il ‘fratello maggiore’, come lo chiama Anna Maria Ortese. In mezzo a favole diverse, alcune edite altre no, c’è una chiacchierata tenuta al corso di traduzione dell’università di Siena, che parla di queste metamorfosi. Raccoglieva un po’ le idee dei miei ultimi corsi, in Italia e negli Stati Uniti, dedicati all’animale. Uscivo da anni di relativo vegetarianesimo, ne uscivo sconfitta, e oggi, ogni volta che affondo i denti in carne animale, li affondo un po’ nella mia. Da questa vergogna, da questa identità nascevano quei corsi, molte di queste storie, e tutta quest’autologia.
Identità e vergogna hanno più di un punto di contatto: nei loro momenti migliori, coincidono. Come sentire la propria identità meglio che quando è invasa dal rossore? E come fronteggiare il rossore, se non alberandolo come una carnagione? Ogni istante ci sorprende in una nostra segreta metamorfosi: ora siamo animali sul punto di diventare umani, ora siamo umani sul punto di tornare animali, ma qualunque cosa facciamo, o ci venga fatta, avviene uno scambio fra noi e l’animale, come avviene sull’altare del sacrificio.
Questa autoantologia vuol rendere omaggio a quello scambio, quell’errore.
Siena 2005
Ginevra Bompiani